L’è el dì di mort, alegher: i dolci dei morti

Evitare il blasonato Sant’Ambroœus e dirigersi senza esitazione da Galli all’inizio del corso di Porta Romana. Dopo l’apoteosi dei marrons glacé e delle viole candite, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre arriva un dolce decisamente particolare: il pane dei morti, detto anche oss de mord, ossa da mordere.Proveniente dalla cucina povera, a base di albume, biscotti secchi sminuzzati, cacao, pinoli e talvolta uvetta è di forma allungata e può presentarsi con una croce dorsale a simboleggiare una bara.
Spolverato di farina setacciata e zucchero al velo è una prelibatezza dalla storia antichissima, tipico di Milano e diffuso in Brianza e nel Canton Ticino.
Pare, ma la versione colta non ci convince, debba le sue origini ai doni che gli antichi greci offrivano a Demetra, dea delle messi, per propiziare il raccolto.
In realtà i Celti Insubri celebravano i defunti offrendo pane, dolci, frutta a parenti, amici ed ai poveri del villaggio e la nascita del pan dei morti è verosimilmente da ricercare nella cultura contadina e nelle sue tradizioni, per esempio in quella che nel milanese vede i trapassati ripresentarsi nelle loro case, ricevendone ristoro e e preghiere in occasione della fine dell’anno celtico.A Venezia ed in altre località si usa invece consumare le fave dei morti, oggi deliziosi dolcetti di forma sferica chiamati favete ma anticamente fave lessate e stufate in enormi pentoloni dai frati dei conventi, che le distribuivano ai poveri.
Diffuse in tutto il territorio nazionale, quelle veneziane sono a base di farina di mandorle e pinoli e vengono realizzate nei colori bianco, rosa e marrone. Ma la paternità sembrerebbe umbra, a propria volta derivante dall’antica Roma, dove la fava simboleggiava l’anima dei morti e veniva offerta in dono alle divinità dell’Ade.
Resta il fatto che a Venezia, vicinissimi a Rialto ma già nel popolare sestiere di Castello annoveriamo Calle della Fava e Ponte dalle Fava, sul Rio omonimo, nonché Campo della Fava e la chiesa di Santa Maria della Fava, la cui denominazione ufficiale sarebbe Della Consolazione.
Le fave, celebrate da Ovidio nel Libro V de I Fasti: «… Immaginandosi i gentili di leggere nel petalo del fiore della fava alcune lettere funebri, e credendo eziandio che l’anime dei morti trasmigrassero nelle fave, se ne cibavano nei funebri banchetti, e le offrivano ai Mani nelle feste Lemurie, gettandosele per rito dietro le spalle», si accompagnano all’antico rito veneto delle Lumere, vale a dire l’accensione di lumini all’interno di zucche intagliate.
I lumi così ottenuti servivano ad illuminare la strada alle anime dei defunti, oltre che a confondere quelle dei morti più dispettosi e, alla sera, i ragazzini si divertivano ad andare per calli, sottoporteghi e campi con queste zucche per spaventare i passanti, soprattutto nei pressi dei cimiteri.Concludo questa rapida carrellata con il torrone dei morti, delizioso dolce napoletano, nella versione classica con nocciole ma presente in numerose varianti: con pistacchi, fichi, stracciatella e via enumerando, e con la pupaccena, o pupa di zucchero, tipicamente palermitana ed un vero tripudio di colori e sapori, solitamente posta al centro di un cestino di vimini detto cannistru, come una regina.
Nella provincia di Foggia è invece tradizione consumare ‘o cicc cuòtt, o grano dei morti, dolce che nasce dall’antica tradizione cristiana delle origini di consumare grano bollito benedetto durante la funzione religiosa.
Gli ingredienti sono grano e melograno, simboli del continuo ciclo vitale: il grano simboleggia il nutrimento e il ciclo di vita e morte; il melograno rinascita e vita, e sin dai tempi più antichi venivano riposti nelle tombe dei morti per assicurare nutrimento e speranza di resurrezione.
A differenza di quelli descritti, questo dolce è introvabile nelle pasticcerie, poiché tradizionalmente fatto in casa e consumato in famiglia per omaggiare i parenti defunti.

ACS

Mhath Oidhche Shamhna

Già sentito, già detto, già visto … lo so. Non per questo intendo far passare sotto silenzio la più importante ricorrenza del calendario celtico e gaelico: Shamhna o Samhain o Samfuin, la notte che sancisce il passaggio stagionale, la fine dell’anno vecchio e l’inizio del nuovo, nel Nord della Penisola chiamata dai Celti Insubri Samonios, risalente al VI Secolo a.C. e imparentata con i Lemuria.
Si celebra con l’accensione di fuochi sacri e, almeno da noi, banchetti a base di zucca, caldarroste, verze stufate, vin brulè e idromele.Naturalmente, così come avvenne con Babbo Natale, ormai indelebilmente associato ad una notissima bevanda gasata a base di caffeina, il marketing si è appropriato della ricorrenza trasformandola in quella pagliacciata che va sotto il nome di Halloween, dedicata massimamente ai bambini senza tener conto del segno qualitativo delle vibrazioni indotte da travestimenti demoniaci e stregoneschi.
E non sono bigotte fantasie: basta analizzare, seguendo il teorema di Fourier, le onde quadre, triangolari e sinusoidali con la tecnica voltammometrica utilizzando un multimetro o un oscilloscopio.
E, se è vero che i numeri significano qualcosa, ecco la sorpresa: la sintesi analogica sottrattiva, detta Pulse Wave e variazione della Square Wave che potremmo definire onda quadra variabile, ritorna un valore di … 666 Hz!Tornando alla celebrazione seria, il cosiddetto Calendario di Coligny, epigrafe bronzea risalente al II Secolo d.C. e così denominata dalla località francese nei pressi di Lione dove venne rinvenuta nel 1897, costituisce l’unica fonte archeostorica che ci riporta la tecnica utilizzata dai Celti per computare il tempo e nella quale l’unica ricorrenza indicata con chiarezza è proprio il Trinuxtion Samonios, o Samoni, che ripartiva l’anno in due parti: inverno o Geimhredh ed estate o Samradh.
Non dimentichiamo che i Celti erano attenti osservatori dei cicli lunari e stellari che segnavano le fasi dell’anno relativamente alla vita nei campi.
L’anno agricolo iniziava proprio a novembre con il ricovero di bovini ed ovini, la messa a dimora di foraggio ed altri raccolti, e la preparazione del terreno per il riposo invernale.
Si accendeva un fuoco, nel quale venivano gettati i resti di bestiame macellato, tutti gli altri fuochi venivano spenti ed ogni famiglia attingeva solennemente tramite il clan il fuoco da quello principale, che a propria volta derivava da quello acceso sulla collina di Tara, situata nel Meath e la cui sommità è ancora oggi caratterizzata dalla presenza di un monolite di forma itifallica.
E concludo con un’annotazione: nella metrica circolare del computo celtico del tempo, Samhain si trova in un punto (e che fosse adimensionale i Celti lo sapevano molto bene ben prima di Euclide e Cartesio e contestualmente ai matematici dell’antica India, con i quali non risultano però contatti) esterno al cerchio e collocato in un non-tempo.
Tout se tient, dicono i francesi.

