Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner

Coppia sacra: niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così

Mala tempora currunt: è di questi giorni la notizia che la Suprema Corte ha annullato la condanna per evasione inflitta nei precedenti gradi di giudizio ad un detenuto, allontanatosi dai domiciliari perché recatosi dai carabinieri per farsi ricondurre in carcere poiché non più in grado di sostenere il clima venutosi a creare con la consorte. Non è la prima volta che accade fra i condannati affidati a misure alternative e costretti a condividere gli spazi domestici con consorti con le quali non vi è più nulla da dire.
Esattamente come accade nei domiciliari forzati ai quali gli italilandesi si sottomettono in ossequio a ordinanze di dubbia legittimità che sfruttano la paura di morire, in ragione della quale gran parte delle persone ha scelto di non vivere, in un limbo di solitudine interiore intesa come via di salvezza, non solo dall’immondo virus ma anche da altri spietati patogeni, compresi quelli che presiedono ad una relazione a due giunta al punto di non ritorno.La nostra relazione di coppia ci crea disagio? Camminare come acrobati sul filo di compromessi e paure, insicurezze ed aspettative, adattamenti e plagi, controlli e menzogne, tradimenti e, ancora peggio, favolette narcisistiche per l’autoassoluzione non solo non costituisce un rimedio, ma potrebbe anzi costituire la scaturigine di somatizzazioni anche gravi.
La soluzione però esiste, e non risiede nel ridursi da soli affermando che lo si è felicemente, anche perché si trattarebbe di una patetica menzogna, ma nel proiettarsi oltre gli schemi duali affinché il definitivo senso dell’essere, dapprima individualmente e successivamente binato, non sia più fonte di dolore.
Apprendere l’amore per se stessi non significa portare alla condizione di single interpretata come apice espansionistico della coscienza, nel senso greco dell’etimo κείρω.
Significa invece perdere l’abitudine, tanto tossica quanto, nonostante ciò, per molti orgasmica, di vivere relazioni a due burrascose, estreme, costellate da micro e macro dipendenze, folli come se ci si trovasse costantemente sul set de La stazione, l’impareggiabile film interpretato da Sergio Rubini, Margherita Buy e Ennio Fantastichini.
Nulla da demonizzare, intendiamoci, semplicemente scelte, spesso inconsapevolmente pianificate nell’intento di creare una malsana abitudine da massicci e incazzati, dando vita ad uno scenografico personaggio somigliante al Libanese di Romanzo Criminale: destinato a generare un inscalfibile ego spirituale portatore di dolore. Chi intende continuare così si accomodi: non è affar mio.
L’intento di non farsi mai più male, se improntato a concretezza, passa dal potenziamento, necessario per interrompere la manifestazione del dolore. Detto in altri termini: da icona utopica a manifestazione del sé, approdo di un percorso trasmutativo dalla vecchia alla nuova condizione che porti al contatto profondo con la propria matrice, ovvero essenza.
Il maturato bisogno e la volontà di compiere un definitivo lavoro su di sé, percorrendo la via del risveglio per conseguire l’opportunità di conoscere l’amore puro primariamente per se stessi, rappresentano i migliori presupposti per entrare, o rientrare ove non tutto sia compromesso, risanati in una relazione di coppia che, per effetto di una provvida risonanza, beneficierà di miglioramenti fino a quel momento ritenuti impensabili.
La coppia unita dall’amore puro esiste, ma è necessario iniziare dal lavoro individuale.
Chi butterà nel cesso i pannicelli caldi dei vari guru che mirano solo a creare dipendenza ed accetterà di prendersi o farsi prendere a calci nei denti potrà finalmente incontrare la propria energia vibrazionale, quella che riassorbendo episodi egoici condurrà alla piena consapevolezza dell’energia ancestrale, e non incidentalmente di quella sessuale, permettendo alla nostra controparte corrispondente di manifestarsi con la propria vibrazione.
Cesserà il convincimento di iniziare una vita di coppia mediante l’atteggiamento razionale, schematico, programmato che fa dell’innamoramento una trappola autoreferenziale, a vantaggio della manifestazione attraverso intelligenza emotiva ed intuito.
Intendiamoci: nulla potrà accadere prima di aver conosciuto e sperimentato definitivamente l’energia che abita nella parte più profonda di noi stessi, con il preciso intento di cessare esperienze relazionali declinate da una malformazione dell’ego e basate totalmente sul dolore.
Giunti a questo punto non riconosceremo più il nostro partner attraverso le solite trappole folcloristiche del corteggiamento, della valutazione di quante cose si hanno in comune e via enumerando ma solo attraverso l’energia che porta, corrispondente alla nostra ed in grado di attivare il passaggio oltre i credo schematici ed egoici per pervenire alla sintesi sacra, ancestrale: l’unica bussola per orientare la scelta è costituita dall’energia e dal suo colore.
La sessualità, a questo punto, diviene inevitabilmente un potere personale indipendente dal partner, non più merce e non più oggetto di potenziale mercimonio o ricatto, ma soprattutto non più comprimibile da dogmi religiosi o impedimenti tramandati dalla famiglia e dalla società cosiddetta civile. Attivata mediante il risveglio diventa questione tanto personale quanto sacra, nonché unico strumento che consente di arrivare al risveglio dell’amore puro attraverso la coppia, attivando altresì la possibilità di creare abbondanza intesa ad ogni livello e settore dell’esistenza.
Ricapitolando: divenire coppia e Uno, oltre gli schemi duali e il definitivo senso dell’essere in due, evitando di farsi male ma trasmutando anzi tutto in amore.
Bello, e il trucco dov’è? Semplicissimo, è nella resa di fronte al ricevere trasmutando così il corpo dal piombo all’oro, e adattandolo alla velocità ed alla potenza della mente.
E se vi hanno raccontato che la mente mente, sono stati i soliti guru: vi hanno raccontato delle palle, funzionali a crearvi incertezza. In realtà dipende solo da voi permettere o meno alla mente di mentire.
Arrendersi è un po’ morire… ebbene, in questa sorta di pseudo-suicidio guidato si diverrà perfettamente capaci di dimostrare come sia possibile non morire, vale a dire non fallire, osservando le cose e chiamandole con il loro nome, con semplicità e naturalezza.
E la soluzione dove sta? Non c’è nessuno che lo sa… Non è vero: la soluzione è il focus, e si tratta di apprendere, non attraverso ricette facili o immediate ma mediante un percorso serio, profondo, difficile, degno di lacrime e sangue, capace di creare uno squarcio dal mento infin dove si trulla affinché dal tristo sacco pendan le minugia, che porti ad introiettare il potere di non far morire, attraverso la disidentificazione dai problemi.
Perché se è giunta la consapevolezza dell’insorgenza di un problema, questo non va curato dedicandovicisi ossessivamente ma lasciandolo agire indisturbato, fregandosene. Come tutti dovrebbero fare con la febbre, invece di assumere la tachipirina.
Intendiamoci: non si tratta di fare come lo struzzo, che oltretutto mettendo la testa nella sabbia lascia esposte le terga, e neppure di confidare che le cose si risolvano da sole ma, con obiettiva razionalità, di sapere che la soluzione non verrà mai da sola a cercarci se prima non accetteremo di compiere un atto di fede, su noi stessi e sulle nostre capacità. Lo stesso atto di fede che fa il bimbo quando, per la prima volta, tenta di alzarsi per muovere il suo primo passo.
Non siamo diversi da quel bambino, se non per una cosa: lui non ha paura.
Alternative? Nessuna, salvo smetterla di preoccuparci elaborando lo sfogo delle emozioni, ma osservandole con lucidità ed ignorandole nel loro fallimentare e doloroso arbitrio, stravolgendo completamente tempi e modi usuali del pianto greco per pervenire alla materializzazione della soluzione.
Perché deve essere chiaro che se ci si presenta un problema, esso è la dimostrazione concreta che esistono già, manifeste in noi, non solo la capacità di osservarlo e la forza per debellarlo, ma anche la sua soluzione conclusiva.
Vissuto come potenziamento ed ignorato nel suo ruolo minaccioso, l’evento non è altro che una soluzione manifesta: occorrono auto-disciplina e fede nel meglio, anche se ancora non lo si vede nel concreto, per creare la forma dal pensiero, metabolizzando correttamente questo culminante potenziamento definitivo e riadattandolo agilmente alla realtà quotidiana, ma con una consapevolezza radicalmente stravolta e massimamente elevata, dedicata esclusivamente al fare.
Esistono delle tecniche, non teoriche ma pratiche, perché la vita sia il progetto positivo che abbiamo scritto, e che finalmente abbiamo il coraggio di realizzare.

Alberto Cazzoli Steiner

Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner

Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

I viaggiatori della sera

Oggi parlo di un film uscito nel 1979 ma attualissimo: diretto e interpretato da Ugo Tognazzi alla sua quinta prova da regista, affiancato da una splendida Ornella Vanoni, I viaggiatori della sera è un film ambientato nell’anno 1980: per fronteggiare il problema del sovrappopolamento, una legge dispone che i cittadini, compiuto il cinquantesimo anno di età, si trasferiscano sotto la sorveglianza dell’Esercito della Salute Pubblica in un resort per trascorrervi quella che ufficialmente è una vacanza.I coniugi Orso, Ugo Tognazzi, e Niky, Ornella Vanoni, raggiungono accompagnati dai figli il villaggio al quale sono stati assegnati, che ben presto si rivela per quello che è: una dorata prigione dove vige l’obbligo di partecipare a giochi e ad una lotteria, il cui premio consiste in una crociera, dalla quale però nessuno dei vincitori è mai tornato.
Tanto è vero che gli ospiti del villaggio-prigione deducono che i vincitori siano in realtà soppressi, accettando però la cosa come ineluttabile e trascorrendo il tempo dedicandosi ad attività sessuali, vissute da tutti in piena libertà in attesa di vincere la crociera.
Dopo varie vicissitudini i protagonisti decidono di fuggire ma, il piano naufraga e Niky viene selezionata per la crociera. Il film si conclude tragicamente, in un museo galleggiante abbandonato, che simbolicamente raccoglie i resti imbalsamati di animali ormai estinti.
C’è un altro film gerontofantascientifico, più o meno coevo del precedente ed interpretato da Annie Girardot, del quale non ricordo il titolo e che non sono riuscito a trovare nemmeno scorrendo la filmografia dell’attrice: è ambientato in un’isola caraibica dove è situata una clinica dedicata al ringiovanimento per ricchi.
Ciascun paziente dispone di un cameriere, o cameriera, personali con cui inevitabilmente ha rapporti sessuali e che, altrettanto inevitabilmente, subisce un trasferimento ad altra struttura. Il turn-over è sfrenato e ciò in Annie Girardot, nel frattempo innamoratasi del cameriere toy-boy, ingenera sospetti che la portano ad indagare all’interno della struttura sino a scoprire un ambiente refrigerato dove i corpi del personale di servizio, eviscerati, sono appesi come bovini dopo che sono state loro asportate le ghiandole endocrine e prelevato il sangue, con cui viene preparato il siero per il ringiovanimento cellulare.
E veniamo all’attualità: Vittorio Sebastiano è un biologo attivo a Stanford con il suo team che sperimenta su cellule umane nuove tecniche di riprogrammazione epigenetica, in grado di riportarle indietro nel tempo al fine di ottenere, in un futuro non lontano, il ringiovanimento cellulare, riportando indietro quello che viene definito l’orologio epigenetico, il particolare codice fisico-chimico iscritto nel Dna che rivela l’età biologica, e quanto resta da vivere.
La riprogrammazione epigenetica è l’ultima frontiera della biomedicina cellulare, in grado di riparare i danni causati dall’avanzare dell’età.
La tecnologia è stata sperimentata su pazienti ultrasessantacinquenni, riportandone l’orologio biologico indietro di almeno otto anni.
Ma l’obiettivo, dichiara il dottor Sebastiano, non è quello di allungare la vita bensì quello di migliorarne la qualità curando patologie quali artrite, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete, asma, cancro, Alzheimer ed in particolare considerando che gli over 65 supereranno i due miliardi nell’anno 2050. Se non li accoppano prima tutelandoli dall’immondo virus.
Ad oggi la tecnologia non è ancora stabilizzata ed il rischio è costituito da una perdita di identità delle cellule che potrebbe originare un tumore, e l’obiettivo è pertanto quello di dimostrare che le cellule riprogrammate, un volta trapiantate, si comportano come cellule giovani, in modo da poter contrastare le degenerazioni di tessuti e organi che sono all’origine di molte malattie causate dall’invecchiamento.
Riportando le cellule ad uno stadio più giovane invecchiano meno velocemente anche i livelli cognitivo e di memoria.
In rete sono disponibili numerose informazioni sulla tecnologia e sul dottor Vittorio Sebastiano.
Ed ora un’ultima annotazione: nel mondo futuro immaginato da Altered Carbon, la serie televisiva su Netflix, il sogno della vita eterna è già realtà, per i più ricchi, che nella San Francisco del 2384 potranno permettersi di comprare corpi giovani e sani nei quali trasferire la propria coscienza, immagazzinata in un microchip. Fantascienza? Forse.
Il punto è che il sogno dell’eterna giovinezza muove da sempre imponenti risorse ed ingentissimi capitali.
Se tutto questo vi ricorda qualcosa di molto prossimo a quanto sta accadendo oggi con la scusa dell’immondo virus e, specialmente se avete una certa età, vi fa temere per il vostro futuro, fate bene a temere per il vostro futuro.
A meno che non abbiate un pacco di soldi: in quel caso non c’è virus che tenga e nessuno si sognerà di deportarvi in isole della salute o in covid-resort.

Alberto Cazzoli Steiner

Il Male si celava nell’incavo del castagno

Questo scritto è una celebrazione.
Una circostanza particolare, nel declinare del giorno tradizionalmente dedicato ai Morti, mi ha riportato ad un’Anima che mi fu cara ed al piccolo mondo senza strade dove avvennero i fatti, qui narrati senza nulla togliere o aggiungere allo scritto originale risalente al novembre 2014 e firmato da Eudaimonia.
Questa è la storia di Marianna, donna di montagna che amò senza essere altrettanto riamata e della quale, nel villaggio abbandonato lungo la strada che si snoda tra Verceia e Frasnedo e nelle acque antistanti l’Abbazia di Piona, udimmo il grido di dolore e di rabbia unitamente a quello della sua bambina, pallida e triste.
Questa è la storia di Marianna, del castagno che un fulmine spaccò nell’istante in cui quelle creature vennero uccise e del villaggio che, abbandonato dai sui abitanti entro poche settimane dall’orrendo misfatto, rimase disabitato per oltre un secolo.
Questa è la storia di Marianna e della sua bambina, che riportammo alla pace.
Buona lettura.22 settembre 2014
Dedicato a chi so io: che ti sia concessa Pace
Dedicato a Te che hai amato, hai sofferto, sei stata tradita, vilipesa, violata, orrendamente torturata e barbaramente uccisa per aver riposto fiducia negli umani.
Che ti sia concessa Pace.
Che tu possa finalmente volare alta e liberanovembre 2014
Il male si celava nell’incavo dei castagni
Novembre, mese di castagne e vino rosso. E dei primi freddi, nelle sere di un tempo contrastati attorno al camino o nella stalla, raccontando storie un po’ vere e un po’ inventate ai giovani perché potessero, quando fosse venuto il loro momento, tramandarle a loro volta. Storie belle e storie cupe, come quella che narrava di quando il Male si celava nelle fenditure delle rocce, nei torrenti turbinosi e nell’incavo dei castagni.
Fatti antichi e inquietanti portarono la gente dapprima ad evitare, e poi a dimenticare quei boschi. Fu così che questi iniziarono a vivere dell’energia delle Donne del Lato Oscuro, fu così che in essi si verificarono fenomeni orridi e strani, fu così che persone penetratevi prive della saldezza dell’intento scomparvero senza lasciare traccia.
Fu così che dai boschi iniziarono a provenire, specialmente di notte, baluginii, ululati, lamenti e grida che nulla avevano né di animale né di umano. Ma nessuno mai comprese, né mai intuì, che le rocce, i torrenti ed in particolare i castagni fossero in realtà le dimore delle Donne del Lato Oscuro.
Noi sappiamo solo che un giorno le Donne del Lato Oscuro lasciarono per sempre questo mondo abbandonandosi all’energia dell’ignoto ma non ci è stato tramandato se, ritrovato il cammino della profondità, continuarono o meno ad avere memoria delle persone che non conoscevano l’audacia dello Spirito.
Di quelle Donne scomparve ogni traccia, tranne che in alcuni luoghi particolarmente intrisi del dolore da loro patito a causa di quegli uomini che dapprima le blandirono, successivamente le braccarono, infine le torturarono orrendamente per poi ucciderle, non infrequentemente insieme con le loro creature, piccole, selvagge e libere Bambine di Potere. La libertà ha sempre fatto paura.Ma chi erano queste Donne del Lato Oscuro? Per le Donne di Conoscenza erano leggenda, per non pochi uomini e donne che vivevano in prossimità di certi boschi o villaggi abbandonati costituivano un incubo. Ed è così ancora oggi anche nelle città, per chi si fosse messo nella condizione di doverle temere.
Venivano impropriamente indicate come streghe o fattucchiere, nella più benevola delle ipotesi come Medicone o Donne delle Erbe. In realtà erano molto di più, e si muovevano in ben altre Direzioni.
Quando comparvero, partorite agli albori dell’Era Buia, per una luce nello sguardo, la capacità più o meno inconsapevole di far muovere o scomparire oggetti, far improvvisamente piovere o nevicare, guarire chi stava loro simpatico o procurare qualche accidente a chi le trattava male, vennero indicate come bambine strane quando non mezze matte, e temute. Non di rado furono schernite e isolate, allontanate ai margini del villaggio. Molte scomparvero, forse rapite, di tante non si seppe più nulla. Delle prime generazioni ben poche sopravvissero.
Le generazioni successive, quasi come quegli animali che geneticamente creano anticorpi, nacquero con la capacità di mimetizzarsi confondendosi con le altre bambine. Sembravano anzi un po’ tarde, e questa caratteristica fece sì che la gente non alzasse la guardia al loro cospetto.
Ritenute stupide, crebbero diventando povere contadine sulle quali non si poteva far conto e perciò nessuno le incaricava di incombenze rilevanti, nessuno si stupiva se scomparivano anche per giorni: erano tempi duri, se una persona mancava era semplicemente una bocca in meno da sfamare.
Ma nel villaggio non mancava mai almeno un’anziana che aveva compreso. E quando veniva il momento, silenziosamente e con discrezione, conduceva la bambina in un luogo particolare: una sorgente, una roccia, una radura, un certo albero dove, dopo aver trascorso il Tempo della Comprensione, queste bambine nel frattempo divenute adulte seppero istintivamente riconoscere e ritrovare negli anditi bui dei boschi altre Donne, formando gruppi di Conoscenza che praticavano l’arte della percezione in modo anomalo rispetto a quello delle Donne della Regola.
Entrarono sempre più addentro alla loro pratica, sino a che iniziarono a ricorrere sempre più frequentemente e più profondamente al Lato Oscuro, finché questo divenne parte essenziale del loro cammino di conoscenza portandole a compiere una scelta definitiva: fluire nell’Energia dell’Ignoto.
Ogni volta che ciò accadeva, la donna che era stata bambina strana e un po’ stupida scompariva per sempre dal villaggio. Ma nessuno se ne dava pensiero.
Penetrarono gli stati alterati della coscienza, ebbero visioni e viaggiarono – senza ricorrere a scope, unguenti, gatti o caproni ai quali del resto mai si accoppiarono come invece ci racconta la ridicola storia ufficiale – forzarono la percezione entro le emanazioni ed entrarono nell’energia primordiale. Divennero l’energia primordiale stessa.
Divennero le Donne del Lato Oscuro degli alberi, delle rocce e dei torrenti. Tuttavia parte del loro intento rimase in superficie condizionando la loro consapevolezza silenziosa che si celava nella profondità dell’oscuro cammino dell’ignoto. Ben conscie di tale incontrollabile condizionamento, che impediva loro di scomparire definitivamente lungo le infinite rotte della profondità, si costrinsero a privarsi di parte della propria consapevolezza silenziosa perché si ricongiungesse all’intento vagante.
Privandosi di una parte di energia ricompattarono in superficie un equilibrio energetico di cui non sapevano che fare, ma che confidavano di isolare là dove gravitava. Si sbagliavano.
Una volta riunificate, l’energia dell’intento e quella della consapevolezza silenziosa defluirono all’esterno, in quel mondo chiamato il mondo vuoto, fondendosi e diventando un’unica energia.
Non era un’energia sinistra ma proveniva pur sempre dal Lato Oscuro contenendone i due aspetti più potenti ed orrorifici: il sogno e l’agguato. E poiché l’energia non nasce e non muore ma circola e ritorna, questi aspetti si elevarono a richiami sempre più pressanti, appelli insinuanti che fluendo nelle profondità raggiunsero le Donne del Lato Oscuro, le quali non poterono sottrarvisi.
E mal ne incolse loro: risalirono le profondità, riattraversarono gli eventi dove avevano lasciato la loro bellezza solo esteriore, rientrarono nel mondo materiale e vi si avventarono come furie.
Fu così che per gli abitanti dei villaggi nacque l’incubo delle Donne del Lato Oscuro, le streghe dell’ignoto, le lamie ritornate, le artefici di ogni nefandezza.Nate come Donne di Conoscenza impeccabili ed audaci si trasformarono in incontenibili e predatrici belve che nelle notti senza luna scivolavano nei villaggi per compiervi ignobili nefandezze e spargere orrore con l’agguato e il sogno. Quando scomparivano lasciavano delirio, paura e desolazione.
Ma ciò che per la gente costituiva una potenza feroce e malvagia che si abbatteva con casuale implacabilità, per le Donne del Lato Oscuro era invece l’agguato teso all’esistenza greve e inconsapevole di uomini e donne stupidi, bigotti e arroganti. Il Lato Oscuro non ammetteva e non sopportava l’inconsistente vacuità dell’energia umana, e la colpiva.
In tempi successivi molte di loro tornarono a vivere nel mondo, in borghi e villaggi dove mantennero per quanto possibile un profilo basso, aiutando anzi chi aveva bisogno. Ma essendo umane, vollero illudersi di essere accettate e col tempo si nascosero sempre di meno. Pur con tutte le loro consapevolezze non avevano fatto i conti con la cattiveria, l’ignoranza e l’invidia. Fu in questo modo che molte di loro vennero accerchiate, bandite, umiliate, violate, torturate, uccise.
Le leggende raccontano che anche da morte queste Donne difficilmente lasciarono il villaggio dove furono tradite perdendo pace e vita, anzi spesso vi ci si accanirono finché anche il villaggio stesso morì: per un’epidemia, un incendio, talvolta solo per essere stato abbandonato.
E si dice che molti borghi maledetti che costellano le nostre montagne non torneranno a vivere fintanto che queste Donne incontreranno chi le libererà. Semmai accadrà.
Di questi tempi, se queste Donne sopravvivono di certo non si mostrano per quel che sono realmente, a maggior ragione in questi giorni di apertura solo apparente, ma in realtà più che mai oscuri.Ed oggi può accadere che Donne o Uomini di Consapevolezza sentano sprigionarsi da una pietra, da un torrente, da un tronco d’albero un’energia particolare o un sommesso pianto di mesto dolore, e provvedano ad onorare la memoria di quelle Donne: sono comparse per chiedere di essere liberate, di potersene finalmente andare portandosi appresso la memoria di ciò che sono state, nella consapevolezza che chi è mai avrebbe potuto essere senza di loro e senza le loro sofferenze.
Ed in queste parole è racchiusa la storia di Marianna e della sua bambina, alle quali abbiamo ridato pace.

Eudaimonia

Gli europei ne hanno avuto abbastanza

Riporto, non solo tradotto ma anche ripulito dallo slang ed emendato da note non riferite alla situazione peninsulare, un articolo fresco di pubblicazione sul portale statunitense Mail.com e redatto dal corrispondente romano di Associated Press.
Mi sono limitato a tradurre il più fedelmente possibile, anche passaggi che non mi trovano assolutamente d’accordo. Tra questi l’accenno alla criminalità organizzata napoletana infiltratasi tra i manifestanti per fomentare violenze e disordini, oltre a quella che considero la più truffaldina delle menzogne riferita all’aumento esponenziale dei contagi.
Buona lettura.«Si profilano nuove proteste perché gli europei sono stanchi delle restrizioni a causa del virus
In chiusura di una giornata di pubblico sfogo della rabbia contro le misure di lotta contro i virus, come la chiusura serale di ristoranti e bar e la chiusura di palestre e teatri, martedì sera, nel centro di Roma, i manifestanti hanno incendiato i cassonetti della spazzatura e la polizia ha risposto con gli idranti.
Non è che un segno del crescente malcontento che sta montando in tutta Europa per le rinnovate restrizioni sul coronavirus.
Persino le televisioni di stato non hanno potuto nascondere la notizia: pedoni e automobilisti romani che tornavano a casa dal lavoro sono stati colti di sorpresa quando manifestanti, alcuni dei quali incappucciati e membri di un gruppo politico di estrema destra, hanno dato fuoco ai cassonetti della spazzatura in Piazza del Popolo, ribaltato motorini e ciclomotori parcheggiati e lanciato bombe fumogene. I furgoni della polizia hanno scatenato torrenti d’acqua per disperderli.
È stata la quinta notte consecutiva di violente proteste in Italia, a seguito dei recenti coprifuoco notturni locali nelle metropoli, tra cui Napoli, Roma e Milano, dove la proteste di lunedì sera hanno assunto caratteristiche particolarmente violente, comportando l’arresto di 28 persone. Anche a Torino si contano 11 sono stati arrestati, inclusi due (fonti della questura torinese confermano trattarsi di due egiziani già noti al casellario – Nota mia) che, sfondata la vetrina di una boutique Gucci, hanno spogliato un manichino dei suoi pantaloni giallo limone.
In tutta Europa fervono iniziative per contrastare una recrudescenza del virus prima che gli ospedali vengano di nuovo sopraffatti … omissis … tuttavia i governi stanno incontrando sempre meno persone disposte ad accettare le nuove restrizioni nonostante gli oltre 250mila morti confermati nel Continente a causa della pandemia, che la scorsa settimana, secondo quanto dichiarato dall’organizzazione mondiale della sanità, avrebbe registrato un aumento mondiale del 46% di nuove infezioni.
Per alleviare parte dei problemi finanziari causati alle imprese dalle ultime restrizioni, il gabinetto del premier italiano Giuseppe Conte ha approvato 5 miliardi di euro (5,8 miliardi di dollari) di aiuti economici.
Le misure includevano l’estensione delle indennità di disoccupazione per i lavoratori sindacalizzati fino a sei settimane, aiuti finanziari per ristoranti, caffè, hotel, palestre e gelaterie, tassisti e altri settori già duramente colpiti dal blocco all’inizio di quest’anno e ora vacillanti sotto le nuove restrizioni, con molte aziende a rischio di chiusura.
Sono stati stanziati anche 1.000 euro una tantum per liberi professionisti del settore dello spettacolo, martellati dalla chiusura di cinema e teatri che dura da almeno un mese. Conte ha detto che l’alternativa era un altro blocco nazionale per evitare di travolgere il servizio sanitario nazionale, poiché il paese avrebbe registrato oltre 22mila contagi dal giorno precedente.
Con l’obiettivo di evitare il blocco, “abbiamo cercato di mettere insieme una serie di misure con precisione chirurgica con la consapevolezza che avrebbero avuto un impatto negativo”, ha detto Conte.
Martedì una dozzina di ristoratori hanno protestato davanti al municipio di Milano mentre alcuni venditori ambulanti hanno sventolato striscioni presso la sede regionale della Lombardia.
“Nessuno ha pensato a noi”, ha detto Giacomo Errico, presidente lombardo di FIVA Commercio in rappresentanza di 6.000 venditori ambulanti, sui 40.000 a livello nazionale disoccupati da febbraio.
Unitamente con le proteste pacifiche organizzate in tutto il paese, si segnalano quelle notturne, particolarmente violente e culminate in atti di vandalismo, saccheggi e scontri con la polizia.
Il procuratore nazionale italiano per il terrorismo e la criminalità organizzata, Federico Cafiero de Raho, martedì ha detto che i sovversivi si sono infiltrati nelle proteste pacifiche nel paese includevano sia sostenitori dell’estrema destra sia anarchici dell’estrema sinistra.
Gli investigatori hanno anche valutato la possibilità che i gruppi napoletani della criminalità organizzata abbiano innescato la violenza in una protesta pacifica.»
Fonti: https://www.mail.com/int/scitech/health/10278300-protests-loom-europeans-tire-virus-restrictions.html#.1258-stage-hero1-1 ripreso da http://apnews.com/VirusOutbreak e https://apnews.com/UnderstandingtheOutbreak.

Traduzione e adattamento: Alberto Cazzoli Steiner

Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

Comunicare senza virtuosismi, accettando la propria e l’altrui fragilità

Questa mattina mentre, come dicono a Cuneo, albeggiava, ho rinvenuto in una vecchia relazione questa frase, destinata ad introdurre un paragrafo sui porcini della Val di Taro:
«Argomentiamo spesso di Genius Loci e Zeitgeist, attestandone esistenza, potenza e persino una sorta di ectoplasmica materialità in dotte, puntuali ed ispirate argomentazioni nel segno del pabulus meditativo, animico, animistico, spirituale e persino sciamanico ma talvolta incidentalmente non considerandone come merita l’effettiva potenza, per l’appunto suscettibile di imprimere il signum a certi luoghi in un millenario continuum, in grado non solo di indirizzare vicende locali ma anche di tracciare le sorti di luoghi e territori.»
Sembra l’inizio di un trattato teosofico o di una risoluzione strategica delle Bierre, e questo mi fa pensare a tutte le volte che sensi di inadeguatezza e paure ci portano ad atteggiarci a quelli con la puzzetta sotto il naso, esprimendo il nulla con spocchiosetto virtuosismo.
Ho un ricordo, risalente alle medie, di certe parole scritte da Guelfo Civinini, l’avventuroso giornalista e scrittore: frequentando il liceo romano Umberto I si trovò ad essere il primo della scuola relativamente alle materie letterarie, e confessò di subire per anni l’ossessiva condizione di scrivere sempre meglio, di ricercare termini e formule grammaticali sempre più elaborate per non perdere il trono.
Quando frequentai la scuola di giornalismo una delle cose più importanti che ci disse Livio Caputo, allora direttore del quotidiano La Notte fu: «Ricordatevi sempre che il quotidiano lo chiamano così perché dura un giorno, poi ci avvolgono l’insalata, e che la maggior parte dei lettori sono camionisti e operai che lo leggono di corsa al bar, sul frigo dei gelati. Perciò i vostri virtuosismi ve li potete anche dimenticare, potete avere due lauree ma dovete scrivere per farvi capire da chi ha la quinta elementare, altrimenti non vi legge nessuno e il giornale non vende.
Potete far sfoggio della vostra cultura dove vi pare: scrivendo libri, tenendo conferenze, ma non sul giornale.»Quando si tratta di comunicare veramente, sovrastrutture e virtuosismi non servono a nulla, sono anzi controproducenti. Non dobbiamo fare sfoggio di cultura, dobbiamo trasferire un messaggio, un concetto, un’emozione. E perché il nostro Potere della Parola sia efficace dobbiamo usare termini il più semplici possibile: essenziali, secchi, chiari.
Altrimenti il nostro interlocutore, o fatica a comprendere cosa gli stiamo dicendo, e si sente escluso, oppure, se provvisto di una certa sensibilità o cultura, ci manda a cagare perché comprende l’essenza di ciò che andiamo cianciando: che in realtà non abbiamo niente da dire.
Quando abitavo a Milano mi recavo spesso a trovare un amico, proprietario di una nota libreria esoterica, e gironzolando tra gli scaffali, innumerevoli e incredibilmente traboccanti di libri su ogni aspetto dell’esoterismo, della meditazione, delle religioni, della spiritualità, aprivo a caso quelli la cui copertina mi attirava: testi arzigogolati, intesi ad esprimere un ermetismo da “addentro alle secrete cose” ma in realtà incomprensibili, pesantissimi, che si citano vicendevolmente ripetendo più o meno le solite, trite e ritrite cose.
Che la verità stesse nel fatto che fosse l’autore a voler far sapere della propria esistenza, primariamente a se stesso?
Non so. So solo che mi viene in mente una cosa che si chiama ego. Anzi, pensandoci bene me ne viene in mente anche un’altra, che si chiama insicurezza: se hai bisogno di elevarti sopra l’incolta massa facendo sapere che tu sai mi sa che tu per primo hai qualcosina da osservare sulla ragione che ti porta a questo.
Ma i pensierini di una mattina di luglio mentre, come dicono a Cuneo, albeggia, non finiscono qui: tornano all’uomo con il fucile per parlare, oltre che di chiarezza, anche della forza della fragilità.
Mi spiego: quando un professionista vede un’arma da fuoco che non sia la propria in un armadietto, in una valigetta, nel baule di un’auto, su un tavolo, si guarda bene non solo dall’impugnarla ma anche dal toccarla, persino se gli viene offerta.
Il dilettante invece l’agguanta, fa scorrere il carrello, la punta contro un immaginario bersaglio, controlla il caricatore, dimostrando non solo di essere un dilettante ma anche di essere un pirla.
Parto da questa premessa, solo apparentemente stravagante ma vedremo tra poco quanto calzante, per affermare che, allo stesso modo in cui parlare non significa comunicare, non essere ciechi non costituisce un requisito abilitante alla visione. E non mi riferisco a quella cosiddetta sciamanica: parlo proprio di alberi, case, panorami, persone.
Se poi pretendiamo di essere a nostra volta visti, compresi, accolti, addirittura amati il discorso si fa ancora più interessante. Ho scritto interessante, non complicato: non c’è nulla di complicato nell’aprirci al mondo. È sufficiente stare fra la gente, osservarla ed ascoltarla senza giudizi o pregiudizi, senza porre in essere confronti in più o in meno, senza tentare di educarli o suggerire loro quello che dovrebbero fare, ma cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro modo di pensare, di vivere il quotidiano, di relazionarsi.
Non so a voi, ma a me i primi della classe sono sempre stati odiosi. Ciascuno di noi è il prodotto del proprio vissuto, delle strade che ha percorso ed attraversato, degli ostacoli che ha o non ha superato, degli eventi traumatici che gli si sono presentati all’improvviso a sconvolgere consolidate certezze.
Osservo ovunque tante persone che, accanto a reiterate promesse di fedeltà, correttezza, trasparenza si esortano reciprocamente a non fidarsi, a pensare di più a se stessi, a difendersi. Difendersi da chi, cosa, come, dove, quando? Da chiunque, sempre e comunque, mai abbassare la guardia, sempre sul pezzo. Vivere erigendo muri? Grazie, anche no. Non fa per me.
Socrate affermava: «Preferisco subire un’offesa piuttosto che infliggerla.»
Non esageriamo: ove necessario, sono preparato a respingerla e a difendermene, ma non per questo trascorro i miei giorni paventando che potrei ricevere un torto o un’offesa. Preferisco vivere, senza rete e senza paranoie.
Per me la guerra è finita, in ogni senso e da un pezzo, anche se comprendo l’esigenza di molti di difendersi, quell’esigenza che origina dalla paura di riconoscere le proprie inadeguatezze, le proprie fragilità. Quella indotta dal marketing della paura: l’immondo virus, che oggi ha di gran lunga surclassato immigrati, tossici, rapine in casa, stupri in metrò, bottegai che tentano di fottere i clienti, mogli e mariti e morose e morosi che non pensano ad altro che cornificare, la Vodafone che addebita surrettiziamente due centesimi.
E tu, per due centesimi, sprechi un’ora della tua vita a incazzarti al telefono? No, ma è per una questione di principio. Ah beh, allora…. A proposito di principi, com’è che l’altro giorno, quando hai trovato un euro sul bancone del bar, hai finto di metterlo lì per pagare il caffè?
Per non parlare delle corna: questa pubblicità è fresca di giornata.Divide et impera funziona sempre, e sempre qualcuno cade nel tranello. Anch’io qualche volta, lo ammetto. Ma sono fortunato: ho la strana facoltà di osservarmi dall’esterno come se fossi al cinema e, a un certo punto, scatta l’inevitabile cazzostaifacendo?
Il cane che ha paura è quello che abbaia di più, ci avete mai fatto caso? Esibiamo muscoli che non abbiamo e coraggio che non possediamo in ossequio a un’immagine deformata. Cerchiamo forsennatamente di affermarci sugli altri, nel timore che siano loro a schiacciare noi.
Si vis pacem para bellum… ma non funziona erigendo muri o scatenando guerre preventive, che sempre guerre sono. Significa solo perdere fiducia nella vita e negli altri, sentire intorno un mondo ostile, diffondere feromoni puzzolenti di marcio.
Anche se la cosiddetta educazione (si, proprio quella che io chiamo educastrazione) si pone l’obiettivo di instillare sistemi di dominio, è invece proprio nel riconoscimento dei limiti e dei timori che origina e si consolida la forza, è dal riconoscimento della debolezza e della fragilità che possiamo partire per costruire relazioni vere, addirittura per costruire un mondo migliore senza aspettarci che siano sempre gli altri a farlo.
Ci hanno insegnato che essere fragili non è bello, significa essere deboli e, si sa, chi si fa pecora il lupo se lo mangia. E se il lupo, stufo della gastrite, fosse diventato vegano?
Certo, ormai gli hai sparato… pazienza, si vede che era il suo karma. Namasté.
Fragilità non significa affatto inferiorità, significa mostrarsi agli altri per come si è, significa guardare dritti negli occhi, significa pronunciare la parolina magica: no, anche nella consapevolezza che il nostro interlocutore, arrogante e prepotente proprio perché incurante delle debolezze altrui, dovrebbe osservare le proprie ma non lo fa, attanagliato dalla paura.
Chi vuole vincere ad ogni costo è sempre teso, intento a non perdere la benché minima opportunità si perde il meglio della vita. Chi invece ha imparato che vincere non serve a niente sembra che perda tempo, e invece lo ottimizza, per esempio non sprecandolo con chi non è in grado di dargli nulla.
Chi sa parlare senza prevaricare, riconoscendo ed accogliendo la fragilità dell’altro senza difendersene od approfittarne, vuole costruire e respirare un mondo interiore di pace, senza la pretesa di cambiare gli altri.
E concludo, citando le sacerdotesse della Grande Madre, mirabile esempio di un mondo frequentato da Donne e Uomini ma non ancora dominato da maschi ambiziosi, sessuofobici e misogini travestiti da imperatori, preti e avvocati di campagna: non cercavano di dominare gli elementi, che consideravano parte di loro e dell’intero creato.
Le sacerdotesse della Grande Madre non si sentivano affatto signore e padrone, ma alleate che dialogavano con gli spiriti e con l’anima di persone, animali e cose. Non imponevano e non comandavano poiché nulla era loro e nulla era loro subordinato. Domandavano e attendevano la risposta, partecipi del Tutto a livello paritario in una permanente tensione erotica e orgasmica di energia e materia.
Se un tempo Eros e Thanatos operavano in tandem, nella consapevolezza che uno non avrebbe potuto esistere senza l’altro, oggi il primo tira a campare in un pornoshop, e l’altra si barcamena tra le peggiori pulsioni, l’odore della paura, il radicamento delle convinzioni più triste supportate da un’omerica ignoranza.
Ecco perché oggi non scriverei più quella frase vuota e, ma questo da gran tempo, anche se me la offrissero io quell’arma non mi sogno nemmeno di toccarla.
Non perché io sia un professionista, ma perché proprio non saprei cosa farmene.

Alberto Cazzoli Steiner