Le Antiche Donne dai coltelli di pietra

Sono giorni adatti per ricordare quelle terre di Eudaimonia che, nell’Appennino Ligure-Emiliano, ed in particolare in quella frazione al confine tra le province di Parma e Piacenza, si distendono per chilometri in declivi ricoperti da prati, tassi e macchie di faggi, circondati da maestosi affioramenti rocciosi.L’apparenza idilliaca non deve però trarre in inganno, specialmente quando dalla cima del monte Lama scendono ammassi di nubi dense e grigie, stracciate da folate di vento rabbioso che, a chi sa ascoltare, paiono proprio ciò che sono: echi della presenza delle antiche Donne di Conoscenza, che qui vi ebbero dimora a partire dall’epoca di Neanderthal, anime di quelle Donne che vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni, e con loro gli ultimi giorni della Conoscenza.
Come sempre, protagonista della nostra vicenda è Haria, nome inventato dietro il quale si cela una Donna di Conoscenza che intende mantenere segreta la propria identità.
Testimone della Storia e Donna senza tempo, nata con un’intensa luce verde negli occhi, sin dal tempo ancestrale in fuga da un mondo che l’avrebbe voluta stupida, ignorante, sottomessa a un minuscolo uomo, serva e fattrice silenziosa di molti figli.
Haria trovò riparo con la madre in una profonda caverna nel monte sulla cui vetta immolò al fuoco sacro la salma del padre, ucciso a tradimento dalla lama del coltello di un eunuco, e potè sfamarsi grazie all’abilità materna nell’allestire trappole: il cuore e il fegato di un daino furono i suoi primi bocconi di carne, il latte di capra selvatica il suo nettare ed un cucciolo di lupo nero, razza rara e temuta, abbandonato dal branco divenne suo inseparabile compagno e sua voce selvaggia.
La madre le insegnò la Sacra Danza degli Antenati, imponendole di ripeterla, un giorno, al cospetto di Madre Terra, ed Haria scelse di rimanere ai margini, nella consapevolezza che il tempo fra gli uomini era finito, poiché gli uomini stessi lo erano, in attesa dell’Uomo Nuovo.
Haria non è diversa da quelle Donne, che con i loro occhi verdi ed i capelli rossi ritornano nei secoli dei secoli urlando il loro dolore, la loro verità, il loro disgusto per le infime pulsioni di quell’animo che vuol dirsi umano, maneggiando la corta daga meglio dei più esperti Spartani addestrati ad uccidere, in combattimenti dove il troppo dolore non ha lasciato più spazio alla pietà, affrontati con un fagotto dai capelli rossi appeso alla schiena: una bimba che sembrava dormire ma che sarebbe stata in grado di raccogliere il testimone e portare avanti la Regola nei secoli dei secoli.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, alle Donne di Conoscenza non è rimasto che celarsi nuovamente nelle tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni in città sempre più invivibili fingendosi vecchie homeless indifese, raggomitolate per contrastare i morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando un urlo che nulla avrà di umano, balzeranno dai nascondigli brandendo le lame del Sapere per fare a pezzi, letteralmente, gli esseri ipocriti, rabbiosi, immondi nella loro arroganza, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
E le lame, sacre, saranno di pietra, pietra dura, scura, affilatissima, pietra che viene tramandata nei secoli dei secoli e che solo a loro, Donne del Lato Oscuro, è concesso oggi brandire, e questa volta la lotta sarà finalmente all’ultimo sangue, in onore a quella Fucina della Vita che portano in grembo.
Chi attraversa lo splendido anfiteatro naturale della Nave, ancora oggi sente l’impulso di onorare le ombre di quelle Donne che non tornarono dalle aspre battaglie che vi si combatterono, e che attraverso il Passo del Bocco di Bargone si salvarono dai mercenari del Sant’Uffizio: loro conoscevano le insidie del terreno, i mercenari no.
Mimetizzate, grigie come i tronchi degli alberi, marroni come la terra, odorose di muschio e funghi, divennero persino mute e un po’ stupide, salvo ergersi in tutta la loro bellezza quando, nude sotto il mantello di lana consunta, impugnando il pugnale colpivano rapide e letali per poi scomparire di nuovo confondendosi con il bosco.
La loro presenza, amica con chi sanno essere amico, accompagna viandanti silenti e rispettosi in quelle terre, comprese fra il Monte Nero, il Bue e il Lago Nero, dove si incontrano le province di Parma, Piacenza e Genova che ben rappresentano la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche.

Alberto Cazzoli Steiner

L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner

Regolamenti di conti delle origini: il Concilio di Nicea

Il 20 maggio 325 ebbe inizio il Concilio di Nicea, il primo ecumenico della storia della cristianità: οἰκουμενικός, ecumenico, ovvero mondiale, termine che al tempo indicava i territori dell’Impero Romano in ossequio alla convinzione dei Cesari di essere governatori del mondo, o Ecumene.
Convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, si svolse in modo piuttosto turbolento poiché intense ristabilire l’unità dogmatica minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo.Il suo intento era palesemente anche politico, poiché i contrasti tra i cristiani, a somiglianza del loro dio incazzosi fin da piccoli e tendenti a formare conventicole contrapposte le une alle altre esattamente come fecero in seguito democristiani e comunisti, indebolivano lo Stato romano.
Che molto poco vi fosse di religioso lo afferma in una missiva il vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno: “Temo i concili, non ne ho mai visto alcuno che non abbia fatto più male che bene, e che abbia avuto una buona riuscita: lo spirito polemico, la vanità, l’ambizione vi dominano; colui che vuole riformare i maliziosi si espone a essere a sua volta accusato senza averli corretti.”
Il concilio si prefiggeva primariamente di rimuovere le divergenze sorte in Alessandria d’Egitto fra Alessandro, Vescovo di Alessandria ed Ario, fondatore dell’Arianesimo, dottrina considerata eretica poiché confutava il dogma della Trinità, ponendo in un rapporto subordinato e non più identitario quello tra il Padre e il Figlio, creato e quindi finito. Ciò minava la natura stessa del Padre, e quindi il concetto di eternità.
La diatriba, le cui conseguenti lacerazioni teologiche ebbero effetto sulla pace dell’impero, coinvolse in particolare le Chiese d’Oriente di lingua greca. Per tale ragione la rappresentanza latina fu poco più che simbolica: lo stesso Vescovo di Roma Silvestro fu rappresentato da due preti e gli ecclesiastici non orientali presenti furono solo cinque: Ceciliano di Cartagine dall’Africa, Osio di Cordova dalla Spagna, Nicasio di Die dalla Gallia, Domno di Sirmio dalla Provincia Danubiana e Marco di Kalabria dalla Penisola, dove per Kalabria va però inteso l’odierno Salento.
Sembra che il vescovo, già allora in odore di santità, Nicola da Bari, nativo della Licia, nel corso delle dispute prese addirittura a schiaffi Ario, come riferisce Pietro De’ Natali nel suo Catalogus Sanctorum et Gestorum scritto tra il 1369 ed il 1372.
Le primedonne traboccanti ego, evidentemente, non difettavano neppure allora ed è interessante considerare come dei 220, o forse 318 o 160 partecipanti (le fonti divergono) nessuno dovesse zappare la terra per campare.
Venne quindi fissato il simbolo che ancora oggi rappresenta un punto centrale della cristianità: la dottrina dell’ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente stesso essere, ovvero della consustanzialità del Padre e del Figlio: nega che il Figlio sia creato (genitum, non factum), e che la sua esistenza sia posteriore al Padre: “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre” recita ancora oggi il Credo.
Negati gli aspetti caratterizzanti l’Arianesimo, vennero ribadite l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù, in opposizione alle dottrine gnostiche che negavano la crocifissione, affermando altresì la nascita virginale di Gesù nato da Maria Vergine.
Insomma, vennero fatti fuori i revisionisti.Tra le altre risoluzioni, il Concilio fissò una data per la Pasqua, assurta a festa principale della cristianità fino a quando non venne inventata la Coca-Cola, da celebrarsi la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo che fosse indipendente dalla Pesach, la Pasqua ebraica.
Compito del vescovo di Alessandria, presumibilmente usando il calendario copto, stabilire la data e comunicarla agli altri vescovi.
Venne inoltre dichiarata eretica la dottrina del Vescovo Melezio di Licopoli, evidentemente non allineato, definite le norme per il battesimo degli eretici ed assunte delle delibere di clemenza relativamente ai Lapsi, coloro che rinnegarono il cristianesimo durante la persecuzione di Licinio.
Venne stabilita la preminenza dei Vescovi di Roma e Alessandria e riconosciuto particolare ruolo onorifico al Vescovo di Gerusalemme.
Venne proibita, e questo è un dato interessante, l’usura fra chierici e la presenza di donne, le cosiddette virgines o mulieres subintroductæ nella casa di un chierico. Effettivamente “Le donne dovrebbero essere segregate, perché sono la causa delle involontarie erezioni degli uomini santi” come ebbe a scrivere sant’Agostino dopo aver finito di fare i suoi porci comodi con madre e figlia insieme.
Il provvedimento più curioso fu, per altro, la proibizione dell’automutilazione, segnatamente dell’autocastrazione: particolarmente in Oriente molti monaci rifiutavano l’ordinazione sacerdotale considerandola associata al potere mondano e fonte di vanagloria, ricorrendo a espedienti peculiari come l’automutilazione di alcune parti del corpo. Inoltre, seguendo una visione estremizzata di Matteo 19.12, si pensava che castrazione ed evirazione consentissero di assurgere a particolari facoltà.
Il Concilio si concluse 25 luglio con soli due prelati, Teona di Marmarica e Secondo di Tolemaide, che votarono contro le decisioni prese, e l’imperatore Costantino, nel discorso di commiato, sottolineò la sua volontà che la Chiesa vivesse in armonia e pace e lontana da controversie cristologiche.
Insomma, la faida si era conclusa.Sottile, ed anche divertente, ciò che scrisse in proposito Voltaire, affermando nel suo Dictionnaire Philosophique che le dispute avessero ben poco a che vedere con il messaggio evangelico e con la moralità: “I concili sono fatti dagli uomini, sono quindi il frutto naturale delle passioni umane e delle circostanze storiche, e tutti sono infallibili, poiché è impossibile che le passioni, gli intrighi, lo spirito polemico, l’odio, la gelosia, il pregiudizio, l’ignoranza, regnino in tali consessi. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanti concili si sono opposti gli uni agli altri? È accaduto per esercitare la nostra fede; essi, ciascuno nel proprio tempo, hanno sempre avuto ragione. Non si crede oggi, presso i cattolici romani, che ai concili approvati dal Vaticano; e non si crede oggi, presso i cattolici greci, che a quelli approvati in Costantinopoli. I protestanti si burlano sia dei primi sia dei secondi; in tal modo tutti devono dichiararsi contenti.”
Concludo tornando per un istante alla pratica dell’autocastrazione, che spesso contemplava l’evirazione, originata da un’interpretazione fanatica di Matteo 19.12: “Vi sono eunuchi che nacquero così dal grembo della madre, e vi sono eunuchi i quali furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il Regno dei cieli.”
La pratica venne proibita ma, come sappiamo, la chiesa continuò sino alla fine del XIX Secolo a castrare i bambini per ottenerne la purezza vocale nei cori. Come dire:
“Ti sei toccato figliolo?”
“No padre.”
“Bravo, vieni che ti tocco io.”
Tutto questo per tacere delle efferate torture del Sant’Uffizio che prevedevano evirazione, castrazione, amputazione di lingue e seni, sfondamento di ani e vagine, accecamenti e via di nefandezza in nefandezza.
La ratio dell’autocastrazione, della quale tale Origene fu alfiere, nacque dal convincimento che la loro mutilazione avrebbe fatto guadagnare poteri speciali e particolari favori in cielo.
Origene che, si dice, si automutilò per sfuggire alle tentazioni costituite dalle procaci allieve della Didaskaleion, la sua scuola catechetica di Alessandria fu molto elogiato.
L’Apologia di Giustino, che consigliava che i ragazzi cristiani fossero evirati prima della pubertà in modo che la loro virtù fosse permanentemente protetta, riferisce con non celato orgoglio che i medici Romani erano supplicati da fedeli Cristiani che richiedevano l’operazione, tanto è vero che Tertulliano ebbe ad affermare: “Il regno dei cieli è spalancato per gli eunuchi.”
Valesio, discepolo di Origene, ne approvò il comportamento al punto che, seguendo l’esempio del maestro, si autoevirò e, sostenendo che proprio la qualità di eunuco doveva caratterizzare il sacerdote, chiese di essere introdotto al sacerdozio. Ma la sua richiesta fu negata e venne addirittura condannato per eresia. Fondò quindi presso il Giordano una setta i cui membri, oltre alla rigida astinenza dal mangiare carne, praticavano l’evirazione su se stessi e su tutti coloro che, pur essendo estranei alla setta, ne venivano incautamente in contatto.
La diffusione della pratica, oltre ad indurre come abbiamo visto la Chiesa a condannarla espressamente, portò all’introduzione, a partire dall’IX secolo del rito della palpazione dei testicoli all’atto dell’elezione del nuovo papa.
Va detto che la pratica, di origine antichissima e comune a innumerevoli credo religiosi, aveva un suo fondamento nella misoginia e nella sessuofobia incazzosa dei cristiani che, ad immagine e somiglianza del loro dio, avevano ormai perduto lo smalto, la purezza e le facoltà alchemiche della prima ora, diventando grigi e ed efferati recitatori di anatemi e giaculatore. La banalità del male. Eh già, chissà perché mi è venuto in mente.In alcune culture, compresa quella etrusca, una selezione di bambini concepiti a maggio, e nati quindi a gennaio, venivano offerti alla divinità il 2 febbraio, giorno della candelora “dall’iverno semo fora” per propiziare la rinascita e l’abbondanza e, nella circostanza, venivano evirati nel corso di un’apposita cerimonia..
Ma la pratica viene da molto più lontano, quando era normale che un selezionato gruppo di giovani, scelti fra quelli appartenenti alle famiglie più in vista, venisse evirato da sacerdotesse al termine di rituali orgiastici: il sangue e lo sperma fecondavano la terra assicurando prosperità ed abbondanza alla comunità.
Poiché la disamina di tradizioni e rituali, per quanto interessante, ci porterebbe molto lontano e sicuramente fuori dal tema di questo scritto, cito solo di passaggio l’autoevirazione dei sacerdoti della dea Cybele, anche qui al termine di riti orgiastici.
Origene ed i suoi seguaci praticavano invece un rito triste poiché il sesso e la componente orgiastica vi erano banditi, e monco perché mancante dell’energia femminile, quella che custodisce il mistero della Vita, quella che nuovamente oggi si tende a respingere ed annientare in un momento storico assolutamente devirilizzato.
Addittura siamo alla pulizia etnica originata dal senso di colpa per essere bianchi e benestanti: i maschi bianchi vengono castrati affinché sia reso loro impossibile generare, lasciando l’incombenza ai loro omologhi neri, i cui geni sarebbero più sani.
La ratio è: l’uomo bianco viene visto ex-abrupto come razza inferiore, con geni scadenti e quindi incapace di procreare progenie sana che possa perpetuare la specie.
Secondo una versione sono le mogli a far castrare i mariti bianchi, per poi farsi ingravidare da neri, in un’altra una razza aliena provvede a ripartire gli esseri umani in maschi bianchi e neri e donne: i bianchi vengono castrati ed i neri utilizzati per la riproduzione.
Poiché l’essere umano necessita di liturgie e sovrastrutture abbiamo, a corollario, i Castration Day, le T-shirt che celebrano la castrazione pubblica come cosa buona e giusta, tutta una serie di manuali ed offertori, quasi dei grimori che illustrano procedure ed offerte alla Mistress ovvero alla Goddess della situazione. Mai violenta o coercitiva si dipana nel corso di un rito, frutto di libera e consapevole offerta.
Scuole di pensiero divergono sul fatto se sia più opportuno procedere con una lama contestualmente all’eiaculazione, evento molto scenografico ma piuttosto arduo da gestire sotto il profilo clinico, piuttosto che indipendentemente da questa, magari dopo aver concordato con la destinataria dell’offerta the last cum, l’ultimo orgasmo.
Articolato e preciso nei dettagli, il procedimento lo è maggiormente allorché i protagonisti siano maschi omosessuali poiché entrano in gioco particolari dinamiche tribali. In rete abbondano i riferimenti.
Così è se vi pare.