ACS

Der Wilde Mann e la demonizzazione degli antichi culti

“Wilde Männer stehen in Christentum außerhalb der Schöpfung und des Heilsplans.” Vale a dire: gli uomini selvaggi, nel cristianesimo, stanno al di fuori della creazione e del piano di salvezza (Dietrich Ludwig Heinlein, 1478).All’alba della nostra era e persino durante l’epoca medioevale il cosiddetto paganesimo rurale mantenne inalterata la propria diffusione, soprattutto nelle zone più distanti dai centri abitati, ed è interessante notare come, già dal IV secolo, i primi missionari passassero di città in città diffondendo rapidamente il Vangelo in aree anche molto vaste, ma si guardassero bene anche solo dallo sfiorare la campagna circostante.
Massimo Centini, in Le Bestie del Diavolo, gli animali tra stregoneria e folclore (Rusconi 1988) afferma: “Come conseguenza di questa diffidenza di fronte alla sopravvivenza degli antichi culti e pratiche, la Chiesa, nei Canoni dei Concili e nelle omelie dei vescovi, prese nettamente le distanze da tutte quelle tradizioni popolari che pur cercando di abbattere i poteri negativi del diavolo, in effetti finirono per seguire la sua stessa strada, ricorrendo a pratiche apotropaiche di chiara origine pagana.”
Possiamo quindi dedurne come ogni sopravvivenza cultuale pre-cristiana, in quanto “pagana”, venisse automaticamente bollata come in contrasto con i dogmi della tradizione giudaico-cristiana e, quindi, considerata demoniaca e satanica.
La ovvia conseguenza di tale atteggiamento insofferente diede la stura ad un’ondata persecutoria senza precedenti avverso culti e pratiche ancestrali, opera che verrà successivamente portata avanti dal Sant’Uffizio, che, autorizzato da Paolo III nel 1542, farà piazza pulita di eretici e streghe fino a tutto il XVIII Secolo.
Il cristianesimo, una delle religioni più feroci, misogine, razziste e fetenti al pari delle cugine monoteiste, sradicò gli antichi culti tacciandoli di essere demoniaci. Esattamente quello che fece sulla sponda opposta dell’Oceano con le popolazioni amerindie. Deus vult! e vaffanculo, a chi tocca tocca.
L’associazione tra il dio della vegetazione, degli animali e della natura incontaminata e il Diavolo della tradizione cristiana trova la sua origine nell’interpretazione medioevale della figura di Pan, dio pastorale e agreste di un mondo senza leggi, di puro godimento e … wilderness, selvatichezza.
Nume dei pastori e delle greggi, sorta di antropomorfizzazione della natura allo stesso modo di Cernunno, del Green Man o del Wildermann, il suo nome viene fatto derivare da Paon, colui che pascola, ma definito anche sporcaccione dal pelo lucido, in quanto simbolo di una sessualità disinibita e indipendente da qualsivoglia morale, reminiscenza di epoche arcaiche, durante le quali l’essere umano viveva immerso in una sorta di promiscuità.
Tutte queste caratteristiche, che potremmo definire funzionali, portarono in epoca cristiana all’identificazione di Pan con il Diavolo.
Scrive in proposito Massimo Centini nell’opera citata: “I piedi caprini, le corna, la folta peluria e la coda sono attributi ricorrenti della divina creatura silvestre dell’Arcadia, trasformata in Signore degli Inferi ed eterno tentatore del genere umano.”
Perfettamente in linea con i dogmi della nuova religione. Del resto, la figura del diavolo non ha mai perso la sua atavica aura di malvagità selvaggia e animale che di fatto lo relaziona ad un universo perverso, colmo di simboli spesso antichi quanto l’uomo, di cui raramente si rammentano le origini ma con i quali gli uomini, intesi nel senso di maschi, temono il confronto nella consapevolezza di uscirne perdenti, a partire dalla lunghezza del membro virile.Connessioni, paranoie e fole che, in ultima analisi, determinarono tutta una serie di atteggiamenti negativi, che influenzarono profondamente il processo interpretativo attuato intorno alle creature figlie della natura selvaggia e del bosco, processo niente affatto illuminato dalla nuova religione.
Ciò portò, nei secoli, alla rimozione di fondamentali elementi simbolici dalla psiche collettiva con il risultato che, non avendo più modo di decifrare archetipicamente determinati simboli e, di conseguenza, di esternare determinate qualità dell’essere che ora venivano viste in contrasto con il culto ufficiale, condussero infine alla sostituzione degli antichi riti con pratiche perverse, e questa volta davvero demoniache.
Alla fine fu la demonizzazione a disperdere le basi primitive da cui prese corpo il motivo dell’essere silvestre, in grado di impersonificare l’anello di congiunzione tra Natura e Cultura. La connessione tra l’Homo Salvadego e l’universo dei demoni, mediata da tutta una serie di altre creature malvagie, appare ancora in gran parte condizionata dalla coscienza del peccato incarnato in una figura non più umana e relegata, per aspetto e comportamento, al rango di bestia.
E a Natale, in Alto Adige, arrivano i Krampus …
Se è vero che Pan significa tutto, il complesso simbolico e rituale che un tempo faceva capo al dio della natura vista come un organismo unico, praticamente olistico da Olos, diventa in tal modo, in epoca medioevale, la piattaforma sulla quale danzerà il terrificante Princeps Huius Mundi: eccolo il Babau, l’Uomo Nero, il Peccato Incarnato, partorito dai dogmi religiosi e morali estranei alla cultura primigenia, l’edificatore del rituale sabbatico durante il quale veniva adorato il demonio, avversario del dio dell’Antico Testamento, baciandogli l’ano e compiendo ogni sorta di nefandezze.
Vi ricordate Cernunno, in Gallia e nei territori abitati dalle popolazioni di ceppo celtico? Anche il modello primigenio del Signore degli animali, a cui molto spesso non corrispondeva un aspetto fisico preciso, fu interpretato in chiave diabolica, acquistando una conformazione antropomorfa, riconducibile allo stereotipo del diavolo, selvaggio stupratore sodomita.
Resta il fatto che non possiamo liquidare gli antichi culti come mere superstizioni, indicandoli con la conveniente denominazione riduttiva di stregoneria, con buona pace di matristica e patristica, gnosticismo e baccanti, e il riemergere di credenze magico-astrologiche che la chiesa giustifica come momenti di sbandamento determinati da crisi della fede, ovviamente per opera del maligno.
Qualcuno ricorderà l’episodio della morte di Pan, riportato da Plutarco e che, secondo l’interpretazione di James Hillman, è una rimozione psichica: “La natura cessò di parlarci, oppure noi non fummo più capaci di udirla.”
Pan, in realtà, mai morì e la sua immagine e quella del Diavolo vennero mescolate. Tanto è vero che affiora nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti, in primis nell’incubo e nelle qualità erotiche e demoniache ad esso associate.
Per mere ragioni di convenienza la figura del diavolo cristiano si sovrappose a quella di Pan, di Cernunno e del Wilde Mann, il personaggio del folclore germanico, da noi chiamato Salvanello, Homo Salvadego o Omm del Bosch, connesso a satiri, sileni e fauni delle antiche mitologie mediterranee e dell’arco alpino.
Le cronache storiche documentano il culto del Selvatico correlandolo strettamente con il sabba stregonesco. Una prova? Eccola: nel 1233 Papa Gregorio IX promulgò la bolla in cui affermava che nelle riunioni sabbatiche Satana normalmente si presentava come un uomo coperto di peli con caratteristiche riconducibili al Wilde Mann tedesco.
Che ne sapeva, mi chiedo, Gregorio IX che, oltre ad Anagni, a Roma e ad uno scorcio di Lombardia altro non vide e non conobbe?
Ne abbiamo comunque un’ulteriore riprova in un processo inquisitorio del 1615 a Coredo, in Val di Non, dove la strega Maria Polizan indicò Satana come il Salvanello, immagino dopo le solite inenarrabili torture, durante le quali, povera donna, non avrà di certo invocato Diana, Ecate, Erodiade, Erodiana, Hera o persino la Baba Yaga, ma molto più semplicemente la mamma.
Provate ad immaginare, voi donne che mi leggete, il terrore e il dolore alla vista delle tenaglie che, roventi, si serrano sui vostri capezzoli proprio perché simbolo esteriore della femminilità, e poi ditemi se non vi viene voglia di strappare le palle, e non solo quelle, al primo uomo che vi capita a tiro, specialmente se indossa una tonaca.
Per la psicanalisi moderna l’archetipo dell’Uomo Selvatico simbolizza l’affioramento della parte primitiva, inferiore, oscura, dell’essere umano: l’inconscio nel suo aspetto regressivo e pericoloso che Jung, non avendo di meglio da fare, definì Ombra.
Esattamente come il Wilde Mann, anche Pan vive nella mente, nella natura incontaminata arcadica, in un luogo sia fisico sia psichico, al punto che le oscure caverne dove lo si può incontrare furono dilatate dai neoplatonici fino a indicare i recessi materiali in cui risiede l’impulso, gli oscuri fori della psiche da cui nascono desiderio e delirio.
E giù frustate di autoflagellazione tipiche degli adepti all’Opius Dei…
Niente sesso, siamo inglesi, si dice. E infatti, a parte Ginevra e Lancillotto, la nuova rappresentazione del principio archetipico panico fu Robin Hood, che nelle varie trasposizioni non conserva proprio nulla della forza lucente di Woden, ovvero di Odino che, nell’accezione di Puck, fu compagno della dea dell’Amore, chiamata dagli antichi inglesi Sposa di Maggio a causa della sua associazione con il culto del biancospino, detto May-tree, albero di maggio. Assonanza con i bambini di maggio etruschi?
Sì, proprio quelli che, concepiti a maggio, nascevano a gennaio per essere presentati ed offerti agli dei, evirati, nel giorno della Candelora.
Ma abbiamo nota di (volute?) dimenticanze: guarda caso in Cornovaglia Robin stava per fallo, e l’ipotesi è confermata da un’illustrazione del XVII secolo, in cui il nostro è raffigurato come un dio itifallico delle streghe, con corna di giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e una candela accesa nella mano destra.
Sappiamo come i rituali di Calendimaggio fossero indirizzati a Hölde, dea variamente denominata alla quale veniva immolato un capro, il capro di Calendimaggio, come risulta evidente dalle cerimonie stregonesche inglesi e dalla maggiolata svedese Bükkerwise: il capro si accoppiava con la Dea, veniva sacrificato e risorgeva.
In realtà la Sacerdotessa si univa jerogamicamente al re annuale, ovvero il Re dell’Anno Vecchio che, vestito di pelle di capra, veniva ucciso e risorgeva nella figura del suo successore come Re dell’Anno Nuovo.
“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” … non vi ricorda nulla? No? Vabbè, allora vi ricordo che Pasqua, in inglese si dice Eastern, in tedesco Ostern, ovvero dalla dea Ostara, la Sposa di Maggio di Beltane, alla quale il re-capro veniva sacrificato dopo uno hieros gamos, il matrimonio sacro rappresentazione dell’unione sacra tra il principio virile e quello femminile.
Persino gli intellettualizzati Misteri Eleusini, che si celebravano a febbraio rappresentavano le nozze del Dioniso-capro con la dea Tione, la regina invasata, e la sua successiva morte e resurrezione.
Proseguiamo? Va bene, e allora approfondiamo il significato della maschera nella tradizione e nel folclore, ovvero le mascherate che in tutta Europa, in occasione delle Calende di gennaio oonoravano gli spiriti dei morti tornati sulla terra.
Maschera e morte sono in stretta correlazione poiché la maschera ristabilisce l’ordine, ed è per tale ragione che chi indossa la maschera durante un rito è destinato a morte certa, non infrequentemente cruenta anche se, fortunatamente, solo liturgicamente intesa, per separarsi dalla sua quotidianità impersonando l’essere senza tempo, fissato nella maschera che lo rappresenta. Può così morire, putrefarsi, trasformarsi e rinascere.
Non per caso, infatti, sussistono realtà cerimoniali nelle quali i partecipanti sono tutti mascherati, ciascuno impersonando un particolare soggetto o riferimento inteso a sopprimere pro-tempore le individualità per conseguire un’identità di coscienza collettiva, una ultra-coscienza mistica, un egregora diremmo in termini gnostici.
Torniamo quindi alla demonizzazione: quella del travestimento per esempio, accentuatasi a partire dalle origini del cristianesimo allorché la maschera fu correlata direttamente al diavolo e alla sua capacità mutagena di traviare gli esseri umani, per esempio assumendo forma di donna per provocare “orrende ed involontarie erezioni in uomini santi” come ebbe a dire sant’Agostino dopo essersi trombato madre, figlia e soggetti animati ed inanimati.
Nonostante il nostro dottore della chiesa, a partire dal Medioevo la maschera divenne imprescindibile emblema di rituali pagani occultati fra le tradizioni popolari travisate da riti cristiani che, comunque, santaromanaecclesia riteneva ricettacolo di pulsioni demoniache.
Una delle più avversate fu, alle nostre latitudini, Arlecchino: capo di una legione di demoni, il suo nome viene fatto derivare da Höll, vale a dire inferno e doppio di Saturno-Cernunno, il dio cornuto che da tetre foreste governa il mondo infero. Erlik Khan, l’antichissimo dio del mondo ipogeo e dei morti nello sciamanesimo turco-mongolo e siberiano, anch’esso, come Cernunno, era raffigurato con un palco di corna di cervo.
Pensandoci bene le corna le portava anche il Chronos negli Inni Orfici e, restando nella nostra penisola, fu proprio il sopravvalutato Jung ad attestare l’esistenza di un’arcaica festa pagana chiamata Cervula, celebrata alle Calende di Gennaio e durante la quale venivano scambiate le strenæ, ra­metti di una pianta propizia prelevati da un boschetto sul­la via Sacra consacrato a una dea originariamente sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e prosperità.
Di passaggio ricordo che la birra un tempo veniva chiamata cervogia, nome derivante da Cerere, dea dell’agricoltura, esattamente come cerveza, il termine usato dagli spagnoli per indicare la birra.
Mascherati dunque da animali o da vecchie, i partecipanti danzavano al ritmo di una melodia di quelle che la chiesa prima, ed i comunisti dopo, consideravano cantantiones sacrilegæ in onore di una divinità femminile, una Signora degli Animali dall’aspetto di cerva, dalla quale sarebbe derivata Diana.
Cretesi e Ciprioti, Sumeri ed Egizi, Germani e Giapponesi, Siberiani e Mongoli sono accomunati dall’apparizione di animali funebri, di dei e dee ctonio-funerarie e dei cortei mascherati dei non viventi che, nelle società segrete, fanno visita ai vivi consentendo di celebrare le iniziazioni.
Ne troviamo menzione in Antropologia, il risveglio del grande dio Pan, di Arthur Machen, oltre che in True detective: Childress, Pan e il Wildermann nel fascicolo Esoterismo del 3 Gennaio 2019, che cita ampiamente, con dovizia di riferimenti, il substrato arcaico delle feste di fine anno e la valenza tradizionale dei Dodici Giorni, quelli tra Natale e l’Epifania quando vengono scambiate le parole. In proposito cito Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe, pubblicato sul vecchio blog il 18 luglio 2016.
E mi fermo qui, altrimenti mi toccherebbe annoiarvi con Gilgamesh e con la Wilde Frau.

Alberto Cazzoli Steiner

Alberi, maestri di vita

Perseguire l’ecosostenibilità significa abbracciare una visione spirituale non di maniera ma consapevole, vivendola conseguentemente sin nelle più minute manifestazioni della quotodianità.
Doverosa premessa, prima di addentrarci nel bosco, ovvero nell’argomento: non c’è speranza che le nubi plumbee che da tre anni oscurano il cielo delle nostre foreste si diradino.
Si addensarono quando venne approvato il TUF, Testo Unico Forestale, strumento destinato a regolamentare le attività agrosilvopastorali nel ventennio 2018-2038. I legislatori cattocomunisti italilandesi hanno superato gli antenati sovietici ed i loro obsoleti piani quinquennali, ed il provvedimento, accolto con grande indignazione da larghe fasce del mondo accademico e dell’opinione pubblica sia per il metodo con cui venne redatto sia per il suo contenuto, fu il risultato del lavoro di un ristretto gruppo di persone, ecochic ed animalisti da salotto con competenze limitatissime e da altri soggetti rappresentativi dei soli interessi commerciali e industriali.
Totalmente assenti esperti nei settori di ecologia, botanica, zoologia, patologia vegetale, geologia, idrologia, medicina e i pochi confronti pubblici organizzati dai promotori della legge ebbero solo funzione di facciata, perché tutte le opinioni dissonanti rispetto all’impostazione del testo non vennero tenute in nessun conto, facendo strame dell’esperienza di chi il bosco lo vive per mestiere considerandolo nella sua complessità ecosistemica e finendo così col promuoverne e sostenerne solo le potenzialità produttive, trascurando ogni riferimento agli aspetti di tutela delle foreste e dei suoli, se non quelli già imposti dalla normativa vigente.
Le conseguenze le vediamo, sono devastanti, compresi gli incendi e il business dell’antincendio, in particolare perché, fatta eccezione per la aree (malamente) protette, tutelate da altra normativa, il TUF non considera alcuna ipotesi di zonizzazione del territorio forestale, vale a dire distinzione tra boschi di protezione, di produzione e degradati da restaurare. Le attività di carattere produttivo possono essere applicate ovunque e per migliorare le condizioni del patrimonio forestale nazionale viene sostenuta la cosiddetta gestione attiva del bosco che, però, consiste solo in varie modalità di taglio dello stesso, perché tutti i rimboschimenti, anche quelli storici eseguiti a fine Ottocento, che fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale e che il TUF sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria bosco e quindi possono essere eliminati. Lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
I boschi cedui, messi sullo stesso piano dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità autorganizzativa, si considerano abbandonati se non hanno subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni.
Ciò significa che un bosco che, per volere del suo legittimo proprietario, evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato, allo stesso modo di un terreno agricolo non coltivato nell’ultimo triennio.
E se il proprietario dei boschi abbandonati non dovesse provvedere direttamente al taglio degli stessi, o alla messa a coltura dei terreni agricoli, l’autorità pubblica provvede al recupero produttivo degli stessi, agendo in proprio o delegando tali interventi a soggetti terzi come, ad esempio, cooperative giovanili, eliminando la vegetazione infestante, ovvero i boschi di neoformazione.
Il TUF ha introdotto il termine trasformazione per indicare esplicitamente l’eliminazione del bosco. La trasformazione può essere compensata con altre opere e servizi. Ciò vuol dire che l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, ma anche con un’opera di servizio quale una strada forestale. Non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura nel versamento di un contributo monetario alla Regione. Insomma, un modo surrettizio per autorizzare cambi di uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente.
Il provvedimento finge di porre (e lo fa ripetutamente) l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura ma, di fatto, introduce scadenze temporali di intervento che, paradossalmente, sono contrarie alla selvicoltura, anche a quella produttivistica nell’accezione più riduttiva del termine, perché impongono limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento.
Nella sostanza, ed eccoci alla filosofia predatoria e truffaldina, la sola attività realmente praticabile è la produzione di biomasse per scopi energetici ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse. Con i non trascurabili risvolti che ciò comporta anche per la salute umana.
E, giusto per rendere il proccedimento incompleto, cialtronesco ed irrispettoso dei principi della Costituzione repubblicana, nel TUF manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali ed alla sua protezione.
Scrisse in proposito, il 12 marzo 2018, Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Università di Camerino, Socio dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali e già Presidente della Società Botanica Italiana: “Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti che rendono il provvedimento lontano da una sana politica ambientale, pericoloso per la conservazione del capitale naturale nazionale e studiato non nell’interesse della collettività ma per favorire solo quello di alcuni soggetti. Per tali motivi il Testo Unico non può essere approvato.”
Infatti venne approvato a larghissima maggioranza.Addentrarsi in una foresta rappresenta l’andare verso il centro del proprio io, nella parte più primitiva di noi stessi
Sembra lapalissiano, ed in effetti lo è: il bosco è caratterizzato dalla presenza di alberi.
Le loro radici penetrano la terra affondandovi, il tronco si staglia riscaldato dalle lame di sole che si aprono la strada nell’intrico verde, viene accarezzato alle brezze primaverili, sferzato dalle tempeste, piange lacrime di rugiada e di nebbia, ed i rami si elevano al cielo e, sopportando all’occorrenza il peso della neve, come l’uomo di Vitruvio connettono l’alto con il basso recando la testimonianza e la forza dell’essenza dei due mondi.
Di tutti gli alberi sacri o mitici, quello probabilmente più noto è il gigantesco Yggdrasil, il frassino che secondo la cultura norrena reggeva l’Universo, anche se evocativamente preferisco il letto nuziale di Ulisse, ricavato da un poderoso ulivo, oltre che, inevitabilmente, il fico, non per la meditazione del Cristo o del Buddha bensì per la bontà dei suoi frutti.
Allo stesso modo adoro il cachi, dalla negletta dolcezza e spesso puro ornamento di orti e giardini, e non ho mai capito perché nessuno mai ne colga i frutti.
Restando nell’ambito della mitologia norrena, il gigantesco albero magico del tempio di Uppsala si manteneva verde per tutto l’anno ed ogni nove anni esigeva un tributo: per la durata di nove giorni ai suoi piedi e nei boschi adiacenti venivano compiuti sacrifici rituali appendendo ai rami degli alberi nove ragazzi scelti fra gli esponenti di famiglie e tribù rappresentative del potere, che venivano progressivamente mutilati secondo l’antico rituale dello smembramento e lasciati agli animali del bosco1.
Analoga sorte toccava nei riti di primavera a nove fanciulle, poco più che bambine ma al primo mestruo e rigorosamente vergini che, a differenza dei maschi, dopo le amputazioni rituali venivano uccise, i corpi lasciati in offerta alle entità della foresta in forma di cenere2.
Questi riti sacrificali testimoniano, in modo invero cruento ma trattasi di un filo conduttore che ritroviamo in numerose culture compresa quelle druidica ed etrusca, la notevole considerazione che nell’era ancestrale si aveva degli alberi, considerati dispensatori di vita e sacri depositari di enormi poteri.
Chi ha letto Il ramo d’oro di James Frazer ricorda certamente gli antichi riti legati al culto degli alberi, compresi quelli connessi al bosco sacro di Ariccia, vicino Roma e, per parte mia, rammento quanto scrissi il 23 febbraio 2019 a proposito del Medhelan sul quale sorse Milano e, segnatamente, dov’è ora la chiesa ipogea del Corpus Domini (Belisama: la Yoni del Lambro e altre divagazioni, 23 febbraio 2019).Querce e querceti erano associati a Diana, dea della caccia, signora delle foreste e dei suoi selvatici abitanti, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne e del parto, in età arcaica raffigurata spesso alata e circondata da animali, nella sua pre-ellenica origine connessa con la minoica Signora delle Fiere, divinità a tratti feroce successivamente assimilata ad Artemide.
La quercia era inoltre consacrata a Thor, il dio germanico del tuono, ed il simbolo delle foglie di quercia rimase nella tradizione germanica fino ad ornare la Eisernes Kreuz, la Croce di Ferro, la tipica onorificenza militare che la vulgata cinematografica (americana) ci ha portato ad associare al solo periodo nazista. Emblematico in proposito il film La croce di ferro del 1977 di Sam Peckinpah, ambienttato sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale e magistralmente interpretato da Maximilian Schell nel ruolo del capitano Stransky, ufficiale di nobili origini tanto pavido quanto ambizioso, e da James Coburn in quello del rude sergente Steiner.
Foglie di quercia tessute in argento ornavano inoltre il bavero del Brigadeführer e dello Standartenführer, ufficiali superiori delle SA e delle SS il cui rango era equivalente a quello di colonnello.
Non meno importanti noceti e castagneti, almeno alle nostre latitudini, che hanno sfamato intere generazioni ed alimentato una culltura di leggende silvane ancora oggi tipiche di alcune aree. Cito di passaggio la tragica vicenda valtellinese di Marianna e della sua bambina che mi vide protagonista (Il male si celava nell’incavo del castagno, l’originale pubblicato nel novembre 2014 a firma Eudaimonia) e le leggende dell’Appennino Parmense e Piacentino, per quel poco che mi sono note (l’indimenticabile ritratto dell’anziana medgòna in Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle erbe, 18 luglio 2016), preferendo come mio costume non addentrarmi … nei boschi del sentito dire, ma parlare solo di ciò che attiene alla mia, limitata, esperienza diretta.
Giusto per mostrare che, prima che la mucca mi mangiasse i libri trovandoli particolarmente indigesti – e fra questi in particolare Omraam Mikhaël Aïvanhov, traslitterazione francese dal bulgaro Омраам Микаел Айванхов, Omraam Mikael Ajvanhov, pseudonimo di Михаил Димитров (e un par de cazzi ce li vogliamo mettere?) e i vari Georges Ivanovič Gurdjieff, Rudolf Steiner, Osho, Autoblindo e Strucalapanda – ho studiato anche la teoria, riferisco a volo d’uccello dell’arte mesopotamica, dove si palesa l’albero della vita costantemente sotto le cure di dei, re e sacerdoti, oppure dei miti taoisti, che contemplano la presenza di alberi come il pesco, capaci di donare l’immortalità attraverso i frutti, esprimendo quindi un concetto simile a quello germanico di Idun, custode delle mele d’oro e figlia di Freya, dea della fertilità e ancella della moglie di Odino.
Indimenticabile la madre del fondatore del Buddhismo, Siddhārtha Gautama, appesa ad un ramo di shorea mentre partoriva, e lo stesso Gautama che sotto un fico – detto oggi albero della Bodhi – ricevette l’illuminazione.
E concludo nominando di passaggio l’egiziano sicomoro, dal quale la dea Hathor ricavava il nutrimento per i defunti, l’Irminsul dei Sassoni, l’azteco ceiba, lo Yaxchè dei Maya, che crescerebbe al centro di tutte le direzioni e tutti i colori dell’universo, e i suoi frutti costituiscono gli strati del cielo, il biancospino di Argyll in Scozia, la quercia di Isle Maree nelle Highlands, il sicomoro di Mountrath in Irlanda e, infine, il gigantesco abete che secondo gli Altaici si trova al centro della terra e la betulla Abakan, che per i Tartari cresce su una montagna di ferro ed è il centro di tutto.
Scrisse Rabindranath Tagore: “Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto” e, a ben vedere, l’albero racchiude in sé, tutti gli elementi: la terra che unisce al corpo attraverso le radici, e possiamo pensare al primo chakra, l’acqua che scorre attraverso la linfa, l’aria che alimenta le foglie e il fuoco prodotto dal suo sfregamento.
Che gli alberi trovino la propria similitudine con gli esseri umani è innegabile, a partire dal ciclo della vita, “le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei”, con una simbologia che incrocia senza mezzi termini vita e morte, anche sotto il profilo lessicale. Pensiamo a termini come ceppo, capostipite, albero genealogico, abbattuto, è una qurcia.
L’albero permane nel suo significato simbolico di equilibrio nell’unione degli opposti: terra e cielo, alto e basso, maschile e femminile quando non androgino per il suo stesso carattere di bisesssualità e, attraverso la maturata consapevolezza della post-identificazione, diventa l’unico elemento naturale su cui l’Uomo crede di avere potere di vita e di morte assumendo il sembiante e la valenza dello specchio.
Sotto il profilo onirico, qui da intendersi nel contesto alchemico-sciamanico dello stato alterato di coscienza e preludio alla visione ed eventualmente al viaggio, abbiamo una vasta simbologia, che mi limito a sintetizzare.
Il tronco e la corteccia rappresentano le caratteristiche della personalità che si ritiene di mostrare agli altri ed in particolare la corteccia, che può essere asportata desquamandola come la pelle del serpente all’atto della muta, se è liscia indica una componente caratteriale estroversa, disponibile, aperta alla socialità, mentre rugosa identifica introversione e scontrosità.
Intendiamoci: queste non sono indicazioni standard o terapeutiche, e meno ancora codifcate da qualche manuale o protocollo, ma semplicemente il frutto di anni trascorsi tra l’osservazione e la pratica.
Il tronco evolve nei rami, che se aperti denotano un’indole protettiva, armoniosa, rivolta agli altri; se, al contrario, chiusi o a pinnacolo come quelli dei cipressi, indicano introspezione, chiusura, anche egoismo e tendenza a non fidarsi.
I rami sono, quali più quali meno, rivolti verso l’alto, e più svettano verso il cielo, maggiore è l’importanza annessa alla spiritualità e, dai rami, spuntano le foglie: palmate, lobate, aghiformi e la loro forma e quantità riportano alle esperienze vissute, agli errori commessi e non perdonati che ancora ci “pungono”, alle relazioni amicali, sentimentali, sociali ed alla nostra capacità di alimentarle di linfa vitale
Di passaggio: l’albero che ho creato oniricamente nell’isoletta dove mi reco a raccogliere il denaro del quale ho bisogno è una quercia. Ne ho parlato in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Prima parte: la visualizzazione” e in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Seconda parte: visione e accesso al sito” pubblicati entrambi il 21 ottobre 2015.
Dal secondo cito: “Ricordate che il vostro spot non segue l’andamento delle stagioni, sceglietevene una e che sia quella. Il mio è sempre verde e rigoglioso come nella tarda primavera prima della calura estiva. Ogni tanto dovrete occuparvene da bravi giardinieri: andrete lì non per prendere ma per dare sarchiando, togliendo le erbacce, concimando, riportando terra, mettendo a dimora nuove piantine. Ed intrattenendovi con le piante stesse, ringraziandole e parlando con loro. Se in qualche cerchio Lakota tanto di moda vi hanno insegnato ad offrire tabacco fate pure, se vi viene di dire Augh! idem, se però onorate le vostre tradizioni evitando di scimmiottare culture non vostre è meglio. In ogni caso dire grazie e fumigare un po’ di salvia non fa male, anzi. Non dimenticatevi di portare i fiammiferi, nel vostro spot la Coop sei tu, quell’altra non c’è.
Se ritenete di avere bisogno di maggiore precisione disegnate: non è necessario essere ingegneri o architetti del verde, basta metterci Amore e impegno. Vi accorgerete di essere pronti quando, pensando al vostro spot, lo riconoscerete ad occhi chiusi sin nei più minuscoli fili d’erba e lo sentirete vostro.”
Sono sicuro che, leggendo, avete immaginato alberi frondosi, rigogliosi di un bel verde intenso a rendere l’idea di energia, realizzazione, protezione.
Dobbiamo invece considerare la possibilità di incontrare, sul nostro cammino, alberi spogli e tronchi abbattuti posti di traverso al sentiero, rami secchi e spezzati, alberi morti preda di parassiti del legno, per non parlare di roveti che ci impediscono fisicamente di procedere oltre.
Siamo al cospetto di rapporti, relazioni o progetti interrotti, di blocchi che ci impediscono una conclusione, per esempio gravi ferite emotive, e fra queste abbandoni e tradimenti, falsi amici e persone dannose che la visione ci esorta a comprendere ed elaborare.
Se ci facciamo caso, al ramo secco o spezzato corrisponde spesso la ripetizione coattiva di gesti situazioni, incontri, il tutto permeato da costante stanchezza e senso di solitudine.
Ed infine, ecco le radici: il radicamento, la percezione della realtà, la linfa che ci perviene dalla Terra ed attiva il primo chakra, a seguire tutti gli altri, con l’avvertenza che se il primo non funziona o è chiuso automaticamente ne soffrono anche gli altri.
Indicazioni accessorie ci vengono inoltre date dall’altezza dell’albero, direttamente proporzionale al nostro bisogno di essere connessi alla nostra parte spirituale, dall’età e dall’ego: un albero giovane rappresenta il nuovo oppure il nostro bambino che finalmente emerge per essere ascoltato, un albero secolare rappresenta l’esperienza e la saggezza, magari in forma di aiuto proveniente da un anziano, vivente o meno che sia.
Un’avvertenza: l’altezza dell’albero potrebbe rappresentare una … fregatura, un colpo basso inferto da noi stessi, un autosabotaggio attuato dalla nostra componente narcisistica piuttosto che dal nostro convincimento di essere più forti di quanto non siamo in realtà.
Tranquilli, come canta il Liga “ci pensa la vita”.
Abbiamo anche gli alberi che perdono le foglie dei nostri trascorsi, gioiosamente accesi di un bel dorato autunnale, oppure di rammarico nell’osservare le foglie secche e accartocciate.
Gli alberi producono fiori e frutti, a significare che il nuovo sta sbocciando o maturando e ci è finalmente consentito cogliere i frutti, allungandoci fra i rami, ricorrendo ad una scala o arrampicandoci a significare la rinascita personale attraverso la forza dell’intento, l’ambizione, la forza e il desiderio di veder riconosciute le proprie qualità.
Da un albero si può anche cadere, e la botta ha il potere di risvegliarci dalle illusioni, che potrebbero riguardare il fallimento di un progetto, la fine di un rapporto o la perdita di una posizione privilegiata.
Entrare in un albero, oltre ad essere una classica forma di protezione, significa varcare un portale per andare in uno degli innumerevoli altrove.
Un albero che brucia rappresenta la presenza di una forte rabbia violenta verso qualcuno o verso se stessi, un sentimento così distruttivo da recare infelicità e perdita, mentre un albero piantato all’interno della casa, per esempio in salotto indica una presenza autorevole, una relazione d’aiuto anche immateriale, se in cucina indica accudienza e in camera da letto intimità, in ogni caso una figura con valenze paterne o materne
Tra le specie arboree, che con la pratica nella visione si sarà in grado di distinguere, il posto d’onore spetta alla quercia, la grande madre che protegge, dona riparo e conforto ma raffigura anche potere e supremazia.
Saldamente al secondo posto, nella nostra cultura, il cipresso che, associato principalmente ai cimiteri, rappresenta il distacco la separazione, la fine di una fase della vita, ma anche longevità e protezione.
In terza posizione l’ulivo, che rappresenta longevità, abbondanza, passaggio di eredità sia materiale sia spirituale.
Seguono melo: speranza, maturità sessuale e fisica, fertilità; pruno: bisogno di esprimere la propria sessualità, fecondità; banano: come il prugno ma rivolto più al maschile.“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” lasciò scritto Bernardo di Chiaravalle, e a molti di noi farebbe un gran bene la camminata nel bosco, più che mai fonte di emozioni ed energia attraverso gli alberi che, nelle loro forme più strane e nelle loro dimensioni particolari, hanno un grande valore spirituale e religioso che i libri non possono insegnare. La frase di San Bernardo da Chiaravalle è millenaria ma conserva integra la propria potenza.
Per non annoiare ripetendo concetti già espressi mi limito a riportare i link agli articoli “La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica“, che pubblicai il 26 gennaio 2019
e “Troverai più nei boschi che nei centri di meditazione: Donne che danno la Vita, Donne che danno la Morte“, pubblicato il 21 ottobre 2019.
E concludo avvertendo, e non è la prima volta, che alchimia e sciamanesimo, forse mammina non ve l’ha detto, non sono quella robettina fiabesca e un po’ niueig fatta di piume di gallo cedrone rubate ai Bersaglieri…
tamurriate, pantaloni waiting for Jesus3 beveroni per avere la visione, incontro con l’animale di potere (il lupo, va da sè) e minchiate varie da fine settimana in agresti contesti.
Lo sciamanesimo prevede che ci si debba sporcare le manine per conto proprio o di terzi. Spesso si è dei mercenari, dei guerrieri – non certamente di un’improbabile luce – che hanno a che fare con entità, forze, energie o chiamatele come preferite che sarebbe meglio lasciare nel loro brodo.
Lo sciamanesimo, esattamente come l’alchimia, è morte, putrefazione, trasformazione, rinascita. Può accadere di odorare piacevoli aromi di white sage, ginepro, rosmarino, ambra ed altre erbe, essenze o distillati. Ma sciamanesimo significa anche dover avere a che fare con urina, sperma, emissioni corporee, sangue, non da ultimo quello mestruale, medium di una potentissima carica energetica, magica e misterica.
Lo sciamanesimo non “trascende” né corpo né fisicità, ne onora anzi ogni manifestazione ivi compresa l’energia sessuale, la più potente che esista considerando che vi è insito il mistero della vita.
Lo sciamanesimo, come l’alchimia, porta il massimo rispetto per la punta della freccia: l’energia maschile, e per la coppa: l’energia femminile.
Chiunque, non mi stancherò mai di dirlo, può accostarsi allo sciamanesimo – magari nella sua moderna accezione “urbana”, quel core sciamanism tratteggiato da Harner – diventandone estimatore e studioso, e persino apprendendo alcune elementari pratiche, ottime per il benessere proprio e dei propri cari.
Ma non tutti, anzi ben pochi, possono accedere al cuore della questione, che è fortunatamente precluso alle masse e, in linea generale, a chi non è dotato di particolari doni, facoltà, segni o chiamateli come vi pare.
Spocchia? Niente affatto: precisa consapevolezza che molti si farebbero del male, ma di brutto. E fin qui chissenefrega, sinceramente: 90/10. Il guaio è che potrebbero farlo ad altri.
Spiritualità cash and carry, meditazione prêt-à-porter sono entrati nell’uso comune, presso le popolazioni di questo Occidente onusto di benessere, a partire dalla seconda metà del secolo scorso sull’onda dei primi movimenti legati al fenomeno della “contestazione”. Era il periodo di Woodstock, del Vietnam, dei Beatles e dei primi viaggi in India alla ricerca del sè o, al seguito di movimenti libertari, in Centro e Sud America, dove molti rimasero, diventando trafficanti di stupefacenti. Però rivoluzionari.
Abbiamo assistito al fenomeno di gente che sapeva, o credeva di sapere, tutto dello sciamanesimo andino e non sapeva una mazza delle stesse cose praticate, con uguale efficacia ma senza orpelli, dalla bisnonna lucana.
Già ma la bisnonna lucana era una contadina ignorante schiava del sistema, vuoi mettere la riscoperta delle tradizioni rurali, della cultura contadina e cos’è cos’è che fa andare la filanda e sebben che siamo donne paura non abbiamo e contessa? Il tutto nei salotti o nei locali alla moda o sui cuscini della Palazzina Liberty4… Certo che ne hanno fatti di danni i nostri fratelli maggiori. Anche attraverso la procreazione.Per farla breve, tanto avete già capito dove voglio andare a parare: di tutto il pacchetto costituito da spiritualità-sciamanesimo-meditazione, e successivamente dell’ecosostenibilità, se ne è appropriata la (cosiddetta) cultura di sinistra. Indebitamente, come tutte le cose che sinistri e preti si contendono vicendevolmente a morsi e colpi bassi.
La (cosiddetta) cultura di sinistra prevede, anzi sancisce, che tutto debba essere disponibile per tutti, indipendentemente da meriti, caratteri genotipici o sbattimenti. E vai quindi di 18 politico, con tutti i danni conseguenti. E qui mi fermo, perché andare oltre non contribuirebbe ad aumentare la comprensione di quello che è, e per quanto mi riguarda rimarrà, il mio pensiero.
Detto fuori dai denti: il percorso di crescita interiore è una gran bella cosa, ma la sua meta non consiste nel raggiungimento di un’improbabile perfezione, bensì dell’accettazione di noi stessi per come siamo, lato oscuro e cosiddetti difetti compresi nel pacchetto.
Anzi, il lato oscuro, quell’entità fetente che la presunta buona società ci ha indotti a respingere in quanto disonesta, malevola, lussuriosa, peccaminosa, egoica, antisociale, presenta se opportunamente conosciuto ed accolto delle incredibili potenzialità: “Ne parlerò con chi vorrà approfondire” scrissi nel 2015. Nessuno mi chiese di approfondire.
Una volta che ci siamo resi conto di non essere più, o di non essere mai stati, i robottini sociali tanto cari al sistema basta e avanza. Ben vengano se ci sono, accolti come ospiti d’onore, la tanto vituperata rabbia, la tanto esecrata mentechemente, il tanto censurato ego.
Sono quelli che ci consentono di sopravvivere, di crescere, di comprendere. Quelli che guru, comunisti e preti ci esortano a rimuovere ed annullare, nella realtà dei fatti per essere acritici robottini, questa volta ecospiritualbiobau.
Naturalmente non bisogna esagerare, anche se non ho idea di quale sia la giusta misura, che ciascuno deve trovare da sè.
Sfatiamo quindi il concetto che lo sciamano (la sciamana) sia un improbabile essere perfettino, un alieno, un maestro asceso: è una persona normalissima che, con i propri credo anche ideologici, le proprie pulsioni che ha onorato lasciando loro lo spazio che meritano (non più comprimendole fingendo di trascenderle), le proprie “limitazioni” vive nel mondo nel tempo presente, anche se può capitare di scavallare un po’ attraverso il tempo per motivi di servizio…
E, naturalmente, non poteva mancare la citazione di Matrix, ottimo film di fantascienza che però, insieme con Forrest Gump ed i libri di Dan Brown ha apportato più danni che benefici alla cultura ed alle menti.
E concludo, spendendo due parole per parlare della famiglia che, con le sue dinamiche, costituisce nel bene e nel male – posto che, dopo tutta questa disquisizione, si sia ancora fossilizzati sui concetti di bene e male – quella fucina dell’anima che ci porta a crescere o non crescere, essere in pace o incazzati con il mondo, a tirar fuori o meno, oltre che le palle, gli eventuali talenti sciamanici. Non ditemi che non ci avevate mai pensato …
Può dunque accadere che la famiglia sia una delle peggiori associazioni a delinquere, quella che ti porta preformato all’educastrazione scolastica ed ecclesiale. Un po’ come il metallo che, emendato da scorie e impurità ma ancora fuso, viaggia sugli appositi vagoncini all’interno della fonderia pronto per essere laminato, lastrato, costituito in barrette, forgiato. Al resto, se non ti ribelli prima, penserà la società.
Una famiglia disfunzionale crea esseri in perenne conflitto, in permanente tormento, sovente destinati a diventare preda di guru e sette. Di padroni perché, è inutile che ce la raccontiamo, molti sono nati schiavi dentro.
La setta è sostanzialmente la famiglia che non hai mai avuto, che ti ha respinto, che non ti ha accolto, con la quale ti sei trovato in quella permanente discordia che ti ha causato brufoli, anorgasmia, morbosi attaccamenti a chiunque eccetera eccetera.
Se sei femmina il dominus della setta, congrega, camarilla o come vuoi chiamarla è il padre, con tutto ciò che per te, piccola troietta in perenne conflitto con tua madre, significa in termini incestuosi.
Anche se sei maschio il guru è il padre, e la sua donna la madre sulla quale puoi apporre lo sguardo luccicante da brufoloso segaiolo ammantato dalla pulsione incestuosa che con mammà non ti era consentita.
Parentesi. Ho letto questo commento l’altro giorno: “Metto in chiaro (non sono un mammone) io vivo per conto mio , ma tutte le sere io sono da lei o ci sentiamo al telefono.” Certo, pat-pat.
Se sei una zia o una lella non cambia nulla, è solo – per l’appunto – tutto invertito.
Ma perché non proviamo per una volta a spezzare una lancia, e già che ci siamo anche un’audi, a favore della tanto spesso, ed altrettanto spesso a torto, vituperata famigghia?
Molto cultural-chic, molto radical-biobau spalare merda sulla famiglia che non ti ha educato all’amore, che voleva formarti a sua immagine e somiglianza, arroccata in vieti formalismi che non lasciavano spazio al cuore e blablabla. Ma anche molto adolescenziale, molto anestetizzante, molto deresponsabilizzante.
Nel senso che da un certo punto della tua vita in poi la famiglia cessa di essere (eventualmente) responsabile dei tuoi fallimenti, del tuo non essere in grado di innescare relazioni positive, del tuo continuare ad osservarti l’ombelico. Il campo e la partita diventano tuoi, che ti piaccia o meno. Certo, se non hai le palle non giochi. E smettila di pretendere che le palle te le portino in campo gli altri.
Ed a maggior ragione, se andiamo in giro berciando della teoria secondo cui tra un’incarnazione e l’altra ci scegliamo i genitori, e quindi a rigor di logica ce li saremmo scelti, dovremmo attuare una formula comportamentale di notevole efficacia (per gli altri) mediata dall’ambito militare: mutismo e rassegnazione. Se te li sei scelti cosa ti lamenti a fare?
Da ultimo: forse la tua famiglia era costituita da poveri cristi assolutamente normali, che nel limite delle possibilità e dei modelli a propria volta mediati, hanno fatto il possibile per donarti quello che ritenevano fosse amore. Magari eri tu stesso/a che, per arcane questioni biologiche (o, se preferisci un’ennesima giustificazione, irretimenti dovuti a vite passate) esistevi per dare fastidio, eri un balordo o uno spostato, un vero maledetto rompicoglioni che pretendeva che tutto gli, o le, fosse dovuto per il fatto stesso di esistere.
Chiede in Full Metal Jacket il sergente Hartmann, all’improbabile Marine Leonard seduto sul cesso, un istante prima che questo lo ammazzi sparandogli un colpo di fucile, per poi provvidenzialmente suicidarsi con la stessa arma: “E che cazzo, ti è mancato l’affetto dei tuoi genitori?”
Già. Sono stato a Miasto5 diverse volte, nel mio triennio da turista-sannyasin, trovandovi fra coloro che vi abitavano in pianta più o meno stabile persone “alla frutta” mosse da una rabbia ed una frustrazione che potevi tagliarla con il coltello come, un tempo, le nebbie padane.
Fortunatamente vi è chi, senza pervenire a questi estremi sceglie di porsi domande vere, rifuggendo il piagnisteo sulla spalla o sulla tetta del guru di turno. Così è se vi pare. Namastè e perepepè.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE

1-2 – W.J. Cornell, S.D. Jacobs: The ancient age, the wide period of human history – Warne & Kessinger, London 1974
3 – Ho coniato il termine Waiting for Jesus in riferimento ai pantaloni, generalmente in tela indiana a righe d’ordinanza da meditation dress code, estremamente ampi e dal cavallo molto basso: adottati in tale foggia dai Drusi che attendono il Messia nella convinzione che sarà un uomo a defecarlo.
4 – La Palazzina Liberty, in Largo Marinai a Milano, residuo del mercato ortofrutticolo edificato nel 1911, negli anni ’70 del secolo scorso venne occupata da Dario Fo e Franca Rame, che per lunghi anni vi tennero spettacoli, sessioni di critica sociale e psicoteatro costitutendo un caposaldo della cultura milanese ed un punto di riferimento per numerosi movimenti di sinistra.
5 – Istituto Osho Miasto, il decano ed il più grande centro di meditazione nazionale fondato sulla filosofia di Chandra Mohan Jain, noto come Acharya Rajneesh negli anni sessanta e nel decennio successivo come Bhagwan Shree Rajneesh, dal 7 gennaio 1989 Osho: si trova a Miasto, località del comune di Casole d’Elsa, in provincia di Siena.

Fondelli e giudizi

Dovreste saperlo: io non vi porto fra i dotti aforismi di Gurgeffo, Moscio, Ghesborolapanda, io vi porto dove si vive veramente, questa volta tra gli scaffali dei supermercati.
Nella fattispecie nei banchi “frighi” dove potete trovare fondelli di prosciutto cotto e crudo, bresaola, speck, mortadella, roast-beef ed altri affettati ed insaccati e dove, a costi irrisori, è possibile acquistare i fondi delle pezzature non più vendibili al banco a taglio fresco ma utilissimi per cucinare, arricchire insalate, allestire snack per aperitivi se tagliati a dadini o, dipende dalla conformazione, fare ottimi panini.L’idea, nata sperimentalmente negli anni ’80 del secolo scorso ma senza seguito, venne riproposta nell’annus horribilis 2008 e, complice il momento di crisi, attecchì.
Il precursore, che io sappia, fu un salumiere-gastronomo in corso XXII Marzo a Milano che, oltre a proporre l’indispensabile confezione sottovuoto, seppe presentare il prodotto in cestini contenenti noci e fichi, pomodori secchi, olive e capperi e, non raramente, il prosecchino ghiacciato da 1/3. Insomma, lo sfizio dell’aperitivo in un quartiere fighetto dove, diversamente, l’insuccesso sarebbe stato assicurato.
L’idea venne immediatamente ripresa, senza orpelli aperitivanti, da Il Gigante, gruppo di supermercati nato nel 1969 da due lungimiranti droghieri di Sesto San Giovanni, espandendosi a macchia d’olio nei punti vendita delle catene a target medio-basso: Lidl, Famila, Conad; a seguire Unes iniziando dalla schizzinosa Monza, Carrefour e buona ultima, anzi penultima, Esselunga, la boutique dei supermercati fondata nel 1957 dal mitico Caprotti, il patron che scrisse “Falce e carrello” per smascherare le nefandezze delle cooperative di sinistra.
E l’ultima fu, proprio nel settembre del 2020, la Coop, quella nazional-popolare a misura di gauchistes ecochic in stile Capalbio e dintorni e che tra gli scaffali dei reparti vini propone le schifezze di Libera, i vini imbevibili dalle terre confiscate alla mafia, Resistenza, un rosso fetente a 38 euro, una selezione di champagne a prezzi che nemmeno da Peck e un Costasera 2015 di Masi, di fatto un amarone onorevolissimo ma senza disciplinare in vendita a 79 euro (foto) quando neppure alla stazione di Verona Porta Nuova hanno il coraggio di proporlo al turista frettoloso e sprovveduto a più di 25. Prezzo reale: da 11 a 13 euro.Nella medesima foto potete apprezzare, si fa per dire, un Amarone della Valpolicella “classico 2011” di ignota casa a … 670 euro. In fondo la Coop sei tu, chi può darti di più?
Ma, per usare un termine caro ai sinistri, vale lo stesso paradigma delle donazioni fatte a Malika, la lesbognappetta che, raccolti 140mila euro di donazioni, si è acquistata una Mercedes classe A da 17mila euro (usata) ed un cane (se da lecca non ci è stato riferito) da 2.500; lei sarà anche una cretina furbetta,fermo restando che con i soldi delle donazioni può farci quel che vuole: quel che ha fatto sarà immorale ma non è illegale, quindi ogni commento è superfluo. I veri imbecilli, caso mai, sono coloro che le hanno mollato quella cifra.
La Coop è uguale e non va colpevolizzata, va anzi valorizzata perché mostra, sia pure in un contesto di nicchia, la vera spocchiosa natura dei sinistri: arroganti villani rifatti e ignoranti. Rammento, e poi chiudo, quando ebbe un successo strepitoso il Blangè, un arneis da niente che in ogni ristorante, a Milano specialmente nell’area Montenero – Porta Vittoria, quartiere di avvocati e magistrati democratici, udivi ordinare con sussiego da stronzi barbuti con sciarpa o kefiah che posavano sul tavolo fasci dei soliti giornali di merda: L’Unità, Il Manifesto, Limes, l’immancabile Repubblica, qualche noiosissimo studio sociale vergato da Veltroni o D’Alema, del quale essi stronzi discutevano ad alta voce per farsi udire dagli astanti, autocertificando così la patente di intellettuali di stocazzo.
Mi accadde, talvolta, di trovarmi a cena con una conquista che provava a proporre quella schifezza da parvenu: fortunatamente il vino lo ordina l’uomo e, ancor più fortunatamente, a cena ci si andava dopo, se tutto aveva avuto esito soddisfacente. Altrimenti spritz e taxi per la signora.
Lo so, ero uno stronzo maschilista, non ho mai detto di non esserlo.
Ma torniamo ai nostri fondelli. Sono, quando ne ho voglia, un buon osservatore ed un curioso. Mi piace, in particolare, osservare le persone e le loro dinamiche. Inizialmente, al banco frigo dei fondelli, si avvicinavano, lentamente e con fare circospetto, anziani e male in arnese.
Il fare circospetto non era dovuto a dubbi sulla qualità del prodotto, bensì sul convincimento di essere osservati e di sembrare … poveri.
Il nostro pabulus è quello del miserabile, del contadino affamato, del pezzente. Non solo preunitario ma che si perde nella notte dei tempi, esattamente da quando la matrice ebraica, scalzato il cristianesimo delle origini, partì alla conquista di Roma e della sua civiltà per farne strame grazie ad integralisti fanatici, devastandola al fine di insediarvi il suo dio incazzoso, giudicante e misogino, il suo dio da poveri, sessuofobici, frustrati, timorosi di tutto e in particolare delle delazioni. Il suo dio comunista.
Oggi ne stiamo uscendo, pagando un prezzo terribile, ma ancora vale il timore del giudizio. E questo io vidi, alle origini del fondello, negli anziani, dignitosi ma con la pensione minima, nelle famiglie che faticavano ad arrivare alla fine del mese.
E ancora oggi io, goloso acquirente di fondelli con i quali preparo gustosi manicaretti, noto in molti questo timore di essere ossservati e giudicati.
Sono decenni che acquisto capi d’abbigliamento poco impegnativi ma gradevoli nei punti vendita Oviesse. E qui un umano standard potrebbe affermare: è un marchio del gruppo Coin, notoriamente di livello, esprimendo così una sorta di autoassoluzione dall’immagine del povero di cui sopra.
Se è per questo acquisto capi: t-shirt, felpe, anche nelle botteghe cinesi, unitamente ad accessori per la casa. E non ho nessuna remora ad affermarlo.
Ebbi una relazione, circa vent’anni fa, con una persona che, scoprii, non mandava a stirare le mie camicie Oviesse, proprio perché … da poveri.
E questo è quanto, ed è palese che il fondello altro non è che una scusa per affermare che, per una vita serena, consapevole, sana dobbiamo fregarcene altamente del giudizio altrui. Fermo restando che, se dovesse accaderci di giudicare, non dobbiamo esimerci dal farlo: giudizio non significa pregiudizio. E la nostra autostima non deve dipendere dalle mutande che indossiamo.

Alberto Cazzoli Steiner

Respingere l’Amore: essere un monolite inscalfibile

Alcune note pubblicate nei giorni scorsi nel Gruppo de La Fucina su Telegram, i conseguenti scambi di opinioni ed alcune conversazioni private mi hanno indotto alle riflessioni oggetto di questo scritto.
Ebbi a che fare, nel corso della mia esistenza, con alcuni monoliti inscalfibili: ossi da morto, come diciamo noi Lumbard, senza eguali: due Capricorno, un Toro e due Gemelli.
Il primo Capricorno è Andrea, mio figlio oggi trentaseienne nato il 23 dicembre che, complice anche il bell’aspetto, potrebbe pubblicizzare scatolette di tostitudine, uno snack con gli stessi effetti degli spinaci di Braccio di Ferro, utile per chi la determinazione non ce l’ha, e con Tostisnack se la può dare.
Dell’altro, Capricorno del 29 dicembre e già mio socio in affari, basti dire che quando si fissava sul prezzo di acquisto di un immobile quello doveva essere, ed a nulla valevano i richiami alla ragione, allo scenario di mercato, alle facoltà negoziali. Va da sé, l’affare sfumava.
Il Toro, Maurizio. mio collaboratore. Tanto Massimo, suo omologo e Pesci, era agile, anzi a volte fin troppo, quanto egli era lento, bovino, saldo nei propri convincimenti, inscalfibile a idee che non seguissero certi suoi ottocenteschi arzigogoli, padri di un concetto etico che portava all’inazione.
Eppure, ai tempi dell’università, nel biennio che trascorsi in fonderia, ebbi un capo, Silvano, del Toro, tutt’altro che bradipico e pronto a mutare idea in ogni istante: c’entra sicuramente l’ascendente, ma anche il fatto che eravamo lui il capo, ed io uno dei suoi due vice, del reparto manutenzione, e le decisioni dovevano spesso essere prese in nanosecondi, e cambiate con il mutare della situazione, non da ultimo perché decisioni sbagliate avrebbero potuto costare vite umane.
E veniamo alle Gemelli, tra l’altro parenti fra loro: zia e nipote. Non entro in dettagli: dico solo che un Capricorno, in confronto, è un dilettante allo sbaraglio.
E poi ci sono io, Gemello, arruolatomi nei sommergibilisti da bambino, in un mio specialissimo reparto che mi serviva a … navigare sott’acqua per sopravvivere. Spiego: famiglia molto formale, legata alle convenzioni, a un certo moralismo e ad un morboso controllo.
E quindi in superficie, non potendomi difendere od opporre, conducevo una vita irreprensibile da bambino talvolta un po’ ostinato ma sostanzialmente omologato. Salvo rifugiarmi sott’acqua per condurre una mia vita, talvolta predatoria in quanto all’insegna della rabbia e della pulsione a sopravvivere, indifferente alle sorti altrui ed assolutamente non convenzionale. Disponevo addirittura di fondi neri, ovviamente sottratti nottetempo ai contanti che, svolgendo i miei genitori un’attività commerciale, in gran copia giravano per casa.
Mia madre sospettava ma non riuscì mai a cogliermi in flagrante, né poté mai provare alcunché. Avevo il mio imbosco, visibilissimo ma proprio per questo inimmaginabile, ed una cantina dove raccoglievo i frutti di una delle mie passioni: prodotti chimici, detersivi, petardi e materiale esplodente in genere. Sì lo ammetto, bombarolo a dodici anni e, poiché mi trovavo in un momento infelice della mia vita in quanto vittima di bullismo, preso dal desiderio di certi esperimenti a carico della classe che, malvolentieri, frequentavo presso la locale scuola media. Avevo approntato certi spezzoni incendiari al fosforo da sistemare opportunamente fra i banchi. Non ne feci nulla, fortunatamente, preferendo pestare a sangue chi mi vessava e torturava e guadagnandomi la patente di asociale caratteriale.
Oggi non accade più, ma fino a non molti anni fa la mia cifra consisteva nel fingere di accondiscendere per poi … fare o continuare a fare quel cazzo che volevo, anche al limite dell’autolesionismo. Salvo fingere improvvise prese di coscienza, pentimenti, conversioni se beccato.
E una volta cessato l’allarme riprendere esattamente come prima, solo con più attenzione.
Ma, ecco un paradosso, imbattibile come sciamano capace di ottimi consigli e risolutore di problemi altrui. Scusate il vanaglorioso imbattibile, ma so di cosa sto parlando, e lo sanno anche le persone alle quali ho ribaltato la vita, attraverso il Potere della Parola o altri metodi che non sto ad elencare.
Tra i miei modi di essere monolite inscalfibile vi era quello di non abbandonarmi all’accoglienza. Anzitutto perché non mi perdonavo per le nefandezze vere o presunte commesse, ed inoltre perché ritenevo di non meritare nulla, di non meritare di vivere.
Amare, per me, significava dare. In realtà non era vero un accidente perché la relazione iniziava secondo il copione standard del gentiluomo generoso, brillante, benestante al quale una tegola improvvisa o le avverse manovre di un destino cinico e baro creavano una situazione di emergenza.
E lì mi piazzavo, facendomi mantenere.
In realtà avrei potuto darmi da fare ma non lo facevo. Dicono che la relazione di un uomo con le donne prenda a modello quella avuta con la madre. Ne sono convinto: io dovevo punire mia madre, e conseguentemente tutte le donne che avevano la sventura di incontrarmi.
Una, con la quale ho oggi un ottimo rapporto dopo alterne, anche pesantissime, vicende di vicendevole crescita interiore mi confidò che se non fosse stato per la figlia si sarebbe lasciata andare senza lottare contro la morte.
Confesso che quando me lo disse mi preoccupai. Della mia sopravvivenza materiale.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e, si sa, acqua passata non macina più. Nel frattempo, complice il fatto di stare veramente male, ho iniziato a fare su me stesso quello che sono molto bravo a fare per gli altri: guardarmi dentro, prendermi a calci nei denti, togliere sovrastrutture, anestetici ed alibi.
Non è stato un lavoro breve, in compenso è stato molto doloroso, ben oltre la soglia della disperazione, di uno scuoiamento degno di quello patito da Marcantonio Bragadin.
Alla fine ho compreso me stesso ed ho rimosso tutte le scuse, gli alibi e le zone di confort. Ho scoperto che, al di là dell’apparenza che mostravo agli altri, non ero poi così una merda, avevo anzi delle qualità, ed alcune di queste non comuni anche se non era il caso di andare in giro a sbandierarle della serie sono bello, santo e bio.
Sì, perché se hai bisogno di dimostrare significa che sei ancora nel guado.
Ho capito una cosa, circa il mio monolite inscalfibile. Alla fine di tutto c’era il timore di non essere accolto, di non essere amato, di non essere abbastanza (secondo quale modello di riferimento? Non si sa.) e quindi me ne stavo arroccato, anzi trincerato nella mia Linea Maginot. Non dò non prendo sono felice, evviva. Evviva un par de cojoni.
Oh, intendiamoci! continuo ad essere convinto che l’ultima vera conversione di cui si ha notizia sia quella dell’Innominato. Quindi, non ti fidar, di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna (piena) poi, non ti fidar …

Alberto Cazzoli Steiner

Post Scriptum
Esistono in natura numerosi monoliti inscalfibili, uno di questi è il cosiddetto Sasso di Guidino, un masso erratico, o delle streghe, la cui parte visibile misura metri 9x5x6 (volume 80 m3) ed è situato all’esterno della Villa Il Guidino di Besana Brianza incastonato nella cinta muraria del parco.
Trasportato durante la glaciazione nel quaternario, o di Würm, proverrebbe dalla Valtellina, segnatamente dal Gruppo del Disgrazia. Fino a non molti anni fa era localmente ritenuto di provenienza astrale e, nell’ambito newage, scagliato dalla Morrigan poiché i Celti insubri considerarono sacro il monolite, del quale si apprezza solo la parte visibile, per altro esigua perché la parte più massiccia è nascosta sotto terra e lascia solo intendere e immaginare la reale estensione.
Naturalmente, per non farsi mancare nulla, il FAI dalle adunche mani organizza visite guidate al monolite durante le periodiche giornate dedicate alla celebrazione del patrimonio culturale italiano.

San Giovanni: noci e fichi

Tra oggi e domani assisteremo alla fioritura di un’imponente messe di scritti dedicati alla notte di San Giovanni, alle sue erbe ed ai suoi rituali.
Gran parte di quanto leggeremo sarà arcinoto, proverrà dalle solite fonti che si citano vicendevolmente, ed io non intendo tediare chi mi segue con cose già sentite, e meno ancora sovrappormi o accodarmi ai soliti discorsi da Exobar.Del resto quel che si può dire è stato ampiamente detto, quel che non può essere detto non solo sarà taciuto, ma soprattutto non se ne troverà traccia nè in internet nè, anzi meno ancora, sui social.
In queste mie righe non troverete quindi altro che una doverosa celebrazione, un po’ come San Marco il 25 aprile o la Festa della Marina il 10 giugno.
E quindi noce. Inteso come l’angiosperma dicotiledone, denominato in latino Juglans, ghianda di Giove, e citato da Plinio nella sua Historia Naturalis come importato dalla Persia grazie a coloni greci nel IX Secolo a.C..
Rappresentativo di regalità, fertilità e fecondità, nella variegata mitologia degli antichi Greci era legato, oltre che ai rituali in onore di Artemide, al dio Dioniso ed al suo amore per la principessa Caria, nonché alla celebrazione dei Misteri Dionisiaci durante i quali le Menadi, le sacerdotesse del dio chiamate anche Baccanti, danzavano sfrenate attorno ad un albero di noce, preda di esaltazione sempre più profonda.
Naturalmente gli osservatori cristiani (il riferimento è a quelli della seconda release, i misogini sessuofobici che vedevano nella donna il simbolo di ogni male, e che avevano fatto fuori quelli primigenii fra i quali le donne potevano ancora rivestire ruoli regali e di sacerdotesse) bollarono come osceni, malefici e satanici tali rituali, e da qui nacque la leggenda delle streghe e dei loro sabba notturni sotto un noce, in particolare nella notte di San Giovanni.
La sapienza contadina sconsiglia di piantare alberi di noce presso i ricoveri per il bestiame poiché, se le radici penetrassero sotto il pavimento, gli animali deperirebbero fino a morire.
È effettivamente comprovato che nelle vicinanze dei noci non crescono altre piante, ma non si tratta di ragioni stregonesche, come ipotizzato da santaromanaecclesia. Più semplicemente radici e foglie contengono la juglandina, una sostanza tossica che fa morire le altre specie considerandole una minaccia.
La tradizione vuole che nella notte di San Giovanni, a piedi nudi e percuotendo i rami con un bastone di legno (di noce o di sambuco) si raccolgano le noci ancora acerbe, in particolare per ricavarne il nocino, liquore dalle proprietà magiche e taumaturgiche.
Che non sto a spiegare perché il Web trabocca di indicazioni, allo stesso modo in cui numerosissime sono le ricette per la sua preparazione.
Ed eccoci quindi al frutto, che nella tradizione alchemica, a causa della sua forma ovale quando è ancora racchiusa nel mallo, ricorda l’Uovo nel quale la Materia viene preparata per il compimento della Grande Opera. Il frutto viene altresì letto come allegoria dell’essere umano considerando il mallo come carne, il guscio come ossa e il gheriglio come anima.
Proprio dall’osservazione del gheriglio deriva la similitudine con il cervello umano, caratteristica che ha fatto ritenere la noce un rimedio medicinale operante secondo la dottrina delle corrispondenze o della cosiddetta magia simpatica, contro i problemi legati al cervello. Ne scrisse, nella sua opera Phytognomonica risalente all’anno 1583, il medico e alchimista di scuola salernitana Giovanni Battista Della Porta, vissuto fra il 1535 ed il 1615.
E concludo con il fico, quello detto di San Giovanni, un fiorone a maturazione precoce diffuso particolaòrmente nell’Italia meridionale ed insulare.
Il fico è considerato pianta magica e mistica per eccellenza. Sotto un fico si illuminò Budda, sotto un fico meditava Gesù, e sempre il fico è nominato in diverse tradizioni religiose. Guarda caso, ad un fico si impiccò Giuda.
Il fico, inteso come albero, è considerato fondamentale per l’effettuazione di certi rituali, in particolare legati alla presenza della luna piena o nera.
Nella medicina popolare le foglie di fico, con le quali si coprirono Eva e Adamo quando persa l’innocenza si vergognarono di essere nudi, vengono utilizzate per vaticinare sullo stato di salute ed il lattice è utilizzato per curare porri, verruche e dermatiti e persino per estirpare spine di fico d’india e di riccio di mare, oltre che per curare ernie. Particolarmente corposa, in tal senso, è la tradizione sarda, alla quale rimando.
Significativa è l’attenzione all’elemento femminile del fico, inteso come frutto (che non infrequentemente viene nominato al femminile) ed all’atto di spaccare o tagliarlo esattamente a metà, nel corso di determinati rituali, per succhiarne la polpa.
Ciò, secondo i rituali di guarigione, permetterebbe alla malattia di uscire dal corpo del malato mentre, in quelli dedicati alla fertilità, alla conoscenza ed alla ricerca simboleggia l’utilizzo dell’energia sessuale necessaria al compimento dell’opera.
In ogni caso fondamentale è il concetto di pulizia dal male, naturalmente non nel senso bigotto di peccato bensì in quello di energia negativa. Per tale ragione il lattice, la polpa del frutto od entrambi vengono spalmati sul corpo dei partecipanti al rito con particolare riguardo ad occhi (dove l’uso del lattice è tassativamente escluso) bocca, cuore, fegato, mani e genitali.
Non è un caso che anche al fico, albero primordiale e sacro anch’esso a Dioniso (che ne avrebbe addiritttura determinato la nascita) vengano sovente associati caratteri erotici, la predilezione da parte di Priapo, la riproposizione dello scroto maschile ovvero, quando spaccato, della vagina femminile e la considerazione di pianta sacra a Demetra, dea della fertilità. Una curiosità: la cosiddetta Via Sacra, percorso lungo 20 chilometri che conduceva da Atene ad Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra e dove campeggiava il fico sacro, era fiancheggiata da un doppio filare di alberi di fico.
Non dimentichiamo in fine la storia di Roma: il fico era caro a Marte, e sotto un fico fu trovata la cesta contenente Romolo e Remo.
Con l’avvento del cristianesimo, dimenticando le meditazioni di Gesù, arriva quel simpaticone di san Gerolamo a dichiarare che è stata l’eresia a seccare i rami di un certo fico, simbolo del demonio e dell’ozio voluttuoso.
E concludo con una nota niente affatto mistica: nel 2017 la produzione mondiale è stata di 3.973 milioni di tonnellate, con la Cina saldamente al primo posto con una quota del 48 per cento.

