Fondelli e giudizi

Dovreste saperlo: io non vi porto fra i dotti aforismi di Gurgeffo, Moscio, Ghesborolapanda, io vi porto dove si vive veramente, questa volta tra gli scaffali dei supermercati.
Nella fattispecie nei banchi “frighi” dove potete trovare fondelli di prosciutto cotto e crudo, bresaola, speck, mortadella, roast-beef ed altri affettati ed insaccati e dove, a costi irrisori, è possibile acquistare i fondi delle pezzature non più vendibili al banco a taglio fresco ma utilissimi per cucinare, arricchire insalate, allestire snack per aperitivi se tagliati a dadini o, dipende dalla conformazione, fare ottimi panini.L’idea, nata sperimentalmente negli anni ’80 del secolo scorso ma senza seguito, venne riproposta nell’annus horribilis 2008 e, complice il momento di crisi, attecchì.
Il precursore, che io sappia, fu un salumiere-gastronomo in corso XXII Marzo a Milano che, oltre a proporre l’indispensabile confezione sottovuoto, seppe presentare il prodotto in cestini contenenti noci e fichi, pomodori secchi, olive e capperi e, non raramente, il prosecchino ghiacciato da 1/3. Insomma, lo sfizio dell’aperitivo in un quartiere fighetto dove, diversamente, l’insuccesso sarebbe stato assicurato.
L’idea venne immediatamente ripresa, senza orpelli aperitivanti, da Il Gigante, gruppo di supermercati nato nel 1969 da due lungimiranti droghieri di Sesto San Giovanni, espandendosi a macchia d’olio nei punti vendita delle catene a target medio-basso: Lidl, Famila, Conad; a seguire Unes iniziando dalla schizzinosa Monza, Carrefour e buona ultima, anzi penultima, Esselunga, la boutique dei supermercati fondata nel 1957 dal mitico Caprotti, il patron che scrisse “Falce e carrello” per smascherare le nefandezze delle cooperative di sinistra.
E l’ultima fu, proprio nel settembre del 2020, la Coop, quella nazional-popolare a misura di gauchistes ecochic in stile Capalbio e dintorni e che tra gli scaffali dei reparti vini propone le schifezze di Libera, i vini imbevibili dalle terre confiscate alla mafia, Resistenza, un rosso fetente a 38 euro, una selezione di champagne a prezzi che nemmeno da Peck e un Costasera 2015 di Masi, di fatto un amarone onorevolissimo ma senza disciplinare in vendita a 79 euro (foto) quando neppure alla stazione di Verona Porta Nuova hanno il coraggio di proporlo al turista frettoloso e sprovveduto a più di 25. Prezzo reale: da 11 a 13 euro.Nella medesima foto potete apprezzare, si fa per dire, un Amarone della Valpolicella “classico 2011” di ignota casa a … 670 euro. In fondo la Coop sei tu, chi può darti di più?
Ma, per usare un termine caro ai sinistri, vale lo stesso paradigma delle donazioni fatte a Malika, la lesbognappetta che, raccolti 140mila euro di donazioni, si è acquistata una Mercedes classe A da 17mila euro (usata) ed un cane (se da lecca non ci è stato riferito) da 2.500; lei sarà anche una cretina furbetta,fermo restando che con i soldi delle donazioni può farci quel che vuole: quel che ha fatto sarà immorale ma non è illegale, quindi ogni commento è superfluo. I veri imbecilli, caso mai, sono coloro che le hanno mollato quella cifra.
La Coop è uguale e non va colpevolizzata, va anzi valorizzata perché mostra, sia pure in un contesto di nicchia, la vera spocchiosa natura dei sinistri: arroganti villani rifatti e ignoranti. Rammento, e poi chiudo, quando ebbe un successo strepitoso il Blangè, un arneis da niente che in ogni ristorante, a Milano specialmente nell’area Montenero – Porta Vittoria, quartiere di avvocati e magistrati democratici, udivi ordinare con sussiego da stronzi barbuti con sciarpa o kefiah che posavano sul tavolo fasci dei soliti giornali di merda: L’Unità, Il Manifesto, Limes, l’immancabile Repubblica, qualche noiosissimo studio sociale vergato da Veltroni o D’Alema, del quale essi stronzi discutevano ad alta voce per farsi udire dagli astanti, autocertificando così la patente di intellettuali di stocazzo.
Mi accadde, talvolta, di trovarmi a cena con una conquista che provava a proporre quella schifezza da parvenu: fortunatamente il vino lo ordina l’uomo e, ancor più fortunatamente, a cena ci si andava dopo, se tutto aveva avuto esito soddisfacente. Altrimenti spritz e taxi per la signora.
Lo so, ero uno stronzo maschilista, non ho mai detto di non esserlo.
Ma torniamo ai nostri fondelli. Sono, quando ne ho voglia, un buon osservatore ed un curioso. Mi piace, in particolare, osservare le persone e le loro dinamiche. Inizialmente, al banco frigo dei fondelli, si avvicinavano, lentamente e con fare circospetto, anziani e male in arnese.
Il fare circospetto non era dovuto a dubbi sulla qualità del prodotto, bensì sul convincimento di essere osservati e di sembrare … poveri.
Il nostro pabulus è quello del miserabile, del contadino affamato, del pezzente. Non solo preunitario ma che si perde nella notte dei tempi, esattamente da quando la matrice ebraica, scalzato il cristianesimo delle origini, partì alla conquista di Roma e della sua civiltà per farne strame grazie ad integralisti fanatici, devastandola al fine di insediarvi il suo dio incazzoso, giudicante e misogino, il suo dio da poveri, sessuofobici, frustrati, timorosi di tutto e in particolare delle delazioni. Il suo dio comunista.
Oggi ne stiamo uscendo, pagando un prezzo terribile, ma ancora vale il timore del giudizio. E questo io vidi, alle origini del fondello, negli anziani, dignitosi ma con la pensione minima, nelle famiglie che faticavano ad arrivare alla fine del mese.
E ancora oggi io, goloso acquirente di fondelli con i quali preparo gustosi manicaretti, noto in molti questo timore di essere ossservati e giudicati.
Sono decenni che acquisto capi d’abbigliamento poco impegnativi ma gradevoli nei punti vendita Oviesse. E qui un umano standard potrebbe affermare: è un marchio del gruppo Coin, notoriamente di livello, esprimendo così una sorta di autoassoluzione dall’immagine del povero di cui sopra.
Se è per questo acquisto capi: t-shirt, felpe, anche nelle botteghe cinesi, unitamente ad accessori per la casa. E non ho nessuna remora ad affermarlo.
Ebbi una relazione, circa vent’anni fa, con una persona che, scoprii, non mandava a stirare le mie camicie Oviesse, proprio perché … da poveri.
E questo è quanto, ed è palese che il fondello altro non è che una scusa per affermare che, per una vita serena, consapevole, sana dobbiamo fregarcene altamente del giudizio altrui. Fermo restando che, se dovesse accaderci di giudicare, non dobbiamo esimerci dal farlo: giudizio non significa pregiudizio. E la nostra autostima non deve dipendere dalle mutande che indossiamo.

Alberto Cazzoli Steiner

Respingere l’Amore: essere un monolite inscalfibile

Alcune note pubblicate nei giorni scorsi nel Gruppo de La Fucina su Telegram, i conseguenti scambi di opinioni ed alcune conversazioni private mi hanno indotto alle riflessioni oggetto di questo scritto.
Ebbi a che fare, nel corso della mia esistenza, con alcuni monoliti inscalfibili: ossi da morto, come diciamo noi Lumbard, senza eguali: due Capricorno, un Toro e due Gemelli.
Il primo Capricorno è Andrea, mio figlio oggi trentaseienne nato il 23 dicembre che, complice anche il bell’aspetto, potrebbe pubblicizzare scatolette di tostitudine, uno snack con gli stessi effetti degli spinaci di Braccio di Ferro, utile per chi la determinazione non ce l’ha, e con Tostisnack se la può dare.
Dell’altro, Capricorno del 29 dicembre e già mio socio in affari, basti dire che quando si fissava sul prezzo di acquisto di un immobile quello doveva essere, ed a nulla valevano i richiami alla ragione, allo scenario di mercato, alle facoltà negoziali. Va da sé, l’affare sfumava.
Il Toro, Maurizio. mio collaboratore. Tanto Massimo, suo omologo e Pesci, era agile, anzi a volte fin troppo, quanto egli era lento, bovino, saldo nei propri convincimenti, inscalfibile a idee che non seguissero certi suoi ottocenteschi arzigogoli, padri di un concetto etico che portava all’inazione.
Eppure, ai tempi dell’università, nel biennio che trascorsi in fonderia, ebbi un capo, Silvano, del Toro, tutt’altro che bradipico e pronto a mutare idea in ogni istante: c’entra sicuramente l’ascendente, ma anche il fatto che eravamo lui il capo, ed io uno dei suoi due vice, del reparto manutenzione, e le decisioni dovevano spesso essere prese in nanosecondi, e cambiate con il mutare della situazione, non da ultimo perché decisioni sbagliate avrebbero potuto costare vite umane.
E veniamo alle Gemelli, tra l’altro parenti fra loro: zia e nipote. Non entro in dettagli: dico solo che un Capricorno, in confronto, è un dilettante allo sbaraglio.
E poi ci sono io, Gemello, arruolatomi nei sommergibilisti da bambino, in un mio specialissimo reparto che mi serviva a … navigare sott’acqua per sopravvivere. Spiego: famiglia molto formale, legata alle convenzioni, a un certo moralismo e ad un morboso controllo.
E quindi in superficie, non potendomi difendere od opporre, conducevo una vita irreprensibile da bambino talvolta un po’ ostinato ma sostanzialmente omologato. Salvo rifugiarmi sott’acqua per condurre una mia vita, talvolta predatoria in quanto all’insegna della rabbia e della pulsione a sopravvivere, indifferente alle sorti altrui ed assolutamente non convenzionale. Disponevo addirittura di fondi neri, ovviamente sottratti nottetempo ai contanti che, svolgendo i miei genitori un’attività commerciale, in gran copia giravano per casa.
Mia madre sospettava ma non riuscì mai a cogliermi in flagrante, né poté mai provare alcunché. Avevo il mio imbosco, visibilissimo ma proprio per questo inimmaginabile, ed una cantina dove raccoglievo i frutti di una delle mie passioni: prodotti chimici, detersivi, petardi e materiale esplodente in genere. Sì lo ammetto, bombarolo a dodici anni e, poiché mi trovavo in un momento infelice della mia vita in quanto vittima di bullismo, preso dal desiderio di certi esperimenti a carico della classe che, malvolentieri, frequentavo presso la locale scuola media. Avevo approntato certi spezzoni incendiari al fosforo da sistemare opportunamente fra i banchi. Non ne feci nulla, fortunatamente, preferendo pestare a sangue chi mi vessava e torturava e guadagnandomi la patente di asociale caratteriale.
Oggi non accade più, ma fino a non molti anni fa la mia cifra consisteva nel fingere di accondiscendere per poi … fare o continuare a fare quel cazzo che volevo, anche al limite dell’autolesionismo. Salvo fingere improvvise prese di coscienza, pentimenti, conversioni se beccato.
E una volta cessato l’allarme riprendere esattamente come prima, solo con più attenzione.
Ma, ecco un paradosso, imbattibile come sciamano capace di ottimi consigli e risolutore di problemi altrui. Scusate il vanaglorioso imbattibile, ma so di cosa sto parlando, e lo sanno anche le persone alle quali ho ribaltato la vita, attraverso il Potere della Parola o altri metodi che non sto ad elencare.
Tra i miei modi di essere monolite inscalfibile vi era quello di non abbandonarmi all’accoglienza. Anzitutto perché non mi perdonavo per le nefandezze vere o presunte commesse, ed inoltre perché ritenevo di non meritare nulla, di non meritare di vivere.
Amare, per me, significava dare. In realtà non era vero un accidente perché la relazione iniziava secondo il copione standard del gentiluomo generoso, brillante, benestante al quale una tegola improvvisa o le avverse manovre di un destino cinico e baro creavano una situazione di emergenza.
E lì mi piazzavo, facendomi mantenere.
In realtà avrei potuto darmi da fare ma non lo facevo. Dicono che la relazione di un uomo con le donne prenda a modello quella avuta con la madre. Ne sono convinto: io dovevo punire mia madre, e conseguentemente tutte le donne che avevano la sventura di incontrarmi.
Una, con la quale ho oggi un ottimo rapporto dopo alterne, anche pesantissime, vicende di vicendevole crescita interiore mi confidò che se non fosse stato per la figlia si sarebbe lasciata andare senza lottare contro la morte.
Confesso che quando me lo disse mi preoccupai. Della mia sopravvivenza materiale.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e, si sa, acqua passata non macina più. Nel frattempo, complice il fatto di stare veramente male, ho iniziato a fare su me stesso quello che sono molto bravo a fare per gli altri: guardarmi dentro, prendermi a calci nei denti, togliere sovrastrutture, anestetici ed alibi.
Non è stato un lavoro breve, in compenso è stato molto doloroso, ben oltre la soglia della disperazione, di uno scuoiamento degno di quello patito da Marcantonio Bragadin.
Alla fine ho compreso me stesso ed ho rimosso tutte le scuse, gli alibi e le zone di confort. Ho scoperto che, al di là dell’apparenza che mostravo agli altri, non ero poi così una merda, avevo anzi delle qualità, ed alcune di queste non comuni anche se non era il caso di andare in giro a sbandierarle della serie sono bello, santo e bio.
Sì, perché se hai bisogno di dimostrare significa che sei ancora nel guado.
Ho capito una cosa, circa il mio monolite inscalfibile. Alla fine di tutto c’era il timore di non essere accolto, di non essere amato, di non essere abbastanza (secondo quale modello di riferimento? Non si sa.) e quindi me ne stavo arroccato, anzi trincerato nella mia Linea Maginot. Non dò non prendo sono felice, evviva. Evviva un par de cojoni.
Oh, intendiamoci! continuo ad essere convinto che l’ultima vera conversione di cui si ha notizia sia quella dell’Innominato. Quindi, non ti fidar, di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna (piena) poi, non ti fidar …

Alberto Cazzoli Steiner

Post Scriptum
Esistono in natura numerosi monoliti inscalfibili, uno di questi è il cosiddetto Sasso di Guidino, un masso erratico, o delle streghe, la cui parte visibile misura metri 9x5x6 (volume 80 m3) ed è situato all’esterno della Villa Il Guidino di Besana Brianza incastonato nella cinta muraria del parco.
Trasportato durante la glaciazione nel quaternario, o di Würm, proverrebbe dalla Valtellina, segnatamente dal Gruppo del Disgrazia. Fino a non molti anni fa era localmente ritenuto di provenienza astrale e, nell’ambito newage, scagliato dalla Morrigan poiché i Celti insubri considerarono sacro il monolite, del quale si apprezza solo la parte visibile, per altro esigua perché la parte più massiccia è nascosta sotto terra e lascia solo intendere e immaginare la reale estensione.
Naturalmente, per non farsi mancare nulla, il FAI dalle adunche mani organizza visite guidate al monolite durante le periodiche giornate dedicate alla celebrazione del patrimonio culturale italiano.

San Giovanni: noci e fichi

Tra oggi e domani assisteremo alla fioritura di un’imponente messe di scritti dedicati alla notte di San Giovanni, alle sue erbe ed ai suoi rituali.
Gran parte di quanto leggeremo sarà arcinoto, proverrà dalle solite fonti che si citano vicendevolmente, ed io non intendo tediare chi mi segue con cose già sentite, e meno ancora sovrappormi o accodarmi ai soliti discorsi da Exobar.Del resto quel che si può dire è stato ampiamente detto, quel che non può essere detto non solo sarà taciuto, ma soprattutto non se ne troverà traccia nè in internet nè, anzi meno ancora, sui social.
In queste mie righe non troverete quindi altro che una doverosa celebrazione, un po’ come San Marco il 25 aprile o la Festa della Marina il 10 giugno.
E quindi noce. Inteso come l’angiosperma dicotiledone, denominato in latino Juglans, ghianda di Giove, e citato da Plinio nella sua Historia Naturalis come importato dalla Persia grazie a coloni greci nel IX Secolo a.C..
Rappresentativo di regalità, fertilità e fecondità, nella variegata mitologia degli antichi Greci era legato, oltre che ai rituali in onore di Artemide, al dio Dioniso ed al suo amore per la principessa Caria, nonché alla celebrazione dei Misteri Dionisiaci durante i quali le Menadi, le sacerdotesse del dio chiamate anche Baccanti, danzavano sfrenate attorno ad un albero di noce, preda di esaltazione sempre più profonda.
Naturalmente gli osservatori cristiani (il riferimento è a quelli della seconda release, i misogini sessuofobici che vedevano nella donna il simbolo di ogni male, e che avevano fatto fuori quelli primigenii fra i quali le donne potevano ancora rivestire ruoli regali e di sacerdotesse) bollarono come osceni, malefici e satanici tali rituali, e da qui nacque la leggenda delle streghe e dei loro sabba notturni sotto un noce, in particolare nella notte di San Giovanni.
La sapienza contadina sconsiglia di piantare alberi di noce presso i ricoveri per il bestiame poiché, se le radici penetrassero sotto il pavimento, gli animali deperirebbero fino a morire.
È effettivamente comprovato che nelle vicinanze dei noci non crescono altre piante, ma non si tratta di ragioni stregonesche, come ipotizzato da santaromanaecclesia. Più semplicemente radici e foglie contengono la juglandina, una sostanza tossica che fa morire le altre specie considerandole una minaccia.
La tradizione vuole che nella notte di San Giovanni, a piedi nudi e percuotendo i rami con un bastone di legno (di noce o di sambuco) si raccolgano le noci ancora acerbe, in particolare per ricavarne il nocino, liquore dalle proprietà magiche e taumaturgiche.
Che non sto a spiegare perché il Web trabocca di indicazioni, allo stesso modo in cui numerosissime sono le ricette per la sua preparazione.
Ed eccoci quindi al frutto, che nella tradizione alchemica, a causa della sua forma ovale quando è ancora racchiusa nel mallo, ricorda l’Uovo nel quale la Materia viene preparata per il compimento della Grande Opera. Il frutto viene altresì letto come allegoria dell’essere umano considerando il mallo come carne, il guscio come ossa e il gheriglio come anima.
Proprio dall’osservazione del gheriglio deriva la similitudine con il cervello umano, caratteristica che ha fatto ritenere la noce un rimedio medicinale operante secondo la dottrina delle corrispondenze o della cosiddetta magia simpatica, contro i problemi legati al cervello. Ne scrisse, nella sua opera Phytognomonica risalente all’anno 1583, il medico e alchimista di scuola salernitana Giovanni Battista Della Porta, vissuto fra il 1535 ed il 1615.
E concludo con il fico, quello detto di San Giovanni, un fiorone a maturazione precoce diffuso particolaòrmente nell’Italia meridionale ed insulare.
Il fico è considerato pianta magica e mistica per eccellenza. Sotto un fico si illuminò Budda, sotto un fico meditava Gesù, e sempre il fico è nominato in diverse tradizioni religiose. Guarda caso, ad un fico si impiccò Giuda.
Il fico, inteso come albero, è considerato fondamentale per l’effettuazione di certi rituali, in particolare legati alla presenza della luna piena o nera.
Nella medicina popolare le foglie di fico, con le quali si coprirono Eva e Adamo quando persa l’innocenza si vergognarono di essere nudi, vengono utilizzate per vaticinare sullo stato di salute ed il lattice è utilizzato per curare porri, verruche e dermatiti e persino per estirpare spine di fico d’india e di riccio di mare, oltre che per curare ernie. Particolarmente corposa, in tal senso, è la tradizione sarda, alla quale rimando.
Significativa è l’attenzione all’elemento femminile del fico, inteso come frutto (che non infrequentemente viene nominato al femminile) ed all’atto di spaccare o tagliarlo esattamente a metà, nel corso di determinati rituali, per succhiarne la polpa.
Ciò, secondo i rituali di guarigione, permetterebbe alla malattia di uscire dal corpo del malato mentre, in quelli dedicati alla fertilità, alla conoscenza ed alla ricerca simboleggia l’utilizzo dell’energia sessuale necessaria al compimento dell’opera.
In ogni caso fondamentale è il concetto di pulizia dal male, naturalmente non nel senso bigotto di peccato bensì in quello di energia negativa. Per tale ragione il lattice, la polpa del frutto od entrambi vengono spalmati sul corpo dei partecipanti al rito con particolare riguardo ad occhi (dove l’uso del lattice è tassativamente escluso) bocca, cuore, fegato, mani e genitali.
Non è un caso che anche al fico, albero primordiale e sacro anch’esso a Dioniso (che ne avrebbe addiritttura determinato la nascita) vengano sovente associati caratteri erotici, la predilezione da parte di Priapo, la riproposizione dello scroto maschile ovvero, quando spaccato, della vagina femminile e la considerazione di pianta sacra a Demetra, dea della fertilità. Una curiosità: la cosiddetta Via Sacra, percorso lungo 20 chilometri che conduceva da Atene ad Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra e dove campeggiava il fico sacro, era fiancheggiata da un doppio filare di alberi di fico.
Non dimentichiamo in fine la storia di Roma: il fico era caro a Marte, e sotto un fico fu trovata la cesta contenente Romolo e Remo.
Con l’avvento del cristianesimo, dimenticando le meditazioni di Gesù, arriva quel simpaticone di san Gerolamo a dichiarare che è stata l’eresia a seccare i rami di un certo fico, simbolo del demonio e dell’ozio voluttuoso.
E concludo con una nota niente affatto mistica: nel 2017 la produzione mondiale è stata di 3.973 milioni di tonnellate, con la Cina saldamente al primo posto con una quota del 48 per cento.

Alberto Cazzoli Steiner

Stato dell’arte: la salute? Bene, grazie

Condotto da manuale, anzi da alta scuola, l’incontro di vertice tenutosi recentemente a Roma: Ursula Van Del Foss e il Cerutti Gino, con impeccabile aplomb da maggiordomi, hanno perfettamente centrato l’obiettivo di assicurare che nessuna terapia non ortodossa possa mettere in discussione il più che precario stato di salute dell’estabilishment sanitario.Dalla conclusione dei lavori è emerso il preciso intento di lasciare mano libera al settore privato, ed a nulla sono valsi i timidi pigolii italilandesi, emessi solo affinché nessuno possa un giorno affermare che l’italiland ha avallato tale decisione scellerata.
Neutralizzate, dopo alcune bordate a salve, anche Franza e Spagna poiché come è noto, zitte Franza e Spagna, che qui se magna.
Il paese del namasté, infine, ha formulato alcune proposte, prontamente ritirate di fronte alla promessa di elicotteri da combattimento, kinder pinguì e scarpe da far assemblare con leganti tossici a lavoratori bambini. Namasté
Dimenticavo: c’era anche una rappresentanza dell’Oms, della cui presenza si sono accorti solamente gli incaricati alla distribuzione dei segnaposti, che di fronte alla minaccia di essere esclusa dal buffet ha promesso di non profferire verbo, pur nella consapevolezza che valgono di più i miagolii del mio gatto che la parola di tale Organizzazione.
Qualche anima candida afferma che il vertice sulla salute globale sia stato un’occasione perduta. Non è vero, è vero anzi il contrario, poiché la partecipazione dei pezzi da novanta della cupola mondiale ne ha sancito l’incontestabile successo.
Magistrale la sceneggiata dello sdegno per le inaccettabili disparità nella distribuzione mondiale dei vaccini: l’85% delle dosi ai paesi ricchi e lo 0,3% a quelli poveri. Non ha fatto rimpiangere la mancanza di Nino D’Angelo e del grande Mario Merola.
Simpatica la dichiarazione di apertura della presidente della Commissione Europea: «Un nuovo capitolo nella storia della salute pubblica». A seguire Magnum per tutti, un classico evergreen, anche con ripieno al pistacchio.
Chiarita anche la sintassi dell’evento, nonché le implicazioni antecedenti e conseguenti: se nei primi mesi della vicenda pandemica la gestione risultava almeno formalmente nelle mani dell’Oms, ragione, come molti ricorderanno, di aspri scontri tra Donald Trump e la Cina, oggi la situazione è stata normalizzata, come accadde con il Concilio di Nicea: tutti apparentemente partecipano alla discussione, governi dei paesi ricchi e poveri e capitani d’industria, tirapiedi e faccendieri, nani e ballerine a conferma della ritrovata corrispondenza d’amorosi sensi.
Adoro l’odore dei bonifici alla mattina e, si sa, dove c’è Barilla c’è casa.
La conseguenza di queste congiunzioni carnali, che avranno ampie ricadute sulle popolazioni però in forma sodomitica, è stata la concessione della facoltà di parola al settore privato, per esempio ai massimi produttori mondiali di punturine, che in trionfale sequenza hanno annunciato i piani globali di produzione e vendita dei rispettivi veleni: 1,3 miliardi di spade entro il 2021 e altrettante nel 2022, con uno schema di prezzi differenziati, che però ovviamente nessuno conosce trattandosi del cosiddetto “prezzo di emergenza”, da sempre più elevato rispetto a quello standard.
Nessuno ha ovviamente osato chiedere, pur sapendo che una dose Sfrizzer costa, in regime di emergenza, al massimo 18 dollari ma che costerà tra 150 e 175 dollari nella fase commerciale, che potrebbe già iniziare nel secondo semestre di quest’anno.
Tutto era talmente studiato che persino Cammella Harry’s Bar si è ben guardata dal citare la sospensione dei brevetti decisa dal Bidet, visto che non intendeva certo essere accusata di inficiare il neo-atlantismo, benedetto da alleanze multimiliardarie mentre viene cucinata la pasta al forno grondante incentivi per le aziende affinché stipulino accordi bilaterali con imprese del sud del mondo, preservando i loro monopoli in cambio di facilitazioni doganali e fiscali.
E infatti gia lampeggiano gli annunci di alleanze Europa-Africa per la produzione delle punturine. E così è, se vi pere.

Il Cittadino Prigioniero

L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner

Il Cittadino Prigioniero è tornato

A poche, pochissime persone è nota la sua esistenza: cittadino di un paese ideale, potremmo dire interiore poiché mai fu, il suo, quello del quale in questo qui ed ora calca il suolo, e che effettivamente il nostro non riconosce, avendo tentato di cambiarlo e per tale ragione sottostando con dignità al pagamento del prezzo.All’onore della lavagna, rigorosamente dalla parte dei cattivi anticomunisti, nel primo decennio del terzo millennio quest Uomo trascorse alcuni anni in un carcere del Nord, esperienza che fu arricchimento mistico, monastico, interiore, lavorativo.
Una volta ristretto ritrovò vecchi cattivi, e nuovi ne conobbe, di parte e, a suo tempo, di parte avversa, e tutti si scoprirono accomunati da un’identica sorte: l’aver gettato anni della propria esistenza credendo in un ideale ma essendo in realtà carne da macello nelle mani di burattinai che cenavano, andavano in vacanza, tenevano consessi carnali e facevano affari con i burattinai avversari.
Dal novero vanno stralciati giusto un paio di cattivi, divenuti nel frattempo star letterarie e televisive, ma nessuno sofrì nel constatarlo.
Il nostro, aduso al chissenefrega, se ne fece anzi una ragione, e ad una settimana dalla decorrenza della pena già utilizzava le proprie capacità ed il proprio tempo – che nel frangente non mancava – per scrivere su diversi giornali carcerari e non, organizzare eventi e convegni sui temi della trasgressione e del recupero intra ed extra murario, implementare progetti di lavoro esterno, oltre che per lavorare nell’ufficio statistica e nel laboratorio di rilegatoria del carcere, apprendendo i segreti di un’arte raffinata.
Arte che gli permise di realizzare, per uso personale, una splendida cartella portadocumenti in robusto cartone rivestito in pelle sfumata in due eleganti toni di azzurro e grigio, sempre colma di ritagli di giornale, quotidiani, appunti e che si caratterizzava poiché la parte esterna presentava la scritta in rilievo: Il Cittadino Prigioniero, seguita dal numero 162112, il suo numero di matricola.
Un giorno accadde che il ministro della giustizia divenne Clemente, promulgando un indulto che gli abbuonò due anni residui. Ed uscì infine a riveder … i tram in piazza Aquileia.
Per onor del vero gli vennero abbuonati due anni e otto mesi, ma il nostro, quando pochi giorni dopo tornò in carcere per ritirare 800 euro di stipendio maturato, tutto ciò che in quel frangente possedeva, non andò certo a farlo notare.
Trascorsero anni, per l’esattezza più o meno tre lustri, ed un giorno il protagonista della nostra vicenda ricevette una telefonata dalla polizia della cittadina dove nel frattempo si era trasferito, che lo avvisava di presentarsi per discutere … l’affidamento in prova ai servizi sociali per una condanna residua di otto mesi, con l’avvertenza che avrebbe potuto “opporre ricorso avverso il provvedimento”.
Avvocati? Anche no, grazie: a suo tempo giocare al rivoluzionario gli costò ben trecento milioni delle vecchie lire in spese legali, naturalmente senza che nessuno dei maggiorenti delle organizzazioni per le quali aveva militato facesse neppure finta di mettere mano al portafogli per un contributo.
Per farla breve: il nostro ha attualmente acquisito lo status di detenuto affidato in prova ai servizi sociali con un fine pena fissato per la metà del prossimo mese di novembre, che si ridurrrà a settembre per effetto dello sconto di pena di 45 giorni ogni semestre che tocca in caso di buona condotta.
La vita del nostro amico è mutata per il fatto che non può lasciare la regione di residenza o domicilio salvo richiesta motivata all’apposito ufficio dell’amministrazione penitenziaria che si occupa delle esecuzioni penali esterne, deve rincasare entro le ore 23 e non può uscire prima delle 6 (il cosiddetto coprifuoco antivirale è dalle 22 alle 5), non deve frequentare pregiudicati (nemmeno il Berlusca? Uffa…) e deve chiedere l’autorizzazione per prendere parte a matrimoni, funerali, pranzi o cene di lavoro in ambito extra regionale.
Essendo in questi otto mesi il ministero della giustizia responsabile del suo stato di salute, sarà quindi l’amministrazione penitenziaria ad occuparsi di dentista, oculista, tac, risonanza, presidi farmaceutici, ricoveri ospedalieri, ovviamente con corsia preferenziale, ticket-free ed ovviamente escluso il piantonamento. Un’ottima opportunità per un check-up completo.
Avendo una casa, un lavoro, una condotta regolare e dovendo scontare una condanna residua inferiore ai 18 mesi per reati commessi nel millennio precedente, e non avendone commessi di successivi, al nostro amico è concesso di mantenere la propria attività di lavoratore autonomo, con la quale campa, e coltivare i propri interessi.
A qualcuno tutto questo potrà apparire come disgrazia, vessazione, carognata di uno stato inefficiente. Questione di punti di vista, funzionali alle situazioni.
Quello del nostro amico è: ma quando mi ricapita un’occasione simile? L’opportunità di vedere per alcuni mesi il mondo e le sue vicende attraverso il filtro privilegiato di uno status solo apparentemente limitante ma che consente un sano distacco ed un’iconoclasta derisione. E poi vediamo chi è il prigioniero.

ACS – Il Cittadino Prigioniero

Con l’alias de Il Cittadino Prigioniero il nostro amico collaborerà in questi mesi a La Fucina con articoli dedicati a crescita interiore, costume e soprattutto malcostume. No, non prevede di scrivere testi di evasione.

L’Aquila del lago compie 100 anni

Perché su La Fucina dell’Anima? E perché no?Vi sembrerò un po’ scemo, ma scrivere di Moto Guzzi per me significa ricordare con un groppo in gola certi missili che sfrecciavano sulla vecchia 36, portati dal Russitt, ol Giberna, ol Ricœu, provetti collaudatori che, letteralmente, volavano pur sapendo inchiodare, al massimo danzando la scivolata di traverso se intuivano che un bambino stava per sfuggire alla mano della mamma.
Con loro ho vissuto, non solo come passeggero, l’esperienza dello slalom sulla Regina o tra i camion dell’acqua prima che il tunnel costituisse l’alternativa alla strada litoranea, l’immancabile Stelvio e l’urlo bollente che ti sale lungo le gambe per esploderti nell’area pelvica e nella schiena e salire lungo la colonna vertebrale prendendoti la nuca, le dita che stringono le maniglie mentre l’accelerazione fa di tutto per portarti via di sella, tu che ti inclini, ombra del conducente, fino quasi a toccare terra sfiorando le antiche case di pietra che ti sfrecciano accanto.
Naturalmente ne sto scrivendo mentre ascolto Il costruttore di motoscafi di Davide Van De Sfroos: “Disen tücc che il laagh de Comm l’è fà cumè un’omm, ma me sun sicür che l’ è una dona: ta ghett da faagh el fiil se te voret sultàagh so, perché sota a la gona ghè la brona;
E per pudè seguì ogni soe caprizi ho imparà a curvà el legnn e a indrizaal quand che l’è stoort;
Perché quand me prepari el mutuscaaf el dev’ es cumè na spada, el dev’ es cumè na foja, e forse sum na soe con questa canutiera con questo coer de acqua e de lamera, con questa schena larga e questa crapa düra, sempar sporch de oli e segadüra.”
https://www.youtube.com/watch?v=qOTadrpIYiMBene: è l’11 marzo 1921 quando Carlo Guzzi insieme all’amico Carlo Parodi e al padre di lui, il cavaliere Emanuele Vittorio, fondano a Genova la Società Anonima Moto Guzzi, il cui logo è sostanzialmente quello di oggi: un’aquila ad ali spiegate simbolo dell’aviazione nella prima Guerra Mondiale, scelta come omaggio all’amico pilota motociclistico ed aviatore Giovanni Ravelli.
La produzione inizia immediatamente nello stabilimento di Mandello, ancora oggi attivo e nel quale quasi ogni laghèe ha sognato di lavorare.
Il primo modello di serie fu la Normale, 8 cavalli di potenza ed una velocità massima di 80 km/h, la prima moto della storia dotata di cavalletto centrale.
Nel 1928 esce la 500 GT, detta Norge per aver portato Giuseppe Guzzi, fratello di Carlo, da Mandello a Capo Nord in 28 giorni: è considerata la prima granturismo della storia e fu la prima moto dotata di serie di sospensione posteriore.
Nel 1939 arriva Airone, una 250 prodotta fino al 1957 con cambio a quattro rapporti, che divenne tra le più diffuse sul territorio nazionale. Inizialmente, dato il periodo, venne destinata al mercato militare.
Nel dopoguerra, con la nuova denominazione di Moto Guzzi SpA, l’azienda sforna una copiosa produzione, sempre improntata alla qualità, che vede in prima fila il Guzzino, noto anche come Cardellino, un 65 cc con il primo motore Guzzi a due tempi, che percorreva ben 100 chilometri con due litri di carburante.
Ed ecco il Falcone, l’emblematica 500 che equipaggiò le forze armate, polizia e carabinieri, e che costituì la ragione iniziale delle mie visite allo stabilimento poiché mio padre era il fiero possessore di un esemplare rigorosamente verde militare.
Certo che, pensandoci, tra lo stabilimento Guzzi, la rivisitazione dei luoghi dei Promessi Sposi e la Rivarossi di Como in un modo o nell’altro ero sempre sul lago…
La mia infanzia trascorse su un Galletto giallo, capostipite degli scooter a ruote alte da 160, 175, 192 cc alternativo alla Vespa: mio padre possedeva un 175 ed aveva costruito uno schienale in tubolare munito di robusti lacci in cuoio … per legarmi affinché non mi muovessi compromettendo la stabilità del mezzo. Ricordo viaggi nelle campagne mantovane, piatte ed infinite come mi immaginavo fosse l’America, la Cisa che percorsi successivamente guidando la mia BMW, con ben altra andatura perché se entro certi limiti anagrafici non fai il pirla ti sei perso il meglio della vita: o vivi o muori, fanculo. Ed ancora oggi la penso così.
Ricordo anche un viaggio massacrante a Trieste, dalla sorella di papà, però con il Falcone: non vi dico com’erano ridotti i miei … quarti posteriori.
Nel 1967 l’ingegnere Giulio Cesare Carcano, il geniale inventore dell’incredibile otto cilindri del 1955, da 287 km orari, crea il bicilindrico a 90° con trasmissione finale cardanica, destinato a diventare l’emblema della Casa lariana attraverso i mitici modelli V7, Special e Sport, Califormia e Le Mans.
Arrivano le commesse di numerose amministrazioni della polizia degli Stati Uniti e, negli anni ’80, vengono immesse sul mercato la V35 che replica il successo della 250 d’anteguerra, e la Daytona 1000, moto niente affatto facile da guidare.
Ed arriva la crisi: mercato in mano ai giapponesi, cassa integrazione, licenziamenti, situazione di stallo fino al 2000 quando il marchio viene acquistato da Aprilia, per essere assorbito da Piaggio nel 2004.
Da quel momento inizia la rinascita, tra soluzioni sempre più innmovative e grande fedeltà alla tradizione. Il propulsore è oggetto di costante evoluzione fino a motorizzare, corredato da controlli elettronici, le apprezzatissime V7 e V9 nelle versioni Roamer e Bobber, oltre alla “grande viaggiatrice” V85 TT, primo esempio mondiale di classic enduro.
Questi veri e propri gioielli sono proposti in versione speciale per celebrare il centenario.
Fine dei ricordi, senza trascurare la mitica galleria del vento, realizzata nel 1950 dal team Todero, Cantoni, Carcano e, con gli opportuni aggiornamenti, tuttora in uso.
Chissà, magari tra cento anni l’Aquila volerà in prova in quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello.

Alberto Cazzoli Steiner

Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La Medicina è finita, andate in pace

Hanno permesso al più miserabile degli elettricisti di abbassare il sezionatore, privandoli di ogni stimolo e rendendoli tanto rabbiosi eppure spenti, infantilizzati e considerati alla stregua di minorati mentali: questo sono diventati gli italilandesi che, valicato il punto di non ritorno nell’identificazione con due vermi cinematografici: il Villaggio Fantozzi ed il portaborse Moretti, si addentrano in un 2021 caratterizzato da sempre maggiori divieti ed obblighi che si contraddicono vicendevolmente affinché tutto si compia.Noi che percorriamo il cammino alchemico della Conoscenza non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo fare altro che osservare distanti questa tragica favola, questa profezia che autoavverandosi sotto i nostri occhi consolida la propria suggestione narrativa sulle reazioni scomposte di una collettività ormai mentalmente involuta nel trionfo della nullità.
Li avevano cresciuti all’insegna della furbizia, del motto più sei falso e più sei apprezzato, perché più sei lecchino più puoi affermarti. Servi, blended since 1861.
Loro, i veri complottisti che tramavano nell’ombra di stalle e cucine, non contro un padrone arrogante e tiranno bensì contro altri servi, e non importava quanto figlio di puttana fosse il dominus, né chi fosse. Anzi: più era stronzo più era amato e più c’era la possibilità di guadagnare servendolo ed assecondandone ogni desiderio, compresi i più perversi, crudeli e disumani.
Qualità, merito, talento sono stati vilipesi e repressi in favore di un abominio costituito da falsità, incapacità, inettitudine nel segno di quanto di più osceno e orripilante potesse essere infuso nelle persone, specialmente grazie ad un mezzo formidabile: la televisione, quel totem che oltre al terrore per l’immondo virus impone modelli a volgarissimi sottoacculturati urlanti che, invasati, gettano nel cesso l’ultimo barlume di dignità esibendosi nei modi più sguaiati ed insulsi pur di alimentare il proprio protagonismo nella speranza di assurgere per un istante ad icone di riferimento di una massa sempre più stracciona ed ignorante.
E, fateci caso: oggi, tra le icone di riferimento, spiccano i medici.
Assurti ad un ruolo salvifico e definiti eroi, sono ormai percepiti dal popolo delle maccheine come i gran sacerdoti di un culto che si esplica in chiese chiamate ospedali.
Mezzi di comunicazione, social, brani di conversazioni colti per strada lasciano intendere come, mai come oggi, l’intera organizzazione sanitaria sembri progettata per riflettere una fede religiosa provvista di propri sistemi di credenze, dogmi, regole lessicali, martiri, santi e beati.
Il culto sanitario destinato a salvare dall’immondo virus prevede anzitutto un peccato originale, nel caso in esame coincidente con un sistema immunitario che, indebolito, predispone alla possessione demoniaca, la malattia, che verrà mondata dal lavacro delle acque battesimali, il vaccino.
Il medico indossa una veste bianca, che similmente ad altri ministri di culto lo identifica come il sommo sacerdote, coadiuvato da suore e preti, il personale infermieristico, che lo aiuta ad assistere i membri della congregazione, i pazienti, quando si ammalano perché posseduti da microbi malvagi, non di rado attivati dai peccati commessi. HIV docet.
E non solo i pazienti membri della congregazione non mettono in dubbio protocolli e tecniche, ovvero dogmi e rituali di guarigione adottati dai medici ministri del culto, ma chi osasse dubitare delle intenzioni, dell’integrità o delle modalità dei medici ministri del culto e dei loro assistenti verrebbe considerato un demoniaco deviante, posseduto, pazzo.
Non è inoltre certamente per caso che, in tutto il mondo, ospedali e luoghi di cura abbiano tratto dalla religione la propria denominazione: Mount Sinai, San Raffaele, San Giuseppe, Santa Rita dove asportavano polmoni sani pur di fare cassa; in Toscana la più estesa organizzazione dedita al soccorso è la Misericordia, a Milano tra le ambulanze annoveriamo Maria Bambina, San Carlo (chiusa per mafia) e Azzurra di San Giorgio. L’elenco potrebbe continuare sotto gli ampi stendardi offerti dalle case farmaceutiche affinché il popolo creda nel valore della loro medicina, investendovi fede cieca e non raziocinio, cosa del resto impossibile a meno che non si conoscano i meccanismi anatomopatologici, biochimici, fisiologici che presiedono all’insorgenza delle malattie ed alle relative cure. E chi sa tace, o perché zittito o perché desideroso di uno spazio nel trogolo.
Resta il fatto che, tra le evidenze, abbiamo innumerevoli esseri sempre malati senza che ne conoscano nemmeno la ragione ed intanto la religione medica, vietata agli spiriti critici, evita le domande importanti, quelle che da anni attendono risposta ma vengono sistematicamente ignorate. Mentre sempre più spazio viene lasciato ai proclami ed alle raccolte di fondi in nome di una ricerca che sconfiggerà malattie future che, in realtà, nessuno intende eliminare poiché fanno troppo comodo al fatturato.
Molta, moltissima, troppa acqua è passata sotto i ponti da quando la medicina era fitoterapia, era conoscenza dei cicli della natura, era potere della Luna Rossa, era appannaggio di stregoni e donne di medicina che vivevano ai margini del villaggio e non si sognavano di fare le star.

Alberto Cazzoli Steiner

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner