Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

La fortuna non è un regalo

Nel giugno 2015 ricorreva il diciannovesimo anniversario del mio percorso di conoscenza intrapreso non più in via occasionale e scandito da letture sia inutili sia illuminanti, incontri con persone stupende e con veri e propri esaltati, viaggi in luoghi particolari ed anche nell’Altrove, all’inizio opportunamente accompagnato. Cantonate, vicoli ciechi ed improvvise illuminazioni, esperimenti da scienziato pazzo (alcuni dai risvolti tragicomici) ed esperienze profondissime non si contano, e tutte hanno lasciato un segno.Decisi quindi di aprire il blog La Fucina dell’Anima per parlare di consapevolezza e risveglio: non mi ritenevo ancora pronto per pronunciare le parole alchimia e sciamanesimo.
Sin dall’inizio scelsi di pubblicare scritti che riferissero esclusivamente delle mie esperienze dirette, spesso fuori dal coro dell’ortodossia militante e lontane anni luce dai ritmi ipercinesici, bulimici e superficiali del web, poiché scritti per essere letti e approfonditi.
La fortuna non è un regalo: chi mi conosce sa che pronuncio questa frase da decenni, unitamente al rapporto di più recente conio, 90/10, e chi non mi conosce non si annoierà di certo a leggerla per la prima volta. Se così fosse, può sempre andare a leggere altro.
La formulai interiorizzandola dopo un lungo percorso di sperimentazione, in parte compiuto grazie agli insegnamenti di un’anziana donna che banalmente potrei definire strega.
Una donna che non leggeva Aïvanhov, Gurdjieff, Osho e via enumerando, semplicemente perché non leggeva libri. Non che fosse ignorante o analfabeta, intendiamoci, molto più semplicemente, come il bandolero stanco di Vecchioni che non assaltava treni perché non ne passavan mai e non rapinava banche perché le banche eran le sue, viveva ai margini di un villaggio di montagna paga di possedere l’universo.
Raccoglieva bacche, erbe, fiori, radici per farne unguenti, pozioni e decotti, badando alle sue bestie e alla sua casa, senza grilli curanderi per la testa e senza atteggiarsi.
Una donna alla quale la gente del posto ricorreva, spesso implorando quando ne aveva bisogno, salvo fingere di non conoscerla se la incontrava in paese. Ma ella non se ne crucciava: “Fai del bene scordatene, fai del male pensaci” diceva spesso.
Quando c’era bisogno di lei, senza tante cerimonie, senza suonare tamburi e senza indossare abiti di scena, lei c’era. Utilizzando con semplicità quel che aveva a disposizione, vale a dire oggetti e strumenti pertinenti alla natura ed alla quotidianità di un mondo rurale. E i risultati non mancavano.
Quella donna era in profonda comunione con la natura, con il vento, la pioggia, gli alberi, gli animali del bosco. Portava rispetto persino al più minuscolo filo d’erba. E sentiva. Sentiva la propria Potenza interiore che sapeva riconoscere, accogliere ed amare con rispetto, una Potenza che aveva imparato ad utilizzare e governare: proveniva dalla sua energia ancestrale, quella che tutti noi possediamo, annidata nella nostra più recondita natura primordiale ma che secoli, per non dire millenni, di convenzioni, costrizioni, ignoranza, terrore e sensi di colpa sono riusciti ad estirpare dalla nostra memoria dei primordi.
Ora quella donna non c’è più. Una volta stabilito che ero pronto per camminare da solo ed avere ringiovanito le cellule del proprio corpo di almeno trent’anni (si, avete letto bene) se ne è andata. Dove sia non ne ho idea, non l’ho più incontrata, neppure durante uno dei miei viaggi nell’Altrove.
La fortuna non è un regalo, dunque. Ma si può costruire.
Ad una condizione: che quando siamo sulla cima di una collina dalla quale possiamo osservare il cammino percorso non ci facciamo prendere da inutile vanagloria per ciò che crediamo di essere diventati, ma ci voltiamo e guardiamo alla strada che ancora ci aspetta, trovando in noi il coraggio e l’umiltà di percorrerla. Non ci obbliga nessuno, possiamo anche fermarci dove siamo arrivati. Libero arbitrio.
Ma qualunque sia la strada, se decidiamo di percorrerla, è bene che diventiamo consapevoli, e alla svelta, che non dovremo pretendere nessuna spalla su cui piangere, e neppure di attribuire colpe o responsabilità a chicchessia.
Incontreremo compagni di viaggio di ogni risma, alcuni saranno decisamente interessanti e ciascuno servirà a farci comprendere qualcosa. Ma ad un certo punto ci separeremo da loro senza attaccamenti o rimpianti, solo con gratitudine per ciò che avremo condiviso, insegnato e appreso.
Noi siamo Tutto e siamo dio, basta volerlo. Ma non sono sufficienti il pensiero positivo, la legge dell’attrazione, i rituali di tendenza o l’affidarci a qualche guru, maestro o illuminato. L’unico maestro possibile siamo noi, e la ricetta prevede anche ingredienti sbagliati e velenosi, e non è detto che faremmo il nostro bene evitandoli.
Ho impiegato cinque anni per trasformare il blog, forte di 238 articoli, nell’attuale sito e l’intento è sempre quello: comunicare ed incontrare nuovi compagni di viaggio con i quali condividere studi e sperimentazioni basate primariamente sull’energia del nostro corpo. Quel corpo che nel tempo antico fu onorato come sacro, ma che da millenni è costretto e ristretto, appiattito e violato nelle sue potenzialità, frustrato da chi ben sapeva e sa quale Potere sia insito in noi, nel nostro respiro, nel nostro sangue, nella nostra sessualità, nelle nostre emissioni, nei liquidi dai quali siamo costituiti almeno per il 70 per cento e che subiscono gli stessi influssi che regolano le maree, nella libera espressione delle emozioni, comprese quelle cosiddette censurabili o esecrabili, nella capacità di dire di no.
Responsabile di tutto questo un’unica entità, che pur assumendo nomi e fattezze differenti nel dipanarsi del tempo, ha in realtà un solo vero nome: potere. Finanziario, religioso, politico, da sempre si avvale di infiltrati che fanno credere di essere portatori di una visione contrastante e libera, di emancipazione ed affrancamento, amore e verità. Non è vero: il loro compito consiste nel sistemare il gregge recalcitrante da un’altra parte, facendogli credere di essere libero e intanto facendo in modo che sia controllato meglio e più di quanto non sarebbe possibile fare con terrore, ferro e fuoco.
Nulla è meglio che credersi liberi, ma se si è in gruppo e si è assoggettati a rituali, siano essi anche solo uno stucchevole abbraccio o l’alzare le braccia vestiti tutti del medesimo colore invocando il nome del maestro di turno, non si è liberi. Si è in un gregge di schiavi, in una setta.
L’apertura di questo sito mi ricorda quella del blog che lo precedette: non ho idea di cosa scriverò, ma so con certezza cosa non scriverò. Non scriverò fervorini, frasette edificanti, non scriverò di amore e pace, del marziano che ci dà una mano, di new age, di sequenze numeriche o di grazie-prego-tihobuttatolachiavedellamacchinaneltombino-scusa-tiamo.
Anzi, spesso scriverò esattamente il contrario di ciò che spiritualità, meditazione, varie scuole ci hanno imbonito nell’ultimo cinquantennio, a cominciare dal fatto che la mente mente e che bisogna praticare l’amore universale altrimenti la vibra non vibra e l’energia non fluisce. Chi vuol esser servo sia, namasté e perepepè.
Ogni giorno sorge un nuovo movimento, una nuova corrente, un nuovo guru, una newage ancora più new, la nuovissima meditazione afrohawaiafinlandese, a dimostrazione che tutti offrono la verità e che tutti, nell’incertezza e senza collegare la spina del raziocinio, diventano ipercinesici e bulimici ricercatori… del nulla.
E a dimostrazione che le persone non hanno ancora capito che i guru son passati di moda, oltre che di cottura, nessuno vuole comprendere che la verità possiede in sè una grande Verità: non esiste.
Soprattutto non esiste quella camuffata da illuminazione, guarigione (e non è un caso che la maggior parte delle congreghe proponga la guarigione), fratellanza e amore condita da un naturismo di maniera.
Così come non cerco adepti, clienti o proseliti, meno ancora cerco accettazione o consenso perché, semplicemente, non me ne può fregar di meno: il mio percorso è stato per decenni un percorso di solitudine, e non ho nessuna intenzione di mettere in piazza quel poco o tanto che so a beneficio di esseri che, perché partecipano a un corso, seminario, gruppo, campo o come lo vogliamo chiamare, credono – soprattutto perché hanno pagato, e spesso fior di quattrini – di aver diritto a consapevolezza, guarigione, amore e la patente di alchimista o sciamano.
Ma quando mai?
Perciò io scrivo primariamente per me stesso, poiché anche scrivere comporta mettere in circolo energia. E se poi incontrerò chi vorrà condividere ne sarò felice, altrimenti fa lo stesso.
Condividere, per me, non significa scambiare massime edificanti o perder tempo in una chat ma prendere, dare e fare, e non di rado si tratta di un fare non agevole, fuori da schemi e luoghi confortevoli, dove è condizione indispensabile il lasciar andare ogni convincimento comune, ogni parametro noto, ogni restrizione, ogni giudizio, ogni credo mediato da questa o quella scuola.
Qualunque cosa abbia sinora letto, fatto o appreso chi desidera condividere con me è bene cha la dimentichi. Non sono portatore di verità, ma sono un fiero sostenitore della mia integrità e della mia individualità. Pulsione egoica? Certamente, perché io esisto e, parafrasando una vecchia pubblicità, perché io valgo.
Lo attesta il fatto che ho visto, inflitto, subito e compreso dolori atroci, sputato sangue, vissuto l’abbondanza e la miseria, sono andato a mio rischio oltre l’umana dimensione delle apparenze e della confortevolezza.
Insomma, ho visto cose che voi umani… il mio codice d’onore, i miei valori non sono quelli normalmente ammessi e non ho nessuna voglia di confondermi né di perder tempo con le pratiche del tal maestro o del tal illuminato. So di sapere quello che so, so che funziona, so che mi piace e se non è la verità assoluta chissenefrega. Senza inutile falsa e ipocrita modestia.
Del resto, se non si fosse ancora capito, io qui fra le righe parlo di risveglio. E il risveglio non è né morale, né spirituale. Semplicemente o è o non è.
Qualcuno, arrivato a leggere fin qui (e che ringrazio per la costanza), potrà domandarmi: si, ma alla fine che fai? Bella domanda. La risposta è che non c’è una risposta. Nel senso che non esiste un copione da recitare, ogni volta è unica e irripetibile, non esistono certezze su cui lavorare in un ambiente protetto. Protetto da che? La vita, quella vera, è senza rete, non filtrata dalla stucchevole amorevolezza di un ashram. E infatti chi si accosta a certi santoni non li molla più, a riprova del fatto che ha innescato un processo di dipendenza che tutto fa, fuorché far crescere.
Questa è la mia opinione, e non mi interessa spendere energie per discuterla. Accolgo chi la condivide e onoro del mio rispetto chi la pensa diversamente. Ma ciascuno per la propria strada.
L’ipotetico lettore, o lettrice, potrà sicuramente avere in serbo anche una seconda, inevitabile, domanda: e che cosa si ottiene? Qui la risposta c’è: niente.
Nel senso che non si “ottiene” nulla che non esista già dentro di noi. Si tratta solo di portarlo alla superficie levandolo dalle scorie morali, comportamentali, eucative, sociali che lo incrostano e di dargli una bella lavata con la nafta come si fa nelle officine con i telai di autocarri e rimorchi, osservarlo, accoglierlo e usarlo consapevolmente quando e dove necessario. Senza fremiti puritani o sensi di colpa.
In realtà, conoscendo una volta per tutte chi siamo, otterremmo anzitutto benessere psicofisico, ridurremmo drasticamente le somatizzazioni e rafforzeremmo le difese immunitarie. Otterremmo persino un ringiovanimento cellulare, che può anche essere molto sensibile, senza che sia necessario diventare ortoressici o scegliere regimi alimentari faticosi e di dubbia efficacia, magari paludati da sostenibilità o antispecismo. Smetteremmo di accordare interesse a falsi problemi creati apposta per far vivere nella paura, smetteremmo di dedicare attenzione ed energia a cose inutili, a ridicoli totem qual è, giusto per fare un esempio, la politica e smetteremmo di fingere di essere vivi.
E impareremmo a indossare delle maschere, non più nel timore di non sapere chi siamo o di non essere accettati, ma semplicemente perché ci fa comodo nel tal momento o nella tale situazione.
Dettaglio non trascurabile: attraverso stati alterati di coscienza, visioni e veri e propri viaggi andremo nell’Altrove. Nulla che sia indotto da sostanze, che aborro, ma solo dalla nostra potentissima energia sapientemente utilizzata e convogliata. Andremo consapevolmente e senza tante cerimonie in un Altrove che già esiste accanto e dentro di noi ma che non riusciamo a percepire. Attenzione: quell’Altrove non è quello dei Puffi o della Disney, fatto di fiorellini, farfalle e pelosini guida che ci coccolano e ci scortano. Le situazioni si configurano funzionalmente a cosa abbiamo da buttare o da esprimere, a cosa dobbiamo cercare o fare, per chi e in quale contesto.
Per tale ragione è necessario essere preparati ad incontri che potrebbero anche essere orrendi: sono quelli con i nostri mostri interiori.
E infine avremmo modo di conoscere ed utilizzare il Potere fornitoci, spesso nelle cose più impensate e banali, dalla Natura.
Questo percorso può consentirci di avere delle profonde comprensioni e di compiere delle azioni, addirittura di modificare situazioni a beneficio nostro o altrui. Come, dove, quando? Avremo modo di scoprirlo, se faremo un tratto di cammino insieme.
Ma in nessun modo si parlerà di guarigione: per quella ci sono i medici, e per chi vuole osservare le ferite c’è l’astanteria del pronto soccorso il sabato notte.
E per adesso mi sono dilungato sin troppo. Grazie a chi vorrà seguire ciò che scriverò.

Alberto Cazzoli Steiner