Ufficio Risarcimenti Smarriti: vendicarsi, con amore

“La felicità non è una meta ma un modo di viaggiare” afferma un antico adagio, al quale può fare da degno corollario l’aforisma di James Twyman, lo scrittore noto con il nomignolo di apportatore di pace: “La differenza tra un religioso e uno spirituale è che il primo crede nell’inferno e il secondo c’è già stato; il religioso crede inoltre di essere nato nel peccato, mentre lo spirituale, nato puro vuole solo ritrovare quella perfezione originaria dimenticata e sepolta in lui.”Questo scritto, originato come sempre solo dalla mia esperienza concreta fatta di tentativi, vicoli ciechi, nuove sperimentazioni, è dedicato a chi vuole sviluppare cognizioni pratiche, lontane dall’ortodossia ufficiale della spiritualità e della meditazione ma con il pregio di essere efficaci come e ben più di quanto lo sia lanciarsi senza paracadute nel convincimento di non spiaccicarsi al suolo. Non è una battuta di spirito, e neppure una menzogna, ovviamente in senso figurato.
Vediamo un po’: inizio dalla vendetta o dall’invidia?
Direi dall’invidia, visto che la vendetta è un piatto che si serve freddo come il vitello tonnato. E in quello che preparo io, il vitello sotto la salsa tonnata non è sicuramente di seitan.
So già che la sola enunciazione del proverbio meglio fare invidia che pietà farà scattare il riflesso pavloviano del pregiudizio. È normale, voluto anzi da chi ha programmato le menti a coloro che ancora si ostinano a chiamarle i loro cuori invece che intelligenza emotiva.
Il loro grillo parlante interiore li avrà già esortati a non leggere queste sconcezze, sentenziando: “L’invidia è negativa, non bisogna essere invidiosi, è una regressione, conta solo il proprio percorso… l’hanno detto anche Moscio, Sparaallapanda, Madre Teresa di Cicuta.”
Pensieri indubitabilmente nobili. Però ora smettiamola di paracularci, perché tanto lo sappiamo benissimo che chiunque di noi ha provato invidia più di una volta nella vita.
Per quel bambino con il tal giocattolo o con il bel voto, l’amico adolescente con quella moto da cross o quella ragazza, il collega promosso, il conoscente con la macchina nuova, il tal personaggio famoso: avremmo voluto il suo giocattolo, la sua moto, la sua promozione, la sua auto. La sua vita, ma sempre e solo in riferimento alle esteriorità oggettive.
Come dite? Ad una persona che esprime gioia di vivere, amore e bellezza non può accadere? No, certo che no. Io lo sto solo scrivendo perché non ho un cazzo da fare.
Nel mio percorso di crescita personale ho appreso poche cose, ma una di queste è che reprimere l’istinto è inutile, dannoso e persino pericoloso.
Parafrasando il protagonista del film Wall Street potrei dire: “L’invidia è valida, è giusta, funziona, chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo.” Sto esagerando? Nemmeno per sogno: la questione, e come sempre parlo per quanto mi riguarda, non è se provare o meno invidia. Io sono stato invidioso di persone delle quali desideravo emulare i successi ma, osservandomi senza filtri, senza averne le qualità o senza impegnarmi assiduamente quanto loro.
Il punto è: cosa me ne faccio di questa invidia?
Posso lasciare che l’invidia mi divori da dentro, che mi trasformi in uno di quegli incattiviti dalla vita che vorrebbero solamente trascinare gli altri in basso, al loro infimo livello.
Oppure la ribalto, e utilizzo l’invidia come propellente per migliorare me stesso e raggiungere il livello delle persone che ammiro. Oltretutto, così facendo, potrei anche scoprire qualcosa di molto interessante, non solo che la lotta non è mai contro altri ma solo contro i nostri limiti e le nostre paure, ma anche di possedere qualità che ignoravo.
E allora auguriamoci di essere più invidiosi, ma soprattutto auguriamoci di usare questa invidia a favore della nostra crescita.
Ed ora passiamo alla vendetta.
Ma, prima di specificare che sto in realtà per parlare di giustizia, passatemi una nefandezza psicomagica: esiste, tra le ferite che vi bruciano nonostante siano trascorsi seimila anni, una stragnocca che non ve l’ha mollata?
Non negate: esiste. Anzi, ne esiste più di una. Ovviamente era una troia, per il fatto stesso che la dava a tutti fuorché a voi, atteggiandosi a strafiga e divetta e ritenendo per ciò stesso che tutto le fosse dovuto.
Bene, ora vi aiuto a far fuori questa ferita ed a passare oltre trasformando la stragnocca sorridente in un vampiro infernale.
Rilassatevi e, dopo aver pronunciato il fatidico Om, immaginate di dirle: “Credi di averla solo tu? Per quanto mi riguarda non te lo darei nemmeno incartato.”
Fatto? Bene, ora immaginatevi ciò che avrebbe potuto attendervi: persecuzioni, stalking, odio, maledizioni, insulti, mistificazioni di promesse mai fatte, amnesie di accordi presi e via enumerando.
Come dite, se funziona? Ma nemmeno per sogno, siamo seri.
Per quanto mi consta rimango a quanto mi disse la seguace di Osho: “Non capisco la tua indifferenza, e sì che di solito agli uomini faccio ben altro effetto.”
Replicai: “Forse a quelli che girano nel mondo di Osho, Ciccia.”
Morale? Nessuna, solo un modo per entrare in argomento.
Non sono un sostenitore delle teorie complottiste, ma di una cosa sono convinto, e parto da un dato storico, non nuovo per chi segue da tempo ciò che scrivo: le filosofie orientaleggianti invasero massicciamente il mondo occidentale con il loro progressivo corollario di paccottiglia, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, contestualmente all’istante in cui emersero i primi fermenti sociali che condussero alla contestazione, al Maggio Francese, al Sessantotto ed a tutti i cambiamenti che ne conseguirono.
Pensateci: non c’è di meglio, dal punto di vista della Razza Padrona, quella che sa bene come gestire il potere, che fornire alle plebi un cestino dell’asilo colmo di teorie buoniste, pacifiste, addirittura di guarigione a buon mercato per tenere sotto il tallone una sbaraccata di esseri che, illudendosi in tal modo di conseguire libertà, affrancamento, evoluzione, riconoscendosi tra simili si mettono di fatto nella condizione di non nuocere alle dinamiche reali del potere stesso e, oltretutto, in quella di essere identificati, censiti, schedati e controllati nei vari centri, ashram o qualsivoglia luoghi di aggregazione che frequentano sentendosi speciali e ben diversi rispetto ai comuni mortali inconsapevoli?
Non ci crederete ma è andata proprio così. È stato sufficiente trovare un filosofo ambizioso, intelligente, affabulatore, indifferibilmente indiano, e farlo diventare un guru.
Se poi si fosse allargato troppo – come effettivamente avvenne – dimenticandosi di essere un burattino nelle mani di CIA, KGB ed altre consimili organizzazioni all’uopo consorziatesi, lo si sarebbe ridimensionato, e se fosse stato proprio una capatosta lo si sarebbe tolto di mezzo. Facendone un martire, ma a quel punto chissenefrega… Il martirio sarebbe diventato merce buona per il marketing.
Le varie dottrine cosiddette filosofiche, ancora oggi seguite, propongono un modello buonista e pauperista, non violento e pacifista, tendente a lasciar andare, a non occuparsi delle sporcizie del mondo, a liberarsi dalla mente che mente. Ed a creare dipendenza.
Non ricordo chi lo disse: “San Francesco ha confuso le idee a molti.”
Ancora oggi, nelle scuole, nelle sacrestie, in certi movimenti e partiti politici si insegna un vuoto pacifismo per avere una massa di beoti tenuti in catene da una minoranza di potere, che divulga un pacifismo di facciata ma non si fa problemi a torturare e uccidere, per esempio nelle guerre cosiddette a bassa intensità, che, tanto, accadono lontano da noi e dagli spazi protetti dei nostri ashram cittadini.
Essere pacifici è un conto, ma il pacifismo è una malattia. E porta alla sottomissione, non importa da quanti blablabla di lamentela ed urli di impotenza sia condita. Ora poi, con internet e i social chiunque può affidare all’etere, vale a dire al nulla, i propri scagazzi di rancore e frustrazione.
Come sarebbe a dire cosa c’entra con la vendetta? Leggete bene ciò che ho scritto sin qui, e se non lo avete capito rileggete: scoprirete che tra l’essere pacifisti e l’essere pacifici passa la stessa differenza che c’è tra la vendetta e la giustizia.
Oggi come non mai assistiamo al lamento, al pianto greco perché qualcuno a livello familiare, di coppia, sociale, politico ci ha fatto un torto, non ci ha rispettato.
Piantiamola di lamentarci perché qualcuno ci ha fatto la bua, ma chiediamoci perché gli abbiamo permesso di farcela, e finiamola di dare la colpa ad un presunto esterno, di lamentarci per come è fatto il mondo: l’origine di tutti i nostri mali si trova dentro di noi.
Sforziamoci, ragionando con la nostra testa, di sottrarci all’educastrazione imperante, alla visione miserabile della vita che ci viene proposta da scuola, telegiornali, chiesa, famiglia, che intendono addestrarci alla ristrettezza, alla scarsità, alla paura di vivere.
Rieduchiamoci a una visione di prosperità, gioia e ricchezza. E rispetto per il nostro Spazio Sacro.
Ma per cambiare occorre coraggio, occorrono le palle, termine che scrivo di proposito poiché tanto inviso agli educaioli mistici, quelli che insegnano a sviluppare il femminile, ad accogliere, a gioire di ogni esperienza negativa perché ci consente di osservare. Creando una società di checche guardone.
“Ho rivalutato la mia situazione di merda ed ho scoperto una nuova visione di accoglienza e accettazione. Joy, joy, joy!” Joy stocazzo… Eccerto, fa più comodo grufolare nel trogolo invece che scegliere di vivere… magari bollando come esoteriche certe pratiche che sono solo di igiene mentale, spirituale, sessuale. E che significa poi “esoteriche”, in quella trista accezione?
Significa forse presumere di vivere nella luce ma, come costume di una certa disturbata imperiese che conobbi, concupire virtualmente dei fessi per poi sputtanarli pubblicando su Facebook lo screen dei messaggi scambiati via whatsapp?
Problemi da vendere lei ed imbecilli loro: sarebbe bastato guardare il profilo Fb della matta in questione. Chi si somiglia si piglia, namasté.
Non mi stupisco più di osservare continuamente come l’impegno concreto in campo sociale, politico, comunitario, oltre che per se stessi e per la coppia, venga dimenticato a favore di un intellettualismo sterile, il cui sfogatoio sono libri e internet, campi di meditazione e hopornoporno (grazie, scusa, si ti ho dato fuoco alla casa così impari a rompere i coglioni, ti amo), leggi di attrazione, pensieri positivi e minchiate varie in nome di un inconsapevolmente egoico lavoro sul sé, che fa sentire i praticanti da tastiera, tappetino o girotondo degli esseri speciali, e che nel migliore dei casi conduce all’affermazione: “Mi impegnerò in quella tal cosa quando avrò finito di lavorare su di me” o, ancora peggio: “L’unica azione giusta è quella che riguarda lo spirito. Impegnarsi nella società, nella politica, nel lavoro, in una relazione non tossica è completamente inutile.”
Concordo sulla politica, visti i modelli di democrazia drogata ad uso di cani e porci ormai introdottosi nel dna e di dittatura confezionata su misura per vigliacchi e delatori dopo averli adeguatamente torrefatti con il terrore del contagio.
La verità è che anche i meditatori (che mestiere fai? Il meditatore… ma vàa a dàa via i ciapp!) non spostano il culo dalla sedia – per non insozzarsi con la vile materia – e da quella comoda posizione pontificano affinché il mondo cambi, confidando ovviamente che siano gli altri a impegnarsi perché ciò accada.
C’è chi ci mette faccia, nome, soldi, tempo, sacrifici… e non appena sbaglia ecco subito le accuse per gli errori commessi e la pubblica gogna… pilotate da chi vuole eliminare dalla scena chi è scomodo, chi è fuori dal coro, chi pensa con la propria testa. E le folle neurotelevisive ci cascano sempre, con puntualità disarmante.
Siete arrivati a leggere fin qui: avete capito il perché di questa premessa al concetto di vendetta?
Si? Bene, proseguiamo. No? Che ve lo dico a fare…
Il bisogno di compensazione, anche in negativo, è ineluttabile in quanto insito nella natura umana. E non esiste dio, guru, apprendistato di meditazione che possano eluderlo, scioglierlo o esorcizzarlo. Deve essere soddisfatto.
Prendiamo per esempio il rapporto di coppia ed immaginiamo il tradimento. Annotazione personale: a parte casi di traditori e traditrici seriali, e chi ci si è messo insieme avrebbe dovuto pensarci prima, credo che non esistano persone tradite ma persone trascurate.
Esiste anche la dittatoriale pulsione a pretendere di mutare il partner ad uso e consumo delle proprie proiezioni, ubbie, paure e via enumerando.
Chi dovesse tentare di soffocare o superare la pulsione della cosiddetta vendetta, camuffandola da perdono o, peggio, da perdono ma non dimentico, metterebbe in serio pericolo il rapporto, oltre che il proprio stato di salute.
Esiste la possibilità di chiudere e non pensarci più – ipotesi a determinate condizioni molto salubre, ma che spesso naufraga di fronte alla mancanza di coraggio, alla pigrizia, alla convenienza – ma se si decide di proseguire attraverso il perdono sic et simpliciter il rapporto fra pari si trasformerebbe in un rapporto tra sottomesso e superiore. Sempre che non lo sia già.
Il risultato sarebbe simile alla situazione in cui uno eccede in amore verso l’altro offrendone più di quanto questi possa restituirne. Il vero perdono può essere solo reciproco, ad esempio quando entrambi rinunciano a ritornare su ciò che è stato, anche solo con il pensiero. Non raccontiamocela… Quante volte accade veramente? Quante volte invece si finge con se stessi di avere perdonato ma in realtà trascorrendo il tempo in un trip di controllo, sfiducia, stillicidio di vessazioni o ritorsioni verso il partner?
Piace vivere nel dolore, nella spazzatura, in una relazione non adulta e tossica? Libero arbitrio.
Esiste un modo, semplice ed efficace, per interrompere il circolo vizioso del ferirsi sempre più a vicenda. Consiste nell’infliggere all’altro un danno dello stesso genere ma di portata inferiore a quello patito. Vale a dire: la vittima si vendica, ma con amore.
Attuando tale modalità può accade che, improvvisamente, l’altro si meravigli, che entrambi si guardino negli occhi e ricordino l’amore di un tempo, che gli occhi inizino a luccicare e lo scambio positivo fra dare e prendere ricominci da capo.
Fino alla prossima volta? Dipende dai soggetti e da come abbiano deciso di vivere le proprie vite.
In ogni caso i partner potrebbero (sottolineo: potrebbero) essere diventati entrambi più rispettosi, ed il loro amore più profondo conseguentemente a tale compensazione.
Ma non intendo illudere ammannendo ipocriti misticismi: nel profondo dell’animo umano è annidato e radicato uno spirito di sopravvivenza che risale ai primordi, quando la vita della tribù dipendeva dall’annientamento di quella rivale. Nessuno dell’altra fazione doveva sopravvivere, salvo qualora occorressero degli schiavi.
Anche le guerre vengono condotte in questo modo: non bisogna solo sconfiggere il nemico o scongiurarne l’attacco per proteggersi, ma annientarlo fino all’ultimo membro.
Un esempio si trova nella Bibbia, quando dio ordina agli Israeliti che attaccano Canaan: “Uccideteli tutti, uomini, donne, bambini, e il bestiame come un olocausto per Geova.”
Esempi moderni? Pulizia etnica, shoah, stupri di massa, e mi fermo qui. La volontà di annientamento è dentro di noi, viene tenuta sotto controllo dallo stato di diritto, dall’ordine pubblico e dalla paura del castigo, ma non appena questi freni inibitori allentano le briglie o saltano la belva riprende il sopravvento. Lo abbiamo visto con il virus farloccus: delazioni, ingiurie, aggressioni.
La volontà di annientamento pervade anche le relazioni. Vogliamo provare a chiederci se e come si manifesta in noi e se ne siamo immuni? Bene, è sufficiente pensare a cosa ci accade quando qualcuno ci ha fatto del male, ci ha umiliati, ci ha fatto fare la figura degli imbecilli: subiamo rancorosi, sublimiamo, razionalizziamo, vogliamo fargli del male anche noi, vogliamo addirittura annientarlo?
Esiste chi per un’inezia o per una divergenza di opinioni augura addirittura la morte. La volontà di annientamento, ivi compreso l’autoannientamento, produce l’escalation di molte aggressioni fisiche nel rapporto di coppia. E piantiamola con la storia della vittima innocente, non sempre è così.
Ecco perché la rabbia va tirata fuori, in modo che non sia distruttiva e che non si trasformi in un distillato mortale.
Sul come farlo nella dinamica di coppia, ho sperimentato con successo alcuni percorsi, crudi come una sessione di lotta poiché si basano sul ricorso alle due pulsioni primordiali fondamentali: l’istinto di sopravvivenza e l’energia sessuale. Funzionano e tolgono le incrostazioni. Ma non sono praticabili da chiunque.

Alberto Cazzoli Steiner

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