Alberi, maestri di vita

Perseguire l’ecosostenibilità significa abbracciare una visione spirituale non di maniera ma consapevole, vivendola conseguentemente sin nelle più minute manifestazioni della quotodianità.
Doverosa premessa, prima di addentrarci nel bosco, ovvero nell’argomento: non c’è speranza che le nubi plumbee che da tre anni oscurano il cielo delle nostre foreste si diradino.
Si addensarono quando venne approvato il TUF, Testo Unico Forestale, strumento destinato a regolamentare le attività agrosilvopastorali nel ventennio 2018-2038. I legislatori cattocomunisti italilandesi hanno superato gli antenati sovietici ed i loro obsoleti piani quinquennali, ed il provvedimento, accolto con grande indignazione da larghe fasce del mondo accademico e dell’opinione pubblica sia per il metodo con cui venne redatto sia per il suo contenuto, fu il risultato del lavoro di un ristretto gruppo di persone, ecochic ed animalisti da salotto con competenze limitatissime e da altri soggetti rappresentativi dei soli interessi commerciali e industriali.
Totalmente assenti esperti nei settori di ecologia, botanica, zoologia, patologia vegetale, geologia, idrologia, medicina e i pochi confronti pubblici organizzati dai promotori della legge ebbero solo funzione di facciata, perché tutte le opinioni dissonanti rispetto all’impostazione del testo non vennero tenute in nessun conto, facendo strame dell’esperienza di chi il bosco lo vive per mestiere considerandolo nella sua complessità ecosistemica e finendo così col promuoverne e sostenerne solo le potenzialità produttive, trascurando ogni riferimento agli aspetti di tutela delle foreste e dei suoli, se non quelli già imposti dalla normativa vigente.
Le conseguenze le vediamo, sono devastanti, compresi gli incendi e il business dell’antincendio, in particolare perché, fatta eccezione per la aree (malamente) protette, tutelate da altra normativa, il TUF non considera alcuna ipotesi di zonizzazione del territorio forestale, vale a dire distinzione tra boschi di protezione, di produzione e degradati da restaurare. Le attività di carattere produttivo possono essere applicate ovunque e per migliorare le condizioni del patrimonio forestale nazionale viene sostenuta la cosiddetta gestione attiva del bosco che, però, consiste solo in varie modalità di taglio dello stesso, perché tutti i rimboschimenti, anche quelli storici eseguiti a fine Ottocento, che fanno ormai parte del patrimonio paesaggistico tradizionale e che il TUF sostiene di voler preservare, vengono esclusi dalla categoria bosco e quindi possono essere eliminati. Lo stesso dicasi per quelli eseguiti con finanziamenti dell’Unione Europea.
I boschi cedui, messi sullo stesso piano dei terreni agrari, come se fossero sistemi artificiali e non dotati di una propria capacità autorganizzativa, si considerano abbandonati se non hanno subito tagli per un periodo superiore alla metà del turno consuetudinario o le fustaie che non abbiano subito diradamenti negli ultimi venti anni.
Ciò significa che un bosco che, per volere del suo legittimo proprietario, evolve naturalmente verso forme più complesse e stabili, viene considerato abbandonato, allo stesso modo di un terreno agricolo non coltivato nell’ultimo triennio.
E se il proprietario dei boschi abbandonati non dovesse provvedere direttamente al taglio degli stessi, o alla messa a coltura dei terreni agricoli, l’autorità pubblica provvede al recupero produttivo degli stessi, agendo in proprio o delegando tali interventi a soggetti terzi come, ad esempio, cooperative giovanili, eliminando la vegetazione infestante, ovvero i boschi di neoformazione.
Il TUF ha introdotto il termine trasformazione per indicare esplicitamente l’eliminazione del bosco. La trasformazione può essere compensata con altre opere e servizi. Ciò vuol dire che l’eliminazione di un bosco, magari di pregio, può essere compensata con un rimboschimento qualsiasi, anche fisicamente lontano, ma anche con un’opera di servizio quale una strada forestale. Non è tutto: la compensazione può risolversi addirittura nel versamento di un contributo monetario alla Regione. Insomma, un modo surrettizio per autorizzare cambi di uso del suolo non consentiti dalla normativa vigente.
Il provvedimento finge di porre (e lo fa ripetutamente) l’accento sulla necessità della gestione del patrimonio forestale nazionale attraverso la selvicoltura ma, di fatto, introduce scadenze temporali di intervento che, paradossalmente, sono contrarie alla selvicoltura, anche a quella produttivistica nell’accezione più riduttiva del termine, perché impongono limiti che contrastano con la necessità del selvicoltore di adattare le modalità di intervento a quelle che sono le caratteristiche proprie di ciascun popolamento.
Nella sostanza, ed eccoci alla filosofia predatoria e truffaldina, la sola attività realmente praticabile è la produzione di biomasse per scopi energetici ossia il taglio del bosco per l’alimentazione delle centrali a biomasse. Con i non trascurabili risvolti che ciò comporta anche per la salute umana.
E, giusto per rendere il proccedimento incompleto, cialtronesco ed irrispettoso dei principi della Costituzione repubblicana, nel TUF manca qualsiasi riferimento alla fauna, alle sue funzioni negli ecosistemi forestali ed alla sua protezione.
Scrisse in proposito, il 12 marzo 2018, Franco Pedrotti, Professore Emerito dell’Università di Camerino, Socio dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali e già Presidente della Società Botanica Italiana: “Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti che rendono il provvedimento lontano da una sana politica ambientale, pericoloso per la conservazione del capitale naturale nazionale e studiato non nell’interesse della collettività ma per favorire solo quello di alcuni soggetti. Per tali motivi il Testo Unico non può essere approvato.”
Infatti venne approvato a larghissima maggioranza.Addentrarsi in una foresta rappresenta l’andare verso il centro del proprio io, nella parte più primitiva di noi stessi
Sembra lapalissiano, ed in effetti lo è: il bosco è caratterizzato dalla presenza di alberi.
Le loro radici penetrano la terra affondandovi, il tronco si staglia riscaldato dalle lame di sole che si aprono la strada nell’intrico verde, viene accarezzato alle brezze primaverili, sferzato dalle tempeste, piange lacrime di rugiada e di nebbia, ed i rami si elevano al cielo e, sopportando all’occorrenza il peso della neve, come l’uomo di Vitruvio connettono l’alto con il basso recando la testimonianza e la forza dell’essenza dei due mondi.
Di tutti gli alberi sacri o mitici, quello probabilmente più noto è il gigantesco Yggdrasil, il frassino che secondo la cultura norrena reggeva l’Universo, anche se evocativamente preferisco il letto nuziale di Ulisse, ricavato da un poderoso ulivo, oltre che, inevitabilmente, il fico, non per la meditazione del Cristo o del Buddha bensì per la bontà dei suoi frutti.
Allo stesso modo adoro il cachi, dalla negletta dolcezza e spesso puro ornamento di orti e giardini, e non ho mai capito perché nessuno mai ne colga i frutti.
Restando nell’ambito della mitologia norrena, il gigantesco albero magico del tempio di Uppsala si manteneva verde per tutto l’anno ed ogni nove anni esigeva un tributo: per la durata di nove giorni ai suoi piedi e nei boschi adiacenti venivano compiuti sacrifici rituali appendendo ai rami degli alberi nove ragazzi scelti fra gli esponenti di famiglie e tribù rappresentative del potere, che venivano progressivamente mutilati secondo l’antico rituale dello smembramento e lasciati agli animali del bosco1.
Analoga sorte toccava nei riti di primavera a nove fanciulle, poco più che bambine ma al primo mestruo e rigorosamente vergini che, a differenza dei maschi, dopo le amputazioni rituali venivano uccise, i corpi lasciati in offerta alle entità della foresta in forma di cenere2.
Questi riti sacrificali testimoniano, in modo invero cruento ma trattasi di un filo conduttore che ritroviamo in numerose culture compresa quelle druidica ed etrusca, la notevole considerazione che nell’era ancestrale si aveva degli alberi, considerati dispensatori di vita e sacri depositari di enormi poteri.
Chi ha letto Il ramo d’oro di James Frazer ricorda certamente gli antichi riti legati al culto degli alberi, compresi quelli connessi al bosco sacro di Ariccia, vicino Roma e, per parte mia, rammento quanto scrissi il 23 febbraio 2019 a proposito del Medhelan sul quale sorse Milano e, segnatamente, dov’è ora la chiesa ipogea del Corpus Domini (Belisama: la Yoni del Lambro e altre divagazioni, 23 febbraio 2019).Querce e querceti erano associati a Diana, dea della caccia, signora delle foreste e dei suoi selvatici abitanti, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne e del parto, in età arcaica raffigurata spesso alata e circondata da animali, nella sua pre-ellenica origine connessa con la minoica Signora delle Fiere, divinità a tratti feroce successivamente assimilata ad Artemide.
La quercia era inoltre consacrata a Thor, il dio germanico del tuono, ed il simbolo delle foglie di quercia rimase nella tradizione germanica fino ad ornare la Eisernes Kreuz, la Croce di Ferro, la tipica onorificenza militare che la vulgata cinematografica (americana) ci ha portato ad associare al solo periodo nazista. Emblematico in proposito il film La croce di ferro del 1977 di Sam Peckinpah, ambienttato sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale e magistralmente interpretato da Maximilian Schell nel ruolo del capitano Stransky, ufficiale di nobili origini tanto pavido quanto ambizioso, e da James Coburn in quello del rude sergente Steiner.
Foglie di quercia tessute in argento ornavano inoltre il bavero del Brigadeführer e dello Standartenführer, ufficiali superiori delle SA e delle SS il cui rango era equivalente a quello di colonnello.
Non meno importanti noceti e castagneti, almeno alle nostre latitudini, che hanno sfamato intere generazioni ed alimentato una culltura di leggende silvane ancora oggi tipiche di alcune aree. Cito di passaggio la tragica vicenda valtellinese di Marianna e della sua bambina che mi vide protagonista (Il male si celava nell’incavo del castagno, l’originale pubblicato nel novembre 2014 a firma Eudaimonia) e le leggende dell’Appennino Parmense e Piacentino, per quel poco che mi sono note (l’indimenticabile ritratto dell’anziana medgòna in Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle erbe, 18 luglio 2016), preferendo come mio costume non addentrarmi … nei boschi del sentito dire, ma parlare solo di ciò che attiene alla mia, limitata, esperienza diretta.