Alberto Cazzoli Steiner

Le Antiche Donne dai coltelli di pietra

Sono giorni adatti per ricordare quelle terre di Eudaimonia che, nell’Appennino Ligure-Emiliano, ed in particolare in quella frazione al confine tra le province di Parma e Piacenza, si distendono per chilometri in declivi ricoperti da prati, tassi e macchie di faggi, circondati da maestosi affioramenti rocciosi.L’apparenza idilliaca non deve però trarre in inganno, specialmente quando dalla cima del monte Lama scendono ammassi di nubi dense e grigie, stracciate da folate di vento rabbioso che, a chi sa ascoltare, paiono proprio ciò che sono: echi della presenza delle antiche Donne di Conoscenza, che qui vi ebbero dimora a partire dall’epoca di Neanderthal, anime di quelle Donne che vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni, e con loro gli ultimi giorni della Conoscenza.
Come sempre, protagonista della nostra vicenda è Haria, nome inventato dietro il quale si cela una Donna di Conoscenza che intende mantenere segreta la propria identità.
Testimone della Storia e Donna senza tempo, nata con un’intensa luce verde negli occhi, sin dal tempo ancestrale in fuga da un mondo che l’avrebbe voluta stupida, ignorante, sottomessa a un minuscolo uomo, serva e fattrice silenziosa di molti figli.
Haria trovò riparo con la madre in una profonda caverna nel monte sulla cui vetta immolò al fuoco sacro la salma del padre, ucciso a tradimento dalla lama del coltello di un eunuco, e potè sfamarsi grazie all’abilità materna nell’allestire trappole: il cuore e il fegato di un daino furono i suoi primi bocconi di carne, il latte di capra selvatica il suo nettare ed un cucciolo di lupo nero, razza rara e temuta, abbandonato dal branco divenne suo inseparabile compagno e sua voce selvaggia.
La madre le insegnò la Sacra Danza degli Antenati, imponendole di ripeterla, un giorno, al cospetto di Madre Terra, ed Haria scelse di rimanere ai margini, nella consapevolezza che il tempo fra gli uomini era finito, poiché gli uomini stessi lo erano, in attesa dell’Uomo Nuovo.
Haria non è diversa da quelle Donne, che con i loro occhi verdi ed i capelli rossi ritornano nei secoli dei secoli urlando il loro dolore, la loro verità, il loro disgusto per le infime pulsioni di quell’animo che vuol dirsi umano, maneggiando la corta daga meglio dei più esperti Spartani addestrati ad uccidere, in combattimenti dove il troppo dolore non ha lasciato più spazio alla pietà, affrontati con un fagotto dai capelli rossi appeso alla schiena: una bimba che sembrava dormire ma che sarebbe stata in grado di raccogliere il testimone e portare avanti la Regola nei secoli dei secoli.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, alle Donne di Conoscenza non è rimasto che celarsi nuovamente nelle tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni in città sempre più invivibili fingendosi vecchie homeless indifese, raggomitolate per contrastare i morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando un urlo che nulla avrà di umano, balzeranno dai nascondigli brandendo le lame del Sapere per fare a pezzi, letteralmente, gli esseri ipocriti, rabbiosi, immondi nella loro arroganza, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
E le lame, sacre, saranno di pietra, pietra dura, scura, affilatissima, pietra che viene tramandata nei secoli dei secoli e che solo a loro, Donne del Lato Oscuro, è concesso oggi brandire, e questa volta la lotta sarà finalmente all’ultimo sangue, in onore a quella Fucina della Vita che portano in grembo.
Chi attraversa lo splendido anfiteatro naturale della Nave, ancora oggi sente l’impulso di onorare le ombre di quelle Donne che non tornarono dalle aspre battaglie che vi si combatterono, e che attraverso il Passo del Bocco di Bargone si salvarono dai mercenari del Sant’Uffizio: loro conoscevano le insidie del terreno, i mercenari no.
Mimetizzate, grigie come i tronchi degli alberi, marroni come la terra, odorose di muschio e funghi, divennero persino mute e un po’ stupide, salvo ergersi in tutta la loro bellezza quando, nude sotto il mantello di lana consunta, impugnando il pugnale colpivano rapide e letali per poi scomparire di nuovo confondendosi con il bosco.
La loro presenza, amica con chi sanno essere amico, accompagna viandanti silenti e rispettosi in quelle terre, comprese fra il Monte Nero, il Bue e il Lago Nero, dove si incontrano le province di Parma, Piacenza e Genova che ben rappresentano la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche.

Alberto Cazzoli Steiner

Stato dell’arte: la salute? Bene, grazie

Condotto da manuale, anzi da alta scuola, l’incontro di vertice tenutosi recentemente a Roma: Ursula Van Del Foss e il Cerutti Gino, con impeccabile aplomb da maggiordomi, hanno perfettamente centrato l’obiettivo di assicurare che nessuna terapia non ortodossa possa mettere in discussione il più che precario stato di salute dell’estabilishment sanitario.Dalla conclusione dei lavori è emerso il preciso intento di lasciare mano libera al settore privato, ed a nulla sono valsi i timidi pigolii italilandesi, emessi solo affinché nessuno possa un giorno affermare che l’italiland ha avallato tale decisione scellerata.
Neutralizzate, dopo alcune bordate a salve, anche Franza e Spagna poiché come è noto, zitte Franza e Spagna, che qui se magna.
Il paese del namasté, infine, ha formulato alcune proposte, prontamente ritirate di fronte alla promessa di elicotteri da combattimento, kinder pinguì e scarpe da far assemblare con leganti tossici a lavoratori bambini. Namasté
Dimenticavo: c’era anche una rappresentanza dell’Oms, della cui presenza si sono accorti solamente gli incaricati alla distribuzione dei segnaposti, che di fronte alla minaccia di essere esclusa dal buffet ha promesso di non profferire verbo, pur nella consapevolezza che valgono di più i miagolii del mio gatto che la parola di tale Organizzazione.
Qualche anima candida afferma che il vertice sulla salute globale sia stato un’occasione perduta. Non è vero, è vero anzi il contrario, poiché la partecipazione dei pezzi da novanta della cupola mondiale ne ha sancito l’incontestabile successo.
Magistrale la sceneggiata dello sdegno per le inaccettabili disparità nella distribuzione mondiale dei vaccini: l’85% delle dosi ai paesi ricchi e lo 0,3% a quelli poveri. Non ha fatto rimpiangere la mancanza di Nino D’Angelo e del grande Mario Merola.
Simpatica la dichiarazione di apertura della presidente della Commissione Europea: «Un nuovo capitolo nella storia della salute pubblica». A seguire Magnum per tutti, un classico evergreen, anche con ripieno al pistacchio.
Chiarita anche la sintassi dell’evento, nonché le implicazioni antecedenti e conseguenti: se nei primi mesi della vicenda pandemica la gestione risultava almeno formalmente nelle mani dell’Oms, ragione, come molti ricorderanno, di aspri scontri tra Donald Trump e la Cina, oggi la situazione è stata normalizzata, come accadde con il Concilio di Nicea: tutti apparentemente partecipano alla discussione, governi dei paesi ricchi e poveri e capitani d’industria, tirapiedi e faccendieri, nani e ballerine a conferma della ritrovata corrispondenza d’amorosi sensi.
Adoro l’odore dei bonifici alla mattina e, si sa, dove c’è Barilla c’è casa.
La conseguenza di queste congiunzioni carnali, che avranno ampie ricadute sulle popolazioni però in forma sodomitica, è stata la concessione della facoltà di parola al settore privato, per esempio ai massimi produttori mondiali di punturine, che in trionfale sequenza hanno annunciato i piani globali di produzione e vendita dei rispettivi veleni: 1,3 miliardi di spade entro il 2021 e altrettante nel 2022, con uno schema di prezzi differenziati, che però ovviamente nessuno conosce trattandosi del cosiddetto “prezzo di emergenza”, da sempre più elevato rispetto a quello standard.
Nessuno ha ovviamente osato chiedere, pur sapendo che una dose Sfrizzer costa, in regime di emergenza, al massimo 18 dollari ma che costerà tra 150 e 175 dollari nella fase commerciale, che potrebbe già iniziare nel secondo semestre di quest’anno.
Tutto era talmente studiato che persino Cammella Harry’s Bar si è ben guardata dal citare la sospensione dei brevetti decisa dal Bidet, visto che non intendeva certo essere accusata di inficiare il neo-atlantismo, benedetto da alleanze multimiliardarie mentre viene cucinata la pasta al forno grondante incentivi per le aziende affinché stipulino accordi bilaterali con imprese del sud del mondo, preservando i loro monopoli in cambio di facilitazioni doganali e fiscali.
E infatti gia lampeggiano gli annunci di alleanze Europa-Africa per la produzione delle punturine. E così è, se vi pere.

Il Cittadino Prigioniero

L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner