A Sergio, che dall’aprile 1975 ha 19 anni

Come ogni anno da 46 anni, in questo mese dedico un pensiero al caro amico Sergio che dall’aprile 1975 continua ad avere 19 anni.
Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, Sergio venne macellato in mezzo alla strada, al ritorno da scuola, da sicari di avanguardia operaia, ed il suo cadavere fa paura ancora oggi.Tra gli infami che lo uccisero, uno venne rinvenuto suicida con la spada nel braccio nel 1981, gli altri, all’epoca dei fatti tutti studenti di medicina, vennero condannati a pene variabili, ed uno di costoro gli italilandesi hanno rischiato di ritrovarselo nella commissione di esperti nominati dal governo Conte per fronteggiare l’immondo virus.
Prima di accennare brevemente ad un’iniziativa messa in atto presso la basilica milanese dei Santi Nereo e Achilleo, all’Ortica, dove si tennero i funerali e dove ogni anno si tiene una breve commemorazione, ogni volta disturbata da fetenti, figli e nipoti senza spina dorsale di quei fetenti che, sfuggiti alla nemesi, furono ancora in grado di generare, desidero ricordare Sergio con una favola: Olga e i messaggi del bosco, scritta da Emanuela Sabidussi.
Non raccontiamoci palle buoniste: questa favola non estinguerà mai l’odio, non porterà giustizia, ma solo gocce di consapevolezza, tratteggiando il ritratto dei protagonisti, non persone dai superpoteri, bensì esseri apparentemente piccoli e fragili, custodi di antichi messaggi tramandati da anni, a nostra insaputa, da creature che vivono vicino a noi e delle quali mai si penserebbe di poter sentire la voce.
«È primavera, e si sente: l’aria ancora fresca è scaldata da un sole sempre più ardente, gli alberi svegliatisi dal letargo del lungo inverno stanno gettando i primi germogli, i prati verdi sono cosparsi dei primi fiori colorati, testimoni di come la festa annuale del risveglio della vita sia finalmente iniziata. In una casa molto vicina al grande bosco di inizio valle Olga si sta preparando per uscire e salutare la primavera appena affacciatasi, dopo qualche giorno chiusa in casa a causa di una pioggia intensa.
“Non trovo la maglia rossa!”
“È sul tuo letto” risponde la mamma dalla cucina, come tutte le mamme abituata a prevedere tutto.
E così Olga, tutta arruffata con ancora l’ultimo boccone in bocca, attraversa la grande sala per infilarsi giacca e scarpe e correre a esplorare le grandi novità del mondo la fuori.
“Io esco!”
“Va bene ma mi raccomando. Voglio che per ora di pranzo tu sia qui. Oggi verranno i nonni, non fare tardi!”
E annuendo Olga esce fuori correndo, con al suo seguito la fedele amica Polpetta, che non sta più nella pelle all’idea che una nuova avventura stia per iniziare: prova ne sono le veloci oscillazioni della coda e la lingua di fuori, accompagnati da grandi occhi felici.
Olga e Polpetta, superato il cancello di casa, corrono veloci senza mai fermarsi sino all’ingresso del bosco tra formiche, grandi alberi, pietre colorate, farfalle, fiori e gli altri magici abitanti della selva che li ospita silenziosamente.
“Guarda qui! I primi indizi della nostra missione di oggi!”
Le giornate più belle di Olga e Polpetta sono quelle trascorse a studiare ogni dettaglio del mondo intorno a loro. Imboccato il sentiero che conduce al grande bosco, le due amiche iniziano a setacciare ogni angolo, ogni dettaglio di ciò che si presenta davanti a loro. Ovviamente Polpetta, possedendo un fiuto udito da cane, non ha necessità di assistenza esterna, mentre Olga si fa aiutare da una grande lente di ingrandimento regalatale dal nonno: così finalmente si può sentire una vera esploratrice.
Sono passate quasi due ore, le due esploratrici si trovano nel mezzo di una missione speciale alla ricerca della formica più piccola del mondo quando proprio davanti a loro vedono d’un tratto un oggetto alquanto strano. Incuriosite, si avvicinano per ispezionarlo. Prima da lontano e poi sempre più da vicino. È di colore nero e oro, a forma di cono, nella parte più stretta un prolungamento fa pensare ad una possibile impugnatura. Olga rimane parecchi minuti a fissare l’oggetto misterioso senza toccarlo, lo analizza tutto con la sua lente di ingrandimento per coglierne indizi, ma solo prendendolo in mano scopre una scritta in corsivo sul retro: Udire non è ascoltare.
“Cosa vuol dire secondo te?” sbuffa Olga curiosa vero Polpetta. Ma quest’ultima, non sapendo cosa rispondere, piega la testa senza emettere un suono.
Un bel rompicapo per le due esploratrici. Passati diversi minuti a contemplarlo, Olga prova prima a strofinare il cono misterioso, poi ci soffia dentro, poi lo scuote e solo alla fine, forse grazie a un intuito inaspettato, lo avvicina all’orecchio per provare a sentire al suo interno e lì, dopo pochi attimi, inizia a percepire mille voci confuse.
Inizialmente si spaventa: di chi sono? Ma poi prende coraggio e prova ad ascoltare meglio. Alcune voci dicono cose incomprensibili, altre sono calde e basse, altre stridule e alte. Alcune stanno urlando, altre a malapena si sentono.
Prova allora, tenendo il cono stretto all’orecchio, a spostarsi nel sentiero di qualche passo e capisce così che avvicinandosi ad ogni insetto, fiore, foglia, pietra vicino a lei, riesce magicamente a sentirne la voce.
“Oh no, ancora qui! Speriamo non prenda me!” sta dicendo un primula nata da qualche giorno.
“Ohi ohi, quella terra stava per farmi male!” singhiozza una formica infastidita e affaccendata. Poi girandosi e guardando Olga continua: “Che strana creatura questa qui!”
“Ah ah, è vero! Guardate che orecchio enorme che ha!” commenta la formica vicina.
Olga capisce dopo qualche attimo che parlano proprio di lei e risponde indispettita: “Non è il mio orecchio questo! L’ho trovato qui. Il mio orecchio è normale, guarda!” e così dicendo mostra l’orecchio sotto al cono nero e oro.
La formica a quel punto si paralizza, rimanendo a fissare la grande umana. Lo stesso fa Olga.
“Come è possibile che possiamo sentirci e capirci?” si chiedono entrambe. Ben presto la notizia che una strana umana è in grado di capire la voce delle creature del bosco fa il giro tra tutti i suoi abitanti e in tanti iniziano a correre per conoscerla e poter parlare con lei. E così, seduti a terra in mezzo al sentiero, Olga e Polpetta ascoltano uno a uno in fila ciò che tutti quanti erano venuti a dire loro.
“Non è possibile che ci strappiate a centinaia. Anche appena nati, non avete pietà voi bambini. Ho visto con i miei occhi essere strappati e portati via tantissimi amici e amiche” stava dicendo una margherita arrabbiata: “Siamo stufi di morire per i vostri stupidi giochi di m’ama, non m’ama. Parlate di più tra di voi e lasciateci stare!”
Un cerbiatto: “Io sono venuto fino a qui per invitare la tua razza a camminare più lentamente con le scatole che avete costruito per spostarvi. Tanti dei nostri piccoli ogni anno muoiono sulle strade vicino alle nostre case. Credi di poter dare questo messaggio agli altri umani?”
Olga e Polpetta annuiscono silenziosamente mentre un abete chiede gentilmente all’umana appena conosciuta di invitare i suoi simili a trovare un altro modo per festeggiare le loro feste, un modo che non preveda il taglio di un suo simile e terminando dice: “Vi sarei molto riconoscente se poteste mandare questo messaggio a tutti prima del prossimo natale.”
E così, decine e decine di creature, una dopo l’altra portano il loro messaggio all’unica umana in grado di sentirli. Olga registra tutti i messaggi nella sua testa, ascoltandoli con grande attenzione e alcune volte facendo anche domande per capire meglio le esigenze. Come nel caso di una pietra dalla voce un po’ traballante: “Alcune di noi hanno le vertigini. Non ci lanciate per favore lontane da dove ci trovate. In alcuni casi ci abbiamo impiegato centinaia di anni ad arrivare sino a dove ci avete trovate al vostro passaggio.”
“In che senso soffrite di vertigini?”
“Il vuoto ci fa stare male. Siamo nate per stare a contatto con la terra, non per volare.”
Si sta facendo davvero tardi, ma Olga e Polpetta aspettano che ogni creatura in fila lasci il suo messaggio per poter ringraziare, salutare e correre a gran velocità a casa.
“Ma dove siete state? È tardissimo!” esclama la mamma vedendole entrare dal sentiero di casa, un po’ arrabbiata.
“Su, su, lascia che abbracci la mia nipotina preferita! Ci sarà tempo dopo per tutto” e così dicendo la nonna di Olga la avvolge in un grande abbraccio di benvenuto.
Il pranzo con i nonni inizia, anche se Olga non sta nella pelle dall’eccitazione delle mille scoperte appena fatte! E racconta tutto, tra una forchettata e l’altra, ai genitori e ai nonni a tavola.
“Ma che bella storia che ti sei inventata!” dice il papà alla fine del racconto.
“No papà, non è una storia! È tutto vero, è appena successo!” spiega Olga.
“Certo amore! Brava, ora continua a mangiare”, conclude la mamma con un sorriso amorevole. E così Olga rassegnata capisce che nessuno della sua famiglia può capirla né aiutarla. I giorni successivi prova a spiegare quanto ha scoperto al vicino di casa, poi al lattaio, alla signora robusta che porta a spasso il cane e anche al sindaco del suo piccolo comune. Ma nessuno sembra prenderla sul serio. Solo un senza tetto tenta di crederle, ma in cambio vuole provare anche lui il cono. E nulla: non sente nessun suono o voce. E così, sconfortata, Olga prova con i bambini e organizza un incontro per spiegare cosa ha scoperto i giorni prima.
Le reazioni alla notizia cambiano parecchio rispetto a quelle degli adulti:
“No, non ci credo! Ma è pazzesco!”, esclama felice uno alla fine del racconto.
“Dici che possiamo riuscire anche noi?” chiede curioso un altro.
“Come pensi di far conoscere a tutti gli umani le tue scoperte, come ti hanno chiesto di fare?” chiede ad Olga una bambina.
Ma Olga non ha una risposta, e tutti decidono di trovarsi per capire il da farsi. L’entusiasmo è alto ed ogni bambina e bambino vuole conoscere ogni dettaglio dell’avventura vissuta da Olga e Polpetta, e provare il cono magico.
Olga, tornando con gli amici nel punto esatto in cui qualche giorno prima c’era stato il grande incontro, racconta tutto dall’inizio alla fine, felice che finalmente qualcuno creda alle sue parole.
E il cono inizia a passare di orecchio in orecchio per far sentire la magia delle voci a tutti. A fine giornata tutti insieme seppelliscono il cono magico accanto a un grande masso: avevano scoperto che non era l’oggetto a trasferire il potere di poter ascoltare le voci, ma la sola convinzione di poterlo fare. Ora il cono non è più un oggetto magico, ma una cosa da proteggere.
“Scriviamo grandi cartelli con i messaggi e appendiamoli per le città”, propone una bambina.
“Sì, ma forse non li prenderebbero sul serio”, prova a dire un bambino.
“È chiaro che i grandi non sono interessati a capire” riconoscono in molti, mentre Olga ha un’idea: “Allora forse dovremo far arrivare i messaggi ai bambini. Saranno loro a comunicare le cose da sapere ai loro grandi.”
“Sì! Mi piace questa idea!”
“Sì! Anche a me!” esclamano tutti in coro!
E così la favola si conclude con bmbine e bambini da anni continuano la loro piccola grande missione di condivisione dei messaggi delle creature del bosco con gli adulti. Gli stessi messaggi arrivati quel lontano giorno attraverso il cono magico trovato nel bosco da Olga.»
Fine della favola, e sicuramente vi sarà chi si domanderà cosa c’entri con un efferato omicidio avvenuto quasi mezzo secolo fa. Semplice: non sono io a dover fornire né spiegazioni né soluzioni. Se le parole che avete appena letto vi hanno fatto vibrare dentro, bene. Altrimenti avete perso tempo. Amen.
Ed ora vediamo se l’iniziativa di cui sto per parlare fa vibrare dentro.
Nella Basilica dei Santi Nereo e Achilleo Sergio fu battezzato e cresimato, frequentò l’oratorio giocando a calcio e qui vennero officiati i funerali suoi e, successivamente, dei suoi genitori.
L’edificio, costruito tra il 1937 e il 1940, venne restaurato proprio negli anni in cui sul suo sagrato si tennero i concerti commemorativi per Sergio e già allora il parroco, don Gianluigi Panzeri, ci rivelò il suo sogno di poter affrescare i 12 grandi spazi della navata centrale: impresa apparentemente impossibile, per il costo e per la difficoltà di trovare un artista all’altezza del compito.
Ma un giorno comparve Iulian Rosu, artista rumeno di fede ortodossa, che lasciatosi completamente travolgere dall’iniziativa sta ora realizzando il ciclo pittorico.
Ogni affresco misura 5×4 metri e per realizzarlo occorrono 400 tuorli d’uovo, base di tutti i colori assolutamente naturali usati dal pittore secondo una delle più antiche tecniche pittoriche.
Sono già state realizzate sei tele e la questione economica non è stata risolta: da qui, anche grazie da un’Associazione milanese di Cavalieri Templari, l’idea di favorire il completamento di questa spettacolare impresa artistica e culturale nel nome di Sergio e di sua mamma Anita, nella loro Chiesa.
Per maggiori informazioni questo è il link esplicativo: http://www.sergioramelli.it/adotta-un-affresco-per-sergio/.

Alberto Cazzoli Steiner