L’Aquila del lago compie 100 anni

Perché su La Fucina dell’Anima? E perché no?Vi sembrerò un po’ scemo, ma scrivere di Moto Guzzi per me significa ricordare con un groppo in gola certi missili che sfrecciavano sulla vecchia 36, portati dal Russitt, ol Giberna, ol Ricœu, provetti collaudatori che, letteralmente, volavano pur sapendo inchiodare, al massimo danzando la scivolata di traverso se intuivano che un bambino stava per sfuggire alla mano della mamma.
Con loro ho vissuto, non solo come passeggero, l’esperienza dello slalom sulla Regina o tra i camion dell’acqua prima che il tunnel costituisse l’alternativa alla strada litoranea, l’immancabile Stelvio e l’urlo bollente che ti sale lungo le gambe per esploderti nell’area pelvica e nella schiena e salire lungo la colonna vertebrale prendendoti la nuca, le dita che stringono le maniglie mentre l’accelerazione fa di tutto per portarti via di sella, tu che ti inclini, ombra del conducente, fino quasi a toccare terra sfiorando le antiche case di pietra che ti sfrecciano accanto.
Naturalmente ne sto scrivendo mentre ascolto Il costruttore di motoscafi di Davide Van De Sfroos: “Disen tücc che il laagh de Comm l’è fà cumè un’omm, ma me sun sicür che l’ è una dona: ta ghett da faagh el fiil se te voret sultàagh so, perché sota a la gona ghè la brona;
E per pudè seguì ogni soe caprizi ho imparà a curvà el legnn e a indrizaal quand che l’è stoort;
Perché quand me prepari el mutuscaaf el dev’ es cumè na spada, el dev’ es cumè na foja, e forse sum na soe con questa canutiera con questo coer de acqua e de lamera, con questa schena larga e questa crapa düra, sempar sporch de oli e segadüra.”
https://www.youtube.com/watch?v=qOTadrpIYiMBene: è l’11 marzo 1921 quando Carlo Guzzi insieme all’amico Carlo Parodi e al padre di lui, il cavaliere Emanuele Vittorio, fondano a Genova la Società Anonima Moto Guzzi, il cui logo è sostanzialmente quello di oggi: un’aquila ad ali spiegate simbolo dell’aviazione nella prima Guerra Mondiale, scelta come omaggio all’amico pilota motociclistico ed aviatore Giovanni Ravelli.
La produzione inizia immediatamente nello stabilimento di Mandello, ancora oggi attivo e nel quale quasi ogni laghèe ha sognato di lavorare.
Il primo modello di serie fu la Normale, 8 cavalli di potenza ed una velocità massima di 80 km/h, la prima moto della storia dotata di cavalletto centrale.
Nel 1928 esce la 500 GT, detta Norge per aver portato Giuseppe Guzzi, fratello di Carlo, da Mandello a Capo Nord in 28 giorni: è considerata la prima granturismo della storia e fu la prima moto dotata di serie di sospensione posteriore.
Nel 1939 arriva Airone, una 250 prodotta fino al 1957 con cambio a quattro rapporti, che divenne tra le più diffuse sul territorio nazionale. Inizialmente, dato il periodo, venne destinata al mercato militare.
Nel dopoguerra, con la nuova denominazione di Moto Guzzi SpA, l’azienda sforna una copiosa produzione, sempre improntata alla qualità, che vede in prima fila il Guzzino, noto anche come Cardellino, un 65 cc con il primo motore Guzzi a due tempi, che percorreva ben 100 chilometri con due litri di carburante.
Ed ecco il Falcone, l’emblematica 500 che equipaggiò le forze armate, polizia e carabinieri, e che costituì la ragione iniziale delle mie visite allo stabilimento poiché mio padre era il fiero possessore di un esemplare rigorosamente verde militare.
Certo che, pensandoci, tra lo stabilimento Guzzi, la rivisitazione dei luoghi dei Promessi Sposi e la Rivarossi di Como in un modo o nell’altro ero sempre sul lago…
La mia infanzia trascorse su un Galletto giallo, capostipite degli scooter a ruote alte da 160, 175, 192 cc alternativo alla Vespa: mio padre possedeva un 175 ed aveva costruito uno schienale in tubolare munito di robusti lacci in cuoio … per legarmi affinché non mi muovessi compromettendo la stabilità del mezzo. Ricordo viaggi nelle campagne mantovane, piatte ed infinite come mi immaginavo fosse l’America, la Cisa che percorsi successivamente guidando la mia BMW, con ben altra andatura perché se entro certi limiti anagrafici non fai il pirla ti sei perso il meglio della vita: o vivi o muori, fanculo. Ed ancora oggi la penso così.
Ricordo anche un viaggio massacrante a Trieste, dalla sorella di papà, però con il Falcone: non vi dico com’erano ridotti i miei … quarti posteriori.
Nel 1967 l’ingegnere Giulio Cesare Carcano, il geniale inventore dell’incredibile otto cilindri del 1955, da 287 km orari, crea il bicilindrico a 90° con trasmissione finale cardanica, destinato a diventare l’emblema della Casa lariana attraverso i mitici modelli V7, Special e Sport, Califormia e Le Mans.
Arrivano le commesse di numerose amministrazioni della polizia degli Stati Uniti e, negli anni ’80, vengono immesse sul mercato la V35 che replica il successo della 250 d’anteguerra, e la Daytona 1000, moto niente affatto facile da guidare.
Ed arriva la crisi: mercato in mano ai giapponesi, cassa integrazione, licenziamenti, situazione di stallo fino al 2000 quando il marchio viene acquistato da Aprilia, per essere assorbito da Piaggio nel 2004.
Da quel momento inizia la rinascita, tra soluzioni sempre più innmovative e grande fedeltà alla tradizione. Il propulsore è oggetto di costante evoluzione fino a motorizzare, corredato da controlli elettronici, le apprezzatissime V7 e V9 nelle versioni Roamer e Bobber, oltre alla “grande viaggiatrice” V85 TT, primo esempio mondiale di classic enduro.
Questi veri e propri gioielli sono proposti in versione speciale per celebrare il centenario.
Fine dei ricordi, senza trascurare la mitica galleria del vento, realizzata nel 1950 dal team Todero, Cantoni, Carcano e, con gli opportuni aggiornamenti, tuttora in uso.
Chissà, magari tra cento anni l’Aquila volerà in prova in quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello.

Alberto Cazzoli Steiner