Coppia sacra: niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così

Mala tempora currunt: è di questi giorni la notizia che la Suprema Corte ha annullato la condanna per evasione inflitta nei precedenti gradi di giudizio ad un detenuto, allontanatosi dai domiciliari perché recatosi dai carabinieri per farsi ricondurre in carcere poiché non più in grado di sostenere il clima venutosi a creare con la consorte. Non è la prima volta che accade fra i condannati affidati a misure alternative e costretti a condividere gli spazi domestici con consorti con le quali non vi è più nulla da dire.
Esattamente come accade nei domiciliari forzati ai quali gli italilandesi si sottomettono in ossequio a ordinanze di dubbia legittimità che sfruttano la paura di morire, in ragione della quale gran parte delle persone ha scelto di non vivere, in un limbo di solitudine interiore intesa come via di salvezza, non solo dall’immondo virus ma anche da altri spietati patogeni, compresi quelli che presiedono ad una relazione a due giunta al punto di non ritorno.La nostra relazione di coppia ci crea disagio? Camminare come acrobati sul filo di compromessi e paure, insicurezze ed aspettative, adattamenti e plagi, controlli e menzogne, tradimenti e, ancora peggio, favolette narcisistiche per l’autoassoluzione non solo non costituisce un rimedio, ma potrebbe anzi costituire la scaturigine di somatizzazioni anche gravi.
La soluzione però esiste, e non risiede nel ridursi da soli affermando che lo si è felicemente, anche perché si trattarebbe di una patetica menzogna, ma nel proiettarsi oltre gli schemi duali affinché il definitivo senso dell’essere, dapprima individualmente e successivamente binato, non sia più fonte di dolore.
Apprendere l’amore per se stessi non significa portare alla condizione di single interpretata come apice espansionistico della coscienza, nel senso greco dell’etimo κείρω.
Significa invece perdere l’abitudine, tanto tossica quanto, nonostante ciò, per molti orgasmica, di vivere relazioni a due burrascose, estreme, costellate da micro e macro dipendenze, folli come se ci si trovasse costantemente sul set de La stazione, l’impareggiabile film interpretato da Sergio Rubini, Margherita Buy e Ennio Fantastichini.
Nulla da demonizzare, intendiamoci, semplicemente scelte, spesso inconsapevolmente pianificate nell’intento di creare una malsana abitudine da massicci e incazzati, dando vita ad uno scenografico personaggio somigliante al Libanese di Romanzo Criminale: destinato a generare un inscalfibile ego spirituale portatore di dolore. Chi intende continuare così si accomodi: non è affar mio.
L’intento di non farsi mai più male, se improntato a concretezza, passa dal potenziamento, necessario per interrompere la manifestazione del dolore. Detto in altri termini: da icona utopica a manifestazione del sé, approdo di un percorso trasmutativo dalla vecchia alla nuova condizione che porti al contatto profondo con la propria matrice, ovvero essenza.
Il maturato bisogno e la volontà di compiere un definitivo lavoro su di sé, percorrendo la via del risveglio per conseguire l’opportunità di conoscere l’amore puro primariamente per se stessi, rappresentano i migliori presupposti per entrare, o rientrare ove non tutto sia compromesso, risanati in una relazione di coppia che, per effetto di una provvida risonanza, beneficierà di miglioramenti fino a quel momento ritenuti impensabili.
La coppia unita dall’amore puro esiste, ma è necessario iniziare dal lavoro individuale.
Chi butterà nel cesso i pannicelli caldi dei vari guru che mirano solo a creare dipendenza ed accetterà di prendersi o farsi prendere a calci nei denti potrà finalmente incontrare la propria energia vibrazionale, quella che riassorbendo episodi egoici condurrà alla piena consapevolezza dell’energia ancestrale, e non incidentalmente di quella sessuale, permettendo alla nostra controparte corrispondente di manifestarsi con la propria vibrazione.
Cesserà il convincimento di iniziare una vita di coppia mediante l’atteggiamento razionale, schematico, programmato che fa dell’innamoramento una trappola autoreferenziale, a vantaggio della manifestazione attraverso intelligenza emotiva ed intuito.
Intendiamoci: nulla potrà accadere prima di aver conosciuto e sperimentato definitivamente l’energia che abita nella parte più profonda di noi stessi, con il preciso intento di cessare esperienze relazionali declinate da una malformazione dell’ego e basate totalmente sul dolore.
Giunti a questo punto non riconosceremo più il nostro partner attraverso le solite trappole folcloristiche del corteggiamento, della valutazione di quante cose si hanno in comune e via enumerando ma solo attraverso l’energia che porta, corrispondente alla nostra ed in grado di attivare il passaggio oltre i credo schematici ed egoici per pervenire alla sintesi sacra, ancestrale: l’unica bussola per orientare la scelta è costituita dall’energia e dal suo colore.
La sessualità, a questo punto, diviene inevitabilmente un potere personale indipendente dal partner, non più merce e non più oggetto di potenziale mercimonio o ricatto, ma soprattutto non più comprimibile da dogmi religiosi o impedimenti tramandati dalla famiglia e dalla società cosiddetta civile. Attivata mediante il risveglio diventa questione tanto personale quanto sacra, nonché unico strumento che consente di arrivare al risveglio dell’amore puro attraverso la coppia, attivando altresì la possibilità di creare abbondanza intesa ad ogni livello e settore dell’esistenza.
Ricapitolando: divenire coppia e Uno, oltre gli schemi duali e il definitivo senso dell’essere in due, evitando di farsi male ma trasmutando anzi tutto in amore.
Bello, e il trucco dov’è? Semplicissimo, è nella resa di fronte al ricevere trasmutando così il corpo dal piombo all’oro, e adattandolo alla velocità ed alla potenza della mente.
E se vi hanno raccontato che la mente mente, sono stati i soliti guru: vi hanno raccontato delle palle, funzionali a crearvi incertezza. In realtà dipende solo da voi permettere o meno alla mente di mentire.
Arrendersi è un po’ morire… ebbene, in questa sorta di pseudo-suicidio guidato si diverrà perfettamente capaci di dimostrare come sia possibile non morire, vale a dire non fallire, osservando le cose e chiamandole con il loro nome, con semplicità e naturalezza.
E la soluzione dove sta? Non c’è nessuno che lo sa… Non è vero: la soluzione è il focus, e si tratta di apprendere, non attraverso ricette facili o immediate ma mediante un percorso serio, profondo, difficile, degno di lacrime e sangue, capace di creare uno squarcio dal mento infin dove si trulla affinché dal tristo sacco pendan le minugia, che porti ad introiettare il potere di non far morire, attraverso la disidentificazione dai problemi.
Perché se è giunta la consapevolezza dell’insorgenza di un problema, questo non va curato dedicandovicisi ossessivamente ma lasciandolo agire indisturbato, fregandosene. Come tutti dovrebbero fare con la febbre, invece di assumere la tachipirina.
Intendiamoci: non si tratta di fare come lo struzzo, che oltretutto mettendo la testa nella sabbia lascia esposte le terga, e neppure di confidare che le cose si risolvano da sole ma, con obiettiva razionalità, di sapere che la soluzione non verrà mai da sola a cercarci se prima non accetteremo di compiere un atto di fede, su noi stessi e sulle nostre capacità. Lo stesso atto di fede che fa il bimbo quando, per la prima volta, tenta di alzarsi per muovere il suo primo passo.
Non siamo diversi da quel bambino, se non per una cosa: lui non ha paura.
Alternative? Nessuna, salvo smetterla di preoccuparci elaborando lo sfogo delle emozioni, ma osservandole con lucidità ed ignorandole nel loro fallimentare e doloroso arbitrio, stravolgendo completamente tempi e modi usuali del pianto greco per pervenire alla materializzazione della soluzione.
Perché deve essere chiaro che se ci si presenta un problema, esso è la dimostrazione concreta che esistono già, manifeste in noi, non solo la capacità di osservarlo e la forza per debellarlo, ma anche la sua soluzione conclusiva.
Vissuto come potenziamento ed ignorato nel suo ruolo minaccioso, l’evento non è altro che una soluzione manifesta: occorrono auto-disciplina e fede nel meglio, anche se ancora non lo si vede nel concreto, per creare la forma dal pensiero, metabolizzando correttamente questo culminante potenziamento definitivo e riadattandolo agilmente alla realtà quotidiana, ma con una consapevolezza radicalmente stravolta e massimamente elevata, dedicata esclusivamente al fare.
Esistono delle tecniche, non teoriche ma pratiche, perché la vita sia il progetto positivo che abbiamo scritto, e che finalmente abbiamo il coraggio di realizzare.

Alberto Cazzoli Steiner