Fondelli e giudizi

Dovreste saperlo: io non vi porto fra i dotti aforismi di Gurgeffo, Moscio, Ghesborolapanda, io vi porto dove si vive veramente, questa volta tra gli scaffali dei supermercati.
Nella fattispecie nei banchi “frighi” dove potete trovare fondelli di prosciutto cotto e crudo, bresaola, speck, mortadella, roast-beef ed altri affettati ed insaccati e dove, a costi irrisori, è possibile acquistare i fondi delle pezzature non più vendibili al banco a taglio fresco ma utilissimi per cucinare, arricchire insalate, allestire snack per aperitivi se tagliati a dadini o, dipende dalla conformazione, fare ottimi panini.L’idea, nata sperimentalmente negli anni ’80 del secolo scorso ma senza seguito, venne riproposta nell’annus horribilis 2008 e, complice il momento di crisi, attecchì.
Il precursore, che io sappia, fu un salumiere-gastronomo in corso XXII Marzo a Milano che, oltre a proporre l’indispensabile confezione sottovuoto, seppe presentare il prodotto in cestini contenenti noci e fichi, pomodori secchi, olive e capperi e, non raramente, il prosecchino ghiacciato da 1/3. Insomma, lo sfizio dell’aperitivo in un quartiere fighetto dove, diversamente, l’insuccesso sarebbe stato assicurato.
L’idea venne immediatamente ripresa, senza orpelli aperitivanti, da Il Gigante, gruppo di supermercati nato nel 1969 da due lungimiranti droghieri di Sesto San Giovanni, espandendosi a macchia d’olio nei punti vendita delle catene a target medio-basso: Lidl, Famila, Conad; a seguire Unes iniziando dalla schizzinosa Monza, Carrefour e buona ultima, anzi penultima, Esselunga, la boutique dei supermercati fondata nel 1957 dal mitico Caprotti, il patron che scrisse “Falce e carrello” per smascherare le nefandezze delle cooperative di sinistra.
E l’ultima fu, proprio nel settembre del 2020, la Coop, quella nazional-popolare a misura di gauchistes ecochic in stile Capalbio e dintorni e che tra gli scaffali dei reparti vini propone le schifezze di Libera, i vini imbevibili dalle terre confiscate alla mafia, Resistenza, un rosso fetente a 38 euro, una selezione di champagne a prezzi che nemmeno da Peck e un Costasera 2015 di Masi, di fatto un amarone onorevolissimo ma senza disciplinare in vendita a 79 euro (foto) quando neppure alla stazione di Verona Porta Nuova hanno il coraggio di proporlo al turista frettoloso e sprovveduto a più di 25. Prezzo reale: da 11 a 13 euro.Nella medesima foto potete apprezzare, si fa per dire, un Amarone della Valpolicella “classico 2011” di ignota casa a … 670 euro. In fondo la Coop sei tu, chi può darti di più?
Ma, per usare un termine caro ai sinistri, vale lo stesso paradigma delle donazioni fatte a Malika, la lesbognappetta che, raccolti 140mila euro di donazioni, si è acquistata una Mercedes classe A da 17mila euro (usata) ed un cane (se da lecca non ci è stato riferito) da 2.500; lei sarà anche una cretina furbetta,fermo restando che con i soldi delle donazioni può farci quel che vuole: quel che ha fatto sarà immorale ma non è illegale, quindi ogni commento è superfluo. I veri imbecilli, caso mai, sono coloro che le hanno mollato quella cifra.
La Coop è uguale e non va colpevolizzata, va anzi valorizzata perché mostra, sia pure in un contesto di nicchia, la vera spocchiosa natura dei sinistri: arroganti villani rifatti e ignoranti. Rammento, e poi chiudo, quando ebbe un successo strepitoso il Blangè, un arneis da niente che in ogni ristorante, a Milano specialmente nell’area Montenero – Porta Vittoria, quartiere di avvocati e magistrati democratici, udivi ordinare con sussiego da stronzi barbuti con sciarpa o kefiah che posavano sul tavolo fasci dei soliti giornali di merda: L’Unità, Il Manifesto, Limes, l’immancabile Repubblica, qualche noiosissimo studio sociale vergato da Veltroni o D’Alema, del quale essi stronzi discutevano ad alta voce per farsi udire dagli astanti, autocertificando così la patente di intellettuali di stocazzo.
Mi accadde, talvolta, di trovarmi a cena con una conquista che provava a proporre quella schifezza da parvenu: fortunatamente il vino lo ordina l’uomo e, ancor più fortunatamente, a cena ci si andava dopo, se tutto aveva avuto esito soddisfacente. Altrimenti spritz e taxi per la signora.
Lo so, ero uno stronzo maschilista, non ho mai detto di non esserlo.
Ma torniamo ai nostri fondelli. Sono, quando ne ho voglia, un buon osservatore ed un curioso. Mi piace, in particolare, osservare le persone e le loro dinamiche. Inizialmente, al banco frigo dei fondelli, si avvicinavano, lentamente e con fare circospetto, anziani e male in arnese.
Il fare circospetto non era dovuto a dubbi sulla qualità del prodotto, bensì sul convincimento di essere osservati e di sembrare … poveri.
Il nostro pabulus è quello del miserabile, del contadino affamato, del pezzente. Non solo preunitario ma che si perde nella notte dei tempi, esattamente da quando la matrice ebraica, scalzato il cristianesimo delle origini, partì alla conquista di Roma e della sua civiltà per farne strame grazie ad integralisti fanatici, devastandola al fine di insediarvi il suo dio incazzoso, giudicante e misogino, il suo dio da poveri, sessuofobici, frustrati, timorosi di tutto e in particolare delle delazioni. Il suo dio comunista.
Oggi ne stiamo uscendo, pagando un prezzo terribile, ma ancora vale il timore del giudizio. E questo io vidi, alle origini del fondello, negli anziani, dignitosi ma con la pensione minima, nelle famiglie che faticavano ad arrivare alla fine del mese.
E ancora oggi io, goloso acquirente di fondelli con i quali preparo gustosi manicaretti, noto in molti questo timore di essere ossservati e giudicati.
Sono decenni che acquisto capi d’abbigliamento poco impegnativi ma gradevoli nei punti vendita Oviesse. E qui un umano standard potrebbe affermare: è un marchio del gruppo Coin, notoriamente di livello, esprimendo così una sorta di autoassoluzione dall’immagine del povero di cui sopra.
Se è per questo acquisto capi: t-shirt, felpe, anche nelle botteghe cinesi, unitamente ad accessori per la casa. E non ho nessuna remora ad affermarlo.
Ebbi una relazione, circa vent’anni fa, con una persona che, scoprii, non mandava a stirare le mie camicie Oviesse, proprio perché … da poveri.
E questo è quanto, ed è palese che il fondello altro non è che una scusa per affermare che, per una vita serena, consapevole, sana dobbiamo fregarcene altamente del giudizio altrui. Fermo restando che, se dovesse accaderci di giudicare, non dobbiamo esimerci dal farlo: giudizio non significa pregiudizio. E la nostra autostima non deve dipendere dalle mutande che indossiamo.

Alberto Cazzoli Steiner

Respingere l’Amore: essere un monolite inscalfibile

Alcune note pubblicate nei giorni scorsi nel Gruppo de La Fucina su Telegram, i conseguenti scambi di opinioni ed alcune conversazioni private mi hanno indotto alle riflessioni oggetto di questo scritto.
Ebbi a che fare, nel corso della mia esistenza, con alcuni monoliti inscalfibili: ossi da morto, come diciamo noi Lumbard, senza eguali: due Capricorno, un Toro e due Gemelli.
Il primo Capricorno è Andrea, mio figlio oggi trentaseienne nato il 23 dicembre che, complice anche il bell’aspetto, potrebbe pubblicizzare scatolette di tostitudine, uno snack con gli stessi effetti degli spinaci di Braccio di Ferro, utile per chi la determinazione non ce l’ha, e con Tostisnack se la può dare.
Dell’altro, Capricorno del 29 dicembre e già mio socio in affari, basti dire che quando si fissava sul prezzo di acquisto di un immobile quello doveva essere, ed a nulla valevano i richiami alla ragione, allo scenario di mercato, alle facoltà negoziali. Va da sé, l’affare sfumava.
Il Toro, Maurizio. mio collaboratore. Tanto Massimo, suo omologo e Pesci, era agile, anzi a volte fin troppo, quanto egli era lento, bovino, saldo nei propri convincimenti, inscalfibile a idee che non seguissero certi suoi ottocenteschi arzigogoli, padri di un concetto etico che portava all’inazione.
Eppure, ai tempi dell’università, nel biennio che trascorsi in fonderia, ebbi un capo, Silvano, del Toro, tutt’altro che bradipico e pronto a mutare idea in ogni istante: c’entra sicuramente l’ascendente, ma anche il fatto che eravamo lui il capo, ed io uno dei suoi due vice, del reparto manutenzione, e le decisioni dovevano spesso essere prese in nanosecondi, e cambiate con il mutare della situazione, non da ultimo perché decisioni sbagliate avrebbero potuto costare vite umane.
E veniamo alle Gemelli, tra l’altro parenti fra loro: zia e nipote. Non entro in dettagli: dico solo che un Capricorno, in confronto, è un dilettante allo sbaraglio.
E poi ci sono io, Gemello, arruolatomi nei sommergibilisti da bambino, in un mio specialissimo reparto che mi serviva a … navigare sott’acqua per sopravvivere. Spiego: famiglia molto formale, legata alle convenzioni, a un certo moralismo e ad un morboso controllo.
E quindi in superficie, non potendomi difendere od opporre, conducevo una vita irreprensibile da bambino talvolta un po’ ostinato ma sostanzialmente omologato. Salvo rifugiarmi sott’acqua per condurre una mia vita, talvolta predatoria in quanto all’insegna della rabbia e della pulsione a sopravvivere, indifferente alle sorti altrui ed assolutamente non convenzionale. Disponevo addirittura di fondi neri, ovviamente sottratti nottetempo ai contanti che, svolgendo i miei genitori un’attività commerciale, in gran copia giravano per casa.
Mia madre sospettava ma non riuscì mai a cogliermi in flagrante, né poté mai provare alcunché. Avevo il mio imbosco, visibilissimo ma proprio per questo inimmaginabile, ed una cantina dove raccoglievo i frutti di una delle mie passioni: prodotti chimici, detersivi, petardi e materiale esplodente in genere. Sì lo ammetto, bombarolo a dodici anni e, poiché mi trovavo in un momento infelice della mia vita in quanto vittima di bullismo, preso dal desiderio di certi esperimenti a carico della classe che, malvolentieri, frequentavo presso la locale scuola media. Avevo approntato certi spezzoni incendiari al fosforo da sistemare opportunamente fra i banchi. Non ne feci nulla, fortunatamente, preferendo pestare a sangue chi mi vessava e torturava e guadagnandomi la patente di asociale caratteriale.
Oggi non accade più, ma fino a non molti anni fa la mia cifra consisteva nel fingere di accondiscendere per poi … fare o continuare a fare quel cazzo che volevo, anche al limite dell’autolesionismo. Salvo fingere improvvise prese di coscienza, pentimenti, conversioni se beccato.
E una volta cessato l’allarme riprendere esattamente come prima, solo con più attenzione.
Ma, ecco un paradosso, imbattibile come sciamano capace di ottimi consigli e risolutore di problemi altrui. Scusate il vanaglorioso imbattibile, ma so di cosa sto parlando, e lo sanno anche le persone alle quali ho ribaltato la vita, attraverso il Potere della Parola o altri metodi che non sto ad elencare.
Tra i miei modi di essere monolite inscalfibile vi era quello di non abbandonarmi all’accoglienza. Anzitutto perché non mi perdonavo per le nefandezze vere o presunte commesse, ed inoltre perché ritenevo di non meritare nulla, di non meritare di vivere.
Amare, per me, significava dare. In realtà non era vero un accidente perché la relazione iniziava secondo il copione standard del gentiluomo generoso, brillante, benestante al quale una tegola improvvisa o le avverse manovre di un destino cinico e baro creavano una situazione di emergenza.
E lì mi piazzavo, facendomi mantenere.
In realtà avrei potuto darmi da fare ma non lo facevo. Dicono che la relazione di un uomo con le donne prenda a modello quella avuta con la madre. Ne sono convinto: io dovevo punire mia madre, e conseguentemente tutte le donne che avevano la sventura di incontrarmi.
Una, con la quale ho oggi un ottimo rapporto dopo alterne, anche pesantissime, vicende di vicendevole crescita interiore mi confidò che se non fosse stato per la figlia si sarebbe lasciata andare senza lottare contro la morte.
Confesso che quando me lo disse mi preoccupai. Della mia sopravvivenza materiale.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e, si sa, acqua passata non macina più. Nel frattempo, complice il fatto di stare veramente male, ho iniziato a fare su me stesso quello che sono molto bravo a fare per gli altri: guardarmi dentro, prendermi a calci nei denti, togliere sovrastrutture, anestetici ed alibi.
Non è stato un lavoro breve, in compenso è stato molto doloroso, ben oltre la soglia della disperazione, di uno scuoiamento degno di quello patito da Marcantonio Bragadin.
Alla fine ho compreso me stesso ed ho rimosso tutte le scuse, gli alibi e le zone di confort. Ho scoperto che, al di là dell’apparenza che mostravo agli altri, non ero poi così una merda, avevo anzi delle qualità, ed alcune di queste non comuni anche se non era il caso di andare in giro a sbandierarle della serie sono bello, santo e bio.
Sì, perché se hai bisogno di dimostrare significa che sei ancora nel guado.
Ho capito una cosa, circa il mio monolite inscalfibile. Alla fine di tutto c’era il timore di non essere accolto, di non essere amato, di non essere abbastanza (secondo quale modello di riferimento? Non si sa.) e quindi me ne stavo arroccato, anzi trincerato nella mia Linea Maginot. Non dò non prendo sono felice, evviva. Evviva un par de cojoni.
Oh, intendiamoci! continuo ad essere convinto che l’ultima vera conversione di cui si ha notizia sia quella dell’Innominato. Quindi, non ti fidar, di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna (piena) poi, non ti fidar …

Alberto Cazzoli Steiner

Post Scriptum
Esistono in natura numerosi monoliti inscalfibili, uno di questi è il cosiddetto Sasso di Guidino, un masso erratico, o delle streghe, la cui parte visibile misura metri 9x5x6 (volume 80 m3) ed è situato all’esterno della Villa Il Guidino di Besana Brianza incastonato nella cinta muraria del parco.
Trasportato durante la glaciazione nel quaternario, o di Würm, proverrebbe dalla Valtellina, segnatamente dal Gruppo del Disgrazia. Fino a non molti anni fa era localmente ritenuto di provenienza astrale e, nell’ambito newage, scagliato dalla Morrigan poiché i Celti insubri considerarono sacro il monolite, del quale si apprezza solo la parte visibile, per altro esigua perché la parte più massiccia è nascosta sotto terra e lascia solo intendere e immaginare la reale estensione.
Naturalmente, per non farsi mancare nulla, il FAI dalle adunche mani organizza visite guidate al monolite durante le periodiche giornate dedicate alla celebrazione del patrimonio culturale italiano.

