Respingere l’Amore: essere un monolite inscalfibile

Alcune note pubblicate nei giorni scorsi nel Gruppo de La Fucina su Telegram, i conseguenti scambi di opinioni ed alcune conversazioni private mi hanno indotto alle riflessioni oggetto di questo scritto.
Ebbi a che fare, nel corso della mia esistenza, con alcuni monoliti inscalfibili: ossi da morto, come diciamo noi Lumbard, senza eguali: due Capricorno, un Toro e due Gemelli.
Il primo Capricorno è Andrea, mio figlio oggi trentaseienne nato il 23 dicembre che, complice anche il bell’aspetto, potrebbe pubblicizzare scatolette di tostitudine, uno snack con gli stessi effetti degli spinaci di Braccio di Ferro, utile per chi la determinazione non ce l’ha, e con Tostisnack se la può dare.
Dell’altro, Capricorno del 29 dicembre e già mio socio in affari, basti dire che quando si fissava sul prezzo di acquisto di un immobile quello doveva essere, ed a nulla valevano i richiami alla ragione, allo scenario di mercato, alle facoltà negoziali. Va da sé, l’affare sfumava.
Il Toro, Maurizio. mio collaboratore. Tanto Massimo, suo omologo e Pesci, era agile, anzi a volte fin troppo, quanto egli era lento, bovino, saldo nei propri convincimenti, inscalfibile a idee che non seguissero certi suoi ottocenteschi arzigogoli, padri di un concetto etico che portava all’inazione.
Eppure, ai tempi dell’università, nel biennio che trascorsi in fonderia, ebbi un capo, Silvano, del Toro, tutt’altro che bradipico e pronto a mutare idea in ogni istante: c’entra sicuramente l’ascendente, ma anche il fatto che eravamo lui il capo, ed io uno dei suoi due vice, del reparto manutenzione, e le decisioni dovevano spesso essere prese in nanosecondi, e cambiate con il mutare della situazione, non da ultimo perché decisioni sbagliate avrebbero potuto costare vite umane.
E veniamo alle Gemelli, tra l’altro parenti fra loro: zia e nipote. Non entro in dettagli: dico solo che un Capricorno, in confronto, è un dilettante allo sbaraglio.
E poi ci sono io, Gemello, arruolatomi nei sommergibilisti da bambino, in un mio specialissimo reparto che mi serviva a … navigare sott’acqua per sopravvivere. Spiego: famiglia molto formale, legata alle convenzioni, a un certo moralismo e ad un morboso controllo.
E quindi in superficie, non potendomi difendere od opporre, conducevo una vita irreprensibile da bambino talvolta un po’ ostinato ma sostanzialmente omologato. Salvo rifugiarmi sott’acqua per condurre una mia vita, talvolta predatoria in quanto all’insegna della rabbia e della pulsione a sopravvivere, indifferente alle sorti altrui ed assolutamente non convenzionale. Disponevo addirittura di fondi neri, ovviamente sottratti nottetempo ai contanti che, svolgendo i miei genitori un’attività commerciale, in gran copia giravano per casa.
Mia madre sospettava ma non riuscì mai a cogliermi in flagrante, né poté mai provare alcunché. Avevo il mio imbosco, visibilissimo ma proprio per questo inimmaginabile, ed una cantina dove raccoglievo i frutti di una delle mie passioni: prodotti chimici, detersivi, petardi e materiale esplodente in genere. Sì lo ammetto, bombarolo a dodici anni e, poiché mi trovavo in un momento infelice della mia vita in quanto vittima di bullismo, preso dal desiderio di certi esperimenti a carico della classe che, malvolentieri, frequentavo presso la locale scuola media. Avevo approntato certi spezzoni incendiari al fosforo da sistemare opportunamente fra i banchi. Non ne feci nulla, fortunatamente, preferendo pestare a sangue chi mi vessava e torturava e guadagnandomi la patente di asociale caratteriale.
Oggi non accade più, ma fino a non molti anni fa la mia cifra consisteva nel fingere di accondiscendere per poi … fare o continuare a fare quel cazzo che volevo, anche al limite dell’autolesionismo. Salvo fingere improvvise prese di coscienza, pentimenti, conversioni se beccato.
E una volta cessato l’allarme riprendere esattamente come prima, solo con più attenzione.
Ma, ecco un paradosso, imbattibile come sciamano capace di ottimi consigli e risolutore di problemi altrui. Scusate il vanaglorioso imbattibile, ma so di cosa sto parlando, e lo sanno anche le persone alle quali ho ribaltato la vita, attraverso il Potere della Parola o altri metodi che non sto ad elencare.
Tra i miei modi di essere monolite inscalfibile vi era quello di non abbandonarmi all’accoglienza. Anzitutto perché non mi perdonavo per le nefandezze vere o presunte commesse, ed inoltre perché ritenevo di non meritare nulla, di non meritare di vivere.
Amare, per me, significava dare. In realtà non era vero un accidente perché la relazione iniziava secondo il copione standard del gentiluomo generoso, brillante, benestante al quale una tegola improvvisa o le avverse manovre di un destino cinico e baro creavano una situazione di emergenza.
E lì mi piazzavo, facendomi mantenere.
In realtà avrei potuto darmi da fare ma non lo facevo. Dicono che la relazione di un uomo con le donne prenda a modello quella avuta con la madre. Ne sono convinto: io dovevo punire mia madre, e conseguentemente tutte le donne che avevano la sventura di incontrarmi.
Una, con la quale ho oggi un ottimo rapporto dopo alterne, anche pesantissime, vicende di vicendevole crescita interiore mi confidò che se non fosse stato per la figlia si sarebbe lasciata andare senza lottare contro la morte.
Confesso che quando me lo disse mi preoccupai. Della mia sopravvivenza materiale.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e, si sa, acqua passata non macina più. Nel frattempo, complice il fatto di stare veramente male, ho iniziato a fare su me stesso quello che sono molto bravo a fare per gli altri: guardarmi dentro, prendermi a calci nei denti, togliere sovrastrutture, anestetici ed alibi.
Non è stato un lavoro breve, in compenso è stato molto doloroso, ben oltre la soglia della disperazione, di uno scuoiamento degno di quello patito da Marcantonio Bragadin.
Alla fine ho compreso me stesso ed ho rimosso tutte le scuse, gli alibi e le zone di confort. Ho scoperto che, al di là dell’apparenza che mostravo agli altri, non ero poi così una merda, avevo anzi delle qualità, ed alcune di queste non comuni anche se non era il caso di andare in giro a sbandierarle della serie sono bello, santo e bio.
Sì, perché se hai bisogno di dimostrare significa che sei ancora nel guado.
Ho capito una cosa, circa il mio monolite inscalfibile. Alla fine di tutto c’era il timore di non essere accolto, di non essere amato, di non essere abbastanza (secondo quale modello di riferimento? Non si sa.) e quindi me ne stavo arroccato, anzi trincerato nella mia Linea Maginot. Non dò non prendo sono felice, evviva. Evviva un par de cojoni.
Oh, intendiamoci! continuo ad essere convinto che l’ultima vera conversione di cui si ha notizia sia quella dell’Innominato. Quindi, non ti fidar, di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna (piena) poi, non ti fidar …

Alberto Cazzoli Steiner

Post Scriptum
Esistono in natura numerosi monoliti inscalfibili, uno di questi è il cosiddetto Sasso di Guidino, un masso erratico, o delle streghe, la cui parte visibile misura metri 9x5x6 (volume 80 m3) ed è situato all’esterno della Villa Il Guidino di Besana Brianza incastonato nella cinta muraria del parco.
Trasportato durante la glaciazione nel quaternario, o di Würm, proverrebbe dalla Valtellina, segnatamente dal Gruppo del Disgrazia. Fino a non molti anni fa era localmente ritenuto di provenienza astrale e, nell’ambito newage, scagliato dalla Morrigan poiché i Celti insubri considerarono sacro il monolite, del quale si apprezza solo la parte visibile, per altro esigua perché la parte più massiccia è nascosta sotto terra e lascia solo intendere e immaginare la reale estensione.
Naturalmente, per non farsi mancare nulla, il FAI dalle adunche mani organizza visite guidate al monolite durante le periodiche giornate dedicate alla celebrazione del patrimonio culturale italiano.