Tutti liberanti, ma quanti si sono putrefatti per rinascere?

Liberante è un termine gergale del lessico carcerario inteso a definire un detenuto prossimo alla scarcerazione e, nell’imminenza (?) del rilascio dai domiciliari coatti dovuti ai diktat governativi emessi, per molti ma non per tutti, con l’alibi di contrastare l’immondus atque farloccus morbus gravis, liberanti lo siamo un po’ tutti.Ma quanti di noi usciranno a riveder le stelle rinnovati, anzi purificati e con una nuova visione, da questa esperienza? Ben pochi, ne sono certo, ad onta del trituramento di marones operato nelle ultime settimane da esoteriche ed esoterici, shamane con l’acca e spiritualisti, anime belle che snocciolano gorgheggiando allo sfinimento (nostro) un copione consunto a base di pensieri positivi ed irripetibili opportunità, dovute alle congiunzioni astrali ma mai a quelle carnali, aborrite in quanto pertinenti alla materia ed alla fisicità, foriere di vibrazioni basse e, va da sé, impure.
L’elenco non sarebbe completo se non citassi passaggi di luce, angeliche concatenazioni numeriche e mantra salvifici destinati a condurci verso il Mondo Nuovo: un’Arcadia di latte e miele dove tutto sarà finalmente Uno e la compenetrabilità di mondi interdimensionali2, razze e culture cosa fatta. Tric-truc-trac, ecco fatto il becco all’oca, e taluni già indicano quale sarà il posto sul Galaxy Express novantanooove_undiciundici proveniente da Torino Porta Nuova e diretto a Salerno delle ore sei e quaranta: vettura smart loculo 27. Ferma a Reggio Emilia Medium Cœli, Bologna Centrale …
Sarà. Nell’attesa di essere onusto di gloria e sapienza ed assunto nell’alto dei cieli sostituisco latte e miele con fette di pane scaldate, coppa piacentina e una Bonarda di quelle che a Fumo Angelo, del quale ora rimane solo il nome, usava per il suo inimitabile risotto alla pavese.
Facciamocene una ragione: gli italilandesi usciranno dal sequestro coatto ancora più pronti alla sodomia attiva e passiva, incarogniti, bastardi, diffidenti, opportunisti, vigliacchi e, dovesse servire, antropofagi. Lo hanno ampiamente dimostrato in cattività, figuriamoci a piede libero. E sia chiaro: non dò torto a nessuno.
Io stesso, anzi, proprio perché questo periodo ha sortito i suoi frutti, ho ritrovato quel me stesso di quando iniziai il Cammino, vale a dire la purezza e lo stupore del bambino interiore arricchiti però dall’esperienza ed emendati da ogni residuo barlume di senso di colpa ed inutile pietà per chi non la merita ivi comprese le zavorre. Come dite? Si, certo: a mio insindacabile giudizio.
Mi sono quindi affacciato, e ritratto causa manifesta teoresi, da chi propugna la rivoluzione ma non molla la tastiera nemmeno oggi (ieri per chi legge), giorno ideale per scendere in strada a menare mazzate visto che il cancro cattocomunista si è permesso, con la connivenza di acefali sbirri ipovedenti e mossi da ordini di scuderia, di celebrare il 25 aprile vagando ad insozzare e, come sostiene la vulgata governativa quando si tratta degli altri, ad infettare piazze e giardini pubblici con striscioni, bandiere, bambini, cani e palloncini.
Sarà che anche i rivoluzionari dell’ultima infornata tengono famiglia e sono convinti dell’efficacia dell’azione attraverso esposti, denunce, interrogazioni parlamentari. Tutta carta destinata ad essere appesa al famoso chiodo nel cesso.
Prevengo l’inevitabile domanda: io so di avere doti carismatiche. Ma non ambisco ad essere un Masaniello, capopopolo di pletore di seguaci pronti a mollarmi, infamarmi ed assistere al mio rogo in piazza ove il vento della convenienza dovesse girare altrove.
E non sono neppure un Don Chisciotte: che me ne frega di modificare uno status quo inscalfibile, dato che sono sufficientemente abile per scivolare tra le sue maglie?
Ed anche questa voi chiamatela come preferite, io la chiamo consapevolezza. Ne convengo, fa rima con scaltrezza: qual’è il problema?
Bene, ciò premesso, veniamo alla putrefazione, tappa fondamentale nel percorso che dopo la morte porta alla rinascita attraverso la purificazione della trasformazione.
Ne parlo dal mio punto di vista alchemico e sciamanico, che non è quello ortodosso, ma il mio: ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Citazione da Full Metal Jacket, riferita al fucile.
Oltre che per cause naturali, otteniamo il cosiddetto corpo morto mediante lo smembramento, rito liturgicamente cruento che, ove necessario abbinato alla caccia all’anima, consiste nel riportare l’equilibrio in una persona asportandole, a seconda delle necessità, occhi, ivi compreso il terzo ove presente, orecchie, lingua, dita o mani, cuore, fegato e genitali per purificarli con il fuoco. Ne ho scritto diffusamente in altre circostanze.
Cuore, fegato e genitali vengono parzialmente sbranati a morsi, non per il principio dell’assunzione delle qualità del guerriero bensì in segno di nemesi degli organi stessi e, con loro, di ciò che di protervo, indegno, irrispettoso, violento hanno contribuito a commettere.
Quando gli organi espiantati ed amputati sono ridotti in cenere, queste vengono impastate con acqua e terra, non necessariamente argilla, riformando gli organi che, così purificati e rinati, vengono riposizionati. Solo questo processo rianimerà lo spirito, che rientrerà nel corpo rinnovato.
Sto certamente parlando di modalità cruente, liturgicamente ma al tempo stesso effettivamente poiché sappiamo come, energeticamente, ciò che avviene nel Rito avviene nella realtà. E come debba essere così, perché il soggetto deve provare sulla e nella carne il dolore catartico, apotropaico, dello smembramento.
Con riferimento all’alchimia accademica, nella stessa Tavola Smeraldina sono gli alchimisti a descrivere in modo tanto suggestivo quanto cruento la purificazione, definendola una tortura necessaria per portare alla morte ed alla putrefazione della carne al fine di concludersi con la rinascita della materia in quello che essi chiamano Corpo di Gloria.
Anche nel Testamento di Ga’far Sadiq si legge: “I corpi morti devono essere torturati nel fuoco attraverso tutte le arti della sofferenza per poter resuscitare, perché senza sofferenza e senza morte non si può raggiungere la vita eterna.”
E non posso omettere Zosimo, che identifica le fasi alchemiche con un personaggio di nome Jon, apparsogli in sogno e squarciato con la spada, tagliato a pezzi, decapitato, evirato, scorticato, bruciato per poter cambiare il corpo in spirito, e di nuovo lo spirito in corpo puro.
Persino Jung ritenne che le torture corrispondessero all’allegoria dello smembramento del corpo umano e, secondo Mircea Eliade, ciò sarebbe un retaggio del più antico sciamanesimo dei cosiddetti culti metallurgici, quelli, per intenderci, connessi alla siderurgia dell’età arcaica, celebrati per esempio da Callimaco che tracciò figure di dei ed eroi in riferimento a coloro che insegnarono l’arte di estrarre e lavorare il ferro.
Nello Splendor Solis rinveniamo questa immagine: “Io ti ho ucciso ed ho fatto il tuo corpo a pezzi al fine di beatificarti e farti rivivere di una più lunga e felice vita, che tu mai provasti prima che la morte cospirasse contro di te per il colpo della mia spada, e occulterò la tua testa affinché gli uomini non possano riconoscerti, e brucerò infine il tuo corpo in un vaso di terra dove lo avrò rinserrato affinché essendosi in breve tempo imputridito, possa maggiormente rinascere moltiplicato recando gran messe di frutti migliori.”
Tutte le descrizioni ci conducono ad un comune denominatore, vale a dire a come requisito fondamentale fosse, e tuttora sia, la padronanza del fuoco e, imprescindibile, quella delle connessioni alchemiche, astrologiche e mitologiche con il potere dei metalli.
La displosis, vale a dire il raddoppio di una quantità di metallo prezioso, non riveste nessun significato pratico nel Rito dello smembramento, diversamente dalla capacità di approntare il forno. Alla bisogna può venire iconicamente in aiuto il frammento proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal, considerato la prima fonte storica attestante l’esistenza di una alchimia mesopotamica, che raccomanda: “Predisporrai il piano di un forno nel giorno propizio di un mese propizio. Sorveglierai e lavorerai tu stesso, portando gli embrioni nati anzitempo e curando che né stranieri né impuri camminino davanti ad essi. Offrirai le libagioni dovute ed il giorno in cui tu depositerai il minerale nella fornace compirai un sacrificio.”
Nel caso specifico gli embrioni sono le parti corporee asportate ed il sacrificio consiste nel darle alle fiamme.
Curiosamente, pochi anni dopo la pubblicazione della Tavola, un testo arabo, il Gāyat-al-hakīm, noto in Europa con il nome di Picatrix e messo all’indice da santaromanaecclesia in quanto recuperava il primigenio concetto del mago, alchimista e sciamano ma anche sacerdote e teurgo, si occupò dei medesimi argomenti.
A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda: ma il mago, ovvero lo sciamano alchimista, chi è? Un falsificatore, un ciarlatano, un imbonitore da effetti speciali?
Esistono anche quelli, inutile negarlo, e sono numerosi, ma quello che ci riguarda da vicino è uno studioso il cui potere proviene dalla conoscenza profonda della natura, intermediario fra cielo e terra che agisce tenendo un basso profilo per aiutare la natura, e non mi riferisco solo a quella umana, a proteggersi e svelarsi rigogliosa. Possiede l’arte di trasformare e manipolare la materia, guarire le persone, mutare il corso degli eventi pur non operando miracoli ma, semplicemente, parlando da pari e portando rispetto, con le forze del Creato.
Ars Magna Lucis et Umbrae. Pausa di ristoro con sottostante cameo prima di riprendere il cammino: ecco l’antica mappa simbolica attribuita al gesuita, filosofo, alchimista e storico Athanasius Kircher (α Fulda 1602 – Ω Roma 1680) che raffigura il corpo umano come immagine dell’Universo, dove ad ogni organo corrisponde una specifica parte del Creato ed è depositaria di forze, regioni, tempi, nodi ed energie.L’incisione è compresa nel trattato Ars Magna Lucis et Umbrae, considerato uno dei capisaldi dell’alchimia, e la cui conservazione romana è oggetto di misteri e leggende, esattamente come la scomparsa tomba dell’autore. Ci ritorneremo in altra occasione, unitamente al luogo di conservazione del cuore.
Questo breve viaggio a volo d’uccello non sarebbe completo se non citassi il manoscritto greco detto la Crisopoiea di Cleopatra, che contiene trattati di alchimia: custodito a Venezia presso la Biblioteca Marciana, è noto come Manoscritto Marciano.
In esso rinveniamo l’abusata, inflazionata, mistificata asserzione “tutte le cose sono Uno”, che riprende l’espressione Eraclitea πάντα ῥεῖ, panta rei, tutto scorre, riadattata da Plotino nell’aforisma “Tutto è ovunque e tutto è Uno e Uno è tutto” e nella Crisopoiea di Cleopatra riportata come En To Pàn.
A questo caposaldo si rifece Marcelin Berthelot (α 1827 – Ω 1907) insigne chimico ed uomo politico, autore di opere fondamentali opere come La chymie au Moyen Age, Les Origines de l’alchimie, la Collection des Anciens alchimistes Grecs, e di un notevole numero di ricerche sperimentali di chimica applicata quali, a titolo esemplificativo, quelle sulla sintesi dell’etanolo, del metano, dell’acido formico, dell’acetilene, del benzene e del comportamento degli esplosivi.
E proseguo, evitando di addentrarmi nello specifico perché esiste copiosa narrativa relativamente a quanto sin qui esposto, accennando a quanto l’influenza degli astri si estenda alla generazione di minerali, esseri viventi e, ambito qui di nostro interesse, metalli, per assimilazione tratta da colore, splendore e numero.
Inizio con il metallo nobile per eccellenza, l’oro, abbinato al Sole, l’astro che con la sua luce ed il suo calore costituisce la fonte principale delle energie terrestri.
In ambito alchemico tradizionale i pianeti rimangono sette, guarda caso numero sacro per eccellenza che ritroviamo nelle stelle dell’Orsa e persino in testi biblici dove viene iperbolizzato in settanta volte sette.
L’origine del numero, primo e maschile, corrisponde però all’astro femminile per eccellenza: la Luna. Che compie la rivoluzione in quattro quarti di sette giorni ciascuno e che, con la forza del suo Argento moltiplicata da quella dei giorni della Luna Rossa, quelli del mestruo, conferisce alle Donne una potenza sovrumana.
Quella potenza che già nelle scritture cosiddette sacre e nelle religioni, non solo in quelle mediterranee monoteiste, terrorizzò ometti da niente che, complottando, torturando, mortificando, umiliando, tenendo sotto il tallone della superstizione e della paura fecero di tutto per deprimere, reprimere, sopprimere sino a cancellarne la memoria.
Vi ricorda qualcosa di attuale, per esempio quello che sta accadendo nell’italiland dei domiciliari, oppressa da un governo di mezze calzette?
L’adozione del numero sette per indicare la settimana, già in uso presso Caldei ed Egizi ma ignoto a Greci e Romani, ebbe la sua definitiva consacrazione da Costantino in poi.
Urano, Nettuno e Plutone non sono visibili ad occhio nudo, contrariamente a Sole e Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. Che sono sette ed ai quali sin dall’antica Babilonia venne consacrato un giorno della settimana, così come oggi noi li conosciamo secondo la formulazione latina: dies Lunæ, lunedì; dies Martis, martedì; dies Mercuri, mercoledì; dies Jovis, giovedì; dies Veneris, venerdì; dies Saturni, sabato; dies Solis, domenica, qui mediato da dom, dominus. Le attribuzioni riguardano anche le lingue francese e spagnola.
Le culture germanica e britannica propongono una diversa attribuzione onomastica nella quale i pianeti sono rappresentati solamente da Montag/Monday da Mond/moon, Samstag o Sonnabend / saturday da Saturn e infine Sonntag/sunday da Sonne/sun.
L’accostamento tra pianeti e metalli discende primariamente dal loro colore poiché essi appaiono in colorazioni nettamente distinte, che ne hanno reso istintiva la loro adozione. Marte è il pianeta rosso del ferro forgiato, Fe, il ferro della spada, dell’azione, della guerra, dell’iniziativa e del terzo chakra.
L’attribuzione dell’oro, Au, e del colore giallo spetta al Sole, come certificato anche in una delle odi pindariche, la quinta delle Istmiche, che inizia con: “Thia, madre del sole chiamata con molti nomi, a te gli uomini debbono la potenza dell’oro.”
Se, come detto, alla Luna sono abbinati l’argento, Ag, ed il colore bianco, a Mercurio toccano l’omonimo metallo, Hg, dalla fortissima capacità coesiva ed il colore marrone, mentre a Venere spetta il nobilissimo rame, Cu, abbinato al colore verde-bluastro del sale di rame: leggero, apparentemente fragile, malleabile ma estremamente conduttivo. Lo stesso nome del rame, cuprum, deriva da Cipro, isola consacrata alla dea Cypris, uno dei nomi di Venere.
A Giove toccano lo stagno, Sn, ed il colore arancio, ed infine a Saturno il pesantissimo piombo, Pb, ed il colore grigio.
Per dovere di cronaca, elenco anche agli altri pianeti, ai quali sono attribuiti, nell’ordine: Urano, zinco, Zn, colore azzurro intenso; Nettuno, cobalto, Co, colore viola o porpora; Plutone, bismuto, Bi, colore nero.
Si usa, e lo riferisco qui solo per dovere di completezza, abbinare forze ed equivalenze dei pianeti: Luna + Saturno = Sole + Giove, Luna + Venere = Marte + Giove, Sole + Venere = Marte + Saturno e via enumerando anche se, per non uscire dal tema, ne parlerò in un contesto specifico.
Menzione particolare per Marte, l’Igneus di Plinio ed il πυρόεις dell’Alchimia, pianeta difficile, da maneggiare con le pinze e che richiama immediatamente la vivida luce del sangue e del ferro, consacrato alla divinità dal medesimo nome.
Da non trascurare la scala munita di sette porte elevate, con l’ottava alla sommità, che rappresentano distanza, elevazione e qualificazione dell’opera attraverso una ridefinizione dei metalli.
La prima porta, assegnata a Saturno, è di piombo e rappresenta la lentezza funzionalmente alla pesantezza del metallo.
La seconda, assegnata a Venere, è di stagno e rappresenta splendore e bellezza funzionalmente alla malleabilità del metallo ed al suo basso punto di fusione, soli 239,1° C ottenibili anche in una normale cucina domestica o addirittura con un accendino.
La terza, assegnata a Giove, è di bronzo e rappresenta la resistenza di tale metallo.
La quarta, assegnata a Hermes Mercurio, è di ferro e rappresenta l’utilità del metallo per il commercio e per ogni sorta di lavoro civile e militare.
La quinta, assegnata a Marte, è costituita da una lega di rame per monete e rappresenta l’ineguaglianza, l’impurità e persino l’antica pratica truffaldina della tosatura delle monete.
La sesta, assegnata alla Luna, è d’argento mentre la settima, assegnata al Sole, è d’oro.
Su tutte campeggia una porta immateriale a significare la purezza dell’anima.
Esauriti i principi generali delle nomenclature concludiamo con un esempio pratico.
Supponiamo di dover compiere un Rito di smembramento a beneficio di una persona affetta da scatti di rabbia e violenza che potrebbero sfociare nell’autolesionismo, e supponiamo, per non andare tanto lontano, di farlo nel corso della prossima settimana, quella che va dal 27 aprile al 3 maggio.
Non lo faremo nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29 aprile perché
28.4 = 2+8+4 = 14 = 5 e martedì, Marte, ferro, spada, combattimento, oggetto appuntito, pene, azione.
29.4 = 2+9+4 = 15 = 6 e mercoledì, Mercurio, commercio, traffici, ma anche sotterfugi.
Dalla riunificazione dei numeri si ottiene infine 5 + 6 = 11 = 2 il numero femminile per eccellenza, in questo caso non portatore di accoglienza e comprensione bensì di possibili turbe malinconiche.
Lo faremo invece preferibilmente nella notte tra venerdì 1 e sabato 2 maggio perché
1.5 = 1+5 = 6 e venerdì, Venere, rame metallo duttile, lieve ed estremamente conduttivo tra Cielo e Terra, oltre all’infusione dell’energia della Bellezza qui intesa come amore per se stessi e per la vita.
2.5 = 2+5 = 7 e sabato, Saturno, piombo, metallo pesante che piomba, abbassa il baricentro portando “i piedi per terra”, lega rendendo lenti e quindi riflessivi prima di compiere azioni irreparabili in danno di sé o di altri.
Il numero finale: 6+7 = 13 = 4 il quadrato, il pilastro, la solidità.Mi fermo qui. Ciascuno può provare gli abbinamenti che ritiene più confacenti alla propria personalità, ai propri bisogni, magari aiutato da una semplice tavola disegnata, anche su un qualsiasi foglio di carta, ripartita in quadrati o cerchi concentrici raffiguranti il Sole, al centro, e gli altri pianeti in rotazione a seconda della posizione.
Nota finale: ovviamente Sole e Luna non sono pianeti, ma nel corso dei millenni non è mutata la loro definizione originaria secondo il lessico alchemico.

Alberto Cazzoli Steiner

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *