Ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, molte di loro erano Donne dei Segni

Viviamo in un tempo difficile, nel quale la menzogna è premiante, assurgendo al rango di verità grazie ad un pabulus di sottocultura, protervia, malafede, opportunismo.
La maggior parte delle persone si lascia prendere dal panico e, anziché considerare con lucidità i momenti difficili come un’opportunità di crescita, cerca scorciatoie e, come sempre accade in tempi di paura e somma incertezza, il ricorso agli operatori dell’occulto vede una notevolissima impennata, alimentando speranze sul filo della disperazione e giri d’affari estremamente consistenti.
Sappiamo bene come, in questo frangente, l’apparenza sia premiante rispetto alla sostanza: l’astrologo ed il mago marchettari televisivi rifulgenti di lustrini e ridondanti di titoli farlocchi hanno buon, anzi ottimo, gioco alla fiera delle illusioni.
E veniamo a chi determinate qualità le possiede veramente ma non ne fa commercio, anzi meretricio: io, per esempio.
Se è vero che debba certe capacità ad un talento naturale, oltre che a facoltà datemi in prestito, è altresì indiscutibile che quello che sono e so lo devo anche alle guide ed alle compagne di viaggio che mi furono accanto affiancandomi nelle fasi cruciali del mio cammino: tra queste la nonna paterna, uno sciamano incontrato in modo apparentemente casuale in un’isoletta al largo delle coste della Tanzania, una donna Fausta di nome e di fatto, una compagna oggi cara amica insieme alla quale effettuai un viaggio all’inferno e ritorno durato sette anni. E infine Eudaimonia.
Quando si inizia un rito o un viaggio nell’altrove si ringrazia chi ci permette di compierlo. Allo stesso modo non dimentico mai di onorare queste Donne e, nel caso di Eudaimonia, l’onore è alla memoria: mi fu accanto fino a quando decise che il suo tempo era finito, il suo compito concluso e che non voleva più saperne di tornare sulla terra.
Giusto per il gossip: c’era chi si faceva trarre in inganno dai suoi occhioni verdi come, una domenica di luglio in Val Trebbia, due pischelle atteggiate a streghine newage che, ad una fiera a tema, snobbarono una sua domanda, iniziando a irriderla dall’alto della loro bancarella di paccottiglia esotericospiritualbiobau. Fu un attimo. Vidi i suoi capelli rossi scuotersi, ondeggiare e vibrare mentre si alzò un’incontenibile polverone di vento che, letteralmente, scardinò il tendone della bancarella spazzando tutto ciò che vi si trovava esposto ma lasciando intatto il circondario. Per un istante nevicò a grossi fiocchi e un’ultima folata ribaltò la leggera struttura in legno.
Vidi il suo sguardo. Ma io lo conoscevo, le due stregofighette no. Credo che abbiano lasciato perdere l’esoterismo ed ora si dedichino alla raccolta dei tappi a corona fabbricati nell’isola di Capo Verde. Due presuntuose in meno.
E, giusto per venire al tema di questo scritto: la verità chi non ce l’ha non se la può dare, come avrebbe potuto affermare Don Lisander, eccoci a “Non parlar di rughe, non parlar di vecchie streghe”, mini-saggio di Eudaimonia dedicato alla Donne di Conoscenza, quelle vere.
L’ispirazione nacque dalla visione dell’immagine sottostante, proveniente da La Campagna Appena Ieri, che propongo unitamente alla didascalia originale: “Poi si diventava vecchie, si lasciava il posto di Arzdòra ad una nuora e si assumeva un nuovo ruolo: si faceva la nonna e si badavano i bambini durante il giorno. Ci si alzava presto ad accendere il fuoco, si accudivano i polli, si comandava il rosario la sera e di pomeriggio ci si metteva fuori al sole, sulla bassa sediolina, a filare o a sferruzzare ricordando e ripensando ai fatti della vita.”E, a doveroso corollario dell’immagine, propongo le riflessioni stralciate dallo scritto nominato:
«La foto mi ha scatenato un turbine di ricordi delle mie montagne tra Groppo di Gora e Monte di Lama, Ceno e Taro, Monte Nero e Lago Santo e altri posti che non voglio nominare: odori di primavera, di sole estivo, di nebbie autunnali, di terra e di acqua, di torba e di funghi, di gutturnio e coppa. Di sangue su braccia e gambe graffiate dai rovi, di acqua gelida dove dissetarsi e bagnarsi con il coraggio di un brivido, di scarpe risucchiate dal fango e di more, lamponi e grattaculi mangiati golosamente a manate. Anche ricordi di moto e coperte buttate sui prati, quando c’erano. Le coperte intendo.
E di colori vivi anche quando sembravano spenti nella morte dell’inverno, morte sciamanica come diremmo oggi perché era putrefazione, trasformazione e preludio alla rinascita primaverile. Allora era sufficiente dire che la terra dormiva, riposava.
Ma soprattutto ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, niente affatto accomodanti ma capaci di infinita dolcezza e dedizione se necessario, ma solo per chi lo meritava. Senza perdersi in chiacchiere, e soprattutto sempre attente a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, vale a dire senza inutili sfilacciamenti, atteggiamenti o moine. Centrate.
Molte di queste erano Donne dei Segni o, come si direbbe oggi, di Conoscenza. Nei paesi, nei villaggi abbarbicati sui costoni o infilati a nascondersi nei boschi, tutti sapevano e tutti ignoravano. Ma nessuno sbagliava uscio dove bussare quando era necessario, guardandosi indietro nella bruma nel vano tentativo di non essere visto dai compaesani.
Come diceva la mia vecchia amica Nora andavano trattate con rispetto e senza troppa confidenza, perché se erano buone a disfare erano anche buone a fare.
Parlavano le Parole, che solo loro sapevano e che in parte erano state loro tramandate e in parte si erano costruite con il tempo. E le tramandavano a loro volta: a chi, quando, dove e come lo decidevano loro. Spesso accadeva solo poco tempo prima che andassero via.
Segnavano con una bindella, una fettuccia presa dall’orlo di una vecchia gonna, uno stelo di grano e usavano il sale, l’acqua, l’ago, il sangue, lo sputo, la cenere, l’urina, le radici, anche lo sterco di vacca o di gallina.
Non sono scomparse, ancora oggi esistono per chi le sa trovare. Ma ancora oggi non ci si accorge della loro presenza, perché donne e uomini dei Segni prediligono l’ombra. Mica perché si nascondono, vivono come tutti gli altri, fanno la spesa, giocano a burraco, cercano un moroso alla scuola di danza, fanno le nonne. È solo quando qualcuno chiama perché ha bisogno che mettono in pratica la Virtù, altrimenti come Medgòne è come se non esistessero.
E lo fanno con semplicità ed efficacia nelle loro case, nelle cucine con gli oggetti che usano per segnare tirati fuori al momento da barattoli di latta del caffè, bottiglie della passata di pomodoro, barattoli della marmellata.
Non c’è più il camino per bruciare? C’è la cucina a gas. Non c’è più il torrente per smaltire? Va bene la tazza del water.
Non si mettono in piazza, non fanno sceneggiate, di sicuro non si atteggiano come ci ha abituati un certo marketing iconografico di streghette infighettate e bardate a metà fra la troia e l’albero di natale. E non solo per l’età, mica tutte sono anziane e ben poche nel privato sono madonnine crocifisse, senza per questo pubblicarsi su Feisbuc mezze biotte.
Certe botteghe dell’occulto e del mistero, se dovessero basarsi su di loro per crearsi la clientela fallirebbero ancora prima di cominciare. Semplicemente non hanno bisogno di quella paccottiglia. Bastano a se stesse e quel che loro serve lo trovano, lo raccolgono, lo costruiscono ringraziando la Natura, vale a dire la Dea o Madre Terra o chi sanno loro.
Se devono fare un rito è perché serve e non perché sia celtico o faccia figo. Lo fanno e basta, senza tante menate. Magari malvolentieri perché possono essere cose dure, dove ci si deve sporcare le mani certe volte anche con il sangue, e non fa niente se è il proprio, per esempio quello mestruale per chi non è ancora in menopausa. Dove può capitare di dover andare a incontrare chi sarebbe meglio lasciar nel suo brodo.
E se non è vero che stanno scomparendo, è anche vero che non le trovate in giro a mischiarsi. Se la tirano? Per niente, se la tira solo chi ha bisogno di dimostrare, di atteggiarsi. Loro hanno il difetto di sbattere in faccia la verità, di fare da specchio, e questo non sempre piace agli umani. Hanno pagato un prezzo e sofferto per essere quello che sono, non sempre volendolo essere.
E se ancora oggi capita loro di essere incomprese o addirittura insultate e derise non se ne fanno un cruccio e tornano a ritirarsi nella loro ombra paghe di se stesse, di ciò che sono e non di ciò che fanno. Nella consapevolezza che ciascuno si scava la fossa come preferisce, con l’energia che ha messo in circolo. Se è consapevole bene, altrimenti fa lo stesso. E loro non possono né devono farci niente. E che per certe persone anche solo tirar fuori la croce di corda significherebbe dar loro troppa importanza.»

Eudaimonia Ω – ACS

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner