Alberi, maestri di vita

Perseguire l’ecosostenibilità significa abbracciare una visione spirituale non di maniera ma consapevole, vivendola conseguentemente sin nelle più minute manifestazioni della quotodianità.
Doverosa premessa, prima di addentrarci nel bosco, ovvero nell’argomento: non c’è speranza che le nubi plumbee che da tre anni oscurano il cielo delle nostre foreste si diradino.
Si addensarono quando venne approvato il TUF, Testo Unico Forestale, strumento destinato a regolamentare le attività agrosilvopastorali nel ventennio 2018-2038. I legislatori cattocomunisti italilandesi hanno superato gli antenati sovietici ed i loro obsoleti piani quinquennali, ed il provvedimento, accolto con grande indignazione da larghe fasce del mondo accademico e dell’opinione pubblica sia per il metodo con cui venne redatto sia per il suo contenuto, fu il risultato del lavoro di un ristretto gruppo di persone, ecochic ed animalisti da salotto con competenze limitatissime e da altri soggetti rappresentativi dei soli interessi commerciali e industriali.
Totalmente assenti esperti nei settori di ecologia, botanica, zoologia, patologia vegetale, geologia, idrologia, medicina e i pochi confronti pubblici organizzati dai promotori della legge ebbero solo funzione di facciata, perché tutte le opinioni dissonanti rispetto all’impostazione del testo non vennero tenute in nessun conto, facendo strame dell’esperienza di chi il bosco lo vive per mestiere considerandolo nella sua complessità ecosistemica e finendo così col promuoverne e sostenerne solo le potenzialità produttive, trascurando ogni riferimento agli aspetti di tutela delle foreste e dei suoli, se non quelli già imposti dalla normativa vigente.
Le conseguenze le vediamo, sono devastanti, compresi gli incendi e il business dell’antincendio, in particolare perché, fatta eccezione per la aree (malamente) protette, tutelate da altra normativa, il TUF non considera alcuna ipotesi di zonizzazione del territorio forestale, vale a dire distinzione tra boschi di protezione, di produzione e degradati da restaurare. Le attività di carattere produttivo possono essere applicate ovunque e per migliorare le condizioni del patrimonio forestale nazionale viene sostenuta la cosiddetta gestione attiva del bosco che, però, consiste solo in varie modalità di taglio dello stesso, perché tutti i rimboschimenti, anche quelli storici eseguiti a fine Ottocento, che fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale e che il TUF sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria bosco e quindi possono essere eliminati. Lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
I boschi cedui, messi sullo stesso piano dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità autorganizzativa, si considerano abbandonati se non hanno subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni.
Ciò significa che un bosco che, per volere del suo legittimo proprietario, evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato, allo stesso modo di un terreno agricolo non coltivato nell’ultimo triennio.
E se il proprietario dei boschi abbandonati non dovesse provvedere direttamente al taglio degli stessi, o alla messa a coltura dei terreni agricoli, l’autorità pubblica provvede al recupero produttivo degli stessi, agendo in proprio o delegando tali interventi a soggetti terzi come, ad esempio, cooperative giovanili, eliminando la vegetazione infestante, ovvero i boschi di neoformazione.
Il TUF ha introdotto il termine trasformazione per indicare esplicitamente l’eliminazione del bosco. La trasformazione può essere compensata con altre opere e servizi. Ciò vuol dire che l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, ma anche con un’opera di servizio quale una strada forestale. Non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura nel versamento di un contributo monetario alla Regione. Insomma, un modo surrettizio per autorizzare cambi di uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente.
Il provvedimento finge di porre (e lo fa ripetutamente) l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura ma, di fatto, introduce scadenze temporali di intervento che, paradossalmente, sono contrarie alla selvicoltura, anche a quella produttivistica nell’accezione più riduttiva del termine, perché impongono limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento.
Nella sostanza, ed eccoci alla filosofia predatoria e truffaldina, la sola attività realmente praticabile è la produzione di biomasse per scopi energetici ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse. Con i non trascurabili risvolti che ciò comporta anche per la salute umana.
E, giusto per rendere il proccedimento incompleto, cialtronesco ed irrispettoso dei principi della Costituzione repubblicana, nel TUF manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali ed alla sua protezione.
Scrisse in proposito, il 12 marzo 2018, Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Università di Camerino, Socio dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali e già Presidente della Società Botanica Italiana: “Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti che rendono il provvedimento lontano da una sana politica ambientale, pericoloso per la conservazione del capitale naturale nazionale e studiato non nell’interesse della collettività ma per favorire solo quello di alcuni soggetti. Per tali motivi il Testo Unico non può essere approvato.”
Infatti venne approvato a larghissima maggioranza.Addentrarsi in una foresta rappresenta l’andare verso il centro del proprio io, nella parte più primitiva di noi stessi
Sembra lapalissiano, ed in effetti lo è: il bosco è caratterizzato dalla presenza di alberi.
Le loro radici penetrano la terra affondandovi, il tronco si staglia riscaldato dalle lame di sole che si aprono la strada nell’intrico verde, viene accarezzato alle brezze primaverili, sferzato dalle tempeste, piange lacrime di rugiada e di nebbia, ed i rami si elevano al cielo e, sopportando all’occorrenza il peso della neve, come l’uomo di Vitruvio connettono l’alto con il basso recando la testimonianza e la forza dell’essenza dei due mondi.
Di tutti gli alberi sacri o mitici, quello probabilmente più noto è il gigantesco Yggdrasil, il frassino che secondo la cultura norrena reggeva l’Universo, anche se evocativamente preferisco il letto nuziale di Ulisse, ricavato da un poderoso ulivo, oltre che, inevitabilmente, il fico, non per la meditazione del Cristo o del Buddha bensì per la bontà dei suoi frutti.
Allo stesso modo adoro il cachi, dalla negletta dolcezza e spesso puro ornamento di orti e giardini, e non ho mai capito perché nessuno mai ne colga i frutti.
Restando nell’ambito della mitologia norrena, il gigantesco albero magico del tempio di Uppsala si manteneva verde per tutto l’anno ed ogni nove anni esigeva un tributo: per la durata di nove giorni ai suoi piedi e nei boschi adiacenti venivano compiuti sacrifici rituali appendendo ai rami degli alberi nove ragazzi scelti fra gli esponenti di famiglie e tribù rappresentative del potere, che venivano progressivamente mutilati secondo l’antico rituale dello smembramento e lasciati agli animali del bosco1.
Analoga sorte toccava nei riti di primavera a nove fanciulle, poco più che bambine ma al primo mestruo e rigorosamente vergini che, a differenza dei maschi, dopo le amputazioni rituali venivano uccise, i corpi lasciati in offerta alle entità della foresta in forma di cenere2.
Questi riti sacrificali testimoniano, in modo invero cruento ma trattasi di un filo conduttore che ritroviamo in numerose culture compresa quelle druidica ed etrusca, la notevole considerazione che nell’era ancestrale si aveva degli alberi, considerati dispensatori di vita e sacri depositari di enormi poteri.
Chi ha letto Il ramo d’oro di James Frazer ricorda certamente gli antichi riti legati al culto degli alberi, compresi quelli connessi al bosco sacro di Ariccia, vicino Roma e, per parte mia, rammento quanto scrissi il 23 febbraio 2019 a proposito del Medhelan sul quale sorse Milano e, segnatamente, dov’è ora la chiesa ipogea del Corpus Domini (Belisama: la Yoni del Lambro e altre divagazioni, 23 febbraio 2019).Querce e querceti erano associati a Diana, dea della caccia, signora delle foreste e dei suoi selvatici abitanti, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne e del parto, in età arcaica raffigurata spesso alata e circondata da animali, nella sua pre-ellenica origine connessa con la minoica Signora delle Fiere, divinità a tratti feroce successivamente assimilata ad Artemide.
La quercia era inoltre consacrata a Thor, il dio germanico del tuono, ed il simbolo delle foglie di quercia rimase nella tradizione germanica fino ad ornare la Eisernes Kreuz, la Croce di Ferro, la tipica onorificenza militare che la vulgata cinematografica (americana) ci ha portato ad associare al solo periodo nazista. Emblematico in proposito il film La croce di ferro del 1977 di Sam Peckinpah, ambienttato sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale e magistralmente interpretato da Maximilian Schell nel ruolo del capitano Stransky, ufficiale di nobili origini tanto pavido quanto ambizioso, e da James Coburn in quello del rude sergente Steiner.
Foglie di quercia tessute in argento ornavano inoltre il bavero del Brigadeführer e dello Standartenführer, ufficiali superiori delle SA e delle SS il cui rango era equivalente a quello di colonnello.
Non meno importanti noceti e castagneti, almeno alle nostre latitudini, che hanno sfamato intere generazioni ed alimentato una culltura di leggende silvane ancora oggi tipiche di alcune aree. Cito di passaggio la tragica vicenda valtellinese di Marianna e della sua bambina che mi vide protagonista (Il male si celava nell’incavo del castagno, l’originale pubblicato nel novembre 2014 a firma Eudaimonia) e le leggende dell’Appennino Parmense e Piacentino, per quel poco che mi sono note (l’indimenticabile ritratto dell’anziana medgòna in Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle erbe, 18 luglio 2016), preferendo come mio costume non addentrarmi … nei boschi del sentito dire, ma parlare solo di ciò che attiene alla mia, limitata, esperienza diretta.
Giusto per mostrare che, prima che la mucca mi mangiasse i libri trovandoli particolarmente indigesti – e fra questi in particolare Omraam Mikhaël Aïvanhov, traslitterazione francese dal bulgaro Омраам Микаел Айванхов, Omraam Mikael Ajvanhov, pseudonimo di Михаил Димитров (e un par de cazzi ce li vogliamo mettere?) e i vari Georges Ivanovič Gurdjieff, Rudolf Steiner, Osho, Autoblindo e Strucalapanda – ho studiato anche la teoria, riferisco a volo d’uccello dell’arte mesopotamica, dove si palesa l’albero della vita costantemente sotto le cure di dei, re e sacerdoti, oppure dei miti taoisti, che contemplano la presenza di alberi come il pesco, capaci di donare l’immortalità attraverso i frutti, esprimendo quindi un concetto simile a quello germanico di Idun, custode delle mele d’oro e figlia di Freya, dea della fertilità e ancella della moglie di Odino.
Indimenticabile la madre del fondatore del Buddhismo, Siddhārtha Gautama, appesa ad un ramo di shorea mentre partoriva, e lo stesso Gautama che sotto un fico – detto oggi albero della Bodhi – ricevette l’illuminazione.
E concludo nominando di passaggio l’egiziano sicomoro, dal quale la dea Hathor ricavava il nutrimento per i defunti, l’Irminsul dei Sassoni, l’azteco ceiba, lo Yaxchè dei Maya, che crescerebbe al centro di tutte le direzioni e tutti i colori dell’universo, e i suoi frutti costituiscono gli strati del cielo, il biancospino di Argyll in Scozia, la quercia di Isle Maree nelle Highlands, il sicomoro di Mountrath in Irlanda e, infine, il gigantesco abete che secondo gli Altaici si trova al centro della terra e la betulla Abakan, che per i Tartari cresce su una montagna di ferro ed è il centro di tutto.
Scrisse Rabindranath Tagore: “Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto” e, a ben vedere, l’albero racchiude in sé, tutti gli elementi: la terra che unisce al corpo attraverso le radici, e possiamo pensare al primo chakra, l’acqua che scorre attraverso la linfa, l’aria che alimenta le foglie e il fuoco prodotto dal suo sfregamento.
Che gli alberi trovino la propria similitudine con gli esseri umani è innegabile, a partire dal ciclo della vita, “le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei”, con una simbologia che incrocia senza mezzi termini vita e morte, anche sotto il profilo lessicale. Pensiamo a termini come ceppo, capostipite, albero genealogico, abbattuto, è una qurcia.
L’albero permane nel suo significato simbolico di equilibrio nell’unione degli opposti: terra e cielo, alto e basso, maschile e femminile quando non androgino per il suo stesso carattere di bisesssualità e, attraverso la maturata consapevolezza della post-identificazione, diventa l’unico elemento naturale su cui l’Uomo crede di avere potere di vita e di morte assumendo il sembiante e la valenza dello specchio.
Sotto il profilo onirico, qui da intendersi nel contesto alchemico-sciamanico dello stato alterato di coscienza e preludio alla visione ed eventualmente al viaggio, abbiamo una vasta simbologia, che mi limito a sintetizzare.
Il tronco e la corteccia rappresentano le caratteristiche della personalità che si ritiene di mostrare agli altri ed in particolare la corteccia, che può essere asportata desquamandola come la pelle del serpente all’atto della muta, se è liscia indica una componente caratteriale estroversa, disponibile, aperta alla socialità, mentre rugosa identifica introversione e scontrosità.
Intendiamoci: queste non sono indicazioni standard o terapeutiche, e meno ancora codifcate da qualche manuale o protocollo, ma semplicemente il frutto di anni trascorsi tra l’osservazione e la pratica.
Il tronco evolve nei rami, che se aperti denotano un’indole protettiva, armoniosa, rivolta agli altri; se, al contrario, chiusi o a pinnacolo come quelli dei cipressi, indicano introspezione, chiusura, anche egoismo e tendenza a non fidarsi.
I rami sono, quali più quali meno, rivolti verso l’alto, e più svettano verso il cielo, maggiore è l’importanza annessa alla spiritualità e, dai rami, spuntano le foglie: palmate, lobate, aghiformi e la loro forma e quantità riportano alle esperienze vissute, agli errori commessi e non perdonati che ancora ci “pungono”, alle relazioni amicali, sentimentali, sociali ed alla nostra capacità di alimentarle di linfa vitale
Di passaggio: l’albero che ho creato oniricamente nell’isoletta dove mi reco a raccogliere il denaro del quale ho bisogno è una quercia. Ne ho parlato in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Prima parte: la visualizzazione” e in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Seconda parte: visione e accesso al sito” pubblicati entrambi il 21 ottobre 2015.
Dal secondo cito: “Ricordate che il vostro spot non segue l’andamento delle stagioni, sceglietevene una e che sia quella. Il mio è sempre verde e rigoglioso come nella tarda primavera prima della calura estiva. Ogni tanto dovrete occuparvene da bravi giardinieri: andrete lì non per prendere ma per dare sarchiando, togliendo le erbacce, concimando, riportando terra, mettendo a dimora nuove piantine. Ed intrattenendovi con le piante stesse, ringraziandole e parlando con loro. Se in qualche cerchio Lakota tanto di moda vi hanno insegnato ad offrire tabacco fate pure, se vi viene di dire Augh! idem, se però onorate le vostre tradizioni evitando di scimmiottare culture non vostre è meglio. In ogni caso dire grazie e fumigare un po’ di salvia non fa male, anzi. Non dimenticatevi di portare i fiammiferi, nel vostro spot la Coop sei tu, quell’altra non c’è.
Se ritenete di avere bisogno di maggiore precisione disegnate: non è necessario essere ingegneri o architetti del verde, basta metterci Amore e impegno. Vi accorgerete di essere pronti quando, pensando al vostro spot, lo riconoscerete ad occhi chiusi sin nei più minuscoli fili d’erba e lo sentirete vostro.”
Sono sicuro che, leggendo, avete immaginato alberi frondosi, rigogliosi di un bel verde intenso a rendere l’idea di energia, realizzazione, protezione.
Dobbiamo invece considerare la possibilità di incontrare, sul nostro cammino, alberi spogli e tronchi abbattuti posti di traverso al sentiero, rami secchi e spezzati, alberi morti preda di parassiti del legno, per non parlare di roveti che ci impediscono fisicamente di procedere oltre.
Siamo al cospetto di rapporti, relazioni o progetti interrotti, di blocchi che ci impediscono una conclusione, per esempio gravi ferite emotive, e fra queste abbandoni e tradimenti, falsi amici e persone dannose che la visione ci esorta a comprendere ed elaborare.
Se ci facciamo caso, al ramo secco o spezzato corrisponde spesso la ripetizione coattiva di gesti situazioni, incontri, il tutto permeato da costante stanchezza e senso di solitudine.
Ed infine, ecco le radici: il radicamento, la percezione della realtà, la linfa che ci perviene dalla Terra ed attiva il primo chakra, a seguire tutti gli altri, con l’avvertenza che se il primo non funziona o è chiuso automaticamente ne soffrono anche gli altri.
Indicazioni accessorie ci vengono inoltre date dall’altezza dell’albero, direttamente proporzionale al nostro bisogno di essere connessi alla nostra parte spirituale, dall’età e dall’ego: un albero giovane rappresenta il nuovo oppure il nostro bambino che finalmente emerge per essere ascoltato, un albero secolare rappresenta l’esperienza e la saggezza, magari in forma di aiuto proveniente da un anziano, vivente o meno che sia.
Un’avvertenza: l’altezza dell’albero potrebbe rappresentare una … fregatura, un colpo basso inferto da noi stessi, un autosabotaggio attuato dalla nostra componente narcisistica piuttosto che dal nostro convincimento di essere più forti di quanto non siamo in realtà.
Tranquilli, come canta il Liga “ci pensa la vita”.
Abbiamo anche gli alberi che perdono le foglie dei nostri trascorsi, gioiosamente accesi di un bel dorato autunnale, oppure di rammarico nell’osservare le foglie secche e accartocciate.
Gli alberi producono fiori e frutti, a significare che il nuovo sta sbocciando o maturando e ci è finalmente consentito cogliere i frutti, allungandoci fra i rami, ricorrendo ad una scala o arrampicandoci a significare la rinascita personale attraverso la forza dell’intento, l’ambizione, la forza e il desiderio di veder riconosciute le proprie qualità.
Da un albero si può anche cadere, e la botta ha il potere di risvegliarci dalle illusioni, che potrebbero riguardare il fallimento di un progetto, la fine di un rapporto o la perdita di una posizione privilegiata.
Entrare in un albero, oltre ad essere una classica forma di protezione, significa varcare un portale per andare in uno degli innumerevoli altrove.
Un albero che brucia rappresenta la presenza di una forte rabbia violenta verso qualcuno o verso se stessi, un sentimento così distruttivo da recare infelicità e perdita, mentre un albero piantato all’interno della casa, per esempio in salotto indica una presenza autorevole, una relazione d’aiuto anche immateriale, se in cucina indica accudienza e in camera da letto intimità, in ogni caso una figura con valenze paterne o materne
Tra le specie arboree, che con la pratica nella visione si sarà in grado di distinguere, il posto d’onore spetta alla quercia, la grande madre che protegge, dona riparo e conforto ma raffigura anche potere e supremazia.
Saldamente al secondo posto, nella nostra cultura, il cipresso che, associato principalmente ai cimiteri, rappresenta il distacco la separazione, la fine di una fase della vita, ma anche longevità e protezione.
In terza posizione l’ulivo, che rappresenta longevità, abbondanza, passaggio di eredità sia materiale sia spirituale.
Seguono melo: speranza, maturità sessuale e fisica, fertilità; pruno: bisogno di esprimere la propria sessualità, fecondità; banano: come il prugno ma rivolto più al maschile.“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” lasciò scritto Bernardo di Chiaravalle, e a molti di noi farebbe un gran bene la camminata nel bosco, più che mai fonte di emozioni ed energia attraverso gli alberi che, nelle loro forme più strane e nelle loro dimensioni particolari, hanno un grande valore spirituale e religioso che i libri non possono insegnare. La frase di San Bernardo da Chiaravalle è millenaria ma conserva integra la propria potenza.
Per non annoiare ripetendo concetti già espressi mi limito a riportare i link agli articoli “La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica“, che pubblicai il 26 gennaio 2019
e “Troverai più nei boschi che nei centri di meditazione: Donne che danno la Vita, Donne che danno la Morte“, pubblicato il 21 ottobre 2019.
E concludo avvertendo, e non è la prima volta, che alchimia e sciamanesimo, forse mammina non ve l’ha detto, non sono quella robettina fiabesca e un po’ niueig fatta di piume di gallo cedrone rubate ai Bersaglieri…
tamurriate, pantaloni waiting for Jesus3 beveroni per avere la visione, incontro con l’animale di potere (il lupo, va da sè) e minchiate varie da fine settimana in agresti contesti.
Lo sciamanesimo prevede che ci si debba sporcare le manine per conto proprio o di terzi. Spesso si è dei mercenari, dei guerrieri – non certamente di un’improbabile luce – che hanno a che fare con entità, forze, energie o chiamatele come preferite che sarebbe meglio lasciare nel loro brodo.
Lo sciamanesimo, esattamente come l’alchimia, è morte, putrefazione, trasformazione, rinascita. Può accadere di odorare piacevoli aromi di white sage, ginepro, rosmarino, ambra ed altre erbe, essenze o distillati. Ma sciamanesimo significa anche dover avere a che fare con urina, sperma, emissioni corporee, sangue, non da ultimo quello mestruale, medium di una potentissima carica energetica, magica e misterica.
Lo sciamanesimo non “trascende” né corpo né fisicità, ne onora anzi ogni manifestazione ivi compresa l’energia sessuale, la più potente che esista considerando che vi è insito il mistero della vita.
Lo sciamanesimo, come l’alchimia, porta il massimo rispetto per la punta della freccia: l’energia maschile, e per la coppa: l’energia femminile.
Chiunque, non mi stancherò mai di dirlo, può accostarsi allo sciamanesimo – magari nella sua moderna accezione “urbana”, quel core sciamanism tratteggiato da Harner – diventandone estimatore e studioso, e persino apprendendo alcune elementari pratiche, ottime per il benessere proprio e dei propri cari.
Ma non tutti, anzi ben pochi, possono accedere al cuore della questione, che è fortunatamente precluso alle masse e, in linea generale, a chi non è dotato di particolari doni, facoltà, segni o chiamateli come vi pare.
Spocchia? Niente affatto: precisa consapevolezza che molti si farebbero del male, ma di brutto. E fin qui chissenefrega, sinceramente: 90/10. Il guaio è che potrebbero farlo ad altri.
Spiritualità cash and carry, meditazione prêt-à-porter sono entrati nell’uso comune, presso le popolazioni di questo Occidente onusto di benessere, a partire dalla seconda metà del secolo scorso sull’onda dei primi movimenti legati al fenomeno della “contestazione”. Era il periodo di Woodstock, del Vietnam, dei Beatles e dei primi viaggi in India alla ricerca del sè o, al seguito di movimenti libertari, in Centro e Sud America, dove molti rimasero, diventando trafficanti di stupefacenti. Però rivoluzionari.
Abbiamo assistito al fenomeno di gente che sapeva, o credeva di sapere, tutto dello sciamanesimo andino e non sapeva una mazza delle stesse cose praticate, con uguale efficacia ma senza orpelli, dalla bisnonna lucana.
Già ma la bisnonna lucana era una contadina ignorante schiava del sistema, vuoi mettere la riscoperta delle tradizioni rurali, della cultura contadina e cos’è cos’è che fa andare la filanda e sebben che siamo donne paura non abbiamo e contessa? Il tutto nei salotti o nei locali alla moda o sui cuscini della Palazzina Liberty4… Certo che ne hanno fatti di danni i nostri fratelli maggiori. Anche attraverso la procreazione.Per farla breve, tanto avete già capito dove voglio andare a parare: di tutto il pacchetto costituito da spiritualità-sciamanesimo-meditazione, e successivamente dell’ecosostenibilità, se ne è appropriata la (cosiddetta) cultura di sinistra. Indebitamente, come tutte le cose che sinistri e preti si contendono vicendevolmente a morsi e colpi bassi.
La (cosiddetta) cultura di sinistra prevede, anzi sancisce, che tutto debba essere disponibile per tutti, indipendentemente da meriti, caratteri genotipici o sbattimenti. E vai quindi di 18 politico, con tutti i danni conseguenti. E qui mi fermo, perché andare oltre non contribuirebbe ad aumentare la comprensione di quello che è, e per quanto mi riguarda rimarrà, il mio pensiero.
Detto fuori dai denti: il percorso di crescita interiore è una gran bella cosa, ma la sua meta non consiste nel raggiungimento di un’improbabile perfezione, bensì dell’accettazione di noi stessi per come siamo, lato oscuro e cosiddetti difetti compresi nel pacchetto.
Anzi, il lato oscuro, quell’entità fetente che la presunta buona società ci ha indotti a respingere in quanto disonesta, malevola, lussuriosa, peccaminosa, egoica, antisociale, presenta se opportunamente conosciuto ed accolto delle incredibili potenzialità: “Ne parlerò con chi vorrà approfondire” scrissi nel 2015. Nessuno mi chiese di approfondire.
Una volta che ci siamo resi conto di non essere più, o di non essere mai stati, i robottini sociali tanto cari al sistema basta e avanza. Ben vengano se ci sono, accolti come ospiti d’onore, la tanto vituperata rabbia, la tanto esecrata mentechemente, il tanto censurato ego.
Sono quelli che ci consentono di sopravvivere, di crescere, di comprendere. Quelli che guru, comunisti e preti ci esortano a rimuovere ed annullare, nella realtà dei fatti per essere acritici robottini, questa volta ecospiritualbiobau.
Naturalmente non bisogna esagerare, anche se non ho idea di quale sia la giusta misura, che ciascuno deve trovare da sè.
Sfatiamo quindi il concetto che lo sciamano (la sciamana) sia un improbabile essere perfettino, un alieno, un maestro asceso: è una persona normalissima che, con i propri credo anche ideologici, le proprie pulsioni che ha onorato lasciando loro lo spazio che meritano (non più comprimendole fingendo di trascenderle), le proprie “limitazioni” vive nel mondo nel tempo presente, anche se può capitare di scavallare un po’ attraverso il tempo per motivi di servizio…
E, naturalmente, non poteva mancare la citazione di Matrix, ottimo film di fantascienza che però, insieme con Forrest Gump ed i libri di Dan Brown ha apportato più danni che benefici alla cultura ed alle menti.
E concludo, spendendo due parole per parlare della famiglia che, con le sue dinamiche, costituisce nel bene e nel male – posto che, dopo tutta questa disquisizione, si sia ancora fossilizzati sui concetti di bene e male – quella fucina dell’anima che ci porta a crescere o non crescere, essere in pace o incazzati con il mondo, a tirar fuori o meno, oltre che le palle, gli eventuali talenti sciamanici. Non ditemi che non ci avevate mai pensato …
Può dunque accadere che la famiglia sia una delle peggiori associazioni a delinquere, quella che ti porta preformato all’educastrazione scolastica ed ecclesiale. Un po’ come il metallo che, emendato da scorie e impurità ma ancora fuso, viaggia sugli appositi vagoncini all’interno della fonderia pronto per essere laminato, lastrato, costituito in barrette, forgiato. Al resto, se non ti ribelli prima, penserà la società.
Una famiglia disfunzionale crea esseri in perenne conflitto, in permanente tormento, sovente destinati a diventare preda di guru e sette. Di padroni perché, è inutile che ce la raccontiamo, molti sono nati schiavi dentro.
La setta è sostanzialmente la famiglia che non hai mai avuto, che ti ha respinto, che non ti ha accolto, con la quale ti sei trovato in quella permanente discordia che ti ha causato brufoli, anorgasmia, morbosi attaccamenti a chiunque eccetera eccetera.
Se sei femmina il dominus della setta, congrega, camarilla o come vuoi chiamarla è il padre, con tutto ciò che per te, piccola troietta in perenne conflitto con tua madre, significa in termini incestuosi.
Anche se sei maschio il guru è il padre, e la sua donna la madre sulla quale puoi apporre lo sguardo luccicante da brufoloso segaiolo ammantato dalla pulsione incestuosa che con mammà non ti era consentita.
Parentesi. Ho letto questo commento l’altro giorno: “Metto in chiaro (non sono un mammone) io vivo per conto mio , ma tutte le sere io sono da lei o ci sentiamo al telefono.” Certo, pat-pat.
Se sei una zia o una lella non cambia nulla, è solo – per l’appunto – tutto invertito.
Ma perché non proviamo per una volta a spezzare una lancia, e già che ci siamo anche un’audi, a favore della tanto spesso, ed altrettanto spesso a torto, vituperata famigghia?
Molto cultural-chic, molto radical-biobau spalare merda sulla famiglia che non ti ha educato all’amore, che voleva formarti a sua immagine e somiglianza, arroccata in vieti formalismi che non lasciavano spazio al cuore e blablabla. Ma anche molto adolescenziale, molto anestetizzante, molto deresponsabilizzante.
Nel senso che da un certo punto della tua vita in poi la famiglia cessa di essere (eventualmente) responsabile dei tuoi fallimenti, del tuo non essere in grado di innescare relazioni positive, del tuo continuare ad osservarti l’ombelico. Il campo e la partita diventano tuoi, che ti piaccia o meno. Certo, se non hai le palle non giochi. E smettila di pretendere che le palle te le portino in campo gli altri.
Ed a maggior ragione, se andiamo in giro berciando della teoria secondo cui tra un’incarnazione e l’altra ci scegliamo i genitori, e quindi a rigor di logica ce li saremmo scelti, dovremmo attuare una formula comportamentale di notevole efficacia (per gli altri) mediata dall’ambito militare: mutismo e rassegnazione. Se te li sei scelti cosa ti lamenti a fare?
Da ultimo: forse la tua famiglia era costituita da poveri cristi assolutamente normali, che nel limite delle possibilità e dei modelli a propria volta mediati, hanno fatto il possibile per donarti quello che ritenevano fosse amore. Magari eri tu stesso/a che, per arcane questioni biologiche (o, se preferisci un’ennesima giustificazione, irretimenti dovuti a vite passate) esistevi per dare fastidio, eri un balordo o uno spostato, un vero maledetto rompicoglioni che pretendeva che tutto gli, o le, fosse dovuto per il fatto stesso di esistere.
Chiede in Full Metal Jacket il sergente Hartmann, all’improbabile Marine Leonard seduto sul cesso, un istante prima che questo lo ammazzi sparandogli un colpo di fucile, per poi provvidenzialmente suicidarsi con la stessa arma: “E che cazzo, ti è mancato l’affetto dei tuoi genitori?”
Già. Sono stato a Miasto5 diverse volte, nel mio triennio da turista-sannyasin, trovandovi fra coloro che vi abitavano in pianta più o meno stabile persone “alla frutta” mosse da una rabbia ed una frustrazione che potevi tagliarla con il coltello come, un tempo, le nebbie padane.
Fortunatamente vi è chi, senza pervenire a questi estremi sceglie di porsi domande vere, rifuggendo il piagnisteo sulla spalla o sulla tetta del guru di turno. Così è se vi pare. Namastè e perepepè.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE

1-2 – W.J. Cornell, S.D. Jacobs: The ancient age, the wide period of human history – Warne & Kessinger, London 1974
3 – Ho coniato il termine Waiting for Jesus in riferimento ai pantaloni, generalmente in tela indiana a righe d’ordinanza da meditation dress code, estremamente ampi e dal cavallo molto basso: adottati in tale foggia dai Drusi che attendono il Messia nella convinzione che sarà un uomo a defecarlo.
4 – La Palazzina Liberty, in Largo Marinai a Milano, residuo del mercato ortofrutticolo edificato nel 1911, negli anni ’70 del secolo scorso venne occupata da Dario Fo e Franca Rame, che per lunghi anni vi tennero spettacoli, sessioni di critica sociale e psicoteatro costitutendo un caposaldo della cultura milanese ed un punto di riferimento per numerosi movimenti di sinistra.
5 – Istituto Osho Miasto, il decano ed il più grande centro di meditazione nazionale fondato sulla filosofia di Chandra Mohan Jain, noto come Acharya Rajneesh negli anni sessanta e nel decennio successivo come Bhagwan Shree Rajneesh, dal 7 gennaio 1989 Osho: si trova a Miasto, località del comune di Casole d’Elsa, in provincia di Siena.