Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

Comunicare senza virtuosismi, accettando la propria e l’altrui fragilità

Questa mattina mentre, come dicono a Cuneo, albeggiava, ho rinvenuto in una vecchia relazione questa frase, destinata ad introdurre un paragrafo sui porcini della Val di Taro:
«Argomentiamo spesso di Genius Loci e Zeitgeist, attestandone esistenza, potenza e persino una sorta di ectoplasmica materialità in dotte, puntuali ed ispirate argomentazioni nel segno del pabulus meditativo, animico, animistico, spirituale e persino sciamanico ma talvolta incidentalmente non considerandone come merita l’effettiva potenza, per l’appunto suscettibile di imprimere il signum a certi luoghi in un millenario continuum, in grado non solo di indirizzare vicende locali ma anche di tracciare le sorti di luoghi e territori.»
Sembra l’inizio di un trattato teosofico o di una risoluzione strategica delle Bierre, e questo mi fa pensare a tutte le volte che sensi di inadeguatezza e paure ci portano ad atteggiarci a quelli con la puzzetta sotto il naso, esprimendo il nulla con spocchiosetto virtuosismo.
Ho un ricordo, risalente alle medie, di certe parole scritte da Guelfo Civinini, l’avventuroso giornalista e scrittore: frequentando il liceo romano Umberto I si trovò ad essere il primo della scuola relativamente alle materie letterarie, e confessò di subire per anni l’ossessiva condizione di scrivere sempre meglio, di ricercare termini e formule grammaticali sempre più elaborate per non perdere il trono.
Quando frequentai la scuola di giornalismo una delle cose più importanti che ci disse Livio Caputo, allora direttore del quotidiano La Notte fu: «Ricordatevi sempre che il quotidiano lo chiamano così perché dura un giorno, poi ci avvolgono l’insalata, e che la maggior parte dei lettori sono camionisti e operai che lo leggono di corsa al bar, sul frigo dei gelati. Perciò i vostri virtuosismi ve li potete anche dimenticare, potete avere due lauree ma dovete scrivere per farvi capire da chi ha la quinta elementare, altrimenti non vi legge nessuno e il giornale non vende.
Potete far sfoggio della vostra cultura dove vi pare: scrivendo libri, tenendo conferenze, ma non sul giornale.»Quando si tratta di comunicare veramente, sovrastrutture e virtuosismi non servono a nulla, sono anzi controproducenti. Non dobbiamo fare sfoggio di cultura, dobbiamo trasferire un messaggio, un concetto, un’emozione. E perché il nostro Potere della Parola sia efficace dobbiamo usare termini il più semplici possibile: essenziali, secchi, chiari.
Altrimenti il nostro interlocutore, o fatica a comprendere cosa gli stiamo dicendo, e si sente escluso, oppure, se provvisto di una certa sensibilità o cultura, ci manda a cagare perché comprende l’essenza di ciò che andiamo cianciando: che in realtà non abbiamo niente da dire.
Quando abitavo a Milano mi recavo spesso a trovare un amico, proprietario di una nota libreria esoterica, e gironzolando tra gli scaffali, innumerevoli e incredibilmente traboccanti di libri su ogni aspetto dell’esoterismo, della meditazione, delle religioni, della spiritualità, aprivo a caso quelli la cui copertina mi attirava: testi arzigogolati, intesi ad esprimere un ermetismo da “addentro alle secrete cose” ma in realtà incomprensibili, pesantissimi, che si citano vicendevolmente ripetendo più o meno le solite, trite e ritrite cose.
Che la verità stesse nel fatto che fosse l’autore a voler far sapere della propria esistenza, primariamente a se stesso?
Non so. So solo che mi viene in mente una cosa che si chiama ego. Anzi, pensandoci bene me ne viene in mente anche un’altra, che si chiama insicurezza: se hai bisogno di elevarti sopra l’incolta massa facendo sapere che tu sai mi sa che tu per primo hai qualcosina da osservare sulla ragione che ti porta a questo.
Ma i pensierini di una mattina di luglio mentre, come dicono a Cuneo, albeggia, non finiscono qui: tornano all’uomo con il fucile per parlare, oltre che di chiarezza, anche della forza della fragilità.
Mi spiego: quando un professionista vede un’arma da fuoco che non sia la propria in un armadietto, in una valigetta, nel baule di un’auto, su un tavolo, si guarda bene non solo dall’impugnarla ma anche dal toccarla, persino se gli viene offerta.
Il dilettante invece l’agguanta, fa scorrere il carrello, la punta contro un immaginario bersaglio, controlla il caricatore, dimostrando non solo di essere un dilettante ma anche di essere un pirla.
Parto da questa premessa, solo apparentemente stravagante ma vedremo tra poco quanto calzante, per affermare che, allo stesso modo in cui parlare non significa comunicare, non essere ciechi non costituisce un requisito abilitante alla visione. E non mi riferisco a quella cosiddetta sciamanica: parlo proprio di alberi, case, panorami, persone.
Se poi pretendiamo di essere a nostra volta visti, compresi, accolti, addirittura amati il discorso si fa ancora più interessante. Ho scritto interessante, non complicato: non c’è nulla di complicato nell’aprirci al mondo. È sufficiente stare fra la gente, osservarla ed ascoltarla senza giudizi o pregiudizi, senza porre in essere confronti in più o in meno, senza tentare di educarli o suggerire loro quello che dovrebbero fare, ma cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro modo di pensare, di vivere il quotidiano, di relazionarsi.
Non so a voi, ma a me i primi della classe sono sempre stati odiosi. Ciascuno di noi è il prodotto del proprio vissuto, delle strade che ha percorso ed attraversato, degli ostacoli che ha o non ha superato, degli eventi traumatici che gli si sono presentati all’improvviso a sconvolgere consolidate certezze.
Osservo ovunque tante persone che, accanto a reiterate promesse di fedeltà, correttezza, trasparenza si esortano reciprocamente a non fidarsi, a pensare di più a se stessi, a difendersi. Difendersi da chi, cosa, come, dove, quando? Da chiunque, sempre e comunque, mai abbassare la guardia, sempre sul pezzo. Vivere erigendo muri? Grazie, anche no. Non fa per me.
Socrate affermava: «Preferisco subire un’offesa piuttosto che infliggerla.»
Non esageriamo: ove necessario, sono preparato a respingerla e a difendermene, ma non per questo trascorro i miei giorni paventando che potrei ricevere un torto o un’offesa. Preferisco vivere, senza rete e senza paranoie.
Per me la guerra è finita, in ogni senso e da un pezzo, anche se comprendo l’esigenza di molti di difendersi, quell’esigenza che origina dalla paura di riconoscere le proprie inadeguatezze, le proprie fragilità. Quella indotta dal marketing della paura: l’immondo virus, che oggi ha di gran lunga surclassato immigrati, tossici, rapine in casa, stupri in metrò, bottegai che tentano di fottere i clienti, mogli e mariti e morose e morosi che non pensano ad altro che cornificare, la Vodafone che addebita surrettiziamente due centesimi.
E tu, per due centesimi, sprechi un’ora della tua vita a incazzarti al telefono? No, ma è per una questione di principio. Ah beh, allora…. A proposito di principi, com’è che l’altro giorno, quando hai trovato un euro sul bancone del bar, hai finto di metterlo lì per pagare il caffè?
Per non parlare delle corna: questa pubblicità è fresca di giornata.Divide et impera funziona sempre, e sempre qualcuno cade nel tranello. Anch’io qualche volta, lo ammetto. Ma sono fortunato: ho la strana facoltà di osservarmi dall’esterno come se fossi al cinema e, a un certo punto, scatta l’inevitabile cazzostaifacendo?
Il cane che ha paura è quello che abbaia di più, ci avete mai fatto caso? Esibiamo muscoli che non abbiamo e coraggio che non possediamo in ossequio a un’immagine deformata. Cerchiamo forsennatamente di affermarci sugli altri, nel timore che siano loro a schiacciare noi.
Si vis pacem para bellum… ma non funziona erigendo muri o scatenando guerre preventive, che sempre guerre sono. Significa solo perdere fiducia nella vita e negli altri, sentire intorno un mondo ostile, diffondere feromoni puzzolenti di marcio.
Anche se la cosiddetta educazione (si, proprio quella che io chiamo educastrazione) si pone l’obiettivo di instillare sistemi di dominio, è invece proprio nel riconoscimento dei limiti e dei timori che origina e si consolida la forza, è dal riconoscimento della debolezza e della fragilità che possiamo partire per costruire relazioni vere, addirittura per costruire un mondo migliore senza aspettarci che siano sempre gli altri a farlo.
Ci hanno insegnato che essere fragili non è bello, significa essere deboli e, si sa, chi si fa pecora il lupo se lo mangia. E se il lupo, stufo della gastrite, fosse diventato vegano?
Certo, ormai gli hai sparato… pazienza, si vede che era il suo karma. Namasté.
Fragilità non significa affatto inferiorità, significa mostrarsi agli altri per come si è, significa guardare dritti negli occhi, significa pronunciare la parolina magica: no, anche nella consapevolezza che il nostro interlocutore, arrogante e prepotente proprio perché incurante delle debolezze altrui, dovrebbe osservare le proprie ma non lo fa, attanagliato dalla paura.
Chi vuole vincere ad ogni costo è sempre teso, intento a non perdere la benché minima opportunità si perde il meglio della vita. Chi invece ha imparato che vincere non serve a niente sembra che perda tempo, e invece lo ottimizza, per esempio non sprecandolo con chi non è in grado di dargli nulla.
Chi sa parlare senza prevaricare, riconoscendo ed accogliendo la fragilità dell’altro senza difendersene od approfittarne, vuole costruire e respirare un mondo interiore di pace, senza la pretesa di cambiare gli altri.
E concludo, citando le sacerdotesse della Grande Madre, mirabile esempio di un mondo frequentato da Donne e Uomini ma non ancora dominato da maschi ambiziosi, sessuofobici e misogini travestiti da imperatori, preti e avvocati di campagna: non cercavano di dominare gli elementi, che consideravano parte di loro e dell’intero creato.
Le sacerdotesse della Grande Madre non si sentivano affatto signore e padrone, ma alleate che dialogavano con gli spiriti e con l’anima di persone, animali e cose. Non imponevano e non comandavano poiché nulla era loro e nulla era loro subordinato. Domandavano e attendevano la risposta, partecipi del Tutto a livello paritario in una permanente tensione erotica e orgasmica di energia e materia.
Se un tempo Eros e Thanatos operavano in tandem, nella consapevolezza che uno non avrebbe potuto esistere senza l’altro, oggi il primo tira a campare in un pornoshop, e l’altra si barcamena tra le peggiori pulsioni, l’odore della paura, il radicamento delle convinzioni più triste supportate da un’omerica ignoranza.
Ecco perché oggi non scriverei più quella frase vuota e, ma questo da gran tempo, anche se me la offrissero io quell’arma non mi sogno nemmeno di toccarla.
Non perché io sia un professionista, ma perché proprio non saprei cosa farmene.

Alberto Cazzoli Steiner

Sciamani, alchimisti e il quinto stato della materia

Ancora oggi, molti si immaginano l’alchimista che, vestito di una lunga palandrana dalle scomodissime maniche alla Mago Merlino, traffica in un antro polveroso, fumoso e oscuro con compassi, cartigli e antichi grimori incomprensibili nell’enigmatico sobbollire di pentoloni, osservato dall’immancabile gatto nero e da un sorcio con le ali di pipistrello …

“Eccheccazzo, basta con ‘sta puzza! neanche i bangla, che graziaddio se ne sono andati, quando cucinavano impuzziavano così!”
“Signora abbia la compiacenza di portare rispetto, sta parlando con un Alchimista!”
“Alchimista sticazzi! chiamo l’ufficio d’igiene e poi vediamo … alchimista!”
“La invito a moderarsi”
“Ma che moderazzi e mordecazzi! invece di star sempre lì chiuso nel box a impuzzolentare il mondo trovati un’amica, una compagna, un’amante … anche matura, ancora piacente e appassionata … non dico come me, però …”
“Ohssignur! guardi, se l’ambito premio è lei piuttosto divento ricchione.”
“Mavaffanculo, va!”

… Ehm, scusate: la vicina. A volte è intemperante.
Dicevo: l’iconografia ferma all’antro medioevale non rappresenta più la realtà. Conosco alchimisti che possiedono spettrometri, tomografi, scanner laser Bosch (oviamente non in riferimento al pittore Jeroen Anthoniszoon van Aken, meglio noto come Hieronymus) ed altri sofisticati strumenti di rilevazione, collocati in asettici laboratori dall’esemplare nitore, nei quali è, letteralmente, possibile mangiare per terra.
A proposito di mangiare, bere e assimilati: l’arcaico mortaio non ha lasciato il campo al Bimbi, ed anche le frontiere della ricerca alchemica non sono mutate, riguardando sempre i limiti spazio-temporali, le capacità della materia e dei suoi opposti, tutta una serie di contatti con l’altrove, ed altri aspetti dello scibile non solo umano.
Giusto per entrare in argomento, senza nè la pretesa nè la presunzione di stilare un trattato scientifico (non ne ho le capacità, ed in ogni caso esulerebbe dal tema) iniziamo dalla materia oscura: “È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90 per cento della materia dell’Universo” dichiarò nel 2001 al New York Times l’astronomo Bruce Margon del Dipartimento di Astrologia e Astrofisica dell’Università di Washington.
Effettivamente, nonostante le dettagliate mappe dell’Universo vicino che coprono lo spettro elettromagnetico dalle onde radio ai raggi gamma, si è riusciti a individuare solo circa il 10% della massa che risulterebbe dagli effetti gravitazionali osservabili e, con il termine materia oscura, in cosmologia viene definita un’ipotetica componente di materia non direttamente osservabile poiché, diversamente dalla materia conosciuta, non emetterebbe radiazione elettromagnetica manifestandosi esclusivamente per mezzo degli effetti gravitazionali.
Secondo numerose teorie tale materia costituirebbe i nove decimi della massa presente nell’universo.
Dalla materia oscura alla velocità della luce: nel 1999 Lene Vestergard Hau del Rowland Institute of Science di Cambridge riuscì a rallentare la velocità della luce a 17 m/s attraverso un gas ultrafreddo. A novembre dello stesso anno Wolfgang Ketterle osservò la luce attraversare un condensato alla velocità di 1 m/s.
il condensato di cui sopra venne prodotto per la prima volta nel 1995, nel laboratorio NIST-JILA dell’Università del Colorado, ed a produrlo fu Wolfgang Ketterle con i colleghi Eric Cornell e Carl Wieman mediante tecniche di raffreddamento laser usando un gas di rubidio che hanno permesso di portare gli atomi del gas di rubidio a circa 6×10−8 K. Per tale ragione i tre condivisero, nel 2001, il Nobel per la Fisica.
Tale condensato, sino ad allora solamente oggetto di teoria, venne ufficializzato accademicamente nel 1925 ed è noto come BEC, Bose-Einstein Condensate: è uno stato della materia ottenuto portando un insieme di bosoni ad una temperatura assolutamente prossima allo zero assoluto (0 K = -273,15° C). e lo stato di notevole ipotermia comporta che una frazione – variabile in funzione dei millisecondi di osservazione – delle particelle si portino ad uno stadio quantistico di energia inferiore. Notevole, fra gli altri, l’esperimento attuato nel 1993 presso l’Università di Innsbruck che dimostrò come fosse possibile costruire un modello acustico di buco nero, nel quale le onde sonore prendessero il posto della luce. Il buco nero acustico avrebbe dovuto esplodere in un impulso di fononi, analogamente ai buchi neri tradizionali che, secondo la teoria di Hawking, dovrebbero evaporare tramite la radiazione nota con il nome dello sicenziato stesso.
Lo stato della materia è denominato BEC perché fu, per la prima volta, ipotizzato nel 1925 da Albert Einstein e dal fisico indiano originario del Bengala Satyendra Nath Bose, figlio di un ingegnere della East India Railway e che, credo, non sprecasse tempo a berciare om e namasté.
Giocoforza breve e superficiale, questa è la storia del condensato, la cui natura ha portato a strutturare nuove dimensioni e configurazioni, prima impensabili, della materia. Vale a dire il cosiddetto quinto stato, distinto da quelli solido, liquido e gassoso, e dal plasma.
La nuova forma della materia è possibile, come indicato più sopra, solo a temperature prossime allo zero assoluto, ed è costituita da super-atomi che si comportano come onde invece che come particelle. Oggi questa forma è realtà, grazie all’esperimento CAL, Cold Atom Laboratory della NASA, nel quale sono stati utilizzati atomi di rubidio, attuato in orbita sulla ISS, International Space Station, la stazione spaziale internazionale frutto del progetto congiunto fra la russa MKC, la statunitense NASA, l’Agenzia Spaziale Europea ESA, la giapponese JAXA e la canadese CSA.
Aver prodotto tale materia nello spazio, dove il suo stato sopravvive più a lungo, consente una migliore osservazione finalizzata ad implicazioni pratiche quali, ad esempio, nuove tecnologie laser in grado di disegnare nanocircuiti, aprire nuove frontiere alla chirurgia e, purtroppo, anche alla tecnologia militare, realizzare computer “quantistici” dalle performances inimmaginabili e persino affinare ulteriormente lo stato dell’arte dell’Intelligenza Artificiale.
L’Agenzia Ansa, fra i tanti che rilanciarono la notizia, riferì che sulla Terra tale stato della materia può essere osservato solo per alcune frazioni di secondo mentre, in condizione di microgravità è invece possibile l’osservazione per la durata di circa 10 secondi, ripetendo le misurazioni fino a sei ore al giorno.
Come tutta la stampa generalista, la nota dell’Agenzia punta alla sensazione senza un sottostrato scientifico. Riportare la notizia correttamente avrebbe invece significato riferire che per la prima volta l’esperiemtno venne stato attuato nello spazio perché, nella realtà, esistono laboratori attrezzati per la simulazione della microgravità, dagli Stati Uniti alla Russia, all’olandese FOM, Fundamenteel Onderzoek der Materie presso il NWO, che non è quello caro ai complottisti ma il ben più serio e concreto Nederlandse Organisatie voor Wetenschappelijk Onderzoek.
Ma cosa c’entra questa specie di super-atomo con la ricerca alchemica? C’entra eccome, analogamente alla cosiddetta quinta dimensione elaborata nel 1919 dal matematico tedesco Theodor Eduard Kaluza come tentativo di unificazione del campo gravitazionale con quello elettromagnetico, descritto dalle equazioni di Maxwell, attraverso l’introduzione di una quinta dimensione spaziale in aggiunta alle quattro, tre spaziali e una temporale, previste dalla relatività generale.
Significa, detto in parole semplici, che tutto ciò che fanno alchimisti e sciamani, oltre che dalla forza della mente, da particolari poteri e (per chi ci crede) dall’intercessione divina, è regolato dalle leggi della Fisica.
Un ulteriore colpo inferto agli spioni del Sant’Uffizio, che fingono di essere scomparsi e sono invece più che mai attivi.
Lo so, siete curiosi e vi state chiedendo: ma cosa consentono di fare, esattamente, a sciamani ed alchimisti il quinto stato della materia e la quinta dimensione?
Cosa volete che ne sappia io? Chiedetelo a loro.

Alberto Cazzoli Steiner

Ufficio Risarcimenti Smarriti: vendicarsi, con amore

“La felicità non è una meta ma un modo di viaggiare” afferma un antico adagio, al quale può fare da degno corollario l’aforisma di James Twyman, lo scrittore noto con il nomignolo di apportatore di pace: “La differenza tra un religioso e uno spirituale è che il primo crede nell’inferno e il secondo c’è già stato; il religioso crede inoltre di essere nato nel peccato, mentre lo spirituale, nato puro vuole solo ritrovare quella perfezione originaria dimenticata e sepolta in lui.”Questo scritto, originato come sempre solo dalla mia esperienza concreta fatta di tentativi, vicoli ciechi, nuove sperimentazioni, è dedicato a chi vuole sviluppare cognizioni pratiche, lontane dall’ortodossia ufficiale della spiritualità e della meditazione ma con il pregio di essere efficaci come e ben più di quanto lo sia lanciarsi senza paracadute nel convincimento di non spiaccicarsi al suolo. Non è una battuta di spirito, e neppure una menzogna, ovviamente in senso figurato.
Vediamo un po’: inizio dalla vendetta o dall’invidia?
Direi dall’invidia, visto che la vendetta è un piatto che si serve freddo come il vitello tonnato. E in quello che preparo io, il vitello sotto la salsa tonnata non è sicuramente di seitan.
So già che la sola enunciazione del proverbio meglio fare invidia che pietà farà scattare il riflesso pavloviano del pregiudizio. È normale, voluto anzi da chi ha programmato le menti a coloro che ancora si ostinano a chiamarle i loro cuori invece che intelligenza emotiva.
Il loro grillo parlante interiore li avrà già esortati a non leggere queste sconcezze, sentenziando: “L’invidia è negativa, non bisogna essere invidiosi, è una regressione, conta solo il proprio percorso… l’hanno detto anche Moscio, Sparaallapanda, Madre Teresa di Cicuta.”
Pensieri indubitabilmente nobili. Però ora smettiamola di paracularci, perché tanto lo sappiamo benissimo che chiunque di noi ha provato invidia più di una volta nella vita.
Per quel bambino con il tal giocattolo o con il bel voto, l’amico adolescente con quella moto da cross o quella ragazza, il collega promosso, il conoscente con la macchina nuova, il tal personaggio famoso: avremmo voluto il suo giocattolo, la sua moto, la sua promozione, la sua auto. La sua vita, ma sempre e solo in riferimento alle esteriorità oggettive.
Come dite? Ad una persona che esprime gioia di vivere, amore e bellezza non può accadere? No, certo che no. Io lo sto solo scrivendo perché non ho un cazzo da fare.
Nel mio percorso di crescita personale ho appreso poche cose, ma una di queste è che reprimere l’istinto è inutile, dannoso e persino pericoloso.
Parafrasando il protagonista del film Wall Street potrei dire: “L’invidia è valida, è giusta, funziona, chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo.” Sto esagerando? Nemmeno per sogno: la questione, e come sempre parlo per quanto mi riguarda, non è se provare o meno invidia. Io sono stato invidioso di persone delle quali desideravo emulare i successi ma, osservandomi senza filtri, senza averne le qualità o senza impegnarmi assiduamente quanto loro.
Il punto è: cosa me ne faccio di questa invidia?
Posso lasciare che l’invidia mi divori da dentro, che mi trasformi in uno di quegli incattiviti dalla vita che vorrebbero solamente trascinare gli altri in basso, al loro infimo livello.
Oppure la ribalto, e utilizzo l’invidia come propellente per migliorare me stesso e raggiungere il livello delle persone che ammiro. Oltretutto, così facendo, potrei anche scoprire qualcosa di molto interessante, non solo che la lotta non è mai contro altri ma solo contro i nostri limiti e le nostre paure, ma anche di possedere qualità che ignoravo.
E allora auguriamoci di essere più invidiosi, ma soprattutto auguriamoci di usare questa invidia a favore della nostra crescita.
Ed ora passiamo alla vendetta.
Ma, prima di specificare che sto in realtà per parlare di giustizia, passatemi una nefandezza psicomagica: esiste, tra le ferite che vi bruciano nonostante siano trascorsi seimila anni, una stragnocca che non ve l’ha mollata?
Non negate: esiste. Anzi, ne esiste più di una. Ovviamente era una troia, per il fatto stesso che la dava a tutti fuorché a voi, atteggiandosi a strafiga e divetta e ritenendo per ciò stesso che tutto le fosse dovuto.
Bene, ora vi aiuto a far fuori questa ferita ed a passare oltre trasformando la stragnocca sorridente in un vampiro infernale.
Rilassatevi e, dopo aver pronunciato il fatidico Om, immaginate di dirle: “Credi di averla solo tu? Per quanto mi riguarda non te lo darei nemmeno incartato.”
Fatto? Bene, ora immaginatevi ciò che avrebbe potuto attendervi: persecuzioni, stalking, odio, maledizioni, insulti, mistificazioni di promesse mai fatte, amnesie di accordi presi e via enumerando.
Come dite, se funziona? Ma nemmeno per sogno, siamo seri.
Per quanto mi consta rimango a quanto mi disse la seguace di Osho: “Non capisco la tua indifferenza, e sì che di solito agli uomini faccio ben altro effetto.”
Replicai: “Forse a quelli che girano nel mondo di Osho, Ciccia.”
Morale? Nessuna, solo un modo per entrare in argomento.
Non sono un sostenitore delle teorie complottiste, ma di una cosa sono convinto, e parto da un dato storico, non nuovo per chi segue da tempo ciò che scrivo: le filosofie orientaleggianti invasero massicciamente il mondo occidentale con il loro progressivo corollario di paccottiglia, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, contestualmente all’istante in cui emersero i primi fermenti sociali che condussero alla contestazione, al Maggio Francese, al Sessantotto ed a tutti i cambiamenti che ne conseguirono.
Pensateci: non c’è di meglio, dal punto di vista della Razza Padrona, quella che sa bene come gestire il potere, che fornire alle plebi un cestino dell’asilo colmo di teorie buoniste, pacifiste, addirittura di guarigione a buon mercato per tenere sotto il tallone una sbaraccata di esseri che, illudendosi in tal modo di conseguire libertà, affrancamento, evoluzione, riconoscendosi tra simili si mettono di fatto nella condizione di non nuocere alle dinamiche reali del potere stesso e, oltretutto, in quella di essere identificati, censiti, schedati e controllati nei vari centri, ashram o qualsivoglia luoghi di aggregazione che frequentano sentendosi speciali e ben diversi rispetto ai comuni mortali inconsapevoli?
Non ci crederete ma è andata proprio così. È stato sufficiente trovare un filosofo ambizioso, intelligente, affabulatore, indifferibilmente indiano, e farlo diventare un guru.
Se poi si fosse allargato troppo – come effettivamente avvenne – dimenticandosi di essere un burattino nelle mani di CIA, KGB ed altre consimili organizzazioni all’uopo consorziatesi, lo si sarebbe ridimensionato, e se fosse stato proprio una capatosta lo si sarebbe tolto di mezzo. Facendone un martire, ma a quel punto chissenefrega… Il martirio sarebbe diventato merce buona per il marketing.
Le varie dottrine cosiddette filosofiche, ancora oggi seguite, propongono un modello buonista e pauperista, non violento e pacifista, tendente a lasciar andare, a non occuparsi delle sporcizie del mondo, a liberarsi dalla mente che mente. Ed a creare dipendenza.
Non ricordo chi lo disse: “San Francesco ha confuso le idee a molti.”
Ancora oggi, nelle scuole, nelle sacrestie, in certi movimenti e partiti politici si insegna un vuoto pacifismo per avere una massa di beoti tenuti in catene da una minoranza di potere, che divulga un pacifismo di facciata ma non si fa problemi a torturare e uccidere, per esempio nelle guerre cosiddette a bassa intensità, che, tanto, accadono lontano da noi e dagli spazi protetti dei nostri ashram cittadini.
Essere pacifici è un conto, ma il pacifismo è una malattia. E porta alla sottomissione, non importa da quanti blablabla di lamentela ed urli di impotenza sia condita. Ora poi, con internet e i social chiunque può affidare all’etere, vale a dire al nulla, i propri scagazzi di rancore e frustrazione.
Come sarebbe a dire cosa c’entra con la vendetta? Leggete bene ciò che ho scritto sin qui, e se non lo avete capito rileggete: scoprirete che tra l’essere pacifisti e l’essere pacifici passa la stessa differenza che c’è tra la vendetta e la giustizia.
Oggi come non mai assistiamo al lamento, al pianto greco perché qualcuno a livello familiare, di coppia, sociale, politico ci ha fatto un torto, non ci ha rispettato.
Piantiamola di lamentarci perché qualcuno ci ha fatto la bua, ma chiediamoci perché gli abbiamo permesso di farcela, e finiamola di dare la colpa ad un presunto esterno, di lamentarci per come è fatto il mondo: l’origine di tutti i nostri mali si trova dentro di noi.
Sforziamoci, ragionando con la nostra testa, di sottrarci all’educastrazione imperante, alla visione miserabile della vita che ci viene proposta da scuola, telegiornali, chiesa, famiglia, che intendono addestrarci alla ristrettezza, alla scarsità, alla paura di vivere.
Rieduchiamoci a una visione di prosperità, gioia e ricchezza. E rispetto per il nostro Spazio Sacro.
Ma per cambiare occorre coraggio, occorrono le palle, termine che scrivo di proposito poiché tanto inviso agli educaioli mistici, quelli che insegnano a sviluppare il femminile, ad accogliere, a gioire di ogni esperienza negativa perché ci consente di osservare. Creando una società di checche guardone.
“Ho rivalutato la mia situazione di merda ed ho scoperto una nuova visione di accoglienza e accettazione. Joy, joy, joy!” Joy stocazzo… Eccerto, fa più comodo grufolare nel trogolo invece che scegliere di vivere… magari bollando come esoteriche certe pratiche che sono solo di igiene mentale, spirituale, sessuale. E che significa poi “esoteriche”, in quella trista accezione?
Significa forse presumere di vivere nella luce ma, come costume di una certa disturbata imperiese che conobbi, concupire virtualmente dei fessi per poi sputtanarli pubblicando su Facebook lo screen dei messaggi scambiati via whatsapp?
Problemi da vendere lei ed imbecilli loro: sarebbe bastato guardare il profilo Fb della matta in questione. Chi si somiglia si piglia, namasté.
Non mi stupisco più di osservare continuamente come l’impegno concreto in campo sociale, politico, comunitario, oltre che per se stessi e per la coppia, venga dimenticato a favore di un intellettualismo sterile, il cui sfogatoio sono libri e internet, campi di meditazione e hopornoporno (grazie, scusa, si ti ho dato fuoco alla casa così impari a rompere i coglioni, ti amo), leggi di attrazione, pensieri positivi e minchiate varie in nome di un inconsapevolmente egoico lavoro sul sé, che fa sentire i praticanti da tastiera, tappetino o girotondo degli esseri speciali, e che nel migliore dei casi conduce all’affermazione: “Mi impegnerò in quella tal cosa quando avrò finito di lavorare su di me” o, ancora peggio: “L’unica azione giusta è quella che riguarda lo spirito. Impegnarsi nella società, nella politica, nel lavoro, in una relazione non tossica è completamente inutile.”
Concordo sulla politica, visti i modelli di democrazia drogata ad uso di cani e porci ormai introdottosi nel dna e di dittatura confezionata su misura per vigliacchi e delatori dopo averli adeguatamente torrefatti con il terrore del contagio.
La verità è che anche i meditatori (che mestiere fai? Il meditatore… ma vàa a dàa via i ciapp!) non spostano il culo dalla sedia – per non insozzarsi con la vile materia – e da quella comoda posizione pontificano affinché il mondo cambi, confidando ovviamente che siano gli altri a impegnarsi perché ciò accada.
C’è chi ci mette faccia, nome, soldi, tempo, sacrifici… e non appena sbaglia ecco subito le accuse per gli errori commessi e la pubblica gogna… pilotate da chi vuole eliminare dalla scena chi è scomodo, chi è fuori dal coro, chi pensa con la propria testa. E le folle neurotelevisive ci cascano sempre, con puntualità disarmante.
Siete arrivati a leggere fin qui: avete capito il perché di questa premessa al concetto di vendetta?
Si? Bene, proseguiamo. No? Che ve lo dico a fare…
Il bisogno di compensazione, anche in negativo, è ineluttabile in quanto insito nella natura umana. E non esiste dio, guru, apprendistato di meditazione che possano eluderlo, scioglierlo o esorcizzarlo. Deve essere soddisfatto.
Prendiamo per esempio il rapporto di coppia ed immaginiamo il tradimento. Annotazione personale: a parte casi di traditori e traditrici seriali, e chi ci si è messo insieme avrebbe dovuto pensarci prima, credo che non esistano persone tradite ma persone trascurate.
Esiste anche la dittatoriale pulsione a pretendere di mutare il partner ad uso e consumo delle proprie proiezioni, ubbie, paure e via enumerando.
Chi dovesse tentare di soffocare o superare la pulsione della cosiddetta vendetta, camuffandola da perdono o, peggio, da perdono ma non dimentico, metterebbe in serio pericolo il rapporto, oltre che il proprio stato di salute.
Esiste la possibilità di chiudere e non pensarci più – ipotesi a determinate condizioni molto salubre, ma che spesso naufraga di fronte alla mancanza di coraggio, alla pigrizia, alla convenienza – ma se si decide di proseguire attraverso il perdono sic et simpliciter il rapporto fra pari si trasformerebbe in un rapporto tra sottomesso e superiore. Sempre che non lo sia già.
Il risultato sarebbe simile alla situazione in cui uno eccede in amore verso l’altro offrendone più di quanto questi possa restituirne. Il vero perdono può essere solo reciproco, ad esempio quando entrambi rinunciano a ritornare su ciò che è stato, anche solo con il pensiero. Non raccontiamocela… Quante volte accade veramente? Quante volte invece si finge con se stessi di avere perdonato ma in realtà trascorrendo il tempo in un trip di controllo, sfiducia, stillicidio di vessazioni o ritorsioni verso il partner?
Piace vivere nel dolore, nella spazzatura, in una relazione non adulta e tossica? Libero arbitrio.
Esiste un modo, semplice ed efficace, per interrompere il circolo vizioso del ferirsi sempre più a vicenda. Consiste nell’infliggere all’altro un danno dello stesso genere ma di portata inferiore a quello patito. Vale a dire: la vittima si vendica, ma con amore.
Attuando tale modalità può accade che, improvvisamente, l’altro si meravigli, che entrambi si guardino negli occhi e ricordino l’amore di un tempo, che gli occhi inizino a luccicare e lo scambio positivo fra dare e prendere ricominci da capo.
Fino alla prossima volta? Dipende dai soggetti e da come abbiano deciso di vivere le proprie vite.
In ogni caso i partner potrebbero (sottolineo: potrebbero) essere diventati entrambi più rispettosi, ed il loro amore più profondo conseguentemente a tale compensazione.
Ma non intendo illudere ammannendo ipocriti misticismi: nel profondo dell’animo umano è annidato e radicato uno spirito di sopravvivenza che risale ai primordi, quando la vita della tribù dipendeva dall’annientamento di quella rivale. Nessuno dell’altra fazione doveva sopravvivere, salvo qualora occorressero degli schiavi.
Anche le guerre vengono condotte in questo modo: non bisogna solo sconfiggere il nemico o scongiurarne l’attacco per proteggersi, ma annientarlo fino all’ultimo membro.
Un esempio si trova nella Bibbia, quando dio ordina agli Israeliti che attaccano Canaan: “Uccideteli tutti, uomini, donne, bambini, e il bestiame come un olocausto per Geova.”
Esempi moderni? Pulizia etnica, shoah, stupri di massa, e mi fermo qui. La volontà di annientamento è dentro di noi, viene tenuta sotto controllo dallo stato di diritto, dall’ordine pubblico e dalla paura del castigo, ma non appena questi freni inibitori allentano le briglie o saltano la belva riprende il sopravvento. Lo abbiamo visto con il virus farloccus: delazioni, ingiurie, aggressioni.
La volontà di annientamento pervade anche le relazioni. Vogliamo provare a chiederci se e come si manifesta in noi e se ne siamo immuni? Bene, è sufficiente pensare a cosa ci accade quando qualcuno ci ha fatto del male, ci ha umiliati, ci ha fatto fare la figura degli imbecilli: subiamo rancorosi, sublimiamo, razionalizziamo, vogliamo fargli del male anche noi, vogliamo addirittura annientarlo?
Esiste chi per un’inezia o per una divergenza di opinioni augura addirittura la morte. La volontà di annientamento, ivi compreso l’autoannientamento, produce l’escalation di molte aggressioni fisiche nel rapporto di coppia. E piantiamola con la storia della vittima innocente, non sempre è così.
Ecco perché la rabbia va tirata fuori, in modo che non sia distruttiva e che non si trasformi in un distillato mortale.
Sul come farlo nella dinamica di coppia, ho sperimentato con successo alcuni percorsi, crudi come una sessione di lotta poiché si basano sul ricorso alle due pulsioni primordiali fondamentali: l’istinto di sopravvivenza e l’energia sessuale. Funzionano e tolgono le incrostazioni. Ma non sono praticabili da chiunque.

Alberto Cazzoli Steiner

Verità: manipolate, manipolate, qualche cosa resterà

Pour un Escoffier et un Monsieur Careme il y a des milliers de larbins sous les ordres d’une vieille femme colérique: per un Escoffier e un Monsieur Careme ci sono migliaia di sguatteri che prendono ordini da una vecchia rabbiosa.
Nel mondo della spiritualità e della sua aberrazione all’occidentale, la meditazione, esiste una linea dogmatica, propugnata rabbiosamente da sciacqualattughe altrimenti detti guru, che impone di escludere la contaminazione con gli agenti esterni della materialità e, tra questi, in particolare con la politica.Come se non lo sapessero persino gli ultimi seguaci di Osho, ormai meritevoli della stessa amorevole compassione oggi riservata ad un parente anziano un po’ svanito ed un tempo ai superstiti Cavalieri di Vittorio Veneto, che la negazione della politica è il miglior modo di fare politica: quella dell’astensionismo.
Nel maggio 1984, in occasione del Congresso del Partito Socialista tenutosi a Verona e che sancì la definitiva rottura tra socialisti e comunisti, Bettino Craxi affermò che mai si sarebbe associato ai fischi che bersagliarono Enrico Berlinguer, ma solo perché non sapeva fischiare. Per la stessa ragione, se fino al recente passato conservavo un minimo di ritegno nel definire questi personaggi, che amano meditare in ashram protetti come se fossero strutture per malati di Alzheimer, alla luce dei recenti accadimenti pandemici preferisco esprimermi senza peli sulla lingua, ed a chi non dovesse piacere la mia opinione porgo l’invito a rivolgere altrove le meditaiole attenzioni.
La maggior parte di chi si occupa di meditazione è complice dello status quo, della dittatura cattocomunista, per il fatto stesso che fa proprie esortazioni come lamentechemente ed altre puttanate, per il fatto stesso che è ecologista di maniera ma mediante l’avallo al lockdown si sta rendendo complice di un impressionante incremento di confezioni monouso in carta, plastica ed altri materiali e della conseguente messe di rifiuti da smaltire.
È complice per il fatto stesso che, avendo in odio la vita come si conviene agli osservanti e ben pasciuti intellettualoidi borghesi di sinistra, discetta di mascherine, distanziamento sociale e bambini: paratie per bambini, bambini sottratti alle famiglie in quanto presuntivamente contaminati, ed utilizzo degli stessi per trarne contributi, assistenzialismo, stupri, forse commercio di organi, avallando per questo misure repressive e persino vaccini di massa per ottenere un popolo di schiavi asserviti e di carne fresca.
Dal primo politico ladro all’ultimo dei peones utile idiota che gli tira la volata, a questi maledetti figli di puttana è stato permesso di intrufolarsi in ogni ambito della vita pubblica e delle sue emanazioni sociali e culturali: banche, scuole, trasporti, organismi di gestione del territorio, sanità pubblica e privata, fingendo gesuiticamente che quella privata costituisca un abominio ma fregandosi le mani per le diarie pandemiche da 1.500 euro fissate per degenze che non hanno avuto eguali in Europa.
Questi esseri sconci hanno in odio famiglia, sessualità, fisicità, differenziazione tra i sessi, affermando una visione europeista che serve loro per perpetuare gli affari più loschi, per vendere intere popolazioni una volta ridotte alla fame, per rendersi complici di ogni forma di land-grabbing.
Questi esseri immondi rifuggono il dialogo preferendo l’ingiuria, la derisione, la violenza non solo verbale, pronti ad atteggiarsi a vittime e dimostrando una paura fottuta di informarsi al di fuori dei canoni schematici, dei pensieri a prova di bambino di cinque anni che costituiscono i loro slogan.
Dormono il sonno della ragione e della morale, intesa come Codice d’Onore, millantando primariamente a se stessi di essere gli asceti che non sono, esortando gli altri al risveglio berciando di Luce ad ogni piè sospinto ed usando all’occorrenza, senza ritegno, per elevarsi e per sfruttarne vampirescamente l’energia, persone che davvero vivono e praticano nella Luce, che non è quella insegnata dal catechismo al quale sono aggrappati con le loro dicotomie in salsa spiritualbiobau puro>leggero>buono>spirito>alto>cielo contro impuro>greve>basso>peccato>materia>inferno ma a loro va bene così purché, come udii troppo spesso affermare nella bigottissima Monza, non si sappia in giro.
Ostentano profonda attrazione per tematiche spirituali, delle e nelle quali si fingono maestri avendo “praticato” con Riparalapanda piuttosto che con Deva Stata, ma il loro obiettivo, camuffato con nonchalance, è circoscritto a quella parte pratica che consente loro di togliersi e togliere le ragnatele dall’area genitale. Guru e seguaci: chi si somiglia si piglia.
Non parlano delle loro esperienze, preferendo triti sermoncini e frasi fatte. Sanno tutto, tranne una cosa: che le persone che vivono ed operano nella Luce non sono imbecilli, anche se a volte fanno di tutto per sembrarlo, allungando a costoro metri e metri di corda per offrire l’opportunità di una bella lezione. Che giungerà senza scampo, ma che non saranno loro ad impartire.
Namasté, e perepepè.
E veniamo a quel qui e ora chiamato oggi, nelle concrezioni dell’anima più fuligginose della Manchester della prima rivoluzione industriale, dove a mio avviso chi stigmatizza il cosiddetto complottismo non è che un opportunista pusillanime alieno alla verità ed alla giustizia, uno che pugnalerebbe alle spalle il fratello, se avesse il coraggio di impugnare una lama. Infatti è per tale ragione che questi infami incaricano altri del lavoro sporco: si trova sempre, in giro, qualcuno che ha un prezzo.
Oggi più che mai l’Occidente come lo conosciamo è l’emblema della rovina, del degrado, del disagio, della follia, della pochezza intellettuale e morale, dell’impotenza, dello spadroneggiare di pochi farabutti che stanno stringendo il cerchio per giungere a comandare miliardi di persone ridotte ad automi.
L’Occidente, inteso come Ovest, rappresenta invece per i soliti pochi (90/10, non dimentichiamolo mai) il raccoglimento che precede il letargo invernale, l’introspezione, la riflessione sulle esperienze della primavera e dell’estate trascorse, così come accade ogni anno nell’infinito rinnovarsi della sacra ruota della Vita.
I pochi che si occupano di alchimia e di studi antropologici non temono, anzi salutano con gioia questo momento di progressivo sfascio, poiché sanno bene come sia inevitabile: tutto dovrà corrodersi, imputridirsi, smembrarsi sino a scomparire lasciando una scia puteolente di carogne insepolte che nutriranno Madre Terra per donarle quell’alimento che le consentirà di rinascere purificata.
Qualcuno si è chiesto come mai in certe località dell’India, dove la gente vive ammassata in baracche ed il distanziamento sociale sarebbe solo un vuoto esercizio retorico, i contagi sono stati pochissimi?Allo stesso modo, credo, ben pochi saranno andati oltre la notiziola omogeneizzata delle scimmie che, assaltato il laboratorio perché mancando i turisti non avevano nulla da mangiare, si sarebbero nutrite delle fiale di sangue contaminato dal virus.
Le scimmie, come quelle che diffusero l’Aids. Le scimmie del nostro specchio primordiale, peccaminoso, imperfetto con i genitali, così simili ai nostri, impudicamente in piena vista.
Le scimmie che fanno sesso, un sesso che assomiglia molto, troppo, a quello umano, senza nascondersi.
Le scimmie che non sarebbero in grado di procurarsi il cibo da sole. Chi ci crede è un idiota, che consuma indebitamente risorse preziose: aria, acqua, cibo.
La cosa migliore che potrebbe fare sarebbe levarsi dai coglioni estinguendosi, contribuendo così a perpetuare quell’inevitabile ciclo stabilito dall’ordine cosmico, che oggi prevede l’avvento dell’oscurità affinché possa presto nascere la nuova era di ordine, prosperità e pace, destinata a durare fino a quando l’uomo, immemore del benessere e della prosperità ancestrali, non ricomincerà a comportarsi da imbecille e, refrattario all’ultima delle innumerevoli lezioni ricevute, non verrà finalmente spazzato dalla faccia della terra.
Una visione antropocentrica? Sissignori, una visione antropocentrica. Non solo: anche aliena da ipocrita buonismo. Problemi?
Comunque sia, è innegabile persino per il più superficiale degli osservatori come l’attuale sia un’era di menzogne, di insensata anarchia rivestita con i panni di un potere farsesco, da teatrino dei burattini che annovera tra le marionette finanza, politica, religione tutte a recitare un copione stantio, dal tanfo di bagole come i panni indossati dai vecchi, ridotto ad un guscio di noce nemmeno buono per farci una barchetta con lo stuzzicadenti, nel fastidioso sciabordio di parole morte, di anime di plastica che, a differenza di un bancomat, non possiedono nemmeno il microchip.
I ruoli maschile e femminile sono oggi la parodia di ciò che furono quando erano sacri, vivi, veri, sono il tessuto sfibrato di ciò che furono un tempo.
Chi credette e volle far credere ad un nuovo paradiso terrestre fatto di tecnologia e pashmine, di giaculatorie ed ecologismo di maniera al seguito delle mode del momento, delle abitudini alimentari per ricchi annoiati, ha in realtà disseminato il terreno di cluster, gli ordigni non progettati per uccidere ma per mutilare perché è più utile un popolo di invalidi rispetto ad uno di morti.
Nessuna autorità si è finora dimostrata carismatica e pura, degna di un disegno divino, degna di essere onorata con Riti ancestrali, in particolar modo ove incarnata da donne che nulla riflettono della trascorsa sacralità misterica, del potere sacro di quelle che furono le Donne loro antenate.
Vuoti simulacri che in quei pochi come me, custodi dello spirito dei tempi passati, suscitano solo disgusto, pur nella consapevolezza che la ricerca e la sperimentazione possono comportare dei compromessi. Ma ci sono dei limiti a tutto, ed oggi la massa ha perso le chiavi di casa, proprio perché le ha in mano ma o non le riconosce come tali, o non ha la minima idea di quali serrature aprano, o, come il proverbiale ubriaco della barzelletta, si aspetta che la terra, girando, gli porti davanti l’uscio di casa.
Intendiamoci, non sta accadendo nulla che non sia stato scritto, nulla che non promani da una laida decadenza figlia della sfiducia nella vita, figlia del pensiero che si trasforma inevitabilmente in azione, figlia di veleni distillati quotidianamente goccia a goccia, figlia del miserabile, arrogante, sentirsi speciali, saggi e sapienti tra una massa di stolti.
In tal modo l’unico divenire possibile è quello che prelude alla morte, ma la verità non è una busta di risotto ai porcini o ai tartufi della Scotti o della Knorr, non è fuori dal mondo, non è un’alternativa all’esistente. La verità è solo oltre le apparenze, e chi non vuole sottostare alla fatica che conduce alla sua visione si fotta.
La verità sgorga improvvisa come un torrente carsico sfuggente ad ogni tentativo di mappatura, che nel nostro caso si chiama manipolazione.
Chi segue i miei scritti sa come la penso circa il pensiero surrettiziamente omologante dei vari Schlieren Meistern, maestri ascesi, va da sé in ascensore: per chi non lo sapesse Schlieren è l’azienda svizzera leader nella progettazione e costruzione di ascensori.
Ribadisco, per necessità pratica, quanto affermato all’inizio di questo scritto, e cioè che costoro instillano in discepoli e seguaci il convincimento che il mondo debba essere lasciato fuori dalla porta, che occuparsi di questioni sociali costituisca un’inutile sovrastruttura egoica, che non si debba seguire lamentechemente, che si debba lasciar andare ogni forma di attaccamento e di materialità, ad esclusione di quella legata all’iban del maestro.
Questi farabutti che campano sul disagio di chi li segue sono i primi ad utilizzare tecniche manipolatorie, facendo il gioco di quel potere che, a chiacchiere, affermano di voler contrastare.
Fateci caso: non c’è setta, conventicola o dottrina filosofica che all’insegna del conformismo dell’anticonformismo non propugni la totale libertà di condurre una vita sregolata, finalizzata a contrastare il potere anche mediante l’uso di sostanze psicotrope tossiche per l’organismo. Ayahuasca, funghi allucinogeni, erbe vengono contrabbandati come mezzo per elevare percezioni e consapevolezza, favorendo stati alterati di coscienza, visioni e viaggi.
Completamente fasulli in quanto prodotti dalla sostanza e non dal soggetto.
Queste ed altre pratiche, giocando con serotonina ed altri neurotrasmettitori, non rendono le persone libere ma gravemente esposte alle manipolazioni, agevolando il compito di smorzare la capacità di raziocinio.
Ma, prima di addentrarci nell’argomento, un’annotazione tecnologica: nell’anno 2001 venne rilasciato il brevetto US6506148 (Ufficio Federale USA dei Brevetti: https://www.uspto.gov/ – copiare ed incollare il link).
relativo ad una tecnica di stimolazione del sistema nervoso umano attuata mediante un campo elettromagnetico che ha come recettore il corpo, in particolare veicolando onde tarate su frequenze dedicate, inoltrate fra quelle normalmente emesse da un comune schermo televisivo.
Il condizionale è d’obbligo: le onde elettromagnetiche favorirebbero l’innesco di un processo elettrochimico che consentirebbe di influenzare la mente di chi sta guardando il televisore/trasmettitore e di chi si trova nel raggio di un paio di metri.
Il sistema si baserebbe sulla variazione di pulsazione delle immagini (credo che con tale termine si intenda il refresh), e secondo alcune correnti di pensiero ciò spiegherebbe la ragione per cui, ignorando l’esistenza di tale forma di controllo mentale, la maggior parte degli esseri umani assimila, ripetendoli meccanicamente, concetti ed ordini appresi dal mezzo televisivo.
In tempi di pandemia ciò contribuirebbe a spiegare la prona obbedienza ai vari diktat che fanno leva sulla paura, concernenti l’autocarcerazione, l’indossare mascherine, l’abdicare al ben dell’intelletto credendo supinamente a qualsiasi puttanata venga ammannita dai guitti governativi.
Ebbi notizia di un meccanismo simile, anche se più rudimentale nel metodo, sperimentato durante la guerra in Bosnia su alcuni volontari. Costoro assistevano a trasmissioni televisive registrate, per esempio a quella, all’epoca molto in voga, condotta da Raffaella Carrà all’ora di pranzo, nelle quali venivano interposte fugacissime immagini che l’occhio non vedeva ma l’inconscio registrava. Si trattava di ordini ed inneschi per la loro esecuzione differita nel tempo, anche di mesi o anni, ed il tutto sarebbe avvenuto in un modo molto semplice: un giorno la televisione, o un tabellone luminoso eretto in una strada, avrebbe trasmesso un’immagine o un codice alfanumerico incasellati come ordine e il soggetto, obbedendo al riflesso condizionato, avrebbe posato la penna piuttosto che la lesena o la cazzuola e si sarebbe recato ad uccidere qualcuno, o ad uccidersi facendosi saltare in aria.
La versione ufficiale, dall’indubbio sapore di leggenda, afferma che il laboratorio dove si tenevano gli esperimenti, suggestivamente una chiesa sconsacrata, venne distrutto da un gruppo di incursori. Sarà…
Di passaggio: questo è il mio tredicesimo anno senza televisione.E veniamo quindi alla manipolazione come forma di esercizio di potere, modalità attuata sin dalla notte dei tempi da parte di chi lo detiene al fine di ottenere consenso, elemento fondamentale persino per le più bieche dittature.
In ogni epoca la manipolazione ha utilizzato ciò che la tecnica metteva a disposizione, ed oggi il ruolo strategico è assunto dai media e dai social, attraverso i quali vengono formate opinioni orientando credenze, pensieri ed atteggiamenti, nonché creati e risolti bisogni e problemi senza che apparentemente sussista una connessione con il potere.
Affermo da sempre come la democrazia rappresentativa sia una truffaldina farsa, una deresponsabilizzante delega in bianco regalata ad abili imbonitori.
Escluso il periodo medioevale con il suo corollario di streghe, stregoni ed eresie, superstizioni e terrori, l’uso massiccio della manipolazione coincise con la rivoluzione industriale, con le prime forme di aggregazione sindacale e con gli embrioni di democrazia rappresentativa che, affatto paradossalmente, crearono la necessità di manipolare le masse per indurle a compiere scelte politiche e sociali, oltre che a indurre il bisogno di acquistare beni e servizi che l’industrializzazione stessa iniziava a produrre in quantità sempre maggiori.
L’apoteosi, in tal senso, venne raggiunta alla fine della II Guerra Mondiale, quando le aziende statunitensi si ritrovarono i magazzini stipati e la necessità di riconvertire la produzione agli usi civili, in modo ancora più massiccio ed impellente rispetto al surplus del 72% registrato nel 1928, e che contribuì a dare la stura alla terribile crisi economica del 1929.
Pertanto le aziende dovettero produrre, ed i lavoratori percepire ottimi salari al fine di acquistare automobili, case, mobili, cibo, elettrodomestici, viaggi. Con estrema, ossessiva attenzione, un misto fra la spada di Damocle ed il Pendolo di Poe, si affermò ovunque che se il comunismo avesse prevalso, o si fosse anche solo infiltrato, la festa sarebbe finita. Ed ecco trovato il nemico.
Oggi come non mai le tecniche di manipolazione si sono raffinate e costituiscono il fondamento della comunicazione stessa, intesa come efficacissimo strumento di condizionamento che non lascia nessuno spazio ad un’informazione oggettiva.
Non c’è differenza tra i mezzi di comunicazione e le modalità manipolatorie tipiche delle sette: sono le medesime e si basano anzitutto sulla suggestionabilità, per indurre uno stato mentale favorevole al condizionamento.
Le idee, come recita il proverbio poche e ben confuse, devono essere manipolate per indirizzare i bisogni poiché la mente, recependo solo stereotipi, è facile preda della propaganda ed i media sanno non solo rappresentare ma anche creare la realtà, ed una delle principali condizioni favorevoli alla manipolazione è proprio la modifica delle credenze e delle certezze: per indurre ad acquistare fondi di investimento piuttosto che merendine a prova di asteroide, partiti politici o fedi religiose, è necessario indurre stimoli interessanti, piacevoli, giocosi e primordiali come quelli che potrebbero gratificare un bambino di sei mesi affinché la mente sia stimolata senza sosta e, una volta che sia distratta perché stremata dalla grandine di dati, dogmi, tabelle, slogan, la porta alla suggestione è spalancata.
Tale distrazione favorita dalla stanchezza, fisica, emotiva e mentale, oltre che dalla noia conseguente al bombardamento di nozioni ripetitive e completamente inutili, fa perdere di vista ciò che è veramente importante.
Un esempio: viene data ossessiva attenzione al fatto che le persone vestite di giallo costituiscano un pericolo per l’incolumità fisica mediante, stupri, aggressioni, rapine, virus.
Nel frattempo le persone vestite di rosso, con l’avallo di quelle vestite di blu che gestiscono l’informazione, varano norme che stabiliscono un prelievo fiscale dell’80% piuttosto che l’innalzamento della soglia dei veleni nel cibo.
L’unica forma di difesa possibile consiste nell’essere sempre vigili e centrati, come si suol dire sul pezzo.
Una persona attenta, provvista di un bagaglio culturale anche di base ma emotivamente lontana dai luoghi comuni è in grado, dopo un adeguato addestramento, di riconoscere le associazioni e le ripetizioni tipiche delle manovre tendenti a far accettare guerre, sempre giuste, leggi, sempre necessarie, piuttosto che tassazioni, etichettate con denominazioni false ma semanticamente e socialmente condivisibili: sicurezza collettiva, salute pubblica, lotta al terrorismo, guerre umanitarie e via enumerando.
Il concetto viene ripetuto ossessivamente, e se consideriamo che in queste settimane di pandemia farlocca ho visto gente con due televisori accesi ventiquattro ore al giorno, uno sintonizzato sulla Rai e l’altro su La7, possiamo immaginare la pervasività delle finte notizie e dei concetti espressi come se fossero fatti comprovati, pronti per essere assimilati e ripetuti a pappagallo.
Tutto ciò presuppone la necessaria individuazione di un nemico, sfogo della tensione generata dalla frustrazione e dall’impotenza, inevitabilmente destinate a indurre rabbia ed aggressività. Chi sa pilotare le emozioni sa bene quando frustrazione e rabbia sono al punto giusto di cottura e, come soluzione magica, crea un nemico: di volta in volta il terrorismo islamico, il migrante, lo zingaro, l’immondo virus, da combattere attraverso leggi ad hoc, va da sè restrittive, ed un partito politico forte in grado di dare sicurezza.
Ed il popolo bue del 90/10 è pronto ad adorare il nuovo Moloch che, portata al parossismo la strategia del martellamento con visioni di autocarri militari che trasportano cataste di morti piuttosto che incoscienti che corrono sulla spiaggia, titilla la paura ed il senso di impotenza estorcendo l’assenso a qualsiasi restrizione della libertà.
La strategia della creazione del problema per suscitare una reazione che porti all’attesa di una soluzione salvifica è vecchia come il teatrino dello sbirro buono e dello sbirro cattivo, e come quel teatrino funziona sempre.La più efficace risorsa per contrastare queste, ed altre manovre che non ho descritto perché ci sarebbe da riempirne un libro, risiede nel Potere Personale dato dalla capacità di raziocinio.
Esattamente quel raziocinio che bollato come lamentechemente viene combattuto dai vari guru e maestri, collusi con il sistema ancorché affermanti l’opposto.
Conoscere questi meccanismi e mettere in atto le necessarie difese costituisce una efficace protezione, sviluppando nel contempo una sorta di sesto senso che permette di sentire gli altri e le loro effettive intenzioni al di là delle attestazioni verbali.
Di passaggio: il potere laico e religioso blocca, inibisce, scoraggia, condanna l’esercizio di una fisicità libera, per non dire della sessualità.
Un esempio di questo blocco lo vedremo a settembre con l’installazione di gabbie di plastica nelle scuole, per separare fra loro i bambini, già costretti ad una innaturale immobilità.
Conoscere ed apprezzare fisicità e sessualità, conoscere il proprio corpo e le sue manifestazioni (una banalità: fino a non molti anni fa non comprendevo che, quando diventavo stanco, intollerante a tutto e incapace di concentrarmi, era il mio corpo che mi stava comunicando di avere sete) consente di recepire ed ascoltare segnali profondi.
Conoscere il proprio corpo significa anche evitare le trappole costituite dalle otturazioni dentali al mercurio e dai dentifrici ridondanti di sostanze tossiche piuttosto che dal cibo spazzatura, vera e propria bomba chimica a base di carne arricchita con farmaci, ormoni e prodotti trattati con coloranti, conservanti, aromi sintetici.
Le esche, sovente costituite da dolciumi, merendine, snack che appagano il bisogno di zucchero indotto dalla dipendenza, sono spesso destinate ai bambini, che crescono in tal modo malati, drogati, con un ridotto sviluppo sessuale e sviluppando un’incapacità endemica alla reazione.
Per ottenere l’affrancamento da ogni tipo di manipolazione è necessario un duro lavoro quotidiano su se stessi e sulle proprie motivazioni, ascoltando le proprie verità interiori, quelle che ricordano come e perché gli stimoli esterni risuonino in un modo piuttosto che in un altro, osservando con coraggio quando toccano nervi scoperti relativi a dolori, umiliazioni, soprusi patiti nel passato, anche remoto, e non risolti. La guarigione, spesso, non consiste nell’eliminare emozioni considerate negative od illusorie, ma saperle riconoscere quando si presentano.

Alberto Cazzoli Steiner

Dall’immondo virus il nuovo Rinascimento

Precisazione: il tema di questo scritto lo rende compatibile con la pubblicazione sia su La Fucina sia su CondiVivere.Dall’8 marzo a ieri, 26 maggio, ho avuto pochissime occasioni di misurarmi con i talebani della mascherina e del guanto.
La prima fu quando, all’ingresso di un supermercato, ricevetti l’applauso di un medico che, allorché illustrai alla guardia di porta il reale concetto di contaminazione traslandolo ai cervelli, disse: “Applauso al signore che ha detto quello che io, come medico, non posso permettermi di dire”.
La seconda fu quando … continua su https://cesec-condivivere.it/2020/05/27/dallimmondo-virus-il-nuovo-rinascimento/

ACS

Coronavirus: dal Malleus Maleficarum ai milites di Peppiniello

“Preghiamo Dio che non siano cercate prove in nessun caso, dal momento che è sufficiente fornire esempi che sono stati visti o ascoltati personalmente, o che sono accettati dalla parola di testimoni credibili.”
No, non si tratta dello sgrammaticato comma di un ennesimo decreto di Peppiniello che premia la delazione ma di un passo del Malleus Maleficarum, il trattato medioevale dedicato all’identificazione ed alla punizione delle streghe: partorito dalla fervida mente e, suppongo, dall’agile mano (citazione dall’Ifigonia1), dei monaci domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Kramer venne pubblicato per la prima volta nel 1487, ma già nel 1669, dopo che non meno di 60mila disgraziate erano già state orrendamente torturate e uccise in tutta Europa, vide la trentaseiesima edizione. Un best-seller.
Si, avete compreso perfettamente. Riportato ai giorni nostri, tutto ciò di cui avete bisogno per rovinare completamente la vostra vita: un vicino frustrato, ipocondriaco e paranoico che può accusarvi di ammaliarlo ovvero infettarlo. Da inchianare di mazzate e poi sopprimere.
Il Malleus consta di quasi quattrocento pagine e, studiandole, vi si scoprono innumerevoli aspetti curiosi.
Tra questi l’annotazione su coloro che, pur non essendo streghe o stregoni, contrastano con veemenza la parola di Dio: dal volgo bollati come pazzi sono in realtà posseduti, emanazioni demoniache per ciò stesso meritevoli di speciali attenzioni.
Ed ecco servito il TSO à la dominicain. Vi ricorda qualcosa?
Nell’ineffabile trattato viene però specificato come un uomo benedetto dai buoni angeli non possa essere preda di streghe e diavoli. Significa che i ministri del culto e tutti coloro che con fede usano gli oggetti sacri della chiesa sono protetti.
Ciò che valeva contro satanasso non vale evidentemente contro l’immondo virus, considerando che nelle chiese officianti e fedeli sono rigorosamente bardati con mascherine e guanti: “o fignofe io non fon degno di pattecipafe alla tua menfa ma dì foltanto una pafola e io fafò faffato”.
Perché sono arrivato fin qui? Ah, si, la notizia: Peppiniello ed i suoi pretoriani ne hanno pensata un’altra.
Schiereranno 60.000, sessantamila, tra disperati e fanatici cooptati mediante concorso. Costoro avranno il compito di far rispettare il distanziamento sociale. Lo riferisce, fra gli altri, il Sole 24Ore: Distanziamento sociale, arriva il bando per reclutare 60.000 assistenti civici.
A parte la consistenza, degna di un corpo di polizia2, degna di nota è la curiosa ricorrenza numerica: 60 milioni sono gli italilandesi, 600mila i clandestini … ops, migranti, regolarizzati grazie alla ministra piagnistea, 60mila i guardametro. Tre volte 6, come dire 666, il segno che affascina dal salumaio al notaio, dalla sciampista alla logopedista, praticanti in chiese sconsacrate, con orgia finale. Per chi ci crede e non sa una fava di alchimia.
Costoro avranno il compito di percorrere i luoghi della perversa aggregazione, della peccaminosa movida, dell’orrenda crapula badando a che il popolo mantenga la distanza regolamentare, chiamando all’occorrenza la forza pubblica.
Scrive in proposito Stefano D’Andrea, di 3 motivi per il NO:
“Il limite è superato, attenti alla guerra civile.
L’idea del governo di reclutare sessantamila assistenti civici che controllino il rispetto del distanziamento sociale è molto pericolosa.
Anzi non è pericolosa perché comporta non il rischio ma la certezza di innumerevoli episodi di grave violenza ai danni dei mentecatti che accetteranno questo penoso ruolo.
Se questa simil-influenza ormai curabile, che era rischiosa per gli anziani, prima che i medici clinici imparassero a trattarla, non se ne va via da sola a giugno, i dementi che ci governano potrebbero condurci a una piccola e veramente stupida guerra civile.”
D’Andrea è a parer mio ottimista circa la capacità di reazione degli zombie italilandesi, anche perché io ho un’idea su chi saranno costoro, sfigati pescati tra le fila dell’ortodossia militante cattocomunista e, attenzione, multietnica. Si, secondo me, a parte un nucleo di idioti con la sindrome dell’infame talebano provenienti da movimenti, sentinellume, associazionismo, rubedomerdaiolame vario, il grosso sarà costituito da quei bei negroni palestrati, molti dei quali con addestramento militare, che finalmente non vedremo più bighellonare per strade e piazze: dopo aver controllato e mappato il territorio nel loro apparente ciondolare sanno benissimo cosa fare, come farlo, dove farlo e chi andare a prendere. E gli italilandesi, ormai incapaci di reagire, prenderanno saccate di legnate.
Per quanto mi riguarda, posto che frequento luoghi ben differenti da quelli della movida – mi dispiace ma è 90/10 e se i guru vi hanno insegnato che siamo tutti fratelli e che giudicare è male significa che vi siete fatti mettere la merda nel cervello – non posso che consigliare a chi possieda un minimo di attributi nuovi paradigmi, per esempio per il riciclaggio del vetro, abbondante in forma di bottiglia nelle aree movidose.
Come dite, spaccare le bottiglie e tagliare la faccia ai guardametro? Ma siete impazziti? A parte che quelli vi prendono, cari fighetti, e vi rivoltano come calzini, non è etico, non è bio, non è multiculturale. E siccome siete un po’ agitati vi fanno pure il TSO. Namasté.

Alberto Cazzoli Steiner

1 – “La lingua sapiente e l’agile mano dan gioia e sollievo al duro banano.” – Ifigonia in Culide, Atto I, Sala del Trono, coro delle Vergini.
2 – l’organico della polizia di stato assomma 95.000 unità, i carabinieri sono 110.000 dopo l’inclusione del corpo forestale, la guardia di finanza conta 63.000 effettivi, la marina militare 30.000, l’aeronautica 40.000.

Cose da uomini: rivalutiamo il Maschile

Scrisse il Divin Marchese, ne Le Giornate di Sodoma: «Solamente il vizio può procurare all’uomo quella scossa morale e fisica fonte della più deliziosa voluttà.»
Concordo, con esclusione del concetto di vizio, che insieme con quello di peccato sarebbe bene privare del diritto di cittadinanza, lasciando finalmente spazio al libero fluire del Lato Oscuro, sede dei nostri talenti ancestrali e per tale ragione ritenuto estremamente pericoloso dal potere religioso, politico, sociale, finanziario.
E veniamo all’oggi: potremmo superficialmente indicare l’attuale scenario psico(patico)sociale come esito dell’immondo virus, ma sarebbe anestetica finzione, ennesimo tentativo di nascondere la testa nella sabbia lasciando allo scoperto le terga.
I prodromi datano in realtà da gran tempo e possono essere sintetizzati nella mascolinità perduta.
Non mi addentro nella pressoché infinita messe di esempi che appesantirebbero il testo, limitandomi a citare il fatto che, una volta aperti gli stabielli1 lunedì 4 corrente, ben pochi fra gli autoconsegnatisi si siano riversati nelle strade preferendo rimanere nelle confortanti penombre delle prigioni senza sbarre.
Il mio plauso va ai ragazzi milanesi che a Porta Venezia hanno danzato, ripresi e stigmatizzati dai tiggì oltre che pesantemente ingiuriati dai finestraioli, all’angolo fra le vie Panfilo Castaldi, medico e stampatore Veneto del XIV Secolo, e Alessandro Tadino, che la toponomastica insistente sull’area che fu del Lazzaretto celebra in quanto medico ai tempi della peste del 1630.Leggiamo spesso, e devo ammetterlo anche su questo foglio, di quanto per le donne sia necessario ritrovare il Femminile recuperandolo alla potenza dell’Era Ancestrale quando, vigente il culto della Dea, le dinamiche sociali erano improntate ad accoglienza e pace, all’unità invece che alla divisione ed alla distanza fra i sessi.
Parafrasando Flaiano: tutto vero, proprio perché tutto da dimostrare.
Fermi restando il grande rispetto ed il notevole interesse, legati anche alla sperimentazione alchemica, che annetto a tale ambito, credo sia giunta l’ora di rivalutare, anzi di ricostruire, il Maschile.Avvertenze per l’uso: ciò che scrivo si scontra, tanto per cambiare, con il putrescente marciume del colletto costituito dai dogmi della meditazione sinistropensante, quella cucita su misura per gli occidentali e che propugnando buonismo, politicamente corretto, villaggio globale ed ecologismo senza rispetto per chi sul territorio ci lavora ha disonorato il maschile, in primo luogo colpevolizzandolo attraverso la visione di madri iperprotettive e castratrici.
Eterno poppante cresciuto senza riferimenti forti, l’odierno adulto italilandese si è ritrovato femmineo, omologato e privo di consapevolezza, invischiato nel pensiero unico ed immemore dell’istinto vitale del combattimento e del richiamo naturale del branco.
Gli sono stati assegnati risicati spazi di manovra, finalizzati ad una esiziale condivisione scandita da gesti misurati, mai troppo fuori dagli schemi nel signum dei pugnetti contratti alzati al cielo che i media propongono in serial, filmati da telegiornale e talk-show, modelli di moderata isteria da recitare all’insorgere delle contrarietà.
A questo maschile destrutturato e sopraffatto dal dominio della tecnologia e dal materialismo dilagante, è rimasto un concetto di Eros da Uomini e Donne, e non è neppure il caso di parlargli di quello che, in arcaiche circostanze rituali nel nome delle sacralità radicate da valori perenni, potrebbe portarlo all’estatica, estrema, offerta di sé2.
Ed è anche per tali ragioni che va assolutamente rivalutato il concetto di branco, inteso come comunità con rimandi solidali e codici d’onore, esattamente quelli perduti e che sarebbe quanto mai utile ritrovare nelle attuali condizioni, non tanto e non solo per l’oggi, quanto per il domani che ci attende, in quel Medioevo non più prossimo venturo ma già quotidiana realtà nella quale c’è ormai spazio solo per Uomini in grado di compiere scelte, combattere e sacrificarsi.
Come ebbi già modo di scrivere, l’alternativa all’eclissi del maschio è la Via del Guerriero, intesa come cammino per forgiare l’Uomo Nuovo: vero, comunitario nel proprio ambito territoriale e selvaggio fautore di una rinascita spirituale, tradizionale e virile capace di restituire un destino alla stirpe.
Solo in questo modo il Maschile ed il Femminile possono riunificarsi all’insegna del Sacro, riconoscimento di energia trascendente e magia sessuale che conducono a ripristinare, rafforzandole, le difese della razza, ivi comprese quelle immunitarie, assolutamente carenti in questi giorni dilaniati dal trionfo della paura veicolata da un’informazione ossessiva, ridondante, terroristica che contribuisce ad ingenerare dinamiche malate, virali, perniciose, disgreganti come le fecondazioni in vitro senza motivazioni sanitarie o schiavizzanti come l’affitto di uteri offerti da poveracce per qualche soldo.
È tempo di Uomini sovrani e di un’approfondita riflessione esistenziale.
La spiritualità, la conoscenza di sé e, va detto, la parte sana della meditazione, non iintendono affatto formare acefali esserini tremanti ed acritici: è sufficiente osservare le vicende tibetane o quelle della comunità sufi per sincerarsene.
Si, avete capito benissimo: quello che sto propugnandom è un concetto di Destra. Quella Destra della nuova generazione, che non celebra buffoni al balcone o pulizie etniche ma che nel proprio sentire promuove il senso di un sovranismo integrale mediante ragionamenti, provocazioni, rielaborazioni notevolmente discoste dal concetto dell’uomo-folla caro a Gustave Le Bon, versione postmoderna dell‘ uomo-massa.
Uomini, e clan, decisamente, inequivocabilmente antagonisti.
Certamente, da qualche parte bisogna pur cominciare. E la mia proposta è tra le più semplici che si possano immaginare: l’inizio è l’incontro, anzi il Cerchio.
Ci si riunisce in piccoli gruppi, non nella modalità simpsoniana garantita dalla virtualità di Skype, Zoom e consimilia ma in quella del bosco, nella pausa del percorso per riqualificare l’estrema periferia urbana, il capannone dismesso, il borgo abbandonato: seduti in cerchio nel buio o attorno al fuoco, parte stessa della Notte, indossando tessuti, monili e colori, ivi compresi quelli dipinti sul volto, atti a conferire un senso di appartenenza.
E ci si racconta a turno, impugnando il Bastone della Parola. Ci si apre nel rispetto di sé e degli altri, si condivide, si progetta. Si cucina e si mangia ciò che si è raccolto, cacciato o pescato.
Troppo semplice? Venghino siori: abbiamo anche corsi di sopravvivenza nei boschi abruzzesi e valtellinesi, forniamo giacigli a chi vuole dormire in una buca scavata nella neve, materiale ed attrezzi a chi è in grado di costruire il proprio coltello, materia prima a chi si sente capace di scuoiare un animale conciandone la pelle per ricavarne capi di abbigliamento.
Qualunque sia il mezzo, lo scopo è quello di ricreare un Uomo sovrano che restauri in sé il senso di integrità, ritrovando la coscienza delle ragioni per vivere e per morire.
Un Uomo che recuperi la relazione con la comunità, con l’arte del fare e con le sue regole, con il senso del Sacro in modo da divenire protagonista del proprio destino e non più un vuoto a perdere emotivo comandato per stereotipi.
Risulta perciò fondamentale riaffermare una filosofia arcaica che prenda corpo da visioni spirituali archetipiche, rese possibili dal ritrovato addestramento allo sforzo spirituale in grado di contrastare efficacemente il lasso individualismo postmoderno anche come antidoto alla diffusa psicosi.
Nosce te ipsum, e sappi morire all’occorrenza poiché hai trovato in te le ragioni per vivere.
Non pretendo di avere in tasca soluzioni salvifiche o rassicuranti, voglio solo scuotere le anime incitando a riflessioni che travalichino luoghi comuni ed inutili mantra, conducendo a ripensare il nostro esistere in quanto parte Maschile, in quanto parte della Comunità, con tutte le responsabilità che ciò comporta: sul cibo e sul territorio, sulle donne e sulle Antiche Madri, sui bambini e sugli anziani.
E concludo affermando che solo da questa rinnovata forza, solo da questo Maschile risanato e purificato può scaturire la possibilità di sostenere ed aiutare il Femminile violato, vilipeso, mortificato offeso. All’insegna di orgasmiche complicità, di ritrovati sorrisi, di consapevoli sostegni reciproci tra Guerriere e Guerrieri.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Stabiello è un termine tipicamente lombardo che indica la porcilaia
2 – Un esempio fra i tanti possibili: la danza del sole pertinente ai riti di passaggio degli Indiani d’America

La fortuna non è un regalo

Nel giugno 2015 ricorreva il diciannovesimo anniversario del mio percorso di conoscenza intrapreso non più in via occasionale e scandito da letture sia inutili sia illuminanti, incontri con persone stupende e con veri e propri esaltati, viaggi in luoghi particolari ed anche nell’Altrove, all’inizio opportunamente accompagnato. Cantonate, vicoli ciechi ed improvvise illuminazioni, esperimenti da scienziato pazzo (alcuni dai risvolti tragicomici) ed esperienze profondissime non si contano, e tutte hanno lasciato un segno.Decisi quindi di aprire il blog La Fucina dell’Anima per parlare di consapevolezza e risveglio: non mi ritenevo ancora pronto per pronunciare le parole alchimia e sciamanesimo.
Sin dall’inizio scelsi di pubblicare scritti che riferissero esclusivamente delle mie esperienze dirette, spesso fuori dal coro dell’ortodossia militante e lontane anni luce dai ritmi ipercinesici, bulimici e superficiali del web, poiché scritti per essere letti e approfonditi.
La fortuna non è un regalo: chi mi conosce sa che pronuncio questa frase da decenni, unitamente al rapporto di più recente conio, 90/10, e chi non mi conosce non si annoierà di certo a leggerla per la prima volta. Se così fosse, può sempre andare a leggere altro.
La formulai interiorizzandola dopo un lungo percorso di sperimentazione, in parte compiuto grazie agli insegnamenti di un’anziana donna che banalmente potrei definire strega.
Una donna che non leggeva Aïvanhov, Gurdjieff, Osho e via enumerando, semplicemente perché non leggeva libri. Non che fosse ignorante o analfabeta, intendiamoci, molto più semplicemente, come il bandolero stanco di Vecchioni che non assaltava treni perché non ne passavan mai e non rapinava banche perché le banche eran le sue, viveva ai margini di un villaggio di montagna paga di possedere l’universo.
Raccoglieva bacche, erbe, fiori, radici per farne unguenti, pozioni e decotti, badando alle sue bestie e alla sua casa, senza grilli curanderi per la testa e senza atteggiarsi.
Una donna alla quale la gente del posto ricorreva, spesso implorando quando ne aveva bisogno, salvo fingere di non conoscerla se la incontrava in paese. Ma ella non se ne crucciava: “Fai del bene scordatene, fai del male pensaci” diceva spesso.
Quando c’era bisogno di lei, senza tante cerimonie, senza suonare tamburi e senza indossare abiti di scena, lei c’era. Utilizzando con semplicità quel che aveva a disposizione, vale a dire oggetti e strumenti pertinenti alla natura ed alla quotidianità di un mondo rurale. E i risultati non mancavano.
Quella donna era in profonda comunione con la natura, con il vento, la pioggia, gli alberi, gli animali del bosco. Portava rispetto persino al più minuscolo filo d’erba. E sentiva. Sentiva la propria Potenza interiore che sapeva riconoscere, accogliere ed amare con rispetto, una Potenza che aveva imparato ad utilizzare e governare: proveniva dalla sua energia ancestrale, quella che tutti noi possediamo, annidata nella nostra più recondita natura primordiale ma che secoli, per non dire millenni, di convenzioni, costrizioni, ignoranza, terrore e sensi di colpa sono riusciti ad estirpare dalla nostra memoria dei primordi.
Ora quella donna non c’è più. Una volta stabilito che ero pronto per camminare da solo ed avere ringiovanito le cellule del proprio corpo di almeno trent’anni (si, avete letto bene) se ne è andata. Dove sia non ne ho idea, non l’ho più incontrata, neppure durante uno dei miei viaggi nell’Altrove.
La fortuna non è un regalo, dunque. Ma si può costruire.
Ad una condizione: che quando siamo sulla cima di una collina dalla quale possiamo osservare il cammino percorso non ci facciamo prendere da inutile vanagloria per ciò che crediamo di essere diventati, ma ci voltiamo e guardiamo alla strada che ancora ci aspetta, trovando in noi il coraggio e l’umiltà di percorrerla. Non ci obbliga nessuno, possiamo anche fermarci dove siamo arrivati. Libero arbitrio.
Ma qualunque sia la strada, se decidiamo di percorrerla, è bene che diventiamo consapevoli, e alla svelta, che non dovremo pretendere nessuna spalla su cui piangere, e neppure di attribuire colpe o responsabilità a chicchessia.
Incontreremo compagni di viaggio di ogni risma, alcuni saranno decisamente interessanti e ciascuno servirà a farci comprendere qualcosa. Ma ad un certo punto ci separeremo da loro senza attaccamenti o rimpianti, solo con gratitudine per ciò che avremo condiviso, insegnato e appreso.
Noi siamo Tutto e siamo dio, basta volerlo. Ma non sono sufficienti il pensiero positivo, la legge dell’attrazione, i rituali di tendenza o l’affidarci a qualche guru, maestro o illuminato. L’unico maestro possibile siamo noi, e la ricetta prevede anche ingredienti sbagliati e velenosi, e non è detto che faremmo il nostro bene evitandoli.
Ho impiegato cinque anni per trasformare il blog, forte di 238 articoli, nell’attuale sito e l’intento è sempre quello: comunicare ed incontrare nuovi compagni di viaggio con i quali condividere studi e sperimentazioni basate primariamente sull’energia del nostro corpo. Quel corpo che nel tempo antico fu onorato come sacro, ma che da millenni è costretto e ristretto, appiattito e violato nelle sue potenzialità, frustrato da chi ben sapeva e sa quale Potere sia insito in noi, nel nostro respiro, nel nostro sangue, nella nostra sessualità, nelle nostre emissioni, nei liquidi dai quali siamo costituiti almeno per il 70 per cento e che subiscono gli stessi influssi che regolano le maree, nella libera espressione delle emozioni, comprese quelle cosiddette censurabili o esecrabili, nella capacità di dire di no.
Responsabile di tutto questo un’unica entità, che pur assumendo nomi e fattezze differenti nel dipanarsi del tempo, ha in realtà un solo vero nome: potere. Finanziario, religioso, politico, da sempre si avvale di infiltrati che fanno credere di essere portatori di una visione contrastante e libera, di emancipazione ed affrancamento, amore e verità. Non è vero: il loro compito consiste nel sistemare il gregge recalcitrante da un’altra parte, facendogli credere di essere libero e intanto facendo in modo che sia controllato meglio e più di quanto non sarebbe possibile fare con terrore, ferro e fuoco.
Nulla è meglio che credersi liberi, ma se si è in gruppo e si è assoggettati a rituali, siano essi anche solo uno stucchevole abbraccio o l’alzare le braccia vestiti tutti del medesimo colore invocando il nome del maestro di turno, non si è liberi. Si è in un gregge di schiavi, in una setta.
L’apertura di questo sito mi ricorda quella del blog che lo precedette: non ho idea di cosa scriverò, ma so con certezza cosa non scriverò. Non scriverò fervorini, frasette edificanti, non scriverò di amore e pace, del marziano che ci dà una mano, di new age, di sequenze numeriche o di grazie-prego-tihobuttatolachiavedellamacchinaneltombino-scusa-tiamo.
Anzi, spesso scriverò esattamente il contrario di ciò che spiritualità, meditazione, varie scuole ci hanno imbonito nell’ultimo cinquantennio, a cominciare dal fatto che la mente mente e che bisogna praticare l’amore universale altrimenti la vibra non vibra e l’energia non fluisce. Chi vuol esser servo sia, namasté e perepepè.
Ogni giorno sorge un nuovo movimento, una nuova corrente, un nuovo guru, una newage ancora più new, la nuovissima meditazione afrohawaiafinlandese, a dimostrazione che tutti offrono la verità e che tutti, nell’incertezza e senza collegare la spina del raziocinio, diventano ipercinesici e bulimici ricercatori… del nulla.
E a dimostrazione che le persone non hanno ancora capito che i guru son passati di moda, oltre che di cottura, nessuno vuole comprendere che la verità possiede in sè una grande Verità: non esiste.
Soprattutto non esiste quella camuffata da illuminazione, guarigione (e non è un caso che la maggior parte delle congreghe proponga la guarigione), fratellanza e amore condita da un naturismo di maniera.
Così come non cerco adepti, clienti o proseliti, meno ancora cerco accettazione o consenso perché, semplicemente, non me ne può fregar di meno: il mio percorso è stato per decenni un percorso di solitudine, e non ho nessuna intenzione di mettere in piazza quel poco o tanto che so a beneficio di esseri che, perché partecipano a un corso, seminario, gruppo, campo o come lo vogliamo chiamare, credono – soprattutto perché hanno pagato, e spesso fior di quattrini – di aver diritto a consapevolezza, guarigione, amore e la patente di alchimista o sciamano.
Ma quando mai?
Perciò io scrivo primariamente per me stesso, poiché anche scrivere comporta mettere in circolo energia. E se poi incontrerò chi vorrà condividere ne sarò felice, altrimenti fa lo stesso.
Condividere, per me, non significa scambiare massime edificanti o perder tempo in una chat ma prendere, dare e fare, e non di rado si tratta di un fare non agevole, fuori da schemi e luoghi confortevoli, dove è condizione indispensabile il lasciar andare ogni convincimento comune, ogni parametro noto, ogni restrizione, ogni giudizio, ogni credo mediato da questa o quella scuola.
Qualunque cosa abbia sinora letto, fatto o appreso chi desidera condividere con me è bene cha la dimentichi. Non sono portatore di verità, ma sono un fiero sostenitore della mia integrità e della mia individualità. Pulsione egoica? Certamente, perché io esisto e, parafrasando una vecchia pubblicità, perché io valgo.
Lo attesta il fatto che ho visto, inflitto, subito e compreso dolori atroci, sputato sangue, vissuto l’abbondanza e la miseria, sono andato a mio rischio oltre l’umana dimensione delle apparenze e della confortevolezza.
Insomma, ho visto cose che voi umani… il mio codice d’onore, i miei valori non sono quelli normalmente ammessi e non ho nessuna voglia di confondermi né di perder tempo con le pratiche del tal maestro o del tal illuminato. So di sapere quello che so, so che funziona, so che mi piace e se non è la verità assoluta chissenefrega. Senza inutile falsa e ipocrita modestia.
Del resto, se non si fosse ancora capito, io qui fra le righe parlo di risveglio. E il risveglio non è né morale, né spirituale. Semplicemente o è o non è.
Qualcuno, arrivato a leggere fin qui (e che ringrazio per la costanza), potrà domandarmi: si, ma alla fine che fai? Bella domanda. La risposta è che non c’è una risposta. Nel senso che non esiste un copione da recitare, ogni volta è unica e irripetibile, non esistono certezze su cui lavorare in un ambiente protetto. Protetto da che? La vita, quella vera, è senza rete, non filtrata dalla stucchevole amorevolezza di un ashram. E infatti chi si accosta a certi santoni non li molla più, a riprova del fatto che ha innescato un processo di dipendenza che tutto fa, fuorché far crescere.
Questa è la mia opinione, e non mi interessa spendere energie per discuterla. Accolgo chi la condivide e onoro del mio rispetto chi la pensa diversamente. Ma ciascuno per la propria strada.
L’ipotetico lettore, o lettrice, potrà sicuramente avere in serbo anche una seconda, inevitabile, domanda: e che cosa si ottiene? Qui la risposta c’è: niente.
Nel senso che non si “ottiene” nulla che non esista già dentro di noi. Si tratta solo di portarlo alla superficie levandolo dalle scorie morali, comportamentali, eucative, sociali che lo incrostano e di dargli una bella lavata con la nafta come si fa nelle officine con i telai di autocarri e rimorchi, osservarlo, accoglierlo e usarlo consapevolmente quando e dove necessario. Senza fremiti puritani o sensi di colpa.
In realtà, conoscendo una volta per tutte chi siamo, otterremmo anzitutto benessere psicofisico, ridurremmo drasticamente le somatizzazioni e rafforzeremmo le difese immunitarie. Otterremmo persino un ringiovanimento cellulare, che può anche essere molto sensibile, senza che sia necessario diventare ortoressici o scegliere regimi alimentari faticosi e di dubbia efficacia, magari paludati da sostenibilità o antispecismo. Smetteremmo di accordare interesse a falsi problemi creati apposta per far vivere nella paura, smetteremmo di dedicare attenzione ed energia a cose inutili, a ridicoli totem qual è, giusto per fare un esempio, la politica e smetteremmo di fingere di essere vivi.
E impareremmo a indossare delle maschere, non più nel timore di non sapere chi siamo o di non essere accettati, ma semplicemente perché ci fa comodo nel tal momento o nella tale situazione.
Dettaglio non trascurabile: attraverso stati alterati di coscienza, visioni e veri e propri viaggi andremo nell’Altrove. Nulla che sia indotto da sostanze, che aborro, ma solo dalla nostra potentissima energia sapientemente utilizzata e convogliata. Andremo consapevolmente e senza tante cerimonie in un Altrove che già esiste accanto e dentro di noi ma che non riusciamo a percepire. Attenzione: quell’Altrove non è quello dei Puffi o della Disney, fatto di fiorellini, farfalle e pelosini guida che ci coccolano e ci scortano. Le situazioni si configurano funzionalmente a cosa abbiamo da buttare o da esprimere, a cosa dobbiamo cercare o fare, per chi e in quale contesto.
Per tale ragione è necessario essere preparati ad incontri che potrebbero anche essere orrendi: sono quelli con i nostri mostri interiori.
E infine avremmo modo di conoscere ed utilizzare il Potere fornitoci, spesso nelle cose più impensate e banali, dalla Natura.
Questo percorso può consentirci di avere delle profonde comprensioni e di compiere delle azioni, addirittura di modificare situazioni a beneficio nostro o altrui. Come, dove, quando? Avremo modo di scoprirlo, se faremo un tratto di cammino insieme.
Ma in nessun modo si parlerà di guarigione: per quella ci sono i medici, e per chi vuole osservare le ferite c’è l’astanteria del pronto soccorso il sabato notte.
E per adesso mi sono dilungato sin troppo. Grazie a chi vorrà seguire ciò che scriverò.

Alberto Cazzoli Steiner