Alberto Cazzoli Steiner

Presenze apotropaiche

Un tempo, ben prima che nascesse il fenomeno urbex, le andavo a cercare, oggi mi limito a non disdegnarle se le incontro lungo il mio cammino, prestando attenzione a non varcarne la soglia quando percepisco vibrazioni che mi disturbano: non devo dimostrare nulla a nessuno, le manifestazioni del male le conosco fin troppo bene e di cose che voi umani ne ho viste abbastanza.
A meno che non sia funzionale ad uno scopo, evito quindi volentieri di violare certe case abbandonate disturbando le presenze che le occupano.In ogni caso cerco all’esterno, ed ove consentitomi all’interno, tracce e testimonianze di chi le protesse e, in qualche caso, continua a farlo pur non avendo formalmente più nessun compito da svolgere.Intendiamoci: proteggere significa proteggere, ed il senso è privo di qualsiasi connotazione benevola, poiché può essere protetto tanto un luogo di acque risanatrici quanto uno che affaccia su un baratro di male assoluto, e le forme di protezione, in termini energetici e di intensità, possiedono pari dignità.
E quindi corna, chiavi, tronchi d’albero antropomorfi, maschere, demoni o folletti, pietre graffite piuttosto che iscrizioni e cartigli, resti di affreschi, madonne e santi con o senza edicole ed altri simboli che un tempo si ergevano anteponendosi alle forze negative (negative, come detto, funzionalmente alla valenza oppositiva ed attributiva conferita alla casa dai suoi abitanti) ed ora languono abbandonate e dismesse.
Sbiadite e consunte, aggredite da ruggini, funghi, licheni ed erbe parassite rivelano la loro fragilità materica, ma riecheggiano ancora la loro prossimità con le antiche divinità silvopastorali delle quali un tempo erano servizievoli ancelle iconiche.Sono ancora oggi numerose le presenze guardiane delle case abbandonate, ed ogni incontro è evocativo ed a suo modo incantevole portatore di emozioni, subordinato solo alla capacità di saper osservare cogliendo tracce talora meno che minime, negli esterni come negli interni ed in luoghi od accessori letti e vissuti come componente dell’edificio: terreni e loro confini, crode e argini, stalle e magazzini, forni e legnaie, essiccatoi.
Spesso il simbolo consiste in una semplice punta, data da corna di bovini od ovini, quando non interi teschi, ovvero realizzata acconciando, come ho notato sull’Appennino parmense e piacentino, i coppi in modo da creare cinque o sette punte rivolte al cielo, lapidei parafulmini apotropaici, segni e simboli di una sacralità povera, rustica, essenziale ma rispettata da generazioni di persone e famiglie, oltre che a maggior ragione da certe donne di poca apparenza ma molta sostanza: le depositarie delle Parole.Donne chiamate a portare erbe, fiori e ceri ai vari sant’Antonio protettori di vacche e maiali nelle stalle, quando c’erano, che accarezzavano e lavavano certe pietre rotonde e convesse a simboleggiare ventri fertili o vagamente cilindriche a significare la potenza della penetrazione fecondante.
Tra pietre e legni si possono distinguere mascheroni, come vengono chiamati nel parmense, e ricordo quelli tipici della Brianza monzese raffiguranti Modœtia, l’antica Monza che era Luna e Sole ma soprattutto Luna Rossa.
Alcuni si palesano tra antichi legni e consunte pietre, altri, chiamati anche mummie o sfingi, ti osservano nascosti in angoli remoti.Madonne marmoree, le Maestà con la pelle delicata come quella delle Erbe della vecchia Nora1 se ne contano ormai poche, abbattuta od estirpata la maggior parte dalle loro sedi per ornare ville pretenziose. Sopravvivono però, convivendo con simboli cristiani per evitare le solite accuse di stregoneria, baffometti (con due effe, giusto per onorare il mimetismo) piuttosto che salvanelli o baffardelli con tutto il corredo di dispetti e benefici.
E non mancano volti di pregevole fattura, ferini, selvaggi ed inquietanti maestri del fiore e della lama dagli sguardi intensi e vivi scolpiti nel legno e nella pietra, che osservano come se fossero quello che sono: specchi in grado di restituire e riflettere, le labbra atteggiate e mormorii, preghiere, invocazioni, scongiuri, maledizioni.Chiavi di volta, architravi, colonne, stipiti di porte e finestre, grondaie, camini sono i luoghi fra terra e cielo che li ospitano, le loro garitte da sentinelle sempre all’erta dalle quali ancora oggi sorvegliano tutto e tutti, qual che sieno ombre od omini certi.
In questa breve nota un omaggio a Frasnedo, a Itaca ed al castagno di Marianna.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA 1Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe

Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La nebbia non nasconde solo fantasmi d’amore

Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani, Fantasma d’amore è un film diretto nel 1980 da Dino Risi ed interpretato da un intenso Marcello Mastroianni e da una eccellente Romy Schneider.
La vicenda, scandita dai ritmi di cupe attese, si dipana nei toni sfumati di una Pavia provinciale, soffocante e nebbiosa: il commercialista Nino incontra in autobus Anna, amata in gioventù ed ormai sfiorita e malata, rimanendo molto turbato.
Riferisce l’episodio durante una cena con amici ma da uno di costoro, medico, apprende che Anna, sposatasi e trasferitasi a Sondrio, è morta di cancro tre anni prima.
Nino si convince di essersi sbagliato ma, recatosi a Sondrio, rivede Anna ancora piacente, e i due si danno appuntamento sulle rive del Ticino, nei luoghi del loro giovanile amore. Purtroppo accade un incidente ed Anna affoga nel fiume.
Trascorre qualche tempo e Nino la rivede ancora, invecchiata, a Pavia, sotto il Ponte Coperto, dal quale ella si getta nel Ticino.
Nino, infine, ormai ricoverato in una casa di cura per malattie mentali ed assistito da un’affascinante Anna nelle vesti di infermiera, pronuncia l’affermazione sulla quale il film si conclude:
«Vede caro signore, tutto quello che dicono dell’aldilà, dell’aldiquà sono tutte storie. Perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo. Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, l’ho amata pazzamente, ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. È scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? E no! No guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto, è sempre qui attorno a me. Perché, me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finché io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita in morte. Già, solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui queste brave persone studiose che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma io mi accorgo benissimo che non mi credono.»
Il film venne giudicato al limite della stroncatura, ma a me piacque tantissimo e con questa premessa intendo onorarlo, insieme con la nebbia che, atmosfericamente parlando, costituisce una delle mie passioni come si conviene ad un medhelanensis: E la nèbbia che bellezza la và giò per i polmon (Lassa pür che el mond el disa, Giovanni D’Anzi, 1939).
Costituita da gocce di acqua o cristalli di ghiaccio in sospensione aerea, la nebbia si presenta come l’alone biancastro che conosciamo a causa della rifrazione della luce, solare o notturna, limitando anche notevolmente la visibilità.
Sin qui l’aspetto pragmatico. In realtà letteratura e leggende riconoscono alla nebbia l’incontro alchemico tra energia femminile sacra ed emento simbolo dello spirito, attribuendole il significato simbolico di passaggio, mutamento e trasformazione, ma sempre all’insegna dell’insicurezza, dell’instabilità, della solitudine e con valenze inquietanti e negative.
La nebbia, avvolgendo misteri e non infrequentemente orrori, è sede di fantasmi, mostri tentacolari, spiriti vendicativi e viene infatti spesso identificata nell’immaginario come dimora di spettri piuttosto che di feroci belve, anime dannate antropomorfe prevalentemente di sesso feminile, pronte a ghermire incauti viandanti consegnandoli a malevole divinità affinché siano torturati e divorati ovvero resi schiavi dopo aver subito orrende mutilazioni.
La nebbia è indubitabilmente un portale che apre a dimensioni aliene e inesplorate e, nelle sensazioni visive e uditive che segnano gli inquietanti paesaggi dai contorni sfumati, trasfigurandoli angosciosamente, vagano figure misteriose, come attesta il Pascoli nella famosa poesia Nella Nebbia:
«E guardai nella valle: era sparito
“tutto! sommerso! era un gran mare piano, in
“grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
“E c’era appena, qua e là, lo strano
“vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
“uccelli spersi per quel mondo vano.
“E alto, in cielo, scheletri di faggi,
“come sospesi, e sogni di rovine
“e di silenzïosi eremitaggi.
“Ed un cane uggiolava senza fine,
“né seppi donde, forse a certe péste
“che sentii, né lontane né vicine;
“eco di péste né tarde né preste,
“alterne, eterne. E io laggiù guardai:
“nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
“Chiesero i sogni di rovine: – Mai
“non giungerà? – Gli scheletri di piante
“chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
“Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
“con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
“e più non vidi, nello stesso istante.
“Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
“d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
“e, per il mar senz’onde e senza lidi,
“le péste né vicine né lontane.»
L’ombra errante mi ricorda il canto I dell’Inferno, versi 65-66, quando Dante incontra Virgilio: «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»
E l’ombra del Pascoli cammina, forse sollevata dal suolo, e comunque senza mai giungere ad una meta poiché svanisce nel nulla, simbolo pessimistico di un’umanità che percorre la vita immersa in un mare uniformemente grigio nel quale scompare senza lasciare né traccia né segno.
Nella nebbia sono ambientati romanzi, sempre dai contorni gotici: «Da un punto imprecisato nella nebbia incalzante veniva un rumore rapido e leggero di passi; la nuvola era a cinquanta yarde da dove noi stavamo, e tutti e tre la fissavamo senza sapere quale cosa orrenda ne sarebbe uscita.» Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle, 1902.
Nella nebbia è ambientato Fog, noto film di Carpenter del 1980, e la lattiginosa cortina è la protagonista di un altro Fog, romanzo che spazia tra l’horror e la fantascienza scritto da James Herbert e pubblicato nel 1975 nella collana Urania di Mondadori.Protagonista John Holman, funzionario dei Beni Ambientali, coinvolto suo malgrado in un terremoto provocato da test balistici che sprigiona la nebbia, arma batteriologica fuori controllo, inarrestabile coagulo di smog e mycoplasma, materia cerebrale degradata e inquinamento capace di intaccare la mente di ogni essere vivente portandolo a compiere atti di violenza inaudita, come l’autore ben documenta nella prima parte del romanzo.
La nebbia non cela al proprio interno mostruose creature poiché è essa stessa l’orrenda creatura, che scatena una follia senza limiti e terribilmente autodistruttiva.
L’autore usa le vittime del contagio come modelli sui quali esercitare fantasie via via più atroci, delineandone però con efficacia storie passate e presenti. Tra gli episodi, da segnalare quello che vede protagonisti i ragazzi di una scuola media che, assalito l’insegnante di educazione fisica del quale si conoscono i trascorsi pedofili, lo legano al quadrato svedese evirandolo con un paio di forbici mentre la vittima, eccitatissima, ha un orgasmo.
Altro episodio degno di menzione quello del bancario oppresso e frustrato che inizia a prendere a calci nel sedere chiunque gli si presenti davanti, a significare l’alienazione provocata da un lavoro ripetitivo e non etico.
Non trascurabili quello dell’allevatore ucciso e macellato dalle proprie vacche e quello della gattara divorata dai propri gatti, che indicherebbero secondo l’autore la condizione di subalternità e sfruttamente degli animali da reddito e da compagnia.
Nell’incalzante incedere del romanzo la nebbia assume sempre più i connotati di una creatura intelligente, di un blob contro il quale non si può far altro che soccombere in un tripudio di efferatezze culminanti nel suicidio di massa stile lemmings compiuto dalla popolazione di un villaggio posto sulla costa: una massa di sonnambuli lobotomizzati che avanza verso l’acqua trascinandosi dietro chiunque provi a resistergli e calpestando qualsiasi cosa incontri sul proprio cammino.
Oggi avanzerebbero verso il vaccino salvifico.
L’autore mette in scena una società indifferente e sprezzante costituita da esseri corrotti, ottusi, miopi, cinici, privi del minimo barlume di solidarietà, pervasa da una violenza sotterranea che la nebbia ha solamente fatto emergere.
Esattamente come, ai nostri giorni, l’immondo virus.
Il finale vede il protagonista che, dopo essere stato infettato dal virus ed esserne guarito, diventa il personaggio chiave impegnato in un disperato lavoro per arginare la nebbia letale, e l’impianto narrativo riporta ad una notevolissima similitudine con quanto sta accadendo ai giorni nostri.
Ma l’amaro ultimo atto del libro è costituito dal pilota che si schianta con il proprio 747 contro un grattacielo pare: non sappiamo se un segno premonitore dell’11 settembre, sicuramente un emblema dell’inutilità di ogni sforzo, ed un canto funebre per l’umanità.
Herbert, nonostante sia stato citato da Stephen King è un nome ingiustamente trascurato nel panorama della letteratura horror.Suoi sono anche un avvincente libro dedicato ad una invasione di ratti e La Reliquia, che vede un Himmler redivivo a capo di una setta di fanatici SS intenzionati a conquistare il mondo attraverso pratiche esoteriche, in quella che ha tutte parvenze di una ricostruzione brasiliana del castello di Wewelsburg. Ne parlai in La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica.

Alberto Cazzoli Steiner

Ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, molte di loro erano Donne dei Segni

Viviamo in un tempo difficile, nel quale la menzogna è premiante, assurgendo al rango di verità grazie ad un pabulus di sottocultura, protervia, malafede, opportunismo.
La maggior parte delle persone si lascia prendere dal panico e, anziché considerare con lucidità i momenti difficili come un’opportunità di crescita, cerca scorciatoie e, come sempre accade in tempi di paura e somma incertezza, il ricorso agli operatori dell’occulto vede una notevolissima impennata, alimentando speranze sul filo della disperazione e giri d’affari estremamente consistenti.
Sappiamo bene come, in questo frangente, l’apparenza sia premiante rispetto alla sostanza: l’astrologo ed il mago marchettari televisivi rifulgenti di lustrini e ridondanti di titoli farlocchi hanno buon, anzi ottimo, gioco alla fiera delle illusioni.
E veniamo a chi determinate qualità le possiede veramente ma non ne fa commercio, anzi meretricio: io, per esempio.
Se è vero che debba certe capacità ad un talento naturale, oltre che a facoltà datemi in prestito, è altresì indiscutibile che quello che sono e so lo devo anche alle guide ed alle compagne di viaggio che mi furono accanto affiancandomi nelle fasi cruciali del mio cammino: tra queste la nonna paterna, uno sciamano incontrato in modo apparentemente casuale in un’isoletta al largo delle coste della Tanzania, una donna Fausta di nome e di fatto, una compagna oggi cara amica insieme alla quale effettuai un viaggio all’inferno e ritorno durato sette anni. E infine Eudaimonia.
Quando si inizia un rito o un viaggio nell’altrove si ringrazia chi ci permette di compierlo. Allo stesso modo non dimentico mai di onorare queste Donne e, nel caso di Eudaimonia, l’onore è alla memoria: mi fu accanto fino a quando decise che il suo tempo era finito, il suo compito concluso e che non voleva più saperne di tornare sulla terra.
Giusto per il gossip: c’era chi si faceva trarre in inganno dai suoi occhioni verdi come, una domenica di luglio in Val Trebbia, due pischelle atteggiate a streghine newage che, ad una fiera a tema, snobbarono una sua domanda, iniziando a irriderla dall’alto della loro bancarella di paccottiglia esotericospiritualbiobau. Fu un attimo. Vidi i suoi capelli rossi scuotersi, ondeggiare e vibrare mentre si alzò un’incontenibile polverone di vento che, letteralmente, scardinò il tendone della bancarella spazzando tutto ciò che vi si trovava esposto ma lasciando intatto il circondario. Per un istante nevicò a grossi fiocchi e un’ultima folata ribaltò la leggera struttura in legno.
Vidi il suo sguardo. Ma io lo conoscevo, le due stregofighette no. Credo che abbiano lasciato perdere l’esoterismo ed ora si dedichino alla raccolta dei tappi a corona fabbricati nell’isola di Capo Verde. Due presuntuose in meno.
E, giusto per venire al tema di questo scritto: la verità chi non ce l’ha non se la può dare, come avrebbe potuto affermare Don Lisander, eccoci a “Non parlar di rughe, non parlar di vecchie streghe”, mini-saggio di Eudaimonia dedicato alla Donne di Conoscenza, quelle vere.
L’ispirazione nacque dalla visione dell’immagine sottostante, proveniente da La Campagna Appena Ieri, che propongo unitamente alla didascalia originale: “Poi si diventava vecchie, si lasciava il posto di Arzdòra ad una nuora e si assumeva un nuovo ruolo: si faceva la nonna e si badavano i bambini durante il giorno. Ci si alzava presto ad accendere il fuoco, si accudivano i polli, si comandava il rosario la sera e di pomeriggio ci si metteva fuori al sole, sulla bassa sediolina, a filare o a sferruzzare ricordando e ripensando ai fatti della vita.”E, a doveroso corollario dell’immagine, propongo le riflessioni stralciate dallo scritto nominato:
«La foto mi ha scatenato un turbine di ricordi delle mie montagne tra Groppo di Gora e Monte di Lama, Ceno e Taro, Monte Nero e Lago Santo e altri posti che non voglio nominare: odori di primavera, di sole estivo, di nebbie autunnali, di terra e di acqua, di torba e di funghi, di gutturnio e coppa. Di sangue su braccia e gambe graffiate dai rovi, di acqua gelida dove dissetarsi e bagnarsi con il coraggio di un brivido, di scarpe risucchiate dal fango e di more, lamponi e grattaculi mangiati golosamente a manate. Anche ricordi di moto e coperte buttate sui prati, quando c’erano. Le coperte intendo.
E di colori vivi anche quando sembravano spenti nella morte dell’inverno, morte sciamanica come diremmo oggi perché era putrefazione, trasformazione e preludio alla rinascita primaverile. Allora era sufficiente dire che la terra dormiva, riposava.
Ma soprattutto ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, niente affatto accomodanti ma capaci di infinita dolcezza e dedizione se necessario, ma solo per chi lo meritava. Senza perdersi in chiacchiere, e soprattutto sempre attente a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, vale a dire senza inutili sfilacciamenti, atteggiamenti o moine. Centrate.
Molte di queste erano Donne dei Segni o, come si direbbe oggi, di Conoscenza. Nei paesi, nei villaggi abbarbicati sui costoni o infilati a nascondersi nei boschi, tutti sapevano e tutti ignoravano. Ma nessuno sbagliava uscio dove bussare quando era necessario, guardandosi indietro nella bruma nel vano tentativo di non essere visto dai compaesani.
Come diceva la mia vecchia amica Nora andavano trattate con rispetto e senza troppa confidenza, perché se erano buone a disfare erano anche buone a fare.
Parlavano le Parole, che solo loro sapevano e che in parte erano state loro tramandate e in parte si erano costruite con il tempo. E le tramandavano a loro volta: a chi, quando, dove e come lo decidevano loro. Spesso accadeva solo poco tempo prima che andassero via.
Segnavano con una bindella, una fettuccia presa dall’orlo di una vecchia gonna, uno stelo di grano e usavano il sale, l’acqua, l’ago, il sangue, lo sputo, la cenere, l’urina, le radici, anche lo sterco di vacca o di gallina.
Non sono scomparse, ancora oggi esistono per chi le sa trovare. Ma ancora oggi non ci si accorge della loro presenza, perché donne e uomini dei Segni prediligono l’ombra. Mica perché si nascondono, vivono come tutti gli altri, fanno la spesa, giocano a burraco, cercano un moroso alla scuola di danza, fanno le nonne. È solo quando qualcuno chiama perché ha bisogno che mettono in pratica la Virtù, altrimenti come Medgòne è come se non esistessero.
E lo fanno con semplicità ed efficacia nelle loro case, nelle cucine con gli oggetti che usano per segnare tirati fuori al momento da barattoli di latta del caffè, bottiglie della passata di pomodoro, barattoli della marmellata.
Non c’è più il camino per bruciare? C’è la cucina a gas. Non c’è più il torrente per smaltire? Va bene la tazza del water.
Non si mettono in piazza, non fanno sceneggiate, di sicuro non si atteggiano come ci ha abituati un certo marketing iconografico di streghette infighettate e bardate a metà fra la troia e l’albero di natale. E non solo per l’età, mica tutte sono anziane e ben poche nel privato sono madonnine crocifisse, senza per questo pubblicarsi su Feisbuc mezze biotte.
Certe botteghe dell’occulto e del mistero, se dovessero basarsi su di loro per crearsi la clientela fallirebbero ancora prima di cominciare. Semplicemente non hanno bisogno di quella paccottiglia. Bastano a se stesse e quel che loro serve lo trovano, lo raccolgono, lo costruiscono ringraziando la Natura, vale a dire la Dea o Madre Terra o chi sanno loro.
Se devono fare un rito è perché serve e non perché sia celtico o faccia figo. Lo fanno e basta, senza tante menate. Magari malvolentieri perché possono essere cose dure, dove ci si deve sporcare le mani certe volte anche con il sangue, e non fa niente se è il proprio, per esempio quello mestruale per chi non è ancora in menopausa. Dove può capitare di dover andare a incontrare chi sarebbe meglio lasciar nel suo brodo.
E se non è vero che stanno scomparendo, è anche vero che non le trovate in giro a mischiarsi. Se la tirano? Per niente, se la tira solo chi ha bisogno di dimostrare, di atteggiarsi. Loro hanno il difetto di sbattere in faccia la verità, di fare da specchio, e questo non sempre piace agli umani. Hanno pagato un prezzo e sofferto per essere quello che sono, non sempre volendolo essere.
E se ancora oggi capita loro di essere incomprese o addirittura insultate e derise non se ne fanno un cruccio e tornano a ritirarsi nella loro ombra paghe di se stesse, di ciò che sono e non di ciò che fanno. Nella consapevolezza che ciascuno si scava la fossa come preferisce, con l’energia che ha messo in circolo. Se è consapevole bene, altrimenti fa lo stesso. E loro non possono né devono farci niente. E che per certe persone anche solo tirar fuori la croce di corda significherebbe dar loro troppa importanza.»

Eudaimonia Ω – ACS

La Medicina è finita, andate in pace

Hanno permesso al più miserabile degli elettricisti di abbassare il sezionatore, privandoli di ogni stimolo e rendendoli tanto rabbiosi eppure spenti, infantilizzati e considerati alla stregua di minorati mentali: questo sono diventati gli italilandesi che, valicato il punto di non ritorno nell’identificazione con due vermi cinematografici: il Villaggio Fantozzi ed il portaborse Moretti, si addentrano in un 2021 caratterizzato da sempre maggiori divieti ed obblighi che si contraddicono vicendevolmente affinché tutto si compia.Noi che percorriamo il cammino alchemico della Conoscenza non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo fare altro che osservare distanti questa tragica favola, questa profezia che autoavverandosi sotto i nostri occhi consolida la propria suggestione narrativa sulle reazioni scomposte di una collettività ormai mentalmente involuta nel trionfo della nullità.
Li avevano cresciuti all’insegna della furbizia, del motto più sei falso e più sei apprezzato, perché più sei lecchino più puoi affermarti. Servi, blended since 1861.
Loro, i veri complottisti che tramavano nell’ombra di stalle e cucine, non contro un padrone arrogante e tiranno bensì contro altri servi, e non importava quanto figlio di puttana fosse il dominus, né chi fosse. Anzi: più era stronzo più era amato e più c’era la possibilità di guadagnare servendolo ed assecondandone ogni desiderio, compresi i più perversi, crudeli e disumani.
Qualità, merito, talento sono stati vilipesi e repressi in favore di un abominio costituito da falsità, incapacità, inettitudine nel segno di quanto di più osceno e orripilante potesse essere infuso nelle persone, specialmente grazie ad un mezzo formidabile: la televisione, quel totem che oltre al terrore per l’immondo virus impone modelli a volgarissimi sottoacculturati urlanti che, invasati, gettano nel cesso l’ultimo barlume di dignità esibendosi nei modi più sguaiati ed insulsi pur di alimentare il proprio protagonismo nella speranza di assurgere per un istante ad icone di riferimento di una massa sempre più stracciona ed ignorante.
E, fateci caso: oggi, tra le icone di riferimento, spiccano i medici.
Assurti ad un ruolo salvifico e definiti eroi, sono ormai percepiti dal popolo delle maccheine come i gran sacerdoti di un culto che si esplica in chiese chiamate ospedali.
Mezzi di comunicazione, social, brani di conversazioni colti per strada lasciano intendere come, mai come oggi, l’intera organizzazione sanitaria sembri progettata per riflettere una fede religiosa provvista di propri sistemi di credenze, dogmi, regole lessicali, martiri, santi e beati.
Il culto sanitario destinato a salvare dall’immondo virus prevede anzitutto un peccato originale, nel caso in esame coincidente con un sistema immunitario che, indebolito, predispone alla possessione demoniaca, la malattia, che verrà mondata dal lavacro delle acque battesimali, il vaccino.
Il medico indossa una veste bianca, che similmente ad altri ministri di culto lo identifica come il sommo sacerdote, coadiuvato da suore e preti, il personale infermieristico, che lo aiuta ad assistere i membri della congregazione, i pazienti, quando si ammalano perché posseduti da microbi malvagi, non di rado attivati dai peccati commessi. HIV docet.
E non solo i pazienti membri della congregazione non mettono in dubbio protocolli e tecniche, ovvero dogmi e rituali di guarigione adottati dai medici ministri del culto, ma chi osasse dubitare delle intenzioni, dell’integrità o delle modalità dei medici ministri del culto e dei loro assistenti verrebbe considerato un demoniaco deviante, posseduto, pazzo.
Non è inoltre certamente per caso che, in tutto il mondo, ospedali e luoghi di cura abbiano tratto dalla religione la propria denominazione: Mount Sinai, San Raffaele, San Giuseppe, Santa Rita dove asportavano polmoni sani pur di fare cassa; in Toscana la più estesa organizzazione dedita al soccorso è la Misericordia, a Milano tra le ambulanze annoveriamo Maria Bambina, San Carlo (chiusa per mafia) e Azzurra di San Giorgio. L’elenco potrebbe continuare sotto gli ampi stendardi offerti dalle case farmaceutiche affinché il popolo creda nel valore della loro medicina, investendovi fede cieca e non raziocinio, cosa del resto impossibile a meno che non si conoscano i meccanismi anatomopatologici, biochimici, fisiologici che presiedono all’insorgenza delle malattie ed alle relative cure. E chi sa tace, o perché zittito o perché desideroso di uno spazio nel trogolo.
Resta il fatto che, tra le evidenze, abbiamo innumerevoli esseri sempre malati senza che ne conoscano nemmeno la ragione ed intanto la religione medica, vietata agli spiriti critici, evita le domande importanti, quelle che da anni attendono risposta ma vengono sistematicamente ignorate. Mentre sempre più spazio viene lasciato ai proclami ed alle raccolte di fondi in nome di una ricerca che sconfiggerà malattie future che, in realtà, nessuno intende eliminare poiché fanno troppo comodo al fatturato.
Molta, moltissima, troppa acqua è passata sotto i ponti da quando la medicina era fitoterapia, era conoscenza dei cicli della natura, era potere della Luna Rossa, era appannaggio di stregoni e donne di medicina che vivevano ai margini del villaggio e non si sognavano di fare le star.

Alberto Cazzoli Steiner

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner

Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner