Der Wilde Mann e la demonizzazione degli antichi culti

“Wilde Männer stehen in Christentum außerhalb der Schöpfung und des Heilsplans.” Vale a dire: gli uomini selvaggi, nel cristianesimo, stanno al di fuori della creazione e del piano di salvezza (Dietrich Ludwig Heinlein, 1478).All’alba della nostra era e persino durante l’epoca medioevale il cosiddetto paganesimo rurale mantenne inalterata la propria diffusione, soprattutto nelle zone più distanti dai centri abitati, ed è interessante notare come, già dal IV secolo, i primi missionari passassero di città in città diffondendo rapidamente il Vangelo in aree anche molto vaste, ma si guardassero bene anche solo dallo sfiorare la campagna circostante.
Massimo Centini, in Le Bestie del Diavolo, gli animali tra stregoneria e folclore (Rusconi 1988) afferma: “Come conseguenza di questa diffidenza di fronte alla sopravvivenza degli antichi culti e pratiche, la Chiesa, nei Canoni dei Concili e nelle omelie dei vescovi, prese nettamente le distanze da tutte quelle tradizioni popolari che pur cercando di abbattere i poteri negativi del diavolo, in effetti finirono per seguire la sua stessa strada, ricorrendo a pratiche apotropaiche di chiara origine pagana.”
Possiamo quindi dedurne come ogni sopravvivenza cultuale pre-cristiana, in quanto “pagana”, venisse automaticamente bollata come in contrasto con i dogmi della tradizione giudaico-cristiana e, quindi, considerata demoniaca e satanica.
La ovvia conseguenza di tale atteggiamento insofferente diede la stura ad un’ondata persecutoria senza precedenti avverso culti e pratiche ancestrali, opera che verrà successivamente portata avanti dal Sant’Uffizio, che, autorizzato da Paolo III nel 1542, farà piazza pulita di eretici e streghe fino a tutto il XVIII Secolo.
Il cristianesimo, una delle religioni più feroci, misogine, razziste e fetenti al pari delle cugine monoteiste, sradicò gli antichi culti tacciandoli di essere demoniaci. Esattamente quello che fece sulla sponda opposta dell’Oceano con le popolazioni amerindie. Deus vult! e vaffanculo, a chi tocca tocca.
L’associazione tra il dio della vegetazione, degli animali e della natura incontaminata e il Diavolo della tradizione cristiana trova la sua origine nell’interpretazione medioevale della figura di Pan, dio pastorale e agreste di un mondo senza leggi, di puro godimento e … wilderness, selvatichezza.
Nume dei pastori e delle greggi, sorta di antropomorfizzazione della natura allo stesso modo di Cernunno, del Green Man o del Wildermann, il suo nome viene fatto derivare da Paon, colui che pascola, ma definito anche sporcaccione dal pelo lucido, in quanto simbolo di una sessualità disinibita e indipendente da qualsivoglia morale, reminiscenza di epoche arcaiche, durante le quali l’essere umano viveva immerso in una sorta di promiscuità.
Tutte queste caratteristiche, che potremmo definire funzionali, portarono in epoca cristiana all’identificazione di Pan con il Diavolo.
Scrive in proposito Massimo Centini nell’opera citata: “I piedi caprini, le corna, la folta peluria e la coda sono attributi ricorrenti della divina creatura silvestre dell’Arcadia, trasformata in Signore degli Inferi ed eterno tentatore del genere umano.”
Perfettamente in linea con i dogmi della nuova religione. Del resto, la figura del diavolo non ha mai perso la sua atavica aura di malvagità selvaggia e animale che di fatto lo relaziona ad un universo perverso, colmo di simboli spesso antichi quanto l’uomo, di cui raramente si rammentano le origini ma con i quali gli uomini, intesi nel senso di maschi, temono il confronto nella consapevolezza di uscirne perdenti, a partire dalla lunghezza del membro virile.Connessioni, paranoie e fole che, in ultima analisi, determinarono tutta una serie di atteggiamenti negativi, che influenzarono profondamente il processo interpretativo attuato intorno alle creature figlie della natura selvaggia e del bosco, processo niente affatto illuminato dalla nuova religione.
Ciò portò, nei secoli, alla rimozione di fondamentali elementi simbolici dalla psiche collettiva con il risultato che, non avendo più modo di decifrare archetipicamente determinati simboli e, di conseguenza, di esternare determinate qualità dell’essere che ora venivano viste in contrasto con il culto ufficiale, condussero infine alla sostituzione degli antichi riti con pratiche perverse, e questa volta davvero demoniache.
Alla fine fu la demonizzazione a disperdere le basi primitive da cui prese corpo il motivo dell’essere silvestre, in grado di impersonificare l’anello di congiunzione tra Natura e Cultura. La connessione tra l’Homo Salvadego e l’universo dei demoni, mediata da tutta una serie di altre creature malvagie, appare ancora in gran parte condizionata dalla coscienza del peccato incarnato in una figura non più umana e relegata, per aspetto e comportamento, al rango di bestia.
E a Natale, in Alto Adige, arrivano i Krampus …
Se è vero che Pan significa tutto, il complesso simbolico e rituale che un tempo faceva capo al dio della natura vista come un organismo unico, praticamente olistico da Olos, diventa in tal modo, in epoca medioevale, la piattaforma sulla quale danzerà il terrificante Princeps Huius Mundi: eccolo il Babau, l’Uomo Nero, il Peccato Incarnato, partorito dai dogmi religiosi e morali estranei alla cultura primigenia, l’edificatore del rituale sabbatico durante il quale veniva adorato il demonio, avversario del dio dell’Antico Testamento, baciandogli l’ano e compiendo ogni sorta di nefandezze.
Vi ricordate Cernunno, in Gallia e nei territori abitati dalle popolazioni di ceppo celtico? Anche il modello primigenio del Signore degli animali, a cui molto spesso non corrispondeva un aspetto fisico preciso, fu interpretato in chiave diabolica, acquistando una conformazione antropomorfa, riconducibile allo stereotipo del diavolo, selvaggio stupratore sodomita.
Resta il fatto che non possiamo liquidare gli antichi culti come mere superstizioni, indicandoli con la conveniente denominazione riduttiva di stregoneria, con buona pace di matristica e patristica, gnosticismo e baccanti, e il riemergere di credenze magico-astrologiche che la chiesa giustifica come momenti di sbandamento determinati da crisi della fede, ovviamente per opera del maligno.
Qualcuno ricorderà l’episodio della morte di Pan, riportato da Plutarco e che, secondo l’interpretazione di James Hillman, è una rimozione psichica: “La natura cessò di parlarci, oppure noi non fummo più capaci di udirla.”
Pan, in realtà, mai morì e la sua immagine e quella del Diavolo vennero mescolate. Tanto è vero che affiora nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti, in primis nell’incubo e nelle qualità erotiche e demoniache ad esso associate.
Per mere ragioni di convenienza la figura del diavolo cristiano si sovrappose a quella di Pan, di Cernunno e del Wilde Mann, il personaggio del folclore germanico, da noi chiamato Salvanello, Homo Salvadego o Omm del Bosch, connesso a satiri, sileni e fauni delle antiche mitologie mediterranee e dell’arco alpino.
Le cronache storiche documentano il culto del Selvatico correlandolo strettamente con il sabba stregonesco. Una prova? Eccola: nel 1233 Papa Gregorio IX promulgò la bolla in cui affermava che nelle riunioni sabbatiche Satana normalmente si presentava come un uomo coperto di peli con caratteristiche riconducibili al Wilde Mann tedesco.
Che ne sapeva, mi chiedo, Gregorio IX che, oltre ad Anagni, a Roma e ad uno scorcio di Lombardia altro non vide e non conobbe?
Ne abbiamo comunque un’ulteriore riprova in un processo inquisitorio del 1615 a Coredo, in Val di Non, dove la strega Maria Polizan indicò Satana come il Salvanello, immagino dopo le solite inenarrabili torture, durante le quali, povera donna, non avrà di certo invocato Diana, Ecate, Erodiade, Erodiana, Hera o persino la Baba Yaga, ma molto più semplicemente la mamma.
Provate ad immaginare, voi donne che mi leggete, il terrore e il dolore alla vista delle tenaglie che, roventi, si serrano sui vostri capezzoli proprio perché simbolo esteriore della femminilità, e poi ditemi se non vi viene voglia di strappare le palle, e non solo quelle, al primo uomo che vi capita a tiro, specialmente se indossa una tonaca.
Per la psicanalisi moderna l’archetipo dell’Uomo Selvatico simbolizza l’affioramento della parte primitiva, inferiore, oscura, dell’essere umano: l’inconscio nel suo aspetto regressivo e pericoloso che Jung, non avendo di meglio da fare, definì Ombra.
Esattamente come il Wilde Mann, anche Pan vive nella mente, nella natura incontaminata arcadica, in un luogo sia fisico sia psichico, al punto che le oscure caverne dove lo si può incontrare furono dilatate dai neoplatonici fino a indicare i recessi materiali in cui risiede l’impulso, gli oscuri fori della psiche da cui nascono desiderio e delirio.
E giù frustate di autoflagellazione tipiche degli adepti all’Opius Dei…
Niente sesso, siamo inglesi, si dice. E infatti, a parte Ginevra e Lancillotto, la nuova rappresentazione del principio archetipico panico fu Robin Hood, che nelle varie trasposizioni non conserva proprio nulla della forza lucente di Woden, ovvero di Odino che, nell’accezione di Puck, fu compagno della dea dell’Amore, chiamata dagli antichi inglesi Sposa di Maggio a causa della sua associazione con il culto del biancospino, detto May-tree, albero di maggio. Assonanza con i bambini di maggio etruschi?
Sì, proprio quelli che, concepiti a maggio, nascevano a gennaio per essere presentati ed offerti agli dei, evirati, nel giorno della Candelora.
Ma abbiamo nota di (volute?) dimenticanze: guarda caso in Cornovaglia Robin stava per fallo, e l’ipotesi è confermata da un’illustrazione del XVII secolo, in cui il nostro è raffigurato come un dio itifallico delle streghe, con corna di giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e una candela accesa nella mano destra.
Sappiamo come i rituali di Calendimaggio fossero indirizzati a Hölde, dea variamente denominata alla quale veniva immolato un capro, il capro di Calendimaggio, come risulta evidente dalle cerimonie stregonesche inglesi e dalla maggiolata svedese Bükkerwise: il capro si accoppiava con la Dea, veniva sacrificato e risorgeva.
In realtà la Sacerdotessa si univa jerogamicamente al re annuale, ovvero il Re dell’Anno Vecchio che, vestito di pelle di capra, veniva ucciso e risorgeva nella figura del suo successore come Re dell’Anno Nuovo.
“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” … non vi ricorda nulla? No? Vabbè, allora vi ricordo che Pasqua, in inglese si dice Eastern, in tedesco Ostern, ovvero dalla dea Ostara, la Sposa di Maggio di Beltane, alla quale il re-capro veniva sacrificato dopo uno hieros gamos, il matrimonio sacro rappresentazione dell’unione sacra tra il principio virile e quello femminile.
Persino gli intellettualizzati Misteri Eleusini, che si celebravano a febbraio rappresentavano le nozze del Dioniso-capro con la dea Tione, la regina invasata, e la sua successiva morte e resurrezione.
Proseguiamo? Va bene, e allora approfondiamo il significato della maschera nella tradizione e nel folclore, ovvero le mascherate che in tutta Europa, in occasione delle Calende di gennaio oonoravano gli spiriti dei morti tornati sulla terra.
Maschera e morte sono in stretta correlazione poiché la maschera ristabilisce l’ordine, ed è per tale ragione che chi indossa la maschera durante un rito è destinato a morte certa, non infrequentemente cruenta anche se, fortunatamente, solo liturgicamente intesa, per separarsi dalla sua quotidianità impersonando l’essere senza tempo, fissato nella maschera che lo rappresenta. Può così morire, putrefarsi, trasformarsi e rinascere.
Non per caso, infatti, sussistono realtà cerimoniali nelle quali i partecipanti sono tutti mascherati, ciascuno impersonando un particolare soggetto o riferimento inteso a sopprimere pro-tempore le individualità per conseguire un’identità di coscienza collettiva, una ultra-coscienza mistica, un egregora diremmo in termini gnostici.
Torniamo quindi alla demonizzazione: quella del travestimento per esempio, accentuatasi a partire dalle origini del cristianesimo allorché la maschera fu correlata direttamente al diavolo e alla sua capacità mutagena di traviare gli esseri umani, per esempio assumendo forma di donna per provocare “orrende ed involontarie erezioni in uomini santi” come ebbe a dire sant’Agostino dopo essersi trombato madre, figlia e soggetti animati ed inanimati.
Nonostante il nostro dottore della chiesa, a partire dal Medioevo la maschera divenne imprescindibile emblema di rituali pagani occultati fra le tradizioni popolari travisate da riti cristiani che, comunque, santaromanaecclesia riteneva ricettacolo di pulsioni demoniache.
Una delle più avversate fu, alle nostre latitudini, Arlecchino: capo di una legione di demoni, il suo nome viene fatto derivare da Höll, vale a dire inferno e doppio di Saturno-Cernunno, il dio cornuto che da tetre foreste governa il mondo infero. Erlik Khan, l’antichissimo dio del mondo ipogeo e dei morti nello sciamanesimo turco-mongolo e siberiano, anch’esso, come Cernunno, era raffigurato con un palco di corna di cervo.
Pensandoci bene le corna le portava anche il Chronos negli Inni Orfici e, restando nella nostra penisola, fu proprio il sopravvalutato Jung ad attestare l’esistenza di un’arcaica festa pagana chiamata Cervula, celebrata alle Calende di Gennaio e durante la quale venivano scambiate le strenæ, ra­metti di una pianta propizia prelevati da un boschetto sul­la via Sacra consacrato a una dea originariamente sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e prosperità.
Di passaggio ricordo che la birra un tempo veniva chiamata cervogia, nome derivante da Cerere, dea dell’agricoltura, esattamente come cerveza, il termine usato dagli spagnoli per indicare la birra.
Mascherati dunque da animali o da vecchie, i partecipanti danzavano al ritmo di una melodia di quelle che la chiesa prima, ed i comunisti dopo, consideravano cantantiones sacrilegæ in onore di una divinità femminile, una Signora degli Animali dall’aspetto di cerva, dalla quale sarebbe derivata Diana.
Cretesi e Ciprioti, Sumeri ed Egizi, Germani e Giapponesi, Siberiani e Mongoli sono accomunati dall’apparizione di animali funebri, di dei e dee ctonio-funerarie e dei cortei mascherati dei non viventi che, nelle società segrete, fanno visita ai vivi consentendo di celebrare le iniziazioni.
Ne troviamo menzione in Antropologia, il risveglio del grande dio Pan, di Arthur Machen, oltre che in True detective: Childress, Pan e il Wildermann nel fascicolo Esoterismo del 3 Gennaio 2019, che cita ampiamente, con dovizia di riferimenti, il substrato arcaico delle feste di fine anno e la valenza tradizionale dei Dodici Giorni, quelli tra Natale e l’Epifania quando vengono scambiate le parole. In proposito cito Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe, pubblicato sul vecchio blog il 18 luglio 2016.
E mi fermo qui, altrimenti mi toccherebbe annoiarvi con Gilgamesh e con la Wilde Frau.

Alberto Cazzoli Steiner