Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

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