Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La Medicina è finita, andate in pace

Hanno permesso al più miserabile degli elettricisti di abbassare il sezionatore, privandoli di ogni stimolo e rendendoli tanto rabbiosi eppure spenti, infantilizzati e considerati alla stregua di minorati mentali: questo sono diventati gli italilandesi che, valicato il punto di non ritorno nell’identificazione con due vermi cinematografici: il Villaggio Fantozzi ed il portaborse Moretti, si addentrano in un 2021 caratterizzato da sempre maggiori divieti ed obblighi che si contraddicono vicendevolmente affinché tutto si compia.Noi che percorriamo il cammino alchemico della Conoscenza non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo fare altro che osservare distanti questa tragica favola, questa profezia che autoavverandosi sotto i nostri occhi consolida la propria suggestione narrativa sulle reazioni scomposte di una collettività ormai mentalmente involuta nel trionfo della nullità.
Li avevano cresciuti all’insegna della furbizia, del motto più sei falso e più sei apprezzato, perché più sei lecchino più puoi affermarti. Servi, blended since 1861.
Loro, i veri complottisti che tramavano nell’ombra di stalle e cucine, non contro un padrone arrogante e tiranno bensì contro altri servi, e non importava quanto figlio di puttana fosse il dominus, né chi fosse. Anzi: più era stronzo più era amato e più c’era la possibilità di guadagnare servendolo ed assecondandone ogni desiderio, compresi i più perversi, crudeli e disumani.
Qualità, merito, talento sono stati vilipesi e repressi in favore di un abominio costituito da falsità, incapacità, inettitudine nel segno di quanto di più osceno e orripilante potesse essere infuso nelle persone, specialmente grazie ad un mezzo formidabile: la televisione, quel totem che oltre al terrore per l’immondo virus impone modelli a volgarissimi sottoacculturati urlanti che, invasati, gettano nel cesso l’ultimo barlume di dignità esibendosi nei modi più sguaiati ed insulsi pur di alimentare il proprio protagonismo nella speranza di assurgere per un istante ad icone di riferimento di una massa sempre più stracciona ed ignorante.
E, fateci caso: oggi, tra le icone di riferimento, spiccano i medici.
Assurti ad un ruolo salvifico e definiti eroi, sono ormai percepiti dal popolo delle maccheine come i gran sacerdoti di un culto che si esplica in chiese chiamate ospedali.
Mezzi di comunicazione, social, brani di conversazioni colti per strada lasciano intendere come, mai come oggi, l’intera organizzazione sanitaria sembri progettata per riflettere una fede religiosa provvista di propri sistemi di credenze, dogmi, regole lessicali, martiri, santi e beati.
Il culto sanitario destinato a salvare dall’immondo virus prevede anzitutto un peccato originale, nel caso in esame coincidente con un sistema immunitario che, indebolito, predispone alla possessione demoniaca, la malattia, che verrà mondata dal lavacro delle acque battesimali, il vaccino.
Il medico indossa una veste bianca, che similmente ad altri ministri di culto lo identifica come il sommo sacerdote, coadiuvato da suore e preti, il personale infermieristico, che lo aiuta ad assistere i membri della congregazione, i pazienti, quando si ammalano perché posseduti da microbi malvagi, non di rado attivati dai peccati commessi. HIV docet.
E non solo i pazienti membri della congregazione non mettono in dubbio protocolli e tecniche, ovvero dogmi e rituali di guarigione adottati dai medici ministri del culto, ma chi osasse dubitare delle intenzioni, dell’integrità o delle modalità dei medici ministri del culto e dei loro assistenti verrebbe considerato un demoniaco deviante, posseduto, pazzo.
Non è inoltre certamente per caso che, in tutto il mondo, ospedali e luoghi di cura abbiano tratto dalla religione la propria denominazione: Mount Sinai, San Raffaele, San Giuseppe, Santa Rita dove asportavano polmoni sani pur di fare cassa; in Toscana la più estesa organizzazione dedita al soccorso è la Misericordia, a Milano tra le ambulanze annoveriamo Maria Bambina, San Carlo (chiusa per mafia) e Azzurra di San Giorgio. L’elenco potrebbe continuare sotto gli ampi stendardi offerti dalle case farmaceutiche affinché il popolo creda nel valore della loro medicina, investendovi fede cieca e non raziocinio, cosa del resto impossibile a meno che non si conoscano i meccanismi anatomopatologici, biochimici, fisiologici che presiedono all’insorgenza delle malattie ed alle relative cure. E chi sa tace, o perché zittito o perché desideroso di uno spazio nel trogolo.
Resta il fatto che, tra le evidenze, abbiamo innumerevoli esseri sempre malati senza che ne conoscano nemmeno la ragione ed intanto la religione medica, vietata agli spiriti critici, evita le domande importanti, quelle che da anni attendono risposta ma vengono sistematicamente ignorate. Mentre sempre più spazio viene lasciato ai proclami ed alle raccolte di fondi in nome di una ricerca che sconfiggerà malattie future che, in realtà, nessuno intende eliminare poiché fanno troppo comodo al fatturato.
Molta, moltissima, troppa acqua è passata sotto i ponti da quando la medicina era fitoterapia, era conoscenza dei cicli della natura, era potere della Luna Rossa, era appannaggio di stregoni e donne di medicina che vivevano ai margini del villaggio e non si sognavano di fare le star.

Alberto Cazzoli Steiner

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner

Coppia sacra: niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così

Mala tempora currunt: è di questi giorni la notizia che la Suprema Corte ha annullato la condanna per evasione inflitta nei precedenti gradi di giudizio ad un detenuto, allontanatosi dai domiciliari perché recatosi dai carabinieri per farsi ricondurre in carcere poiché non più in grado di sostenere il clima venutosi a creare con la consorte. Non è la prima volta che accade fra i condannati affidati a misure alternative e costretti a condividere gli spazi domestici con consorti con le quali non vi è più nulla da dire.
Esattamente come accade nei domiciliari forzati ai quali gli italilandesi si sottomettono in ossequio a ordinanze di dubbia legittimità che sfruttano la paura di morire, in ragione della quale gran parte delle persone ha scelto di non vivere, in un limbo di solitudine interiore intesa come via di salvezza, non solo dall’immondo virus ma anche da altri spietati patogeni, compresi quelli che presiedono ad una relazione a due giunta al punto di non ritorno.La nostra relazione di coppia ci crea disagio? Camminare come acrobati sul filo di compromessi e paure, insicurezze ed aspettative, adattamenti e plagi, controlli e menzogne, tradimenti e, ancora peggio, favolette narcisistiche per l’autoassoluzione non solo non costituisce un rimedio, ma potrebbe anzi costituire la scaturigine di somatizzazioni anche gravi.
La soluzione però esiste, e non risiede nel ridursi da soli affermando che lo si è felicemente, anche perché si trattarebbe di una patetica menzogna, ma nel proiettarsi oltre gli schemi duali affinché il definitivo senso dell’essere, dapprima individualmente e successivamente binato, non sia più fonte di dolore.
Apprendere l’amore per se stessi non significa portare alla condizione di single interpretata come apice espansionistico della coscienza, nel senso greco dell’etimo κείρω.
Significa invece perdere l’abitudine, tanto tossica quanto, nonostante ciò, per molti orgasmica, di vivere relazioni a due burrascose, estreme, costellate da micro e macro dipendenze, folli come se ci si trovasse costantemente sul set de La stazione, l’impareggiabile film interpretato da Sergio Rubini, Margherita Buy e Ennio Fantastichini.
Nulla da demonizzare, intendiamoci, semplicemente scelte, spesso inconsapevolmente pianificate nell’intento di creare una malsana abitudine da massicci e incazzati, dando vita ad uno scenografico personaggio somigliante al Libanese di Romanzo Criminale: destinato a generare un inscalfibile ego spirituale portatore di dolore. Chi intende continuare così si accomodi: non è affar mio.
L’intento di non farsi mai più male, se improntato a concretezza, passa dal potenziamento, necessario per interrompere la manifestazione del dolore. Detto in altri termini: da icona utopica a manifestazione del sé, approdo di un percorso trasmutativo dalla vecchia alla nuova condizione che porti al contatto profondo con la propria matrice, ovvero essenza.
Il maturato bisogno e la volontà di compiere un definitivo lavoro su di sé, percorrendo la via del risveglio per conseguire l’opportunità di conoscere l’amore puro primariamente per se stessi, rappresentano i migliori presupposti per entrare, o rientrare ove non tutto sia compromesso, risanati in una relazione di coppia che, per effetto di una provvida risonanza, beneficierà di miglioramenti fino a quel momento ritenuti impensabili.
La coppia unita dall’amore puro esiste, ma è necessario iniziare dal lavoro individuale.
Chi butterà nel cesso i pannicelli caldi dei vari guru che mirano solo a creare dipendenza ed accetterà di prendersi o farsi prendere a calci nei denti potrà finalmente incontrare la propria energia vibrazionale, quella che riassorbendo episodi egoici condurrà alla piena consapevolezza dell’energia ancestrale, e non incidentalmente di quella sessuale, permettendo alla nostra controparte corrispondente di manifestarsi con la propria vibrazione.
Cesserà il convincimento di iniziare una vita di coppia mediante l’atteggiamento razionale, schematico, programmato che fa dell’innamoramento una trappola autoreferenziale, a vantaggio della manifestazione attraverso intelligenza emotiva ed intuito.
Intendiamoci: nulla potrà accadere prima di aver conosciuto e sperimentato definitivamente l’energia che abita nella parte più profonda di noi stessi, con il preciso intento di cessare esperienze relazionali declinate da una malformazione dell’ego e basate totalmente sul dolore.
Giunti a questo punto non riconosceremo più il nostro partner attraverso le solite trappole folcloristiche del corteggiamento, della valutazione di quante cose si hanno in comune e via enumerando ma solo attraverso l’energia che porta, corrispondente alla nostra ed in grado di attivare il passaggio oltre i credo schematici ed egoici per pervenire alla sintesi sacra, ancestrale: l’unica bussola per orientare la scelta è costituita dall’energia e dal suo colore.
La sessualità, a questo punto, diviene inevitabilmente un potere personale indipendente dal partner, non più merce e non più oggetto di potenziale mercimonio o ricatto, ma soprattutto non più comprimibile da dogmi religiosi o impedimenti tramandati dalla famiglia e dalla società cosiddetta civile. Attivata mediante il risveglio diventa questione tanto personale quanto sacra, nonché unico strumento che consente di arrivare al risveglio dell’amore puro attraverso la coppia, attivando altresì la possibilità di creare abbondanza intesa ad ogni livello e settore dell’esistenza.
Ricapitolando: divenire coppia e Uno, oltre gli schemi duali e il definitivo senso dell’essere in due, evitando di farsi male ma trasmutando anzi tutto in amore.
Bello, e il trucco dov’è? Semplicissimo, è nella resa di fronte al ricevere trasmutando così il corpo dal piombo all’oro, e adattandolo alla velocità ed alla potenza della mente.
E se vi hanno raccontato che la mente mente, sono stati i soliti guru: vi hanno raccontato delle palle, funzionali a crearvi incertezza. In realtà dipende solo da voi permettere o meno alla mente di mentire.
Arrendersi è un po’ morire… ebbene, in questa sorta di pseudo-suicidio guidato si diverrà perfettamente capaci di dimostrare come sia possibile non morire, vale a dire non fallire, osservando le cose e chiamandole con il loro nome, con semplicità e naturalezza.
E la soluzione dove sta? Non c’è nessuno che lo sa… Non è vero: la soluzione è il focus, e si tratta di apprendere, non attraverso ricette facili o immediate ma mediante un percorso serio, profondo, difficile, degno di lacrime e sangue, capace di creare uno squarcio dal mento infin dove si trulla affinché dal tristo sacco pendan le minugia, che porti ad introiettare il potere di non far morire, attraverso la disidentificazione dai problemi.
Perché se è giunta la consapevolezza dell’insorgenza di un problema, questo non va curato dedicandovicisi ossessivamente ma lasciandolo agire indisturbato, fregandosene. Come tutti dovrebbero fare con la febbre, invece di assumere la tachipirina.
Intendiamoci: non si tratta di fare come lo struzzo, che oltretutto mettendo la testa nella sabbia lascia esposte le terga, e neppure di confidare che le cose si risolvano da sole ma, con obiettiva razionalità, di sapere che la soluzione non verrà mai da sola a cercarci se prima non accetteremo di compiere un atto di fede, su noi stessi e sulle nostre capacità. Lo stesso atto di fede che fa il bimbo quando, per la prima volta, tenta di alzarsi per muovere il suo primo passo.
Non siamo diversi da quel bambino, se non per una cosa: lui non ha paura.
Alternative? Nessuna, salvo smetterla di preoccuparci elaborando lo sfogo delle emozioni, ma osservandole con lucidità ed ignorandole nel loro fallimentare e doloroso arbitrio, stravolgendo completamente tempi e modi usuali del pianto greco per pervenire alla materializzazione della soluzione.
Perché deve essere chiaro che se ci si presenta un problema, esso è la dimostrazione concreta che esistono già, manifeste in noi, non solo la capacità di osservarlo e la forza per debellarlo, ma anche la sua soluzione conclusiva.
Vissuto come potenziamento ed ignorato nel suo ruolo minaccioso, l’evento non è altro che una soluzione manifesta: occorrono auto-disciplina e fede nel meglio, anche se ancora non lo si vede nel concreto, per creare la forma dal pensiero, metabolizzando correttamente questo culminante potenziamento definitivo e riadattandolo agilmente alla realtà quotidiana, ma con una consapevolezza radicalmente stravolta e massimamente elevata, dedicata esclusivamente al fare.
Esistono delle tecniche, non teoriche ma pratiche, perché la vita sia il progetto positivo che abbiamo scritto, e che finalmente abbiamo il coraggio di realizzare.

Alberto Cazzoli Steiner

Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner

Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

Comunicare senza virtuosismi, accettando la propria e l’altrui fragilità

Questa mattina mentre, come dicono a Cuneo, albeggiava, ho rinvenuto in una vecchia relazione questa frase, destinata ad introdurre un paragrafo sui porcini della Val di Taro:
«Argomentiamo spesso di Genius Loci e Zeitgeist, attestandone esistenza, potenza e persino una sorta di ectoplasmica materialità in dotte, puntuali ed ispirate argomentazioni nel segno del pabulus meditativo, animico, animistico, spirituale e persino sciamanico ma talvolta incidentalmente non considerandone come merita l’effettiva potenza, per l’appunto suscettibile di imprimere il signum a certi luoghi in un millenario continuum, in grado non solo di indirizzare vicende locali ma anche di tracciare le sorti di luoghi e territori.»
Sembra l’inizio di un trattato teosofico o di una risoluzione strategica delle Bierre, e questo mi fa pensare a tutte le volte che sensi di inadeguatezza e paure ci portano ad atteggiarci a quelli con la puzzetta sotto il naso, esprimendo il nulla con spocchiosetto virtuosismo.
Ho un ricordo, risalente alle medie, di certe parole scritte da Guelfo Civinini, l’avventuroso giornalista e scrittore: frequentando il liceo romano Umberto I si trovò ad essere il primo della scuola relativamente alle materie letterarie, e confessò di subire per anni l’ossessiva condizione di scrivere sempre meglio, di ricercare termini e formule grammaticali sempre più elaborate per non perdere il trono.
Quando frequentai la scuola di giornalismo una delle cose più importanti che ci disse Livio Caputo, allora direttore del quotidiano La Notte fu: «Ricordatevi sempre che il quotidiano lo chiamano così perché dura un giorno, poi ci avvolgono l’insalata, e che la maggior parte dei lettori sono camionisti e operai che lo leggono di corsa al bar, sul frigo dei gelati. Perciò i vostri virtuosismi ve li potete anche dimenticare, potete avere due lauree ma dovete scrivere per farvi capire da chi ha la quinta elementare, altrimenti non vi legge nessuno e il giornale non vende.
Potete far sfoggio della vostra cultura dove vi pare: scrivendo libri, tenendo conferenze, ma non sul giornale.»Quando si tratta di comunicare veramente, sovrastrutture e virtuosismi non servono a nulla, sono anzi controproducenti. Non dobbiamo fare sfoggio di cultura, dobbiamo trasferire un messaggio, un concetto, un’emozione. E perché il nostro Potere della Parola sia efficace dobbiamo usare termini il più semplici possibile: essenziali, secchi, chiari.
Altrimenti il nostro interlocutore, o fatica a comprendere cosa gli stiamo dicendo, e si sente escluso, oppure, se provvisto di una certa sensibilità o cultura, ci manda a cagare perché comprende l’essenza di ciò che andiamo cianciando: che in realtà non abbiamo niente da dire.
Quando abitavo a Milano mi recavo spesso a trovare un amico, proprietario di una nota libreria esoterica, e gironzolando tra gli scaffali, innumerevoli e incredibilmente traboccanti di libri su ogni aspetto dell’esoterismo, della meditazione, delle religioni, della spiritualità, aprivo a caso quelli la cui copertina mi attirava: testi arzigogolati, intesi ad esprimere un ermetismo da “addentro alle secrete cose” ma in realtà incomprensibili, pesantissimi, che si citano vicendevolmente ripetendo più o meno le solite, trite e ritrite cose.
Che la verità stesse nel fatto che fosse l’autore a voler far sapere della propria esistenza, primariamente a se stesso?
Non so. So solo che mi viene in mente una cosa che si chiama ego. Anzi, pensandoci bene me ne viene in mente anche un’altra, che si chiama insicurezza: se hai bisogno di elevarti sopra l’incolta massa facendo sapere che tu sai mi sa che tu per primo hai qualcosina da osservare sulla ragione che ti porta a questo.
Ma i pensierini di una mattina di luglio mentre, come dicono a Cuneo, albeggia, non finiscono qui: tornano all’uomo con il fucile per parlare, oltre che di chiarezza, anche della forza della fragilità.
Mi spiego: quando un professionista vede un’arma da fuoco che non sia la propria in un armadietto, in una valigetta, nel baule di un’auto, su un tavolo, si guarda bene non solo dall’impugnarla ma anche dal toccarla, persino se gli viene offerta.
Il dilettante invece l’agguanta, fa scorrere il carrello, la punta contro un immaginario bersaglio, controlla il caricatore, dimostrando non solo di essere un dilettante ma anche di essere un pirla.
Parto da questa premessa, solo apparentemente stravagante ma vedremo tra poco quanto calzante, per affermare che, allo stesso modo in cui parlare non significa comunicare, non essere ciechi non costituisce un requisito abilitante alla visione. E non mi riferisco a quella cosiddetta sciamanica: parlo proprio di alberi, case, panorami, persone.
Se poi pretendiamo di essere a nostra volta visti, compresi, accolti, addirittura amati il discorso si fa ancora più interessante. Ho scritto interessante, non complicato: non c’è nulla di complicato nell’aprirci al mondo. È sufficiente stare fra la gente, osservarla ed ascoltarla senza giudizi o pregiudizi, senza porre in essere confronti in più o in meno, senza tentare di educarli o suggerire loro quello che dovrebbero fare, ma cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro modo di pensare, di vivere il quotidiano, di relazionarsi.
Non so a voi, ma a me i primi della classe sono sempre stati odiosi. Ciascuno di noi è il prodotto del proprio vissuto, delle strade che ha percorso ed attraversato, degli ostacoli che ha o non ha superato, degli eventi traumatici che gli si sono presentati all’improvviso a sconvolgere consolidate certezze.
Osservo ovunque tante persone che, accanto a reiterate promesse di fedeltà, correttezza, trasparenza si esortano reciprocamente a non fidarsi, a pensare di più a se stessi, a difendersi. Difendersi da chi, cosa, come, dove, quando? Da chiunque, sempre e comunque, mai abbassare la guardia, sempre sul pezzo. Vivere erigendo muri? Grazie, anche no. Non fa per me.
Socrate affermava: «Preferisco subire un’offesa piuttosto che infliggerla.»
Non esageriamo: ove necessario, sono preparato a respingerla e a difendermene, ma non per questo trascorro i miei giorni paventando che potrei ricevere un torto o un’offesa. Preferisco vivere, senza rete e senza paranoie.
Per me la guerra è finita, in ogni senso e da un pezzo, anche se comprendo l’esigenza di molti di difendersi, quell’esigenza che origina dalla paura di riconoscere le proprie inadeguatezze, le proprie fragilità. Quella indotta dal marketing della paura: l’immondo virus, che oggi ha di gran lunga surclassato immigrati, tossici, rapine in casa, stupri in metrò, bottegai che tentano di fottere i clienti, mogli e mariti e morose e morosi che non pensano ad altro che cornificare, la Vodafone che addebita surrettiziamente due centesimi.
E tu, per due centesimi, sprechi un’ora della tua vita a incazzarti al telefono? No, ma è per una questione di principio. Ah beh, allora…. A proposito di principi, com’è che l’altro giorno, quando hai trovato un euro sul bancone del bar, hai finto di metterlo lì per pagare il caffè?
Per non parlare delle corna: questa pubblicità è fresca di giornata.Divide et impera funziona sempre, e sempre qualcuno cade nel tranello. Anch’io qualche volta, lo ammetto. Ma sono fortunato: ho la strana facoltà di osservarmi dall’esterno come se fossi al cinema e, a un certo punto, scatta l’inevitabile cazzostaifacendo?
Il cane che ha paura è quello che abbaia di più, ci avete mai fatto caso? Esibiamo muscoli che non abbiamo e coraggio che non possediamo in ossequio a un’immagine deformata. Cerchiamo forsennatamente di affermarci sugli altri, nel timore che siano loro a schiacciare noi.
Si vis pacem para bellum… ma non funziona erigendo muri o scatenando guerre preventive, che sempre guerre sono. Significa solo perdere fiducia nella vita e negli altri, sentire intorno un mondo ostile, diffondere feromoni puzzolenti di marcio.
Anche se la cosiddetta educazione (si, proprio quella che io chiamo educastrazione) si pone l’obiettivo di instillare sistemi di dominio, è invece proprio nel riconoscimento dei limiti e dei timori che origina e si consolida la forza, è dal riconoscimento della debolezza e della fragilità che possiamo partire per costruire relazioni vere, addirittura per costruire un mondo migliore senza aspettarci che siano sempre gli altri a farlo.
Ci hanno insegnato che essere fragili non è bello, significa essere deboli e, si sa, chi si fa pecora il lupo se lo mangia. E se il lupo, stufo della gastrite, fosse diventato vegano?
Certo, ormai gli hai sparato… pazienza, si vede che era il suo karma. Namasté.
Fragilità non significa affatto inferiorità, significa mostrarsi agli altri per come si è, significa guardare dritti negli occhi, significa pronunciare la parolina magica: no, anche nella consapevolezza che il nostro interlocutore, arrogante e prepotente proprio perché incurante delle debolezze altrui, dovrebbe osservare le proprie ma non lo fa, attanagliato dalla paura.
Chi vuole vincere ad ogni costo è sempre teso, intento a non perdere la benché minima opportunità si perde il meglio della vita. Chi invece ha imparato che vincere non serve a niente sembra che perda tempo, e invece lo ottimizza, per esempio non sprecandolo con chi non è in grado di dargli nulla.
Chi sa parlare senza prevaricare, riconoscendo ed accogliendo la fragilità dell’altro senza difendersene od approfittarne, vuole costruire e respirare un mondo interiore di pace, senza la pretesa di cambiare gli altri.
E concludo, citando le sacerdotesse della Grande Madre, mirabile esempio di un mondo frequentato da Donne e Uomini ma non ancora dominato da maschi ambiziosi, sessuofobici e misogini travestiti da imperatori, preti e avvocati di campagna: non cercavano di dominare gli elementi, che consideravano parte di loro e dell’intero creato.
Le sacerdotesse della Grande Madre non si sentivano affatto signore e padrone, ma alleate che dialogavano con gli spiriti e con l’anima di persone, animali e cose. Non imponevano e non comandavano poiché nulla era loro e nulla era loro subordinato. Domandavano e attendevano la risposta, partecipi del Tutto a livello paritario in una permanente tensione erotica e orgasmica di energia e materia.
Se un tempo Eros e Thanatos operavano in tandem, nella consapevolezza che uno non avrebbe potuto esistere senza l’altro, oggi il primo tira a campare in un pornoshop, e l’altra si barcamena tra le peggiori pulsioni, l’odore della paura, il radicamento delle convinzioni più triste supportate da un’omerica ignoranza.
Ecco perché oggi non scriverei più quella frase vuota e, ma questo da gran tempo, anche se me la offrissero io quell’arma non mi sogno nemmeno di toccarla.
Non perché io sia un professionista, ma perché proprio non saprei cosa farmene.

Alberto Cazzoli Steiner

Sciamani, alchimisti e il quinto stato della materia

Ancora oggi, molti si immaginano l’alchimista che, vestito di una lunga palandrana dalle scomodissime maniche alla Mago Merlino, traffica in un antro polveroso, fumoso e oscuro con compassi, cartigli e antichi grimori incomprensibili nell’enigmatico sobbollire di pentoloni, osservato dall’immancabile gatto nero e da un sorcio con le ali di pipistrello …

“Eccheccazzo, basta con ‘sta puzza! neanche i bangla, che graziaddio se ne sono andati, quando cucinavano impuzziavano così!”
“Signora abbia la compiacenza di portare rispetto, sta parlando con un Alchimista!”
“Alchimista sticazzi! chiamo l’ufficio d’igiene e poi vediamo … alchimista!”
“La invito a moderarsi”
“Ma che moderazzi e mordecazzi! invece di star sempre lì chiuso nel box a impuzzolentare il mondo trovati un’amica, una compagna, un’amante … anche matura, ancora piacente e appassionata … non dico come me, però …”
“Ohssignur! guardi, se l’ambito premio è lei piuttosto divento ricchione.”
“Mavaffanculo, va!”

… Ehm, scusate: la vicina. A volte è intemperante.
Dicevo: l’iconografia ferma all’antro medioevale non rappresenta più la realtà. Conosco alchimisti che possiedono spettrometri, tomografi, scanner laser Bosch (oviamente non in riferimento al pittore Jeroen Anthoniszoon van Aken, meglio noto come Hieronymus) ed altri sofisticati strumenti di rilevazione, collocati in asettici laboratori dall’esemplare nitore, nei quali è, letteralmente, possibile mangiare per terra.
A proposito di mangiare, bere e assimilati: l’arcaico mortaio non ha lasciato il campo al Bimbi, ed anche le frontiere della ricerca alchemica non sono mutate, riguardando sempre i limiti spazio-temporali, le capacità della materia e dei suoi opposti, tutta una serie di contatti con l’altrove, ed altri aspetti dello scibile non solo umano.
Giusto per entrare in argomento, senza nè la pretesa nè la presunzione di stilare un trattato scientifico (non ne ho le capacità, ed in ogni caso esulerebbe dal tema) iniziamo dalla materia oscura: “È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90 per cento della materia dell’Universo” dichiarò nel 2001 al New York Times l’astronomo Bruce Margon del Dipartimento di Astrologia e Astrofisica dell’Università di Washington.
Effettivamente, nonostante le dettagliate mappe dell’Universo vicino che coprono lo spettro elettromagnetico dalle onde radio ai raggi gamma, si è riusciti a individuare solo circa il 10% della massa che risulterebbe dagli effetti gravitazionali osservabili e, con il termine materia oscura, in cosmologia viene definita un’ipotetica componente di materia non direttamente osservabile poiché, diversamente dalla materia conosciuta, non emetterebbe radiazione elettromagnetica manifestandosi esclusivamente per mezzo degli effetti gravitazionali.
Secondo numerose teorie tale materia costituirebbe i nove decimi della massa presente nell’universo.
Dalla materia oscura alla velocità della luce: nel 1999 Lene Vestergard Hau del Rowland Institute of Science di Cambridge riuscì a rallentare la velocità della luce a 17 m/s attraverso un gas ultrafreddo. A novembre dello stesso anno Wolfgang Ketterle osservò la luce attraversare un condensato alla velocità di 1 m/s.
il condensato di cui sopra venne prodotto per la prima volta nel 1995, nel laboratorio NIST-JILA dell’Università del Colorado, ed a produrlo fu Wolfgang Ketterle con i colleghi Eric Cornell e Carl Wieman mediante tecniche di raffreddamento laser usando un gas di rubidio che hanno permesso di portare gli atomi del gas di rubidio a circa 6×10−8 K. Per tale ragione i tre condivisero, nel 2001, il Nobel per la Fisica.
Tale condensato, sino ad allora solamente oggetto di teoria, venne ufficializzato accademicamente nel 1925 ed è noto come BEC, Bose-Einstein Condensate: è uno stato della materia ottenuto portando un insieme di bosoni ad una temperatura assolutamente prossima allo zero assoluto (0 K = -273,15° C). e lo stato di notevole ipotermia comporta che una frazione – variabile in funzione dei millisecondi di osservazione – delle particelle si portino ad uno stadio quantistico di energia inferiore. Notevole, fra gli altri, l’esperimento attuato nel 1993 presso l’Università di Innsbruck che dimostrò come fosse possibile costruire un modello acustico di buco nero, nel quale le onde sonore prendessero il posto della luce. Il buco nero acustico avrebbe dovuto esplodere in un impulso di fononi, analogamente ai buchi neri tradizionali che, secondo la teoria di Hawking, dovrebbero evaporare tramite la radiazione nota con il nome dello sicenziato stesso.
Lo stato della materia è denominato BEC perché fu, per la prima volta, ipotizzato nel 1925 da Albert Einstein e dal fisico indiano originario del Bengala Satyendra Nath Bose, figlio di un ingegnere della East India Railway e che, credo, non sprecasse tempo a berciare om e namasté.
Giocoforza breve e superficiale, questa è la storia del condensato, la cui natura ha portato a strutturare nuove dimensioni e configurazioni, prima impensabili, della materia. Vale a dire il cosiddetto quinto stato, distinto da quelli solido, liquido e gassoso, e dal plasma.
La nuova forma della materia è possibile, come indicato più sopra, solo a temperature prossime allo zero assoluto, ed è costituita da super-atomi che si comportano come onde invece che come particelle. Oggi questa forma è realtà, grazie all’esperimento CAL, Cold Atom Laboratory della NASA, nel quale sono stati utilizzati atomi di rubidio, attuato in orbita sulla ISS, International Space Station, la stazione spaziale internazionale frutto del progetto congiunto fra la russa MKC, la statunitense NASA, l’Agenzia Spaziale Europea ESA, la giapponese JAXA e la canadese CSA.
Aver prodotto tale materia nello spazio, dove il suo stato sopravvive più a lungo, consente una migliore osservazione finalizzata ad implicazioni pratiche quali, ad esempio, nuove tecnologie laser in grado di disegnare nanocircuiti, aprire nuove frontiere alla chirurgia e, purtroppo, anche alla tecnologia militare, realizzare computer “quantistici” dalle performances inimmaginabili e persino affinare ulteriormente lo stato dell’arte dell’Intelligenza Artificiale.
L’Agenzia Ansa, fra i tanti che rilanciarono la notizia, riferì che sulla Terra tale stato della materia può essere osservato solo per alcune frazioni di secondo mentre, in condizione di microgravità è invece possibile l’osservazione per la durata di circa 10 secondi, ripetendo le misurazioni fino a sei ore al giorno.
Come tutta la stampa generalista, la nota dell’Agenzia punta alla sensazione senza un sottostrato scientifico. Riportare la notizia correttamente avrebbe invece significato riferire che per la prima volta l’esperiemtno venne stato attuato nello spazio perché, nella realtà, esistono laboratori attrezzati per la simulazione della microgravità, dagli Stati Uniti alla Russia, all’olandese FOM, Fundamenteel Onderzoek der Materie presso il NWO, che non è quello caro ai complottisti ma il ben più serio e concreto Nederlandse Organisatie voor Wetenschappelijk Onderzoek.
Ma cosa c’entra questa specie di super-atomo con la ricerca alchemica? C’entra eccome, analogamente alla cosiddetta quinta dimensione elaborata nel 1919 dal matematico tedesco Theodor Eduard Kaluza come tentativo di unificazione del campo gravitazionale con quello elettromagnetico, descritto dalle equazioni di Maxwell, attraverso l’introduzione di una quinta dimensione spaziale in aggiunta alle quattro, tre spaziali e una temporale, previste dalla relatività generale.
Significa, detto in parole semplici, che tutto ciò che fanno alchimisti e sciamani, oltre che dalla forza della mente, da particolari poteri e (per chi ci crede) dall’intercessione divina, è regolato dalle leggi della Fisica.
Un ulteriore colpo inferto agli spioni del Sant’Uffizio, che fingono di essere scomparsi e sono invece più che mai attivi.
Lo so, siete curiosi e vi state chiedendo: ma cosa consentono di fare, esattamente, a sciamani ed alchimisti il quinto stato della materia e la quinta dimensione?
Cosa volete che ne sappia io? Chiedetelo a loro.

Alberto Cazzoli Steiner