Giusto per mostrare che, prima che la mucca mi mangiasse i libri trovandoli particolarmente indigesti – e fra questi in particolare Omraam Mikhaël Aïvanhov, traslitterazione francese dal bulgaro Омраам Микаел Айванхов, Omraam Mikael Ajvanhov, pseudonimo di Михаил Димитров (e un par de cazzi ce li vogliamo mettere?) e i vari Georges Ivanovič Gurdjieff, Rudolf Steiner, Osho, Autoblindo e Strucalapanda – ho studiato anche la teoria, riferisco a volo d’uccello dell’arte mesopotamica, dove si palesa l’albero della vita costantemente sotto le cure di dei, re e sacerdoti, oppure dei miti taoisti, che contemplano la presenza di alberi come il pesco, capaci di donare l’immortalità attraverso i frutti, esprimendo quindi un concetto simile a quello germanico di Idun, custode delle mele d’oro e figlia di Freya, dea della fertilità e ancella della moglie di Odino.
Indimenticabile la madre del fondatore del Buddhismo, Siddhārtha Gautama, appesa ad un ramo di shorea mentre partoriva, e lo stesso Gautama che sotto un fico – detto oggi albero della Bodhi – ricevette l’illuminazione.
E concludo nominando di passaggio l’egiziano sicomoro, dal quale la dea Hathor ricavava il nutrimento per i defunti, l’Irminsul dei Sassoni, l’azteco ceiba, lo Yaxchè dei Maya, che crescerebbe al centro di tutte le direzioni e tutti i colori dell’universo, e i suoi frutti costituiscono gli strati del cielo, il biancospino di Argyll in Scozia, la quercia di Isle Maree nelle Highlands, il sicomoro di Mountrath in Irlanda e, infine, il gigantesco abete che secondo gli Altaici si trova al centro della terra e la betulla Abakan, che per i Tartari cresce su una montagna di ferro ed è il centro di tutto.
Scrisse Rabindranath Tagore: “Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto” e, a ben vedere, l’albero racchiude in sé, tutti gli elementi: la terra che unisce al corpo attraverso le radici, e possiamo pensare al primo chakra, l’acqua che scorre attraverso la linfa, l’aria che alimenta le foglie e il fuoco prodotto dal suo sfregamento.
Che gli alberi trovino la propria similitudine con gli esseri umani è innegabile, a partire dal ciclo della vita, “le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei”, con una simbologia che incrocia senza mezzi termini vita e morte, anche sotto il profilo lessicale. Pensiamo a termini come ceppo, capostipite, albero genealogico, abbattuto, è una qurcia.
L’albero permane nel suo significato simbolico di equilibrio nell’unione degli opposti: terra e cielo, alto e basso, maschile e femminile quando non androgino per il suo stesso carattere di bisesssualità e, attraverso la maturata consapevolezza della post-identificazione, diventa l’unico elemento naturale su cui l’Uomo crede di avere potere di vita e di morte assumendo il sembiante e la valenza dello specchio.
Sotto il profilo onirico, qui da intendersi nel contesto alchemico-sciamanico dello stato alterato di coscienza e preludio alla visione ed eventualmente al viaggio, abbiamo una vasta simbologia, che mi limito a sintetizzare.
Il tronco e la corteccia rappresentano le caratteristiche della personalità che si ritiene di mostrare agli altri ed in particolare la corteccia, che può essere asportata desquamandola come la pelle del serpente all’atto della muta, se è liscia indica una componente caratteriale estroversa, disponibile, aperta alla socialità, mentre rugosa identifica introversione e scontrosità.
Intendiamoci: queste non sono indicazioni standard o terapeutiche, e meno ancora codifcate da qualche manuale o protocollo, ma semplicemente il frutto di anni trascorsi tra l’osservazione e la pratica.
Il tronco evolve nei rami, che se aperti denotano un’indole protettiva, armoniosa, rivolta agli altri; se, al contrario, chiusi o a pinnacolo come quelli dei cipressi, indicano introspezione, chiusura, anche egoismo e tendenza a non fidarsi.
I rami sono, quali più quali meno, rivolti verso l’alto, e più svettano verso il cielo, maggiore è l’importanza annessa alla spiritualità e, dai rami, spuntano le foglie: palmate, lobate, aghiformi e la loro forma e quantità riportano alle esperienze vissute, agli errori commessi e non perdonati che ancora ci “pungono”, alle relazioni amicali, sentimentali, sociali ed alla nostra capacità di alimentarle di linfa vitale
Di passaggio: l’albero che ho creato oniricamente nell’isoletta dove mi reco a raccogliere il denaro del quale ho bisogno è una quercia. Ne ho parlato in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Prima parte: la visualizzazione” e in “Consapevolezze 3: I soldi crescono sugli alberi. Seconda parte: visione e accesso al sito” pubblicati entrambi il 21 ottobre 2015.
Dal secondo cito: “Ricordate che il vostro spot non segue l’andamento delle stagioni, sceglietevene una e che sia quella. Il mio è sempre verde e rigoglioso come nella tarda primavera prima della calura estiva. Ogni tanto dovrete occuparvene da bravi giardinieri: andrete lì non per prendere ma per dare sarchiando, togliendo le erbacce, concimando, riportando terra, mettendo a dimora nuove piantine. Ed intrattenendovi con le piante stesse, ringraziandole e parlando con loro. Se in qualche cerchio Lakota tanto di moda vi hanno insegnato ad offrire tabacco fate pure, se vi viene di dire Augh! idem, se però onorate le vostre tradizioni evitando di scimmiottare culture non vostre è meglio. In ogni caso dire grazie e fumigare un po’ di salvia non fa male, anzi. Non dimenticatevi di portare i fiammiferi, nel vostro spot la Coop sei tu, quell’altra non c’è.
Se ritenete di avere bisogno di maggiore precisione disegnate: non è necessario essere ingegneri o architetti del verde, basta metterci Amore e impegno. Vi accorgerete di essere pronti quando, pensando al vostro spot, lo riconoscerete ad occhi chiusi sin nei più minuscoli fili d’erba e lo sentirete vostro.”
Sono sicuro che, leggendo, avete immaginato alberi frondosi, rigogliosi di un bel verde intenso a rendere l’idea di energia, realizzazione, protezione.
Dobbiamo invece considerare la possibilità di incontrare, sul nostro cammino, alberi spogli e tronchi abbattuti posti di traverso al sentiero, rami secchi e spezzati, alberi morti preda di parassiti del legno, per non parlare di roveti che ci impediscono fisicamente di procedere oltre.
Siamo al cospetto di rapporti, relazioni o progetti interrotti, di blocchi che ci impediscono una conclusione, per esempio gravi ferite emotive, e fra queste abbandoni e tradimenti, falsi amici e persone dannose che la visione ci esorta a comprendere ed elaborare.
Se ci facciamo caso, al ramo secco o spezzato corrisponde spesso la ripetizione coattiva di gesti situazioni, incontri, il tutto permeato da costante stanchezza e senso di solitudine.
Ed infine, ecco le radici: il radicamento, la percezione della realtà, la linfa che ci perviene dalla Terra ed attiva il primo chakra, a seguire tutti gli altri, con l’avvertenza che se il primo non funziona o è chiuso automaticamente ne soffrono anche gli altri.
Indicazioni accessorie ci vengono inoltre date dall’altezza dell’albero, direttamente proporzionale al nostro bisogno di essere connessi alla nostra parte spirituale, dall’età e dall’ego: un albero giovane rappresenta il nuovo oppure il nostro bambino che finalmente emerge per essere ascoltato, un albero secolare rappresenta l’esperienza e la saggezza, magari in forma di aiuto proveniente da un anziano, vivente o meno che sia.
Un’avvertenza: l’altezza dell’albero potrebbe rappresentare una … fregatura, un colpo basso inferto da noi stessi, un autosabotaggio attuato dalla nostra componente narcisistica piuttosto che dal nostro convincimento di essere più forti di quanto non siamo in realtà.
Tranquilli, come canta il Liga “ci pensa la vita”.
Abbiamo anche gli alberi che perdono le foglie dei nostri trascorsi, gioiosamente accesi di un bel dorato autunnale, oppure di rammarico nell’osservare le foglie secche e accartocciate.
Gli alberi producono fiori e frutti, a significare che il nuovo sta sbocciando o maturando e ci è finalmente consentito cogliere i frutti, allungandoci fra i rami, ricorrendo ad una scala o arrampicandoci a significare la rinascita personale attraverso la forza dell’intento, l’ambizione, la forza e il desiderio di veder riconosciute le proprie qualità.
Da un albero si può anche cadere, e la botta ha il potere di risvegliarci dalle illusioni, che potrebbero riguardare il fallimento di un progetto, la fine di un rapporto o la perdita di una posizione privilegiata.
Entrare in un albero, oltre ad essere una classica forma di protezione, significa varcare un portale per andare in uno degli innumerevoli altrove.
Un albero che brucia rappresenta la presenza di una forte rabbia violenta verso qualcuno o verso se stessi, un sentimento così distruttivo da recare infelicità e perdita, mentre un albero piantato all’interno della casa, per esempio in salotto indica una presenza autorevole, una relazione d’aiuto anche immateriale, se in cucina indica accudienza e in camera da letto intimità, in ogni caso una figura con valenze paterne o materne
Tra le specie arboree, che con la pratica nella visione si sarà in grado di distinguere, il posto d’onore spetta alla quercia, la grande madre che protegge, dona riparo e conforto ma raffigura anche potere e supremazia.
Saldamente al secondo posto, nella nostra cultura, il cipresso che, associato principalmente ai cimiteri, rappresenta il distacco la separazione, la fine di una fase della vita, ma anche longevità e protezione.
In terza posizione l’ulivo, che rappresenta longevità, abbondanza, passaggio di eredità sia materiale sia spirituale.
Seguono melo: speranza, maturità sessuale e fisica, fertilità; pruno: bisogno di esprimere la propria sessualità, fecondità; banano: come il prugno ma rivolto più al maschile.“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” lasciò scritto Bernardo di Chiaravalle, e a molti di noi farebbe un gran bene la camminata nel bosco, più che mai fonte di emozioni ed energia attraverso gli alberi che, nelle loro forme più strane e nelle loro dimensioni particolari, hanno un grande valore spirituale e religioso che i libri non possono insegnare. La frase di San Bernardo da Chiaravalle è millenaria ma conserva integra la propria potenza.
Per non annoiare ripetendo concetti già espressi mi limito a riportare i link agli articoli “La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica“, che pubblicai il 26 gennaio 2019
e “Troverai più nei boschi che nei centri di meditazione: Donne che danno la Vita, Donne che danno la Morte“, pubblicato il 21 ottobre 2019.
E concludo avvertendo, e non è la prima volta, che alchimia e sciamanesimo, forse mammina non ve l’ha detto, non sono quella robettina fiabesca e un po’ niueig fatta di piume di gallo cedrone rubate ai Bersaglieri…
tamurriate, pantaloni waiting for Jesus3 beveroni per avere la visione, incontro con l’animale di potere (il lupo, va da sè) e minchiate varie da fine settimana in agresti contesti.
Lo sciamanesimo prevede che ci si debba sporcare le manine per conto proprio o di terzi. Spesso si è dei mercenari, dei guerrieri – non certamente di un’improbabile luce – che hanno a che fare con entità, forze, energie o chiamatele come preferite che sarebbe meglio lasciare nel loro brodo.
Lo sciamanesimo, esattamente come l’alchimia, è morte, putrefazione, trasformazione, rinascita. Può accadere di odorare piacevoli aromi di white sage, ginepro, rosmarino, ambra ed altre erbe, essenze o distillati. Ma sciamanesimo significa anche dover avere a che fare con urina, sperma, emissioni corporee, sangue, non da ultimo quello mestruale, medium di una potentissima carica energetica, magica e misterica.
Lo sciamanesimo non “trascende” né corpo né fisicità, ne onora anzi ogni manifestazione ivi compresa l’energia sessuale, la più potente che esista considerando che vi è insito il mistero della vita.
Lo sciamanesimo, come l’alchimia, porta il massimo rispetto per la punta della freccia: l’energia maschile, e per la coppa: l’energia femminile.
Chiunque, non mi stancherò mai di dirlo, può accostarsi allo sciamanesimo – magari nella sua moderna accezione “urbana”, quel core sciamanism tratteggiato da Harner – diventandone estimatore e studioso, e persino apprendendo alcune elementari pratiche, ottime per il benessere proprio e dei propri cari.
Ma non tutti, anzi ben pochi, possono accedere al cuore della questione, che è fortunatamente precluso alle masse e, in linea generale, a chi non è dotato di particolari doni, facoltà, segni o chiamateli come vi pare.
Spocchia? Niente affatto: precisa consapevolezza che molti si farebbero del male, ma di brutto. E fin qui chissenefrega, sinceramente: 90/10. Il guaio è che potrebbero farlo ad altri.
Spiritualità cash and carry, meditazione prêt-à-porter sono entrati nell’uso comune, presso le popolazioni di questo Occidente onusto di benessere, a partire dalla seconda metà del secolo scorso sull’onda dei primi movimenti legati al fenomeno della “contestazione”. Era il periodo di Woodstock, del Vietnam, dei Beatles e dei primi viaggi in India alla ricerca del sè o, al seguito di movimenti libertari, in Centro e Sud America, dove molti rimasero, diventando trafficanti di stupefacenti. Però rivoluzionari.
Abbiamo assistito al fenomeno di gente che sapeva, o credeva di sapere, tutto dello sciamanesimo andino e non sapeva una mazza delle stesse cose praticate, con uguale efficacia ma senza orpelli, dalla bisnonna lucana.
Già ma la bisnonna lucana era una contadina ignorante schiava del sistema, vuoi mettere la riscoperta delle tradizioni rurali, della cultura contadina e cos’è cos’è che fa andare la filanda e sebben che siamo donne paura non abbiamo e contessa? Il tutto nei salotti o nei locali alla moda o sui cuscini della Palazzina Liberty4… Certo che ne hanno fatti di danni i nostri fratelli maggiori. Anche attraverso la procreazione.Per farla breve, tanto avete già capito dove voglio andare a parare: di tutto il pacchetto costituito da spiritualità-sciamanesimo-meditazione, e successivamente dell’ecosostenibilità, se ne è appropriata la (cosiddetta) cultura di sinistra. Indebitamente, come tutte le cose che sinistri e preti si contendono vicendevolmente a morsi e colpi bassi.
La (cosiddetta) cultura di sinistra prevede, anzi sancisce, che tutto debba essere disponibile per tutti, indipendentemente da meriti, caratteri genotipici o sbattimenti. E vai quindi di 18 politico, con tutti i danni conseguenti. E qui mi fermo, perché andare oltre non contribuirebbe ad aumentare la comprensione di quello che è, e per quanto mi riguarda rimarrà, il mio pensiero.
Detto fuori dai denti: il percorso di crescita interiore è una gran bella cosa, ma la sua meta non consiste nel raggiungimento di un’improbabile perfezione, bensì dell’accettazione di noi stessi per come siamo, lato oscuro e cosiddetti difetti compresi nel pacchetto.
Anzi, il lato oscuro, quell’entità fetente che la presunta buona società ci ha indotti a respingere in quanto disonesta, malevola, lussuriosa, peccaminosa, egoica, antisociale, presenta se opportunamente conosciuto ed accolto delle incredibili potenzialità: “Ne parlerò con chi vorrà approfondire” scrissi nel 2015. Nessuno mi chiese di approfondire.
Una volta che ci siamo resi conto di non essere più, o di non essere mai stati, i robottini sociali tanto cari al sistema basta e avanza. Ben vengano se ci sono, accolti come ospiti d’onore, la tanto vituperata rabbia, la tanto esecrata mentechemente, il tanto censurato ego.
Sono quelli che ci consentono di sopravvivere, di crescere, di comprendere. Quelli che guru, comunisti e preti ci esortano a rimuovere ed annullare, nella realtà dei fatti per essere acritici robottini, questa volta ecospiritualbiobau.
Naturalmente non bisogna esagerare, anche se non ho idea di quale sia la giusta misura, che ciascuno deve trovare da sè.
Sfatiamo quindi il concetto che lo sciamano (la sciamana) sia un improbabile essere perfettino, un alieno, un maestro asceso: è una persona normalissima che, con i propri credo anche ideologici, le proprie pulsioni che ha onorato lasciando loro lo spazio che meritano (non più comprimendole fingendo di trascenderle), le proprie “limitazioni” vive nel mondo nel tempo presente, anche se può capitare di scavallare un po’ attraverso il tempo per motivi di servizio…
E, naturalmente, non poteva mancare la citazione di Matrix, ottimo film di fantascienza che però, insieme con Forrest Gump ed i libri di Dan Brown ha apportato più danni che benefici alla cultura ed alle menti.
E concludo, spendendo due parole per parlare della famiglia che, con le sue dinamiche, costituisce nel bene e nel male – posto che, dopo tutta questa disquisizione, si sia ancora fossilizzati sui concetti di bene e male – quella fucina dell’anima che ci porta a crescere o non crescere, essere in pace o incazzati con il mondo, a tirar fuori o meno, oltre che le palle, gli eventuali talenti sciamanici. Non ditemi che non ci avevate mai pensato …
Può dunque accadere che la famiglia sia una delle peggiori associazioni a delinquere, quella che ti porta preformato all’educastrazione scolastica ed ecclesiale. Un po’ come il metallo che, emendato da scorie e impurità ma ancora fuso, viaggia sugli appositi vagoncini all’interno della fonderia pronto per essere laminato, lastrato, costituito in barrette, forgiato. Al resto, se non ti ribelli prima, penserà la società.
Una famiglia disfunzionale crea esseri in perenne conflitto, in permanente tormento, sovente destinati a diventare preda di guru e sette. Di padroni perché, è inutile che ce la raccontiamo, molti sono nati schiavi dentro.
La setta è sostanzialmente la famiglia che non hai mai avuto, che ti ha respinto, che non ti ha accolto, con la quale ti sei trovato in quella permanente discordia che ti ha causato brufoli, anorgasmia, morbosi attaccamenti a chiunque eccetera eccetera.
Se sei femmina il dominus della setta, congrega, camarilla o come vuoi chiamarla è il padre, con tutto ciò che per te, piccola troietta in perenne conflitto con tua madre, significa in termini incestuosi.
Anche se sei maschio il guru è il padre, e la sua donna la madre sulla quale puoi apporre lo sguardo luccicante da brufoloso segaiolo ammantato dalla pulsione incestuosa che con mammà non ti era consentita.
Parentesi. Ho letto questo commento l’altro giorno: “Metto in chiaro (non sono un mammone) io vivo per conto mio , ma tutte le sere io sono da lei o ci sentiamo al telefono.” Certo, pat-pat.
Se sei una zia o una lella non cambia nulla, è solo – per l’appunto – tutto invertito.
Ma perché non proviamo per una volta a spezzare una lancia, e già che ci siamo anche un’audi, a favore della tanto spesso, ed altrettanto spesso a torto, vituperata famigghia?
Molto cultural-chic, molto radical-biobau spalare merda sulla famiglia che non ti ha educato all’amore, che voleva formarti a sua immagine e somiglianza, arroccata in vieti formalismi che non lasciavano spazio al cuore e blablabla. Ma anche molto adolescenziale, molto anestetizzante, molto deresponsabilizzante.
Nel senso che da un certo punto della tua vita in poi la famiglia cessa di essere (eventualmente) responsabile dei tuoi fallimenti, del tuo non essere in grado di innescare relazioni positive, del tuo continuare ad osservarti l’ombelico. Il campo e la partita diventano tuoi, che ti piaccia o meno. Certo, se non hai le palle non giochi. E smettila di pretendere che le palle te le portino in campo gli altri.
Ed a maggior ragione, se andiamo in giro berciando della teoria secondo cui tra un’incarnazione e l’altra ci scegliamo i genitori, e quindi a rigor di logica ce li saremmo scelti, dovremmo attuare una formula comportamentale di notevole efficacia (per gli altri) mediata dall’ambito militare: mutismo e rassegnazione. Se te li sei scelti cosa ti lamenti a fare?
Da ultimo: forse la tua famiglia era costituita da poveri cristi assolutamente normali, che nel limite delle possibilità e dei modelli a propria volta mediati, hanno fatto il possibile per donarti quello che ritenevano fosse amore. Magari eri tu stesso/a che, per arcane questioni biologiche (o, se preferisci un’ennesima giustificazione, irretimenti dovuti a vite passate) esistevi per dare fastidio, eri un balordo o uno spostato, un vero maledetto rompicoglioni che pretendeva che tutto gli, o le, fosse dovuto per il fatto stesso di esistere.
Chiede in Full Metal Jacket il sergente Hartmann, all’improbabile Marine Leonard seduto sul cesso, un istante prima che questo lo ammazzi sparandogli un colpo di fucile, per poi provvidenzialmente suicidarsi con la stessa arma: “E che cazzo, ti è mancato l’affetto dei tuoi genitori?”
Già. Sono stato a Miasto5 diverse volte, nel mio triennio da turista-sannyasin, trovandovi fra coloro che vi abitavano in pianta più o meno stabile persone “alla frutta” mosse da una rabbia ed una frustrazione che potevi tagliarla con il coltello come, un tempo, le nebbie padane.
Fortunatamente vi è chi, senza pervenire a questi estremi sceglie di porsi domande vere, rifuggendo il piagnisteo sulla spalla o sulla tetta del guru di turno. Così è se vi pare. Namastè e perepepè.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE

1-2 – W.J. Cornell, S.D. Jacobs: The ancient age, the wide period of human history – Warne & Kessinger, London 1974
3 – Ho coniato il termine Waiting for Jesus in riferimento ai pantaloni, generalmente in tela indiana a righe d’ordinanza da meditation dress code, estremamente ampi e dal cavallo molto basso: adottati in tale foggia dai Drusi che attendono il Messia nella convinzione che sarà un uomo a defecarlo.
4 – La Palazzina Liberty, in Largo Marinai a Milano, residuo del mercato ortofrutticolo edificato nel 1911, negli anni ’70 del secolo scorso venne occupata da Dario Fo e Franca Rame, che per lunghi anni vi tennero spettacoli, sessioni di critica sociale e psicoteatro costitutendo un caposaldo della cultura milanese ed un punto di riferimento per numerosi movimenti di sinistra.
5 – Istituto Osho Miasto, il decano ed il più grande centro di meditazione nazionale fondato sulla filosofia di Chandra Mohan Jain, noto come Acharya Rajneesh negli anni sessanta e nel decennio successivo come Bhagwan Shree Rajneesh, dal 7 gennaio 1989 Osho: si trova a Miasto, località del comune di Casole d’Elsa, in provincia di Siena.

Respingere l’Amore: essere un monolite inscalfibile

Alcune note pubblicate nei giorni scorsi nel Gruppo de La Fucina su Telegram, i conseguenti scambi di opinioni ed alcune conversazioni private mi hanno indotto alle riflessioni oggetto di questo scritto.
Ebbi a che fare, nel corso della mia esistenza, con alcuni monoliti inscalfibili: ossi da morto, come diciamo noi Lumbard, senza eguali: due Capricorno, un Toro e due Gemelli.
Il primo Capricorno è Andrea, mio figlio oggi trentaseienne nato il 23 dicembre che, complice anche il bell’aspetto, potrebbe pubblicizzare scatolette di tostitudine, uno snack con gli stessi effetti degli spinaci di Braccio di Ferro, utile per chi la determinazione non ce l’ha, e con Tostisnack se la può dare.
Dell’altro, Capricorno del 29 dicembre e già mio socio in affari, basti dire che quando si fissava sul prezzo di acquisto di un immobile quello doveva essere, ed a nulla valevano i richiami alla ragione, allo scenario di mercato, alle facoltà negoziali. Va da sé, l’affare sfumava.
Il Toro, Maurizio. mio collaboratore. Tanto Massimo, suo omologo e Pesci, era agile, anzi a volte fin troppo, quanto egli era lento, bovino, saldo nei propri convincimenti, inscalfibile a idee che non seguissero certi suoi ottocenteschi arzigogoli, padri di un concetto etico che portava all’inazione.
Eppure, ai tempi dell’università, nel biennio che trascorsi in fonderia, ebbi un capo, Silvano, del Toro, tutt’altro che bradipico e pronto a mutare idea in ogni istante: c’entra sicuramente l’ascendente, ma anche il fatto che eravamo lui il capo, ed io uno dei suoi due vice, del reparto manutenzione, e le decisioni dovevano spesso essere prese in nanosecondi, e cambiate con il mutare della situazione, non da ultimo perché decisioni sbagliate avrebbero potuto costare vite umane.
E veniamo alle Gemelli, tra l’altro parenti fra loro: zia e nipote. Non entro in dettagli: dico solo che un Capricorno, in confronto, è un dilettante allo sbaraglio.
E poi ci sono io, Gemello, arruolatomi nei sommergibilisti da bambino, in un mio specialissimo reparto che mi serviva a … navigare sott’acqua per sopravvivere. Spiego: famiglia molto formale, legata alle convenzioni, a un certo moralismo e ad un morboso controllo.
E quindi in superficie, non potendomi difendere od opporre, conducevo una vita irreprensibile da bambino talvolta un po’ ostinato ma sostanzialmente omologato. Salvo rifugiarmi sott’acqua per condurre una mia vita, talvolta predatoria in quanto all’insegna della rabbia e della pulsione a sopravvivere, indifferente alle sorti altrui ed assolutamente non convenzionale. Disponevo addirittura di fondi neri, ovviamente sottratti nottetempo ai contanti che, svolgendo i miei genitori un’attività commerciale, in gran copia giravano per casa.
Mia madre sospettava ma non riuscì mai a cogliermi in flagrante, né poté mai provare alcunché. Avevo il mio imbosco, visibilissimo ma proprio per questo inimmaginabile, ed una cantina dove raccoglievo i frutti di una delle mie passioni: prodotti chimici, detersivi, petardi e materiale esplodente in genere. Sì lo ammetto, bombarolo a dodici anni e, poiché mi trovavo in un momento infelice della mia vita in quanto vittima di bullismo, preso dal desiderio di certi esperimenti a carico della classe che, malvolentieri, frequentavo presso la locale scuola media. Avevo approntato certi spezzoni incendiari al fosforo da sistemare opportunamente fra i banchi. Non ne feci nulla, fortunatamente, preferendo pestare a sangue chi mi vessava e torturava e guadagnandomi la patente di asociale caratteriale.
Oggi non accade più, ma fino a non molti anni fa la mia cifra consisteva nel fingere di accondiscendere per poi … fare o continuare a fare quel cazzo che volevo, anche al limite dell’autolesionismo. Salvo fingere improvvise prese di coscienza, pentimenti, conversioni se beccato.
E una volta cessato l’allarme riprendere esattamente come prima, solo con più attenzione.
Ma, ecco un paradosso, imbattibile come sciamano capace di ottimi consigli e risolutore di problemi altrui. Scusate il vanaglorioso imbattibile, ma so di cosa sto parlando, e lo sanno anche le persone alle quali ho ribaltato la vita, attraverso il Potere della Parola o altri metodi che non sto ad elencare.
Tra i miei modi di essere monolite inscalfibile vi era quello di non abbandonarmi all’accoglienza. Anzitutto perché non mi perdonavo per le nefandezze vere o presunte commesse, ed inoltre perché ritenevo di non meritare nulla, di non meritare di vivere.
Amare, per me, significava dare. In realtà non era vero un accidente perché la relazione iniziava secondo il copione standard del gentiluomo generoso, brillante, benestante al quale una tegola improvvisa o le avverse manovre di un destino cinico e baro creavano una situazione di emergenza.
E lì mi piazzavo, facendomi mantenere.
In realtà avrei potuto darmi da fare ma non lo facevo. Dicono che la relazione di un uomo con le donne prenda a modello quella avuta con la madre. Ne sono convinto: io dovevo punire mia madre, e conseguentemente tutte le donne che avevano la sventura di incontrarmi.
Una, con la quale ho oggi un ottimo rapporto dopo alterne, anche pesantissime, vicende di vicendevole crescita interiore mi confidò che se non fosse stato per la figlia si sarebbe lasciata andare senza lottare contro la morte.
Confesso che quando me lo disse mi preoccupai. Della mia sopravvivenza materiale.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e, si sa, acqua passata non macina più. Nel frattempo, complice il fatto di stare veramente male, ho iniziato a fare su me stesso quello che sono molto bravo a fare per gli altri: guardarmi dentro, prendermi a calci nei denti, togliere sovrastrutture, anestetici ed alibi.
Non è stato un lavoro breve, in compenso è stato molto doloroso, ben oltre la soglia della disperazione, di uno scuoiamento degno di quello patito da Marcantonio Bragadin.
Alla fine ho compreso me stesso ed ho rimosso tutte le scuse, gli alibi e le zone di confort. Ho scoperto che, al di là dell’apparenza che mostravo agli altri, non ero poi così una merda, avevo anzi delle qualità, ed alcune di queste non comuni anche se non era il caso di andare in giro a sbandierarle della serie sono bello, santo e bio.
Sì, perché se hai bisogno di dimostrare significa che sei ancora nel guado.
Ho capito una cosa, circa il mio monolite inscalfibile. Alla fine di tutto c’era il timore di non essere accolto, di non essere amato, di non essere abbastanza (secondo quale modello di riferimento? Non si sa.) e quindi me ne stavo arroccato, anzi trincerato nella mia Linea Maginot. Non dò non prendo sono felice, evviva. Evviva un par de cojoni.
Oh, intendiamoci! continuo ad essere convinto che l’ultima vera conversione di cui si ha notizia sia quella dell’Innominato. Quindi, non ti fidar, di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna (piena) poi, non ti fidar …

Alberto Cazzoli Steiner

Post Scriptum
Esistono in natura numerosi monoliti inscalfibili, uno di questi è il cosiddetto Sasso di Guidino, un masso erratico, o delle streghe, la cui parte visibile misura metri 9x5x6 (volume 80 m3) ed è situato all’esterno della Villa Il Guidino di Besana Brianza incastonato nella cinta muraria del parco.
Trasportato durante la glaciazione nel quaternario, o di Würm, proverrebbe dalla Valtellina, segnatamente dal Gruppo del Disgrazia. Fino a non molti anni fa era localmente ritenuto di provenienza astrale e, nell’ambito newage, scagliato dalla Morrigan poiché i Celti insubri considerarono sacro il monolite, del quale si apprezza solo la parte visibile, per altro esigua perché la parte più massiccia è nascosta sotto terra e lascia solo intendere e immaginare la reale estensione.
Naturalmente, per non farsi mancare nulla, il FAI dalle adunche mani organizza visite guidate al monolite durante le periodiche giornate dedicate alla celebrazione del patrimonio culturale italiano.

San Giovanni: noci e fichi

Tra oggi e domani assisteremo alla fioritura di un’imponente messe di scritti dedicati alla notte di San Giovanni, alle sue erbe ed ai suoi rituali.
Gran parte di quanto leggeremo sarà arcinoto, proverrà dalle solite fonti che si citano vicendevolmente, ed io non intendo tediare chi mi segue con cose già sentite, e meno ancora sovrappormi o accodarmi ai soliti discorsi da Exobar.Del resto quel che si può dire è stato ampiamente detto, quel che non può essere detto non solo sarà taciuto, ma soprattutto non se ne troverà traccia nè in internet nè, anzi meno ancora, sui social.
In queste mie righe non troverete quindi altro che una doverosa celebrazione, un po’ come San Marco il 25 aprile o la Festa della Marina il 10 giugno.
E quindi noce. Inteso come l’angiosperma dicotiledone, denominato in latino Juglans, ghianda di Giove, e citato da Plinio nella sua Historia Naturalis come importato dalla Persia grazie a coloni greci nel IX Secolo a.C..
Rappresentativo di regalità, fertilità e fecondità, nella variegata mitologia degli antichi Greci era legato, oltre che ai rituali in onore di Artemide, al dio Dioniso ed al suo amore per la principessa Caria, nonché alla celebrazione dei Misteri Dionisiaci durante i quali le Menadi, le sacerdotesse del dio chiamate anche Baccanti, danzavano sfrenate attorno ad un albero di noce, preda di esaltazione sempre più profonda.
Naturalmente gli osservatori cristiani (il riferimento è a quelli della seconda release, i misogini sessuofobici che vedevano nella donna il simbolo di ogni male, e che avevano fatto fuori quelli primigenii fra i quali le donne potevano ancora rivestire ruoli regali e di sacerdotesse) bollarono come osceni, malefici e satanici tali rituali, e da qui nacque la leggenda delle streghe e dei loro sabba notturni sotto un noce, in particolare nella notte di San Giovanni.
La sapienza contadina sconsiglia di piantare alberi di noce presso i ricoveri per il bestiame poiché, se le radici penetrassero sotto il pavimento, gli animali deperirebbero fino a morire.
È effettivamente comprovato che nelle vicinanze dei noci non crescono altre piante, ma non si tratta di ragioni stregonesche, come ipotizzato da santaromanaecclesia. Più semplicemente radici e foglie contengono la juglandina, una sostanza tossica che fa morire le altre specie considerandole una minaccia.
La tradizione vuole che nella notte di San Giovanni, a piedi nudi e percuotendo i rami con un bastone di legno (di noce o di sambuco) si raccolgano le noci ancora acerbe, in particolare per ricavarne il nocino, liquore dalle proprietà magiche e taumaturgiche.
Che non sto a spiegare perché il Web trabocca di indicazioni, allo stesso modo in cui numerosissime sono le ricette per la sua preparazione.
Ed eccoci quindi al frutto, che nella tradizione alchemica, a causa della sua forma ovale quando è ancora racchiusa nel mallo, ricorda l’Uovo nel quale la Materia viene preparata per il compimento della Grande Opera. Il frutto viene altresì letto come allegoria dell’essere umano considerando il mallo come carne, il guscio come ossa e il gheriglio come anima.
Proprio dall’osservazione del gheriglio deriva la similitudine con il cervello umano, caratteristica che ha fatto ritenere la noce un rimedio medicinale operante secondo la dottrina delle corrispondenze o della cosiddetta magia simpatica, contro i problemi legati al cervello. Ne scrisse, nella sua opera Phytognomonica risalente all’anno 1583, il medico e alchimista di scuola salernitana Giovanni Battista Della Porta, vissuto fra il 1535 ed il 1615.
E concludo con il fico, quello detto di San Giovanni, un fiorone a maturazione precoce diffuso particolaòrmente nell’Italia meridionale ed insulare.
Il fico è considerato pianta magica e mistica per eccellenza. Sotto un fico si illuminò Budda, sotto un fico meditava Gesù, e sempre il fico è nominato in diverse tradizioni religiose. Guarda caso, ad un fico si impiccò Giuda.
Il fico, inteso come albero, è considerato fondamentale per l’effettuazione di certi rituali, in particolare legati alla presenza della luna piena o nera.
Nella medicina popolare le foglie di fico, con le quali si coprirono Eva e Adamo quando persa l’innocenza si vergognarono di essere nudi, vengono utilizzate per vaticinare sullo stato di salute ed il lattice è utilizzato per curare porri, verruche e dermatiti e persino per estirpare spine di fico d’india e di riccio di mare, oltre che per curare ernie. Particolarmente corposa, in tal senso, è la tradizione sarda, alla quale rimando.
Significativa è l’attenzione all’elemento femminile del fico, inteso come frutto (che non infrequentemente viene nominato al femminile) ed all’atto di spaccare o tagliarlo esattamente a metà, nel corso di determinati rituali, per succhiarne la polpa.
Ciò, secondo i rituali di guarigione, permetterebbe alla malattia di uscire dal corpo del malato mentre, in quelli dedicati alla fertilità, alla conoscenza ed alla ricerca simboleggia l’utilizzo dell’energia sessuale necessaria al compimento dell’opera.
In ogni caso fondamentale è il concetto di pulizia dal male, naturalmente non nel senso bigotto di peccato bensì in quello di energia negativa. Per tale ragione il lattice, la polpa del frutto od entrambi vengono spalmati sul corpo dei partecipanti al rito con particolare riguardo ad occhi (dove l’uso del lattice è tassativamente escluso) bocca, cuore, fegato, mani e genitali.
Non è un caso che anche al fico, albero primordiale e sacro anch’esso a Dioniso (che ne avrebbe addiritttura determinato la nascita) vengano sovente associati caratteri erotici, la predilezione da parte di Priapo, la riproposizione dello scroto maschile ovvero, quando spaccato, della vagina femminile e la considerazione di pianta sacra a Demetra, dea della fertilità. Una curiosità: la cosiddetta Via Sacra, percorso lungo 20 chilometri che conduceva da Atene ad Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra e dove campeggiava il fico sacro, era fiancheggiata da un doppio filare di alberi di fico.
Non dimentichiamo in fine la storia di Roma: il fico era caro a Marte, e sotto un fico fu trovata la cesta contenente Romolo e Remo.
Con l’avvento del cristianesimo, dimenticando le meditazioni di Gesù, arriva quel simpaticone di san Gerolamo a dichiarare che è stata l’eresia a seccare i rami di un certo fico, simbolo del demonio e dell’ozio voluttuoso.
E concludo con una nota niente affatto mistica: nel 2017 la produzione mondiale è stata di 3.973 milioni di tonnellate, con la Cina saldamente al primo posto con una quota del 48 per cento.

Alberto Cazzoli Steiner

Le Antiche Donne dai coltelli di pietra

Sono giorni adatti per ricordare quelle terre di Eudaimonia che, nell’Appennino Ligure-Emiliano, ed in particolare in quella frazione al confine tra le province di Parma e Piacenza, si distendono per chilometri in declivi ricoperti da prati, tassi e macchie di faggi, circondati da maestosi affioramenti rocciosi.L’apparenza idilliaca non deve però trarre in inganno, specialmente quando dalla cima del monte Lama scendono ammassi di nubi dense e grigie, stracciate da folate di vento rabbioso che, a chi sa ascoltare, paiono proprio ciò che sono: echi della presenza delle antiche Donne di Conoscenza, che qui vi ebbero dimora a partire dall’epoca di Neanderthal, anime di quelle Donne che vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni, e con loro gli ultimi giorni della Conoscenza.
Come sempre, protagonista della nostra vicenda è Haria, nome inventato dietro il quale si cela una Donna di Conoscenza che intende mantenere segreta la propria identità.
Testimone della Storia e Donna senza tempo, nata con un’intensa luce verde negli occhi, sin dal tempo ancestrale in fuga da un mondo che l’avrebbe voluta stupida, ignorante, sottomessa a un minuscolo uomo, serva e fattrice silenziosa di molti figli.
Haria trovò riparo con la madre in una profonda caverna nel monte sulla cui vetta immolò al fuoco sacro la salma del padre, ucciso a tradimento dalla lama del coltello di un eunuco, e potè sfamarsi grazie all’abilità materna nell’allestire trappole: il cuore e il fegato di un daino furono i suoi primi bocconi di carne, il latte di capra selvatica il suo nettare ed un cucciolo di lupo nero, razza rara e temuta, abbandonato dal branco divenne suo inseparabile compagno e sua voce selvaggia.
La madre le insegnò la Sacra Danza degli Antenati, imponendole di ripeterla, un giorno, al cospetto di Madre Terra, ed Haria scelse di rimanere ai margini, nella consapevolezza che il tempo fra gli uomini era finito, poiché gli uomini stessi lo erano, in attesa dell’Uomo Nuovo.
Haria non è diversa da quelle Donne, che con i loro occhi verdi ed i capelli rossi ritornano nei secoli dei secoli urlando il loro dolore, la loro verità, il loro disgusto per le infime pulsioni di quell’animo che vuol dirsi umano, maneggiando la corta daga meglio dei più esperti Spartani addestrati ad uccidere, in combattimenti dove il troppo dolore non ha lasciato più spazio alla pietà, affrontati con un fagotto dai capelli rossi appeso alla schiena: una bimba che sembrava dormire ma che sarebbe stata in grado di raccogliere il testimone e portare avanti la Regola nei secoli dei secoli.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, alle Donne di Conoscenza non è rimasto che celarsi nuovamente nelle tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni in città sempre più invivibili fingendosi vecchie homeless indifese, raggomitolate per contrastare i morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando un urlo che nulla avrà di umano, balzeranno dai nascondigli brandendo le lame del Sapere per fare a pezzi, letteralmente, gli esseri ipocriti, rabbiosi, immondi nella loro arroganza, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
E le lame, sacre, saranno di pietra, pietra dura, scura, affilatissima, pietra che viene tramandata nei secoli dei secoli e che solo a loro, Donne del Lato Oscuro, è concesso oggi brandire, e questa volta la lotta sarà finalmente all’ultimo sangue, in onore a quella Fucina della Vita che portano in grembo.
Chi attraversa lo splendido anfiteatro naturale della Nave, ancora oggi sente l’impulso di onorare le ombre di quelle Donne che non tornarono dalle aspre battaglie che vi si combatterono, e che attraverso il Passo del Bocco di Bargone si salvarono dai mercenari del Sant’Uffizio: loro conoscevano le insidie del terreno, i mercenari no.
Mimetizzate, grigie come i tronchi degli alberi, marroni come la terra, odorose di muschio e funghi, divennero persino mute e un po’ stupide, salvo ergersi in tutta la loro bellezza quando, nude sotto il mantello di lana consunta, impugnando il pugnale colpivano rapide e letali per poi scomparire di nuovo confondendosi con il bosco.
La loro presenza, amica con chi sanno essere amico, accompagna viandanti silenti e rispettosi in quelle terre, comprese fra il Monte Nero, il Bue e il Lago Nero, dove si incontrano le province di Parma, Piacenza e Genova che ben rappresentano la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche.

Alberto Cazzoli Steiner

L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner

Regolamenti di conti delle origini: il Concilio di Nicea

Il 20 maggio 325 ebbe inizio il Concilio di Nicea, il primo ecumenico della storia della cristianità: οἰκουμενικός, ecumenico, ovvero mondiale, termine che al tempo indicava i territori dell’Impero Romano in ossequio alla convinzione dei Cesari di essere governatori del mondo, o Ecumene.
Convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, si svolse in modo piuttosto turbolento poiché intense ristabilire l’unità dogmatica minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo.Il suo intento era palesemente anche politico, poiché i contrasti tra i cristiani, a somiglianza del loro dio incazzosi fin da piccoli e tendenti a formare conventicole contrapposte le une alle altre esattamente come fecero in seguito democristiani e comunisti, indebolivano lo Stato romano.
Che molto poco vi fosse di religioso lo afferma in una missiva il vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno: “Temo i concili, non ne ho mai visto alcuno che non abbia fatto più male che bene, e che abbia avuto una buona riuscita: lo spirito polemico, la vanità, l’ambizione vi dominano; colui che vuole riformare i maliziosi si espone a essere a sua volta accusato senza averli corretti.”
Il concilio si prefiggeva primariamente di rimuovere le divergenze sorte in Alessandria d’Egitto fra Alessandro, Vescovo di Alessandria ed Ario, fondatore dell’Arianesimo, dottrina considerata eretica poiché confutava il dogma della Trinità, ponendo in un rapporto subordinato e non più identitario quello tra il Padre e il Figlio, creato e quindi finito. Ciò minava la natura stessa del Padre, e quindi il concetto di eternità.
La diatriba, le cui conseguenti lacerazioni teologiche ebbero effetto sulla pace dell’impero, coinvolse in particolare le Chiese d’Oriente di lingua greca. Per tale ragione la rappresentanza latina fu poco più che simbolica: lo stesso Vescovo di Roma Silvestro fu rappresentato da due preti e gli ecclesiastici non orientali presenti furono solo cinque: Ceciliano di Cartagine dall’Africa, Osio di Cordova dalla Spagna, Nicasio di Die dalla Gallia, Domno di Sirmio dalla Provincia Danubiana e Marco di Kalabria dalla Penisola, dove per Kalabria va però inteso l’odierno Salento.
Sembra che il vescovo, già allora in odore di santità, Nicola da Bari, nativo della Licia, nel corso delle dispute prese addirittura a schiaffi Ario, come riferisce Pietro De’ Natali nel suo Catalogus Sanctorum et Gestorum scritto tra il 1369 ed il 1372.
Le primedonne traboccanti ego, evidentemente, non difettavano neppure allora ed è interessante considerare come dei 220, o forse 318 o 160 partecipanti (le fonti divergono) nessuno dovesse zappare la terra per campare.
Venne quindi fissato il simbolo che ancora oggi rappresenta un punto centrale della cristianità: la dottrina dell’ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente stesso essere, ovvero della consustanzialità del Padre e del Figlio: nega che il Figlio sia creato (genitum, non factum), e che la sua esistenza sia posteriore al Padre: “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre” recita ancora oggi il Credo.
Negati gli aspetti caratterizzanti l’Arianesimo, vennero ribadite l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù, in opposizione alle dottrine gnostiche che negavano la crocifissione, affermando altresì la nascita virginale di Gesù nato da Maria Vergine.
Insomma, vennero fatti fuori i revisionisti.Tra le altre risoluzioni, il Concilio fissò una data per la Pasqua, assurta a festa principale della cristianità fino a quando non venne inventata la Coca-Cola, da celebrarsi la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo che fosse indipendente dalla Pesach, la Pasqua ebraica.
Compito del vescovo di Alessandria, presumibilmente usando il calendario copto, stabilire la data e comunicarla agli altri vescovi.
Venne inoltre dichiarata eretica la dottrina del Vescovo Melezio di Licopoli, evidentemente non allineato, definite le norme per il battesimo degli eretici ed assunte delle delibere di clemenza relativamente ai Lapsi, coloro che rinnegarono il cristianesimo durante la persecuzione di Licinio.
Venne stabilita la preminenza dei Vescovi di Roma e Alessandria e riconosciuto particolare ruolo onorifico al Vescovo di Gerusalemme.
Venne proibita, e questo è un dato interessante, l’usura fra chierici e la presenza di donne, le cosiddette virgines o mulieres subintroductæ nella casa di un chierico. Effettivamente “Le donne dovrebbero essere segregate, perché sono la causa delle involontarie erezioni degli uomini santi” come ebbe a scrivere sant’Agostino dopo aver finito di fare i suoi porci comodi con madre e figlia insieme.
Il provvedimento più curioso fu, per altro, la proibizione dell’automutilazione, segnatamente dell’autocastrazione: particolarmente in Oriente molti monaci rifiutavano l’ordinazione sacerdotale considerandola associata al potere mondano e fonte di vanagloria, ricorrendo a espedienti peculiari come l’automutilazione di alcune parti del corpo. Inoltre, seguendo una visione estremizzata di Matteo 19.12, si pensava che castrazione ed evirazione consentissero di assurgere a particolari facoltà.
Il Concilio si concluse 25 luglio con soli due prelati, Teona di Marmarica e Secondo di Tolemaide, che votarono contro le decisioni prese, e l’imperatore Costantino, nel discorso di commiato, sottolineò la sua volontà che la Chiesa vivesse in armonia e pace e lontana da controversie cristologiche.
Insomma, la faida si era conclusa.Sottile, ed anche divertente, ciò che scrisse in proposito Voltaire, affermando nel suo Dictionnaire Philosophique che le dispute avessero ben poco a che vedere con il messaggio evangelico e con la moralità: “I concili sono fatti dagli uomini, sono quindi il frutto naturale delle passioni umane e delle circostanze storiche, e tutti sono infallibili, poiché è impossibile che le passioni, gli intrighi, lo spirito polemico, l’odio, la gelosia, il pregiudizio, l’ignoranza, regnino in tali consessi. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanti concili si sono opposti gli uni agli altri? È accaduto per esercitare la nostra fede; essi, ciascuno nel proprio tempo, hanno sempre avuto ragione. Non si crede oggi, presso i cattolici romani, che ai concili approvati dal Vaticano; e non si crede oggi, presso i cattolici greci, che a quelli approvati in Costantinopoli. I protestanti si burlano sia dei primi sia dei secondi; in tal modo tutti devono dichiararsi contenti.”
Concludo tornando per un istante alla pratica dell’autocastrazione, che spesso contemplava l’evirazione, originata da un’interpretazione fanatica di Matteo 19.12: “Vi sono eunuchi che nacquero così dal grembo della madre, e vi sono eunuchi i quali furono resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si resero tali da sé per il Regno dei cieli.”
La pratica venne proibita ma, come sappiamo, la chiesa continuò sino alla fine del XIX Secolo a castrare i bambini per ottenerne la purezza vocale nei cori. Come dire:
“Ti sei toccato figliolo?”
“No padre.”
“Bravo, vieni che ti tocco io.”
Tutto questo per tacere delle efferate torture del Sant’Uffizio che prevedevano evirazione, castrazione, amputazione di lingue e seni, sfondamento di ani e vagine, accecamenti e via di nefandezza in nefandezza.
La ratio dell’autocastrazione, della quale tale Origene fu alfiere, nacque dal convincimento che la loro mutilazione avrebbe fatto guadagnare poteri speciali e particolari favori in cielo.
Origene che, si dice, si automutilò per sfuggire alle tentazioni costituite dalle procaci allieve della Didaskaleion, la sua scuola catechetica di Alessandria fu molto elogiato.
L’Apologia di Giustino, che consigliava che i ragazzi cristiani fossero evirati prima della pubertà in modo che la loro virtù fosse permanentemente protetta, riferisce con non celato orgoglio che i medici Romani erano supplicati da fedeli Cristiani che richiedevano l’operazione, tanto è vero che Tertulliano ebbe ad affermare: “Il regno dei cieli è spalancato per gli eunuchi.”
Valesio, discepolo di Origene, ne approvò il comportamento al punto che, seguendo l’esempio del maestro, si autoevirò e, sostenendo che proprio la qualità di eunuco doveva caratterizzare il sacerdote, chiese di essere introdotto al sacerdozio. Ma la sua richiesta fu negata e venne addirittura condannato per eresia. Fondò quindi presso il Giordano una setta i cui membri, oltre alla rigida astinenza dal mangiare carne, praticavano l’evirazione su se stessi e su tutti coloro che, pur essendo estranei alla setta, ne venivano incautamente in contatto.
La diffusione della pratica, oltre ad indurre come abbiamo visto la Chiesa a condannarla espressamente, portò all’introduzione, a partire dall’IX secolo del rito della palpazione dei testicoli all’atto dell’elezione del nuovo papa.
Va detto che la pratica, di origine antichissima e comune a innumerevoli credo religiosi, aveva un suo fondamento nella misoginia e nella sessuofobia incazzosa dei cristiani che, ad immagine e somiglianza del loro dio, avevano ormai perduto lo smalto, la purezza e le facoltà alchemiche della prima ora, diventando grigi e ed efferati recitatori di anatemi e giaculatore. La banalità del male. Eh già, chissà perché mi è venuto in mente.In alcune culture, compresa quella etrusca, una selezione di bambini concepiti a maggio, e nati quindi a gennaio, venivano offerti alla divinità il 2 febbraio, giorno della candelora “dall’iverno semo fora” per propiziare la rinascita e l’abbondanza e, nella circostanza, venivano evirati nel corso di un’apposita cerimonia..
Ma la pratica viene da molto più lontano, quando era normale che un selezionato gruppo di giovani, scelti fra quelli appartenenti alle famiglie più in vista, venisse evirato da sacerdotesse al termine di rituali orgiastici: il sangue e lo sperma fecondavano la terra assicurando prosperità ed abbondanza alla comunità.
Poiché la disamina di tradizioni e rituali, per quanto interessante, ci porterebbe molto lontano e sicuramente fuori dal tema di questo scritto, cito solo di passaggio l’autoevirazione dei sacerdoti della dea Cybele, anche qui al termine di riti orgiastici.
Origene ed i suoi seguaci praticavano invece un rito triste poiché il sesso e la componente orgiastica vi erano banditi, e monco perché mancante dell’energia femminile, quella che custodisce il mistero della Vita, quella che nuovamente oggi si tende a respingere ed annientare in un momento storico assolutamente devirilizzato.
Addittura siamo alla pulizia etnica originata dal senso di colpa per essere bianchi e benestanti: i maschi bianchi vengono castrati affinché sia reso loro impossibile generare, lasciando l’incombenza ai loro omologhi neri, i cui geni sarebbero più sani.
La ratio è: l’uomo bianco viene visto ex-abrupto come razza inferiore, con geni scadenti e quindi incapace di procreare progenie sana che possa perpetuare la specie.
Secondo una versione sono le mogli a far castrare i mariti bianchi, per poi farsi ingravidare da neri, in un’altra una razza aliena provvede a ripartire gli esseri umani in maschi bianchi e neri e donne: i bianchi vengono castrati ed i neri utilizzati per la riproduzione.
Poiché l’essere umano necessita di liturgie e sovrastrutture abbiamo, a corollario, i Castration Day, le T-shirt che celebrano la castrazione pubblica come cosa buona e giusta, tutta una serie di manuali ed offertori, quasi dei grimori che illustrano procedure ed offerte alla Mistress ovvero alla Goddess della situazione. Mai violenta o coercitiva si dipana nel corso di un rito, frutto di libera e consapevole offerta.
Scuole di pensiero divergono sul fatto se sia più opportuno procedere con una lama contestualmente all’eiaculazione, evento molto scenografico ma piuttosto arduo da gestire sotto il profilo clinico, piuttosto che indipendentemente da questa, magari dopo aver concordato con la destinataria dell’offerta the last cum, l’ultimo orgasmo.
Articolato e preciso nei dettagli, il procedimento lo è maggiormente allorché i protagonisti siano maschi omosessuali poiché entrano in gioco particolari dinamiche tribali. In rete abbondano i riferimenti.
Così è se vi pare.

Alberto Cazzoli Steiner

Presenze apotropaiche

Un tempo, ben prima che nascesse il fenomeno urbex, le andavo a cercare, oggi mi limito a non disdegnarle se le incontro lungo il mio cammino, prestando attenzione a non varcarne la soglia quando percepisco vibrazioni che mi disturbano: non devo dimostrare nulla a nessuno, le manifestazioni del male le conosco fin troppo bene e di cose che voi umani ne ho viste abbastanza.
A meno che non sia funzionale ad uno scopo, evito quindi volentieri di violare certe case abbandonate disturbando le presenze che le occupano.In ogni caso cerco all’esterno, ed ove consentitomi all’interno, tracce e testimonianze di chi le protesse e, in qualche caso, continua a farlo pur non avendo formalmente più nessun compito da svolgere.Intendiamoci: proteggere significa proteggere, ed il senso è privo di qualsiasi connotazione benevola, poiché può essere protetto tanto un luogo di acque risanatrici quanto uno che affaccia su un baratro di male assoluto, e le forme di protezione, in termini energetici e di intensità, possiedono pari dignità.
E quindi corna, chiavi, tronchi d’albero antropomorfi, maschere, demoni o folletti, pietre graffite piuttosto che iscrizioni e cartigli, resti di affreschi, madonne e santi con o senza edicole ed altri simboli che un tempo si ergevano anteponendosi alle forze negative (negative, come detto, funzionalmente alla valenza oppositiva ed attributiva conferita alla casa dai suoi abitanti) ed ora languono abbandonate e dismesse.
Sbiadite e consunte, aggredite da ruggini, funghi, licheni ed erbe parassite rivelano la loro fragilità materica, ma riecheggiano ancora la loro prossimità con le antiche divinità silvopastorali delle quali un tempo erano servizievoli ancelle iconiche.Sono ancora oggi numerose le presenze guardiane delle case abbandonate, ed ogni incontro è evocativo ed a suo modo incantevole portatore di emozioni, subordinato solo alla capacità di saper osservare cogliendo tracce talora meno che minime, negli esterni come negli interni ed in luoghi od accessori letti e vissuti come componente dell’edificio: terreni e loro confini, crode e argini, stalle e magazzini, forni e legnaie, essiccatoi.
Spesso il simbolo consiste in una semplice punta, data da corna di bovini od ovini, quando non interi teschi, ovvero realizzata acconciando, come ho notato sull’Appennino parmense e piacentino, i coppi in modo da creare cinque o sette punte rivolte al cielo, lapidei parafulmini apotropaici, segni e simboli di una sacralità povera, rustica, essenziale ma rispettata da generazioni di persone e famiglie, oltre che a maggior ragione da certe donne di poca apparenza ma molta sostanza: le depositarie delle Parole.Donne chiamate a portare erbe, fiori e ceri ai vari sant’Antonio protettori di vacche e maiali nelle stalle, quando c’erano, che accarezzavano e lavavano certe pietre rotonde e convesse a simboleggiare ventri fertili o vagamente cilindriche a significare la potenza della penetrazione fecondante.
Tra pietre e legni si possono distinguere mascheroni, come vengono chiamati nel parmense, e ricordo quelli tipici della Brianza monzese raffiguranti Modœtia, l’antica Monza che era Luna e Sole ma soprattutto Luna Rossa.
Alcuni si palesano tra antichi legni e consunte pietre, altri, chiamati anche mummie o sfingi, ti osservano nascosti in angoli remoti.Madonne marmoree, le Maestà con la pelle delicata come quella delle Erbe della vecchia Nora1 se ne contano ormai poche, abbattuta od estirpata la maggior parte dalle loro sedi per ornare ville pretenziose. Sopravvivono però, convivendo con simboli cristiani per evitare le solite accuse di stregoneria, baffometti (con due effe, giusto per onorare il mimetismo) piuttosto che salvanelli o baffardelli con tutto il corredo di dispetti e benefici.
E non mancano volti di pregevole fattura, ferini, selvaggi ed inquietanti maestri del fiore e della lama dagli sguardi intensi e vivi scolpiti nel legno e nella pietra, che osservano come se fossero quello che sono: specchi in grado di restituire e riflettere, le labbra atteggiate e mormorii, preghiere, invocazioni, scongiuri, maledizioni.Chiavi di volta, architravi, colonne, stipiti di porte e finestre, grondaie, camini sono i luoghi fra terra e cielo che li ospitano, le loro garitte da sentinelle sempre all’erta dalle quali ancora oggi sorvegliano tutto e tutti, qual che sieno ombre od omini certi.
In questa breve nota un omaggio a Frasnedo, a Itaca ed al castagno di Marianna.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA 1Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe

Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La nebbia non nasconde solo fantasmi d’amore

Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani, Fantasma d’amore è un film diretto nel 1980 da Dino Risi ed interpretato da un intenso Marcello Mastroianni e da una eccellente Romy Schneider.
La vicenda, scandita dai ritmi di cupe attese, si dipana nei toni sfumati di una Pavia provinciale, soffocante e nebbiosa: il commercialista Nino incontra in autobus Anna, amata in gioventù ed ormai sfiorita e malata, rimanendo molto turbato.
Riferisce l’episodio durante una cena con amici ma da uno di costoro, medico, apprende che Anna, sposatasi e trasferitasi a Sondrio, è morta di cancro tre anni prima.
Nino si convince di essersi sbagliato ma, recatosi a Sondrio, rivede Anna ancora piacente, e i due si danno appuntamento sulle rive del Ticino, nei luoghi del loro giovanile amore. Purtroppo accade un incidente ed Anna affoga nel fiume.
Trascorre qualche tempo e Nino la rivede ancora, invecchiata, a Pavia, sotto il Ponte Coperto, dal quale ella si getta nel Ticino.
Nino, infine, ormai ricoverato in una casa di cura per malattie mentali ed assistito da un’affascinante Anna nelle vesti di infermiera, pronuncia l’affermazione sulla quale il film si conclude:
«Vede caro signore, tutto quello che dicono dell’aldilà, dell’aldiquà sono tutte storie. Perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo. Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, l’ho amata pazzamente, ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. È scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? E no! No guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto, è sempre qui attorno a me. Perché, me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finché io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita in morte. Già, solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui queste brave persone studiose che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma io mi accorgo benissimo che non mi credono.»
Il film venne giudicato al limite della stroncatura, ma a me piacque tantissimo e con questa premessa intendo onorarlo, insieme con la nebbia che, atmosfericamente parlando, costituisce una delle mie passioni come si conviene ad un medhelanensis: E la nèbbia che bellezza la và giò per i polmon (Lassa pür che el mond el disa, Giovanni D’Anzi, 1939).
Costituita da gocce di acqua o cristalli di ghiaccio in sospensione aerea, la nebbia si presenta come l’alone biancastro che conosciamo a causa della rifrazione della luce, solare o notturna, limitando anche notevolmente la visibilità.
Sin qui l’aspetto pragmatico. In realtà letteratura e leggende riconoscono alla nebbia l’incontro alchemico tra energia femminile sacra ed emento simbolo dello spirito, attribuendole il significato simbolico di passaggio, mutamento e trasformazione, ma sempre all’insegna dell’insicurezza, dell’instabilità, della solitudine e con valenze inquietanti e negative.
La nebbia, avvolgendo misteri e non infrequentemente orrori, è sede di fantasmi, mostri tentacolari, spiriti vendicativi e viene infatti spesso identificata nell’immaginario come dimora di spettri piuttosto che di feroci belve, anime dannate antropomorfe prevalentemente di sesso feminile, pronte a ghermire incauti viandanti consegnandoli a malevole divinità affinché siano torturati e divorati ovvero resi schiavi dopo aver subito orrende mutilazioni.
La nebbia è indubitabilmente un portale che apre a dimensioni aliene e inesplorate e, nelle sensazioni visive e uditive che segnano gli inquietanti paesaggi dai contorni sfumati, trasfigurandoli angosciosamente, vagano figure misteriose, come attesta il Pascoli nella famosa poesia Nella Nebbia:
«E guardai nella valle: era sparito
“tutto! sommerso! era un gran mare piano, in
“grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
“E c’era appena, qua e là, lo strano
“vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
“uccelli spersi per quel mondo vano.
“E alto, in cielo, scheletri di faggi,
“come sospesi, e sogni di rovine
“e di silenzïosi eremitaggi.
“Ed un cane uggiolava senza fine,
“né seppi donde, forse a certe péste
“che sentii, né lontane né vicine;
“eco di péste né tarde né preste,
“alterne, eterne. E io laggiù guardai:
“nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
“Chiesero i sogni di rovine: – Mai
“non giungerà? – Gli scheletri di piante
“chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
“Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
“con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
“e più non vidi, nello stesso istante.
“Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
“d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
“e, per il mar senz’onde e senza lidi,
“le péste né vicine né lontane.»
L’ombra errante mi ricorda il canto I dell’Inferno, versi 65-66, quando Dante incontra Virgilio: «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»
E l’ombra del Pascoli cammina, forse sollevata dal suolo, e comunque senza mai giungere ad una meta poiché svanisce nel nulla, simbolo pessimistico di un’umanità che percorre la vita immersa in un mare uniformemente grigio nel quale scompare senza lasciare né traccia né segno.
Nella nebbia sono ambientati romanzi, sempre dai contorni gotici: «Da un punto imprecisato nella nebbia incalzante veniva un rumore rapido e leggero di passi; la nuvola era a cinquanta yarde da dove noi stavamo, e tutti e tre la fissavamo senza sapere quale cosa orrenda ne sarebbe uscita.» Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle, 1902.
Nella nebbia è ambientato Fog, noto film di Carpenter del 1980, e la lattiginosa cortina è la protagonista di un altro Fog, romanzo che spazia tra l’horror e la fantascienza scritto da James Herbert e pubblicato nel 1975 nella collana Urania di Mondadori.Protagonista John Holman, funzionario dei Beni Ambientali, coinvolto suo malgrado in un terremoto provocato da test balistici che sprigiona la nebbia, arma batteriologica fuori controllo, inarrestabile coagulo di smog e mycoplasma, materia cerebrale degradata e inquinamento capace di intaccare la mente di ogni essere vivente portandolo a compiere atti di violenza inaudita, come l’autore ben documenta nella prima parte del romanzo.
La nebbia non cela al proprio interno mostruose creature poiché è essa stessa l’orrenda creatura, che scatena una follia senza limiti e terribilmente autodistruttiva.
L’autore usa le vittime del contagio come modelli sui quali esercitare fantasie via via più atroci, delineandone però con efficacia storie passate e presenti. Tra gli episodi, da segnalare quello che vede protagonisti i ragazzi di una scuola media che, assalito l’insegnante di educazione fisica del quale si conoscono i trascorsi pedofili, lo legano al quadrato svedese evirandolo con un paio di forbici mentre la vittima, eccitatissima, ha un orgasmo.
Altro episodio degno di menzione quello del bancario oppresso e frustrato che inizia a prendere a calci nel sedere chiunque gli si presenti davanti, a significare l’alienazione provocata da un lavoro ripetitivo e non etico.
Non trascurabili quello dell’allevatore ucciso e macellato dalle proprie vacche e quello della gattara divorata dai propri gatti, che indicherebbero secondo l’autore la condizione di subalternità e sfruttamente degli animali da reddito e da compagnia.
Nell’incalzante incedere del romanzo la nebbia assume sempre più i connotati di una creatura intelligente, di un blob contro il quale non si può far altro che soccombere in un tripudio di efferatezze culminanti nel suicidio di massa stile lemmings compiuto dalla popolazione di un villaggio posto sulla costa: una massa di sonnambuli lobotomizzati che avanza verso l’acqua trascinandosi dietro chiunque provi a resistergli e calpestando qualsiasi cosa incontri sul proprio cammino.
Oggi avanzerebbero verso il vaccino salvifico.
L’autore mette in scena una società indifferente e sprezzante costituita da esseri corrotti, ottusi, miopi, cinici, privi del minimo barlume di solidarietà, pervasa da una violenza sotterranea che la nebbia ha solamente fatto emergere.
Esattamente come, ai nostri giorni, l’immondo virus.
Il finale vede il protagonista che, dopo essere stato infettato dal virus ed esserne guarito, diventa il personaggio chiave impegnato in un disperato lavoro per arginare la nebbia letale, e l’impianto narrativo riporta ad una notevolissima similitudine con quanto sta accadendo ai giorni nostri.
Ma l’amaro ultimo atto del libro è costituito dal pilota che si schianta con il proprio 747 contro un grattacielo pare: non sappiamo se un segno premonitore dell’11 settembre, sicuramente un emblema dell’inutilità di ogni sforzo, ed un canto funebre per l’umanità.
Herbert, nonostante sia stato citato da Stephen King è un nome ingiustamente trascurato nel panorama della letteratura horror.Suoi sono anche un avvincente libro dedicato ad una invasione di ratti e La Reliquia, che vede un Himmler redivivo a capo di una setta di fanatici SS intenzionati a conquistare il mondo attraverso pratiche esoteriche, in quella che ha tutte parvenze di una ricostruzione brasiliana del castello di Wewelsburg. Ne parlai in La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica.

Alberto Cazzoli Steiner

Ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, molte di loro erano Donne dei Segni

Viviamo in un tempo difficile, nel quale la menzogna è premiante, assurgendo al rango di verità grazie ad un pabulus di sottocultura, protervia, malafede, opportunismo.
La maggior parte delle persone si lascia prendere dal panico e, anziché considerare con lucidità i momenti difficili come un’opportunità di crescita, cerca scorciatoie e, come sempre accade in tempi di paura e somma incertezza, il ricorso agli operatori dell’occulto vede una notevolissima impennata, alimentando speranze sul filo della disperazione e giri d’affari estremamente consistenti.
Sappiamo bene come, in questo frangente, l’apparenza sia premiante rispetto alla sostanza: l’astrologo ed il mago marchettari televisivi rifulgenti di lustrini e ridondanti di titoli farlocchi hanno buon, anzi ottimo, gioco alla fiera delle illusioni.
E veniamo a chi determinate qualità le possiede veramente ma non ne fa commercio, anzi meretricio: io, per esempio.
Se è vero che debba certe capacità ad un talento naturale, oltre che a facoltà datemi in prestito, è altresì indiscutibile che quello che sono e so lo devo anche alle guide ed alle compagne di viaggio che mi furono accanto affiancandomi nelle fasi cruciali del mio cammino: tra queste la nonna paterna, uno sciamano incontrato in modo apparentemente casuale in un’isoletta al largo delle coste della Tanzania, una donna Fausta di nome e di fatto, una compagna oggi cara amica insieme alla quale effettuai un viaggio all’inferno e ritorno durato sette anni. E infine Eudaimonia.
Quando si inizia un rito o un viaggio nell’altrove si ringrazia chi ci permette di compierlo. Allo stesso modo non dimentico mai di onorare queste Donne e, nel caso di Eudaimonia, l’onore è alla memoria: mi fu accanto fino a quando decise che il suo tempo era finito, il suo compito concluso e che non voleva più saperne di tornare sulla terra.
Giusto per il gossip: c’era chi si faceva trarre in inganno dai suoi occhioni verdi come, una domenica di luglio in Val Trebbia, due pischelle atteggiate a streghine newage che, ad una fiera a tema, snobbarono una sua domanda, iniziando a irriderla dall’alto della loro bancarella di paccottiglia esotericospiritualbiobau. Fu un attimo. Vidi i suoi capelli rossi scuotersi, ondeggiare e vibrare mentre si alzò un’incontenibile polverone di vento che, letteralmente, scardinò il tendone della bancarella spazzando tutto ciò che vi si trovava esposto ma lasciando intatto il circondario. Per un istante nevicò a grossi fiocchi e un’ultima folata ribaltò la leggera struttura in legno.
Vidi il suo sguardo. Ma io lo conoscevo, le due stregofighette no. Credo che abbiano lasciato perdere l’esoterismo ed ora si dedichino alla raccolta dei tappi a corona fabbricati nell’isola di Capo Verde. Due presuntuose in meno.
E, giusto per venire al tema di questo scritto: la verità chi non ce l’ha non se la può dare, come avrebbe potuto affermare Don Lisander, eccoci a “Non parlar di rughe, non parlar di vecchie streghe”, mini-saggio di Eudaimonia dedicato alla Donne di Conoscenza, quelle vere.
L’ispirazione nacque dalla visione dell’immagine sottostante, proveniente da La Campagna Appena Ieri, che propongo unitamente alla didascalia originale: “Poi si diventava vecchie, si lasciava il posto di Arzdòra ad una nuora e si assumeva un nuovo ruolo: si faceva la nonna e si badavano i bambini durante il giorno. Ci si alzava presto ad accendere il fuoco, si accudivano i polli, si comandava il rosario la sera e di pomeriggio ci si metteva fuori al sole, sulla bassa sediolina, a filare o a sferruzzare ricordando e ripensando ai fatti della vita.”E, a doveroso corollario dell’immagine, propongo le riflessioni stralciate dallo scritto nominato:
«La foto mi ha scatenato un turbine di ricordi delle mie montagne tra Groppo di Gora e Monte di Lama, Ceno e Taro, Monte Nero e Lago Santo e altri posti che non voglio nominare: odori di primavera, di sole estivo, di nebbie autunnali, di terra e di acqua, di torba e di funghi, di gutturnio e coppa. Di sangue su braccia e gambe graffiate dai rovi, di acqua gelida dove dissetarsi e bagnarsi con il coraggio di un brivido, di scarpe risucchiate dal fango e di more, lamponi e grattaculi mangiati golosamente a manate. Anche ricordi di moto e coperte buttate sui prati, quando c’erano. Le coperte intendo.
E di colori vivi anche quando sembravano spenti nella morte dell’inverno, morte sciamanica come diremmo oggi perché era putrefazione, trasformazione e preludio alla rinascita primaverile. Allora era sufficiente dire che la terra dormiva, riposava.
Ma soprattutto ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, niente affatto accomodanti ma capaci di infinita dolcezza e dedizione se necessario, ma solo per chi lo meritava. Senza perdersi in chiacchiere, e soprattutto sempre attente a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, vale a dire senza inutili sfilacciamenti, atteggiamenti o moine. Centrate.
Molte di queste erano Donne dei Segni o, come si direbbe oggi, di Conoscenza. Nei paesi, nei villaggi abbarbicati sui costoni o infilati a nascondersi nei boschi, tutti sapevano e tutti ignoravano. Ma nessuno sbagliava uscio dove bussare quando era necessario, guardandosi indietro nella bruma nel vano tentativo di non essere visto dai compaesani.
Come diceva la mia vecchia amica Nora andavano trattate con rispetto e senza troppa confidenza, perché se erano buone a disfare erano anche buone a fare.
Parlavano le Parole, che solo loro sapevano e che in parte erano state loro tramandate e in parte si erano costruite con il tempo. E le tramandavano a loro volta: a chi, quando, dove e come lo decidevano loro. Spesso accadeva solo poco tempo prima che andassero via.
Segnavano con una bindella, una fettuccia presa dall’orlo di una vecchia gonna, uno stelo di grano e usavano il sale, l’acqua, l’ago, il sangue, lo sputo, la cenere, l’urina, le radici, anche lo sterco di vacca o di gallina.
Non sono scomparse, ancora oggi esistono per chi le sa trovare. Ma ancora oggi non ci si accorge della loro presenza, perché donne e uomini dei Segni prediligono l’ombra. Mica perché si nascondono, vivono come tutti gli altri, fanno la spesa, giocano a burraco, cercano un moroso alla scuola di danza, fanno le nonne. È solo quando qualcuno chiama perché ha bisogno che mettono in pratica la Virtù, altrimenti come Medgòne è come se non esistessero.
E lo fanno con semplicità ed efficacia nelle loro case, nelle cucine con gli oggetti che usano per segnare tirati fuori al momento da barattoli di latta del caffè, bottiglie della passata di pomodoro, barattoli della marmellata.
Non c’è più il camino per bruciare? C’è la cucina a gas. Non c’è più il torrente per smaltire? Va bene la tazza del water.
Non si mettono in piazza, non fanno sceneggiate, di sicuro non si atteggiano come ci ha abituati un certo marketing iconografico di streghette infighettate e bardate a metà fra la troia e l’albero di natale. E non solo per l’età, mica tutte sono anziane e ben poche nel privato sono madonnine crocifisse, senza per questo pubblicarsi su Feisbuc mezze biotte.
Certe botteghe dell’occulto e del mistero, se dovessero basarsi su di loro per crearsi la clientela fallirebbero ancora prima di cominciare. Semplicemente non hanno bisogno di quella paccottiglia. Bastano a se stesse e quel che loro serve lo trovano, lo raccolgono, lo costruiscono ringraziando la Natura, vale a dire la Dea o Madre Terra o chi sanno loro.
Se devono fare un rito è perché serve e non perché sia celtico o faccia figo. Lo fanno e basta, senza tante menate. Magari malvolentieri perché possono essere cose dure, dove ci si deve sporcare le mani certe volte anche con il sangue, e non fa niente se è il proprio, per esempio quello mestruale per chi non è ancora in menopausa. Dove può capitare di dover andare a incontrare chi sarebbe meglio lasciar nel suo brodo.
E se non è vero che stanno scomparendo, è anche vero che non le trovate in giro a mischiarsi. Se la tirano? Per niente, se la tira solo chi ha bisogno di dimostrare, di atteggiarsi. Loro hanno il difetto di sbattere in faccia la verità, di fare da specchio, e questo non sempre piace agli umani. Hanno pagato un prezzo e sofferto per essere quello che sono, non sempre volendolo essere.
E se ancora oggi capita loro di essere incomprese o addirittura insultate e derise non se ne fanno un cruccio e tornano a ritirarsi nella loro ombra paghe di se stesse, di ciò che sono e non di ciò che fanno. Nella consapevolezza che ciascuno si scava la fossa come preferisce, con l’energia che ha messo in circolo. Se è consapevole bene, altrimenti fa lo stesso. E loro non possono né devono farci niente. E che per certe persone anche solo tirar fuori la croce di corda significherebbe dar loro troppa importanza.»

Eudaimonia Ω – ACS