San Giovanni: noci e fichi

Tra oggi e domani assisteremo alla fioritura di un’imponente messe di scritti dedicati alla notte di San Giovanni, alle sue erbe ed ai suoi rituali.
Gran parte di quanto leggeremo sarà arcinoto, proverrà dalle solite fonti che si citano vicendevolmente, ed io non intendo tediare chi mi segue con cose già sentite, e meno ancora sovrappormi o accodarmi ai soliti discorsi da Exobar.Del resto quel che si può dire è stato ampiamente detto, quel che non può essere detto non solo sarà taciuto, ma soprattutto non se ne troverà traccia nè in internet nè, anzi meno ancora, sui social.
In queste mie righe non troverete quindi altro che una doverosa celebrazione, un po’ come San Marco il 25 aprile o la Festa della Marina il 10 giugno.
E quindi noce. Inteso come l’angiosperma dicotiledone, denominato in latino Juglans, ghianda di Giove, e citato da Plinio nella sua Historia Naturalis come importato dalla Persia grazie a coloni greci nel IX Secolo a.C..
Rappresentativo di regalità, fertilità e fecondità, nella variegata mitologia degli antichi Greci era legato, oltre che ai rituali in onore di Artemide, al dio Dioniso ed al suo amore per la principessa Caria, nonché alla celebrazione dei Misteri Dionisiaci durante i quali le Menadi, le sacerdotesse del dio chiamate anche Baccanti, danzavano sfrenate attorno ad un albero di noce, preda di esaltazione sempre più profonda.
Naturalmente gli osservatori cristiani (il riferimento è a quelli della seconda release, i misogini sessuofobici che vedevano nella donna il simbolo di ogni male, e che avevano fatto fuori quelli primigenii fra i quali le donne potevano ancora rivestire ruoli regali e di sacerdotesse) bollarono come osceni, malefici e satanici tali rituali, e da qui nacque la leggenda delle streghe e dei loro sabba notturni sotto un noce, in particolare nella notte di San Giovanni.
La sapienza contadina sconsiglia di piantare alberi di noce presso i ricoveri per il bestiame poiché, se le radici penetrassero sotto il pavimento, gli animali deperirebbero fino a morire.
È effettivamente comprovato che nelle vicinanze dei noci non crescono altre piante, ma non si tratta di ragioni stregonesche, come ipotizzato da santaromanaecclesia. Più semplicemente radici e foglie contengono la juglandina, una sostanza tossica che fa morire le altre specie considerandole una minaccia.
La tradizione vuole che nella notte di San Giovanni, a piedi nudi e percuotendo i rami con un bastone di legno (di noce o di sambuco) si raccolgano le noci ancora acerbe, in particolare per ricavarne il nocino, liquore dalle proprietà magiche e taumaturgiche.
Che non sto a spiegare perché il Web trabocca di indicazioni, allo stesso modo in cui numerosissime sono le ricette per la sua preparazione.
Ed eccoci quindi al frutto, che nella tradizione alchemica, a causa della sua forma ovale quando è ancora racchiusa nel mallo, ricorda l’Uovo nel quale la Materia viene preparata per il compimento della Grande Opera. Il frutto viene altresì letto come allegoria dell’essere umano considerando il mallo come carne, il guscio come ossa e il gheriglio come anima.
Proprio dall’osservazione del gheriglio deriva la similitudine con il cervello umano, caratteristica che ha fatto ritenere la noce un rimedio medicinale operante secondo la dottrina delle corrispondenze o della cosiddetta magia simpatica, contro i problemi legati al cervello. Ne scrisse, nella sua opera Phytognomonica risalente all’anno 1583, il medico e alchimista di scuola salernitana Giovanni Battista Della Porta, vissuto fra il 1535 ed il 1615.
E concludo con il fico, quello detto di San Giovanni, un fiorone a maturazione precoce diffuso particolaòrmente nell’Italia meridionale ed insulare.
Il fico è considerato pianta magica e mistica per eccellenza. Sotto un fico si illuminò Budda, sotto un fico meditava Gesù, e sempre il fico è nominato in diverse tradizioni religiose. Guarda caso, ad un fico si impiccò Giuda.
Il fico, inteso come albero, è considerato fondamentale per l’effettuazione di certi rituali, in particolare legati alla presenza della luna piena o nera.
Nella medicina popolare le foglie di fico, con le quali si coprirono Eva e Adamo quando persa l’innocenza si vergognarono di essere nudi, vengono utilizzate per vaticinare sullo stato di salute ed il lattice è utilizzato per curare porri, verruche e dermatiti e persino per estirpare spine di fico d’india e di riccio di mare, oltre che per curare ernie. Particolarmente corposa, in tal senso, è la tradizione sarda, alla quale rimando.
Significativa è l’attenzione all’elemento femminile del fico, inteso come frutto (che non infrequentemente viene nominato al femminile) ed all’atto di spaccare o tagliarlo esattamente a metà, nel corso di determinati rituali, per succhiarne la polpa.
Ciò, secondo i rituali di guarigione, permetterebbe alla malattia di uscire dal corpo del malato mentre, in quelli dedicati alla fertilità, alla conoscenza ed alla ricerca simboleggia l’utilizzo dell’energia sessuale necessaria al compimento dell’opera.
In ogni caso fondamentale è il concetto di pulizia dal male, naturalmente non nel senso bigotto di peccato bensì in quello di energia negativa. Per tale ragione il lattice, la polpa del frutto od entrambi vengono spalmati sul corpo dei partecipanti al rito con particolare riguardo ad occhi (dove l’uso del lattice è tassativamente escluso) bocca, cuore, fegato, mani e genitali.
Non è un caso che anche al fico, albero primordiale e sacro anch’esso a Dioniso (che ne avrebbe addiritttura determinato la nascita) vengano sovente associati caratteri erotici, la predilezione da parte di Priapo, la riproposizione dello scroto maschile ovvero, quando spaccato, della vagina femminile e la considerazione di pianta sacra a Demetra, dea della fertilità. Una curiosità: la cosiddetta Via Sacra, percorso lungo 20 chilometri che conduceva da Atene ad Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra e dove campeggiava il fico sacro, era fiancheggiata da un doppio filare di alberi di fico.
Non dimentichiamo in fine la storia di Roma: il fico era caro a Marte, e sotto un fico fu trovata la cesta contenente Romolo e Remo.
Con l’avvento del cristianesimo, dimenticando le meditazioni di Gesù, arriva quel simpaticone di san Gerolamo a dichiarare che è stata l’eresia a seccare i rami di un certo fico, simbolo del demonio e dell’ozio voluttuoso.
E concludo con una nota niente affatto mistica: nel 2017 la produzione mondiale è stata di 3.973 milioni di tonnellate, con la Cina saldamente al primo posto con una quota del 48 per cento.

Alberto Cazzoli Steiner

Le Antiche Donne dai coltelli di pietra

Sono giorni adatti per ricordare quelle terre di Eudaimonia che, nell’Appennino Ligure-Emiliano, ed in particolare in quella frazione al confine tra le province di Parma e Piacenza, si distendono per chilometri in declivi ricoperti da prati, tassi e macchie di faggi, circondati da maestosi affioramenti rocciosi.L’apparenza idilliaca non deve però trarre in inganno, specialmente quando dalla cima del monte Lama scendono ammassi di nubi dense e grigie, stracciate da folate di vento rabbioso che, a chi sa ascoltare, paiono proprio ciò che sono: echi della presenza delle antiche Donne di Conoscenza, che qui vi ebbero dimora a partire dall’epoca di Neanderthal, anime di quelle Donne che vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni, e con loro gli ultimi giorni della Conoscenza.
Come sempre, protagonista della nostra vicenda è Haria, nome inventato dietro il quale si cela una Donna di Conoscenza che intende mantenere segreta la propria identità.
Testimone della Storia e Donna senza tempo, nata con un’intensa luce verde negli occhi, sin dal tempo ancestrale in fuga da un mondo che l’avrebbe voluta stupida, ignorante, sottomessa a un minuscolo uomo, serva e fattrice silenziosa di molti figli.
Haria trovò riparo con la madre in una profonda caverna nel monte sulla cui vetta immolò al fuoco sacro la salma del padre, ucciso a tradimento dalla lama del coltello di un eunuco, e potè sfamarsi grazie all’abilità materna nell’allestire trappole: il cuore e il fegato di un daino furono i suoi primi bocconi di carne, il latte di capra selvatica il suo nettare ed un cucciolo di lupo nero, razza rara e temuta, abbandonato dal branco divenne suo inseparabile compagno e sua voce selvaggia.
La madre le insegnò la Sacra Danza degli Antenati, imponendole di ripeterla, un giorno, al cospetto di Madre Terra, ed Haria scelse di rimanere ai margini, nella consapevolezza che il tempo fra gli uomini era finito, poiché gli uomini stessi lo erano, in attesa dell’Uomo Nuovo.
Haria non è diversa da quelle Donne, che con i loro occhi verdi ed i capelli rossi ritornano nei secoli dei secoli urlando il loro dolore, la loro verità, il loro disgusto per le infime pulsioni di quell’animo che vuol dirsi umano, maneggiando la corta daga meglio dei più esperti Spartani addestrati ad uccidere, in combattimenti dove il troppo dolore non ha lasciato più spazio alla pietà, affrontati con un fagotto dai capelli rossi appeso alla schiena: una bimba che sembrava dormire ma che sarebbe stata in grado di raccogliere il testimone e portare avanti la Regola nei secoli dei secoli.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, alle Donne di Conoscenza non è rimasto che celarsi nuovamente nelle tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni in città sempre più invivibili fingendosi vecchie homeless indifese, raggomitolate per contrastare i morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando un urlo che nulla avrà di umano, balzeranno dai nascondigli brandendo le lame del Sapere per fare a pezzi, letteralmente, gli esseri ipocriti, rabbiosi, immondi nella loro arroganza, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
E le lame, sacre, saranno di pietra, pietra dura, scura, affilatissima, pietra che viene tramandata nei secoli dei secoli e che solo a loro, Donne del Lato Oscuro, è concesso oggi brandire, e questa volta la lotta sarà finalmente all’ultimo sangue, in onore a quella Fucina della Vita che portano in grembo.
Chi attraversa lo splendido anfiteatro naturale della Nave, ancora oggi sente l’impulso di onorare le ombre di quelle Donne che non tornarono dalle aspre battaglie che vi si combatterono, e che attraverso il Passo del Bocco di Bargone si salvarono dai mercenari del Sant’Uffizio: loro conoscevano le insidie del terreno, i mercenari no.
Mimetizzate, grigie come i tronchi degli alberi, marroni come la terra, odorose di muschio e funghi, divennero persino mute e un po’ stupide, salvo ergersi in tutta la loro bellezza quando, nude sotto il mantello di lana consunta, impugnando il pugnale colpivano rapide e letali per poi scomparire di nuovo confondendosi con il bosco.
La loro presenza, amica con chi sanno essere amico, accompagna viandanti silenti e rispettosi in quelle terre, comprese fra il Monte Nero, il Bue e il Lago Nero, dove si incontrano le province di Parma, Piacenza e Genova che ben rappresentano la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche.

Alberto Cazzoli Steiner

Stato dell’arte: la salute? Bene, grazie

Condotto da manuale, anzi da alta scuola, l’incontro di vertice tenutosi recentemente a Roma: Ursula Van Del Foss e il Cerutti Gino, con impeccabile aplomb da maggiordomi, hanno perfettamente centrato l’obiettivo di assicurare che nessuna terapia non ortodossa possa mettere in discussione il più che precario stato di salute dell’estabilishment sanitario.Dalla conclusione dei lavori è emerso il preciso intento di lasciare mano libera al settore privato, ed a nulla sono valsi i timidi pigolii italilandesi, emessi solo affinché nessuno possa un giorno affermare che l’italiland ha avallato tale decisione scellerata.
Neutralizzate, dopo alcune bordate a salve, anche Franza e Spagna poiché come è noto, zitte Franza e Spagna, che qui se magna.
Il paese del namasté, infine, ha formulato alcune proposte, prontamente ritirate di fronte alla promessa di elicotteri da combattimento, kinder pinguì e scarpe da far assemblare con leganti tossici a lavoratori bambini. Namasté
Dimenticavo: c’era anche una rappresentanza dell’Oms, della cui presenza si sono accorti solamente gli incaricati alla distribuzione dei segnaposti, che di fronte alla minaccia di essere esclusa dal buffet ha promesso di non profferire verbo, pur nella consapevolezza che valgono di più i miagolii del mio gatto che la parola di tale Organizzazione.
Qualche anima candida afferma che il vertice sulla salute globale sia stato un’occasione perduta. Non è vero, è vero anzi il contrario, poiché la partecipazione dei pezzi da novanta della cupola mondiale ne ha sancito l’incontestabile successo.
Magistrale la sceneggiata dello sdegno per le inaccettabili disparità nella distribuzione mondiale dei vaccini: l’85% delle dosi ai paesi ricchi e lo 0,3% a quelli poveri. Non ha fatto rimpiangere la mancanza di Nino D’Angelo e del grande Mario Merola.
Simpatica la dichiarazione di apertura della presidente della Commissione Europea: «Un nuovo capitolo nella storia della salute pubblica». A seguire Magnum per tutti, un classico evergreen, anche con ripieno al pistacchio.
Chiarita anche la sintassi dell’evento, nonché le implicazioni antecedenti e conseguenti: se nei primi mesi della vicenda pandemica la gestione risultava almeno formalmente nelle mani dell’Oms, ragione, come molti ricorderanno, di aspri scontri tra Donald Trump e la Cina, oggi la situazione è stata normalizzata, come accadde con il Concilio di Nicea: tutti apparentemente partecipano alla discussione, governi dei paesi ricchi e poveri e capitani d’industria, tirapiedi e faccendieri, nani e ballerine a conferma della ritrovata corrispondenza d’amorosi sensi.
Adoro l’odore dei bonifici alla mattina e, si sa, dove c’è Barilla c’è casa.
La conseguenza di queste congiunzioni carnali, che avranno ampie ricadute sulle popolazioni però in forma sodomitica, è stata la concessione della facoltà di parola al settore privato, per esempio ai massimi produttori mondiali di punturine, che in trionfale sequenza hanno annunciato i piani globali di produzione e vendita dei rispettivi veleni: 1,3 miliardi di spade entro il 2021 e altrettante nel 2022, con uno schema di prezzi differenziati, che però ovviamente nessuno conosce trattandosi del cosiddetto “prezzo di emergenza”, da sempre più elevato rispetto a quello standard.
Nessuno ha ovviamente osato chiedere, pur sapendo che una dose Sfrizzer costa, in regime di emergenza, al massimo 18 dollari ma che costerà tra 150 e 175 dollari nella fase commerciale, che potrebbe già iniziare nel secondo semestre di quest’anno.
Tutto era talmente studiato che persino Cammella Harry’s Bar si è ben guardata dal citare la sospensione dei brevetti decisa dal Bidet, visto che non intendeva certo essere accusata di inficiare il neo-atlantismo, benedetto da alleanze multimiliardarie mentre viene cucinata la pasta al forno grondante incentivi per le aziende affinché stipulino accordi bilaterali con imprese del sud del mondo, preservando i loro monopoli in cambio di facilitazioni doganali e fiscali.
E infatti gia lampeggiano gli annunci di alleanze Europa-Africa per la produzione delle punturine. E così è, se vi pere.

Il Cittadino Prigioniero

L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner

Regolamenti di conti delle origini: il Concilio di Nicea

Il 20 maggio 325 ebbe inizio il Concilio di Nicea, il primo ecumenico della storia della cristianità: οἰκουμενικός, ecumenico, ovvero mondiale, termine che al tempo indicava i territori dell’Impero Romano in ossequio alla convinzione dei Cesari di essere governatori del mondo, o Ecumene.
Convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, si svolse in modo piuttosto turbolento poiché intense ristabilire l’unità dogmatica minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo.Il suo intento era palesemente anche politico, poiché i contrasti tra i cristiani, a somiglianza del loro dio incazzosi fin da piccoli e tendenti a formare conventicole contrapposte le une alle altre esattamente come fecero in seguito democristiani e comunisti, indebolivano lo Stato romano.
Che molto poco vi fosse di religioso lo afferma in una missiva il vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno: “Temo i concili, non ne ho mai visto alcuno che non abbia fatto più male che bene, e che abbia avuto una buona riuscita: lo spirito polemico, la vanità, l’ambizione vi dominano; colui che vuole riformare i maliziosi si espone a essere a sua volta accusato senza averli corretti.”
Il concilio si prefiggeva primariamente di rimuovere le divergenze sorte in Alessandria d’Egitto fra Alessandro, Vescovo di Alessandria ed Ario, fondatore dell’Arianesimo, dottrina considerata eretica poiché confutava il dogma della Trinità, ponendo in un rapporto subordinato e non più identitario quello tra il Padre e il Figlio, creato e quindi finito. Ciò minava la natura stessa del Padre, e quindi il concetto di eternità.
La diatriba, le cui conseguenti lacerazioni teologiche ebbero effetto sulla pace dell’impero, coinvolse in particolare le Chiese d’Oriente di lingua greca. Per tale ragione la rappresentanza latina fu poco più che simbolica: lo stesso Vescovo di Roma Silvestro fu rappresentato da due preti e gli ecclesiastici non orientali presenti furono solo cinque: Ceciliano di Cartagine dall’Africa, Osio di Cordova dalla Spagna, Nicasio di Die dalla Gallia, Domno di Sirmio dalla Provincia Danubiana e Marco di Kalabria dalla Penisola, dove per Kalabria va però inteso l’odierno Salento.
Sembra che il vescovo, già allora in odore di santità, Nicola da Bari, nativo della Licia, nel corso delle dispute prese addirittura a schiaffi Ario, come riferisce Pietro De’ Natali nel suo Catalogus Sanctorum et Gestorum scritto tra il 1369 ed il 1372.
Le primedonne traboccanti ego, evidentemente, non difettavano neppure allora ed è interessante considerare come dei 220, o forse 318 o 160 partecipanti (le fonti divergono) nessuno dovesse zappare la terra per campare.
Venne quindi fissato il simbolo che ancora oggi rappresenta un punto centrale della cristianità: la dottrina dell’ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente stesso essere, ovvero della consustanzialità del Padre e del Figlio: nega che il Figlio sia creato (genitum, non factum), e che la sua esistenza sia posteriore al Padre: “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre” recita ancora oggi il Credo.
Negati gli aspetti caratterizzanti l’Arianesimo, vennero ribadite l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù, in opposizione alle dottrine gnostiche che negavano la crocifissione, affermando altresì la nascita virginale di Gesù nato da Maria Vergine.
Insomma, vennero fatti fuori i revisionisti.Tra le altre risoluzioni, il Concilio fissò una data per la Pasqua, assurta a festa principale della cristianità fino a quando non venne inventata la Coca-Cola, da celebrarsi la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo che fosse indipendente dalla Pesach, la Pasqua ebraica.
Compito del vescovo di Alessandria, presumibilmente usando il calendario copto, stabilire la data e comunicarla agli altri vescovi.
Venne inoltre dichiarata eretica la dottrina del Vescovo Melezio di Licopoli, evidentemente non allineato, definite le norme per il battesimo degli eretici ed assunte delle delibere di clemenza relativamente ai Lapsi, coloro che rinnegarono il cristianesimo durante la persecuzione di Licinio.
Venne stabilita la preminenza dei Vescovi di Roma e Alessandria e riconosciuto particolare ruolo onorifico al Vescovo di Gerusalemme.
Venne proibita, e questo è un dato interessante, l’usura fra chierici e la presenza di donne, le cosiddette virgines o mulieres subintroductæ nella casa di un chierico. Effettivamente “Le donne dovrebbero essere segregate, perché sono la causa delle involontarie erezioni degli uomini santi” come ebbe a scrivere sant’Agostino dopo aver finito di fare i suoi porci comodi con madre e figlia insieme.
Il provvedimento più curioso fu, per altro, la proibizione dell’automutilazione, segnatamente dell’autocastrazione: particolarmente in Oriente molti monaci rifiutavano l’ordinazione sacerdotale considerandola associata al potere mondano e fonte di vanagloria, ricorrendo a espedienti peculiari come l’automutilazione di alcune parti del corpo. Inoltre, seguendo una visione estremizzata di Matteo 19.12, si pensava che castrazione ed evirazione consentissero di assurgere a particolari facoltà.
Il Concilio si concluse 25 luglio con soli due prelati, Teona di Marmarica e Secondo di Tolemaide, che votarono contro le decisioni prese, e l’imperatore Costantino, nel discorso di commiato, sottolineò la sua volontà che la Chiesa vivesse in armonia e pace e lontana da controversie cristologiche.
Insomma, la faida si era conclusa.Sottile, ed anche divertente, ciò che scrisse in proposito Voltaire, affermando nel suo Dictionnaire Philosophique che le dispute avessero ben poco a che vedere con il messaggio evangelico e con la moralità: “I concili sono fatti dagli uomini, sono quindi il frutto naturale delle passioni umane e delle circostanze storiche, e tutti sono infallibili, poiché è impossibile che le passioni, gli intrighi, lo spirito polemico, l’odio, la gelosia, il pregiudizio, l’ignoranza, regnino in tali consessi. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanti concili si sono opposti gli uni agli altri? È accaduto per esercitare la nostra fede; essi, ciascuno nel proprio tempo, hanno sempre avuto ragione. Non si crede oggi, presso i cattolici romani, che ai concili approvati dal Vaticano; e non si crede oggi, presso i cattolici greci, che a quelli approvati in Costantinopoli. I protestanti si burlano sia dei primi sia dei secondi; in tal modo tutti devono dichiararsi contenti.”
Concludo tornando per un istante alla pratica dell’autocastrazione, che spesso contemplava l’evirazione, originata da un’interpretazione fanatica di Matteo 19.12: “Vi sono eunuchi che nacquero così dal grembo della madre, e vi sono eunuchi i quali furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il Regno dei cieli.”
La pratica venne proibita ma, come sappiamo, la chiesa continuò sino alla fine del XIX Secolo a castrare i bambini per ottenerne la purezza vocale nei cori. Come dire:
“Ti sei toccato figliolo?”
“No padre.”
“Bravo, vieni che ti tocco io.”
Tutto questo per tacere delle efferate torture del Sant’Uffizio che prevedevano evirazione, castrazione, amputazione di lingue e seni, sfondamento di ani e vagine, accecamenti e via di nefandezza in nefandezza.
La ratio dell’autocastrazione, della quale tale Origene fu alfiere, nacque dal convincimento che la loro mutilazione avrebbe fatto guadagnare poteri speciali e particolari favori in cielo.
Origene che, si dice, si automutilò per sfuggire alle tentazioni costituite dalle procaci allieve della Didaskaleion, la sua scuola catechetica di Alessandria fu molto elogiato.
L’Apologia di Giustino, che consigliava che i ragazzi cristiani fossero evirati prima della pubertà in modo che la loro virtù fosse permanentemente protetta, riferisce con non celato orgoglio che i medici Romani erano supplicati da fedeli Cristiani che richiedevano l’operazione, tanto è vero che Tertulliano ebbe ad affermare: “Il regno dei cieli è spalancato per gli eunuchi.”
Valesio, discepolo di Origene, ne approvò il comportamento al punto che, seguendo l’esempio del maestro, si autoevirò e, sostenendo che proprio la qualità di eunuco doveva caratterizzare il sacerdote, chiese di essere introdotto al sacerdozio. Ma la sua richiesta fu negata e venne addirittura condannato per eresia. Fondò quindi presso il Giordano una setta i cui membri, oltre alla rigida astinenza dal mangiare carne, praticavano l’evirazione su se stessi e su tutti coloro che, pur essendo estranei alla setta, ne venivano incautamente in contatto.
La diffusione della pratica, oltre ad indurre come abbiamo visto la Chiesa a condannarla espressamente, portò all’introduzione, a partire dall’IX secolo del rito della palpazione dei testicoli all’atto dell’elezione del nuovo papa.
Va detto che la pratica, di origine antichissima e comune a innumerevoli credo religiosi, aveva un suo fondamento nella misoginia e nella sessuofobia incazzosa dei cristiani che, ad immagine e somiglianza del loro dio, avevano ormai perduto lo smalto, la purezza e le facoltà alchemiche della prima ora, diventando grigi e ed efferati recitatori di anatemi e giaculatore. La banalità del male. Eh già, chissà perché mi è venuto in mente.In alcune culture, compresa quella etrusca, una selezione di bambini concepiti a maggio, e nati quindi a gennaio, venivano offerti alla divinità il 2 febbraio, giorno della candelora “dall’iverno semo fora” per propiziare la rinascita e l’abbondanza e, nella circostanza, venivano evirati nel corso di un’apposita cerimonia..
Ma la pratica viene da molto più lontano, quando era normale che un selezionato gruppo di giovani, scelti fra quelli appartenenti alle famiglie più in vista, venisse evirato da sacerdotesse al termine di rituali orgiastici: il sangue e lo sperma fecondavano la terra assicurando prosperità ed abbondanza alla comunità.
Poiché la disamina di tradizioni e rituali, per quanto interessante, ci porterebbe molto lontano e sicuramente fuori dal tema di questo scritto, cito solo di passaggio l’autoevirazione dei sacerdoti della dea Cybele, anche qui al termine di riti orgiastici.
Origene ed i suoi seguaci praticavano invece un rito triste poiché il sesso e la componente orgiastica vi erano banditi, e monco perché mancante dell’energia femminile, quella che custodisce il mistero della Vita, quella che nuovamente oggi si tende a respingere ed annientare in un momento storico assolutamente devirilizzato.
Addittura siamo alla pulizia etnica originata dal senso di colpa per essere bianchi e benestanti: i maschi bianchi vengono castrati affinché sia reso loro impossibile generare, lasciando l’incombenza ai loro omologhi neri, i cui geni sarebbero più sani.
La ratio è: l’uomo bianco viene visto ex-abrupto come razza inferiore, con geni scadenti e quindi incapace di procreare progenie sana che possa perpetuare la specie.
Secondo una versione sono le mogli a far castrare i mariti bianchi, per poi farsi ingravidare da neri, in un’altra una razza aliena provvede a ripartire gli esseri umani in maschi bianchi e neri e donne: i bianchi vengono castrati ed i neri utilizzati per la riproduzione.
Poiché l’essere umano necessita di liturgie e sovrastrutture abbiamo, a corollario, i Castration Day, le T-shirt che celebrano la castrazione pubblica come cosa buona e giusta, tutta una serie di manuali ed offertori, quasi dei grimori che illustrano procedure ed offerte alla Mistress ovvero alla Goddess della situazione. Mai violenta o coercitiva si dipana nel corso di un rito, frutto di libera e consapevole offerta.
Scuole di pensiero divergono sul fatto se sia più opportuno procedere con una lama contestualmente all’eiaculazione, evento molto scenografico ma piuttosto arduo da gestire sotto il profilo clinico, piuttosto che indipendentemente da questa, magari dopo aver concordato con la destinataria dell’offerta the last cum, l’ultimo orgasmo.
Articolato e preciso nei dettagli, il procedimento lo è maggiormente allorché i protagonisti siano maschi omosessuali poiché entrano in gioco particolari dinamiche tribali. In rete abbondano i riferimenti.
Così è se vi pare.

Alberto Cazzoli Steiner

Presenze apotropaiche

Un tempo, ben prima che nascesse il fenomeno urbex, le andavo a cercare, oggi mi limito a non disdegnarle se le incontro lungo il mio cammino, prestando attenzione a non varcarne la soglia quando percepisco vibrazioni che mi disturbano: non devo dimostrare nulla a nessuno, le manifestazioni del male le conosco fin troppo bene e di cose che voi umani ne ho viste abbastanza.
A meno che non sia funzionale ad uno scopo, evito quindi volentieri di violare certe case abbandonate disturbando le presenze che le occupano.In ogni caso cerco all’esterno, ed ove consentitomi all’interno, tracce e testimonianze di chi le protesse e, in qualche caso, continua a farlo pur non avendo formalmente più nessun compito da svolgere.Intendiamoci: proteggere significa proteggere, ed il senso è privo di qualsiasi connotazione benevola, poiché può essere protetto tanto un luogo di acque risanatrici quanto uno che affaccia su un baratro di male assoluto, e le forme di protezione, in termini energetici e di intensità, possiedono pari dignità.
E quindi corna, chiavi, tronchi d’albero antropomorfi, maschere, demoni o folletti, pietre graffite piuttosto che iscrizioni e cartigli, resti di affreschi, madonne e santi con o senza edicole ed altri simboli che un tempo si ergevano anteponendosi alle forze negative (negative, come detto, funzionalmente alla valenza oppositiva ed attributiva conferita alla casa dai suoi abitanti) ed ora languono abbandonate e dismesse.
Sbiadite e consunte, aggredite da ruggini, funghi, licheni ed erbe parassite rivelano la loro fragilità materica, ma riecheggiano ancora la loro prossimità con le antiche divinità silvopastorali delle quali un tempo erano servizievoli ancelle iconiche.Sono ancora oggi numerose le presenze guardiane delle case abbandonate, ed ogni incontro è evocativo ed a suo modo incantevole portatore di emozioni, subordinato solo alla capacità di saper osservare cogliendo tracce talora meno che minime, negli esterni come negli interni ed in luoghi od accessori letti e vissuti come componente dell’edificio: terreni e loro confini, crode e argini, stalle e magazzini, forni e legnaie, essiccatoi.
Spesso il simbolo consiste in una semplice punta, data da corna di bovini od ovini, quando non interi teschi, ovvero realizzata acconciando, come ho notato sull’Appennino parmense e piacentino, i coppi in modo da creare cinque o sette punte rivolte al cielo, lapidei parafulmini apotropaici, segni e simboli di una sacralità povera, rustica, essenziale ma rispettata da generazioni di persone e famiglie, oltre che a maggior ragione da certe donne di poca apparenza ma molta sostanza: le depositarie delle Parole.Donne chiamate a portare erbe, fiori e ceri ai vari sant’Antonio protettori di vacche e maiali nelle stalle, quando c’erano, che accarezzavano e lavavano certe pietre rotonde e convesse a simboleggiare ventri fertili o vagamente cilindriche a significare la potenza della penetrazione fecondante.
Tra pietre e legni si possono distinguere mascheroni, come vengono chiamati nel parmense, e ricordo quelli tipici della Brianza monzese raffiguranti Modœtia, l’antica Monza che era Luna e Sole ma soprattutto Luna Rossa.
Alcuni si palesano tra antichi legni e consunte pietre, altri, chiamati anche mummie o sfingi, ti osservano nascosti in angoli remoti.Madonne marmoree, le Maestà con la pelle delicata come quella delle Erbe della vecchia Nora1 se ne contano ormai poche, abbattuta od estirpata la maggior parte dalle loro sedi per ornare ville pretenziose. Sopravvivono però, convivendo con simboli cristiani per evitare le solite accuse di stregoneria, baffometti (con due effe, giusto per onorare il mimetismo) piuttosto che salvanelli o baffardelli con tutto il corredo di dispetti e benefici.
E non mancano volti di pregevole fattura, ferini, selvaggi ed inquietanti maestri del fiore e della lama dagli sguardi intensi e vivi scolpiti nel legno e nella pietra, che osservano come se fossero quello che sono: specchi in grado di restituire e riflettere, le labbra atteggiate e mormorii, preghiere, invocazioni, scongiuri, maledizioni.Chiavi di volta, architravi, colonne, stipiti di porte e finestre, grondaie, camini sono i luoghi fra terra e cielo che li ospitano, le loro garitte da sentinelle sempre all’erta dalle quali ancora oggi sorvegliano tutto e tutti, qual che sieno ombre od omini certi.
In questa breve nota un omaggio a Frasnedo, a Itaca ed al castagno di Marianna.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA 1Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe

A Sergio, che dall’aprile 1975 ha 19 anni

Come ogni anno da 46 anni, in questo mese dedico un pensiero al caro amico Sergio che dall’aprile 1975 continua ad avere 19 anni.
Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, Sergio venne macellato in mezzo alla strada, al ritorno da scuola, da sicari di avanguardia operaia, ed il suo cadavere fa paura ancora oggi.Tra gli infami che lo uccisero, uno venne rinvenuto suicida con la spada nel braccio nel 1981, gli altri, all’epoca dei fatti tutti studenti di medicina, vennero condannati a pene variabili, ed uno di costoro gli italilandesi hanno rischiato di ritrovarselo nella commissione di esperti nominati dal governo Conte per fronteggiare l’immondo virus.
Prima di accennare brevemente ad un’iniziativa messa in atto presso la basilica milanese dei Santi Nereo e Achilleo, all’Ortica, dove si tennero i funerali e dove ogni anno si tiene una breve commemorazione, ogni volta disturbata da fetenti, figli e nipoti senza spina dorsale di quei fetenti che, sfuggiti alla nemesi, furono ancora in grado di generare, desidero ricordare Sergio con una favola: Olga e i messaggi del bosco, scritta da Emanuela Sabidussi.
Non raccontiamoci palle buoniste: questa favola non estinguerà mai l’odio, non porterà giustizia, ma solo gocce di consapevolezza, tratteggiando il ritratto dei protagonisti, non persone dai superpoteri, bensì esseri apparentemente piccoli e fragili, custodi di antichi messaggi tramandati da anni, a nostra insaputa, da creature che vivono vicino a noi e delle quali mai si penserebbe di poter sentire la voce.
«È primavera, e si sente: l’aria ancora fresca è scaldata da un sole sempre più ardente, gli alberi svegliatisi dal letargo del lungo inverno stanno gettando i primi germogli, i prati verdi sono cosparsi dei primi fiori colorati, testimoni di come la festa annuale del risveglio della vita sia finalmente iniziata. In una casa molto vicina al grande bosco di inizio valle Olga si sta preparando per uscire e salutare la primavera appena affacciatasi, dopo qualche giorno chiusa in casa a causa di una pioggia intensa.
“Non trovo la maglia rossa!”
“È sul tuo letto” risponde la mamma dalla cucina, come tutte le mamme abituata a prevedere tutto.
E così Olga, tutta arruffata con ancora l’ultimo boccone in bocca, attraversa la grande sala per infilarsi giacca e scarpe e correre a esplorare le grandi novità del mondo la fuori.
“Io esco!”
“Va bene ma mi raccomando. Voglio che per ora di pranzo tu sia qui. Oggi verranno i nonni, non fare tardi!”
E annuendo Olga esce fuori correndo, con al suo seguito la fedele amica Polpetta, che non sta più nella pelle all’idea che una nuova avventura stia per iniziare: prova ne sono le veloci oscillazioni della coda e la lingua di fuori, accompagnati da grandi occhi felici.
Olga e Polpetta, superato il cancello di casa, corrono veloci senza mai fermarsi sino all’ingresso del bosco tra formiche, grandi alberi, pietre colorate, farfalle, fiori e gli altri magici abitanti della selva che li ospita silenziosamente.
“Guarda qui! I primi indizi della nostra missione di oggi!”
Le giornate più belle di Olga e Polpetta sono quelle trascorse a studiare ogni dettaglio del mondo intorno a loro. Imboccato il sentiero che conduce al grande bosco, le due amiche iniziano a setacciare ogni angolo, ogni dettaglio di ciò che si presenta davanti a loro. Ovviamente Polpetta, possedendo un fiuto udito da cane, non ha necessità di assistenza esterna, mentre Olga si fa aiutare da una grande lente di ingrandimento regalatale dal nonno: così finalmente si può sentire una vera esploratrice.
Sono passate quasi due ore, le due esploratrici si trovano nel mezzo di una missione speciale alla ricerca della formica più piccola del mondo quando proprio davanti a loro vedono d’un tratto un oggetto alquanto strano. Incuriosite, si avvicinano per ispezionarlo. Prima da lontano e poi sempre più da vicino. È di colore nero e oro, a forma di cono, nella parte più stretta un prolungamento fa pensare ad una possibile impugnatura. Olga rimane parecchi minuti a fissare l’oggetto misterioso senza toccarlo, lo analizza tutto con la sua lente di ingrandimento per coglierne indizi, ma solo prendendolo in mano scopre una scritta in corsivo sul retro: Udire non è ascoltare.
“Cosa vuol dire secondo te?” sbuffa Olga curiosa vero Polpetta. Ma quest’ultima, non sapendo cosa rispondere, piega la testa senza emettere un suono.
Un bel rompicapo per le due esploratrici. Passati diversi minuti a contemplarlo, Olga prova prima a strofinare il cono misterioso, poi ci soffia dentro, poi lo scuote e solo alla fine, forse grazie a un intuito inaspettato, lo avvicina all’orecchio per provare a sentire al suo interno e lì, dopo pochi attimi, inizia a percepire mille voci confuse.
Inizialmente si spaventa: di chi sono? Ma poi prende coraggio e prova ad ascoltare meglio. Alcune voci dicono cose incomprensibili, altre sono calde e basse, altre stridule e alte. Alcune stanno urlando, altre a malapena si sentono.
Prova allora, tenendo il cono stretto all’orecchio, a spostarsi nel sentiero di qualche passo e capisce così che avvicinandosi ad ogni insetto, fiore, foglia, pietra vicino a lei, riesce magicamente a sentirne la voce.
“Oh no, ancora qui! Speriamo non prenda me!” sta dicendo un primula nata da qualche giorno.
“Ohi ohi, quella terra stava per farmi male!” singhiozza una formica infastidita e affaccendata. Poi girandosi e guardando Olga continua: “Che strana creatura questa qui!”
“Ah ah, è vero! Guardate che orecchio enorme che ha!” commenta la formica vicina.
Olga capisce dopo qualche attimo che parlano proprio di lei e risponde indispettita: “Non è il mio orecchio questo! L’ho trovato qui. Il mio orecchio è normale, guarda!” e così dicendo mostra l’orecchio sotto al cono nero e oro.
La formica a quel punto si paralizza, rimanendo a fissare la grande umana. Lo stesso fa Olga.
“Come è possibile che possiamo sentirci e capirci?” si chiedono entrambe. Ben presto la notizia che una strana umana è in grado di capire la voce delle creature del bosco fa il giro tra tutti i suoi abitanti e in tanti iniziano a correre per conoscerla e poter parlare con lei. E così, seduti a terra in mezzo al sentiero, Olga e Polpetta ascoltano uno a uno in fila ciò che tutti quanti erano venuti a dire loro.
“Non è possibile che ci strappiate a centinaia. Anche appena nati, non avete pietà voi bambini. Ho visto con i miei occhi essere strappati e portati via tantissimi amici e amiche” stava dicendo una margherita arrabbiata: “Siamo stufi di morire per i vostri stupidi giochi di m’ama, non m’ama. Parlate di più tra di voi e lasciateci stare!”
Un cerbiatto: “Io sono venuto fino a qui per invitare la tua razza a camminare più lentamente con le scatole che avete costruito per spostarvi. Tanti dei nostri piccoli ogni anno muoiono sulle strade vicino alle nostre case. Credi di poter dare questo messaggio agli altri umani?”
Olga e Polpetta annuiscono silenziosamente mentre un abete chiede gentilmente all’umana appena conosciuta di invitare i suoi simili a trovare un altro modo per festeggiare le loro feste, un modo che non preveda il taglio di un suo simile e terminando dice: “Vi sarei molto riconoscente se poteste mandare questo messaggio a tutti prima del prossimo natale.”
E così, decine e decine di creature, una dopo l’altra portano il loro messaggio all’unica umana in grado di sentirli. Olga registra tutti i messaggi nella sua testa, ascoltandoli con grande attenzione e alcune volte facendo anche domande per capire meglio le esigenze. Come nel caso di una pietra dalla voce un po’ traballante: “Alcune di noi hanno le vertigini. Non ci lanciate per favore lontane da dove ci trovate. In alcuni casi ci abbiamo impiegato centinaia di anni ad arrivare sino a dove ci avete trovate al vostro passaggio.”
“In che senso soffrite di vertigini?”
“Il vuoto ci fa stare male. Siamo nate per stare a contatto con la terra, non per volare.”
Si sta facendo davvero tardi, ma Olga e Polpetta aspettano che ogni creatura in fila lasci il suo messaggio per poter ringraziare, salutare e correre a gran velocità a casa.
“Ma dove siete state? È tardissimo!” esclama la mamma vedendole entrare dal sentiero di casa, un po’ arrabbiata.
“Su, su, lascia che abbracci la mia nipotina preferita! Ci sarà tempo dopo per tutto” e così dicendo la nonna di Olga la avvolge in un grande abbraccio di benvenuto.
Il pranzo con i nonni inizia, anche se Olga non sta nella pelle dall’eccitazione delle mille scoperte appena fatte! E racconta tutto, tra una forchettata e l’altra, ai genitori e ai nonni a tavola.
“Ma che bella storia che ti sei inventata!” dice il papà alla fine del racconto.
“No papà, non è una storia! È tutto vero, è appena successo!” spiega Olga.
“Certo amore! Brava, ora continua a mangiare”, conclude la mamma con un sorriso amorevole. E così Olga rassegnata capisce che nessuno della sua famiglia può capirla né aiutarla. I giorni successivi prova a spiegare quanto ha scoperto al vicino di casa, poi al lattaio, alla signora robusta che porta a spasso il cane e anche al sindaco del suo piccolo comune. Ma nessuno sembra prenderla sul serio. Solo un senza tetto tenta di crederle, ma in cambio vuole provare anche lui il cono. E nulla: non sente nessun suono o voce. E così, sconfortata, Olga prova con i bambini e organizza un incontro per spiegare cosa ha scoperto i giorni prima.
Le reazioni alla notizia cambiano parecchio rispetto a quelle degli adulti:
“No, non ci credo! Ma è pazzesco!”, esclama felice uno alla fine del racconto.
“Dici che possiamo riuscire anche noi?” chiede curioso un altro.
“Come pensi di far conoscere a tutti gli umani le tue scoperte, come ti hanno chiesto di fare?” chiede ad Olga una bambina.
Ma Olga non ha una risposta, e tutti decidono di trovarsi per capire il da farsi. L’entusiasmo è alto ed ogni bambina e bambino vuole conoscere ogni dettaglio dell’avventura vissuta da Olga e Polpetta, e provare il cono magico.
Olga, tornando con gli amici nel punto esatto in cui qualche giorno prima c’era stato il grande incontro, racconta tutto dall’inizio alla fine, felice che finalmente qualcuno creda alle sue parole.
E il cono inizia a passare di orecchio in orecchio per far sentire la magia delle voci a tutti. A fine giornata tutti insieme seppelliscono il cono magico accanto a un grande masso: avevano scoperto che non era l’oggetto a trasferire il potere di poter ascoltare le voci, ma la sola convinzione di poterlo fare. Ora il cono non è più un oggetto magico, ma una cosa da proteggere.
“Scriviamo grandi cartelli con i messaggi e appendiamoli per le città”, propone una bambina.
“Sì, ma forse non li prenderebbero sul serio”, prova a dire un bambino.
“È chiaro che i grandi non sono interessati a capire” riconoscono in molti, mentre Olga ha un’idea: “Allora forse dovremo far arrivare i messaggi ai bambini. Saranno loro a comunicare le cose da sapere ai loro grandi.”
“Sì! Mi piace questa idea!”
“Sì! Anche a me!” esclamano tutti in coro!
E così la favola si conclude con bmbine e bambini da anni continuano la loro piccola grande missione di condivisione dei messaggi delle creature del bosco con gli adulti. Gli stessi messaggi arrivati quel lontano giorno attraverso il cono magico trovato nel bosco da Olga.»
Fine della favola, e sicuramente vi sarà chi si domanderà cosa c’entri con un efferato omicidio avvenuto quasi mezzo secolo fa. Semplice: non sono io a dover fornire né spiegazioni né soluzioni. Se le parole che avete appena letto vi hanno fatto vibrare dentro, bene. Altrimenti avete perso tempo. Amen.
Ed ora vediamo se l’iniziativa di cui sto per parlare fa vibrare dentro.
Nella Basilica dei Santi Nereo e Achilleo Sergio fu battezzato e cresimato, frequentò l’oratorio giocando a calcio e qui vennero officiati i funerali suoi e, successivamente, dei suoi genitori.
L’edificio, costruito tra il 1937 e il 1940, venne restaurato proprio negli anni in cui sul suo sagrato si tennero i concerti commemorativi per Sergio e già allora il parroco, don Gianluigi Panzeri, ci rivelò il suo sogno di poter affrescare i 12 grandi spazi della navata centrale: impresa apparentemente impossibile, per il costo e per la difficoltà di trovare un artista all’altezza del compito.
Ma un giorno comparve Iulian Rosu, artista rumeno di fede ortodossa, che lasciatosi completamente travolgere dall’iniziativa sta ora realizzando il ciclo pittorico.
Ogni affresco misura 5×4 metri e per realizzarlo occorrono 400 tuorli d’uovo, base di tutti i colori assolutamente naturali usati dal pittore secondo una delle più antiche tecniche pittoriche.
Sono già state realizzate sei tele e la questione economica non è stata risolta: da qui, anche grazie da un’Associazione milanese di Cavalieri Templari, l’idea di favorire il completamento di questa spettacolare impresa artistica e culturale nel nome di Sergio e di sua mamma Anita, nella loro Chiesa.
Per maggiori informazioni questo è il link esplicativo: http://www.sergioramelli.it/adotta-un-affresco-per-sergio/.

Alberto Cazzoli Steiner

Il Cittadino Prigioniero è tornato

A poche, pochissime persone è nota la sua esistenza: cittadino di un paese ideale, potremmo dire interiore poiché mai fu, il suo, quello del quale in questo qui ed ora calca il suolo, e che effettivamente il nostro non riconosce, avendo tentato di cambiarlo e per tale ragione sottostando con dignità al pagamento del prezzo.All’onore della lavagna, rigorosamente dalla parte dei cattivi anticomunisti, nel primo decennio del terzo millennio quest Uomo trascorse alcuni anni in un carcere del Nord, esperienza che fu arricchimento mistico, monastico, interiore, lavorativo.
Una volta ristretto ritrovò vecchi cattivi, e nuovi ne conobbe, di parte e, a suo tempo, di parte avversa, e tutti si scoprirono accomunati da un’identica sorte: l’aver gettato anni della propria esistenza credendo in un ideale ma essendo in realtà carne da macello nelle mani di burattinai che cenavano, andavano in vacanza, tenevano consessi carnali e facevano affari con i burattinai avversari.
Dal novero vanno stralciati giusto un paio di cattivi, divenuti nel frattempo star letterarie e televisive, ma nessuno sofrì nel constatarlo.
Il nostro, aduso al chissenefrega, se ne fece anzi una ragione, e ad una settimana dalla decorrenza della pena già utilizzava le proprie capacità ed il proprio tempo – che nel frangente non mancava – per scrivere su diversi giornali carcerari e non, organizzare eventi e convegni sui temi della trasgressione e del recupero intra ed extra murario, implementare progetti di lavoro esterno, oltre che per lavorare nell’ufficio statistica e nel laboratorio di rilegatoria del carcere, apprendendo i segreti di un’arte raffinata.
Arte che gli permise di realizzare, per uso personale, una splendida cartella portadocumenti in robusto cartone rivestito in pelle sfumata in due eleganti toni di azzurro e grigio, sempre colma di ritagli di giornale, quotidiani, appunti e che si caratterizzava poiché la parte esterna presentava la scritta in rilievo: Il Cittadino Prigioniero, seguita dal numero 162112, il suo numero di matricola.
Un giorno accadde che il ministro della giustizia divenne Clemente, promulgando un indulto che gli abbuonò due anni residui. Ed uscì infine a riveder … i tram in piazza Aquileia.
Per onor del vero gli vennero abbuonati due anni e otto mesi, ma il nostro, quando pochi giorni dopo tornò in carcere per ritirare 800 euro di stipendio maturato, tutto ciò che in quel frangente possedeva, non andò certo a farlo notare.
Trascorsero anni, per l’esattezza più o meno tre lustri, ed un giorno il protagonista della nostra vicenda ricevette una telefonata dalla polizia della cittadina dove nel frattempo si era trasferito, che lo avvisava di presentarsi per discutere … l’affidamento in prova ai servizi sociali per una condanna residua di otto mesi, con l’avvertenza che avrebbe potuto “opporre ricorso avverso il provvedimento”.
Avvocati? Anche no, grazie: a suo tempo giocare al rivoluzionario gli costò ben trecento milioni delle vecchie lire in spese legali, naturalmente senza che nessuno dei maggiorenti delle organizzazioni per le quali aveva militato facesse neppure finta di mettere mano al portafogli per un contributo.
Per farla breve: il nostro ha attualmente acquisito lo status di detenuto affidato in prova ai servizi sociali con un fine pena fissato per la metà del prossimo mese di novembre, che si ridurrrà a settembre per effetto dello sconto di pena di 45 giorni ogni semestre che tocca in caso di buona condotta.
La vita del nostro amico è mutata per il fatto che non può lasciare la regione di residenza o domicilio salvo richiesta motivata all’apposito ufficio dell’amministrazione penitenziaria che si occupa delle esecuzioni penali esterne, deve rincasare entro le ore 23 e non può uscire prima delle 6 (il cosiddetto coprifuoco antivirale è dalle 22 alle 5), non deve frequentare pregiudicati (nemmeno il Berlusca? Uffa…) e deve chiedere l’autorizzazione per prendere parte a matrimoni, funerali, pranzi o cene di lavoro in ambito extra regionale.
Essendo in questi otto mesi il ministero della giustizia responsabile del suo stato di salute, sarà quindi l’amministrazione penitenziaria ad occuparsi di dentista, oculista, tac, risonanza, presidi farmaceutici, ricoveri ospedalieri, ovviamente con corsia preferenziale, ticket-free ed ovviamente escluso il piantonamento. Un’ottima opportunità per un check-up completo.
Avendo una casa, un lavoro, una condotta regolare e dovendo scontare una condanna residua inferiore ai 18 mesi per reati commessi nel millennio precedente, e non avendone commessi di successivi, al nostro amico è concesso di mantenere la propria attività di lavoratore autonomo, con la quale campa, e coltivare i propri interessi.
A qualcuno tutto questo potrà apparire come disgrazia, vessazione, carognata di uno stato inefficiente. Questione di punti di vista, funzionali alle situazioni.
Quello del nostro amico è: ma quando mi ricapita un’occasione simile? L’opportunità di vedere per alcuni mesi il mondo e le sue vicende attraverso il filtro privilegiato di uno status solo apparentemente limitante ma che consente un sano distacco ed un’iconoclasta derisione. E poi vediamo chi è il prigioniero.

ACS – Il Cittadino Prigioniero

Con l’alias de Il Cittadino Prigioniero il nostro amico collaborerà in questi mesi a La Fucina con articoli dedicati a crescita interiore, costume e soprattutto malcostume. No, non prevede di scrivere testi di evasione.