Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La Medicina è finita, andate in pace

Hanno permesso al più miserabile degli elettricisti di abbassare il sezionatore, privandoli di ogni stimolo e rendendoli tanto rabbiosi eppure spenti, infantilizzati e considerati alla stregua di minorati mentali: questo sono diventati gli italilandesi che, valicato il punto di non ritorno nell’identificazione con due vermi cinematografici: il Villaggio Fantozzi ed il portaborse Moretti, si addentrano in un 2021 caratterizzato da sempre maggiori divieti ed obblighi che si contraddicono vicendevolmente affinché tutto si compia.Noi che percorriamo il cammino alchemico della Conoscenza non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo fare altro che osservare distanti questa tragica favola, questa profezia che autoavverandosi sotto i nostri occhi consolida la propria suggestione narrativa sulle reazioni scomposte di una collettività ormai mentalmente involuta nel trionfo della nullità.
Li avevano cresciuti all’insegna della furbizia, del motto più sei falso e più sei apprezzato, perché più sei lecchino più puoi affermarti. Servi, blended since 1861.
Loro, i veri complottisti che tramavano nell’ombra di stalle e cucine, non contro un padrone arrogante e tiranno bensì contro altri servi, e non importava quanto figlio di puttana fosse il dominus, né chi fosse. Anzi: più era stronzo più era amato e più c’era la possibilità di guadagnare servendolo ed assecondandone ogni desiderio, compresi i più perversi, crudeli e disumani.
Qualità, merito, talento sono stati vilipesi e repressi in favore di un abominio costituito da falsità, incapacità, inettitudine nel segno di quanto di più osceno e orripilante potesse essere infuso nelle persone, specialmente grazie ad un mezzo formidabile: la televisione, quel totem che oltre al terrore per l’immondo virus impone modelli a volgarissimi sottoacculturati urlanti che, invasati, gettano nel cesso l’ultimo barlume di dignità esibendosi nei modi più sguaiati ed insulsi pur di alimentare il proprio protagonismo nella speranza di assurgere per un istante ad icone di riferimento di una massa sempre più stracciona ed ignorante.
E, fateci caso: oggi, tra le icone di riferimento, spiccano i medici.
Assurti ad un ruolo salvifico e definiti eroi, sono ormai percepiti dal popolo delle maccheine come i gran sacerdoti di un culto che si esplica in chiese chiamate ospedali.
Mezzi di comunicazione, social, brani di conversazioni colti per strada lasciano intendere come, mai come oggi, l’intera organizzazione sanitaria sembri progettata per riflettere una fede religiosa provvista di propri sistemi di credenze, dogmi, regole lessicali, martiri, santi e beati.
Il culto sanitario destinato a salvare dall’immondo virus prevede anzitutto un peccato originale, nel caso in esame coincidente con un sistema immunitario che, indebolito, predispone alla possessione demoniaca, la malattia, che verrà mondata dal lavacro delle acque battesimali, il vaccino.
Il medico indossa una veste bianca, che similmente ad altri ministri di culto lo identifica come il sommo sacerdote, coadiuvato da suore e preti, il personale infermieristico, che lo aiuta ad assistere i membri della congregazione, i pazienti, quando si ammalano perché posseduti da microbi malvagi, non di rado attivati dai peccati commessi. HIV docet.
E non solo i pazienti membri della congregazione non mettono in dubbio protocolli e tecniche, ovvero dogmi e rituali di guarigione adottati dai medici ministri del culto, ma chi osasse dubitare delle intenzioni, dell’integrità o delle modalità dei medici ministri del culto e dei loro assistenti verrebbe considerato un demoniaco deviante, posseduto, pazzo.
Non è inoltre certamente per caso che, in tutto il mondo, ospedali e luoghi di cura abbiano tratto dalla religione la propria denominazione: Mount Sinai, San Raffaele, San Giuseppe, Santa Rita dove asportavano polmoni sani pur di fare cassa; in Toscana la più estesa organizzazione dedita al soccorso è la Misericordia, a Milano tra le ambulanze annoveriamo Maria Bambina, San Carlo (chiusa per mafia) e Azzurra di San Giorgio. L’elenco potrebbe continuare sotto gli ampi stendardi offerti dalle case farmaceutiche affinché il popolo creda nel valore della loro medicina, investendovi fede cieca e non raziocinio, cosa del resto impossibile a meno che non si conoscano i meccanismi anatomopatologici, biochimici, fisiologici che presiedono all’insorgenza delle malattie ed alle relative cure. E chi sa tace, o perché zittito o perché desideroso di uno spazio nel trogolo.
Resta il fatto che, tra le evidenze, abbiamo innumerevoli esseri sempre malati senza che ne conoscano nemmeno la ragione ed intanto la religione medica, vietata agli spiriti critici, evita le domande importanti, quelle che da anni attendono risposta ma vengono sistematicamente ignorate. Mentre sempre più spazio viene lasciato ai proclami ed alle raccolte di fondi in nome di una ricerca che sconfiggerà malattie future che, in realtà, nessuno intende eliminare poiché fanno troppo comodo al fatturato.
Molta, moltissima, troppa acqua è passata sotto i ponti da quando la medicina era fitoterapia, era conoscenza dei cicli della natura, era potere della Luna Rossa, era appannaggio di stregoni e donne di medicina che vivevano ai margini del villaggio e non si sognavano di fare le star.

Alberto Cazzoli Steiner

Coppia sacra: niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così

Mala tempora currunt: è di questi giorni la notizia che la Suprema Corte ha annullato la condanna per evasione inflitta nei precedenti gradi di giudizio ad un detenuto, allontanatosi dai domiciliari perché recatosi dai carabinieri per farsi ricondurre in carcere poiché non più in grado di sostenere il clima venutosi a creare con la consorte. Non è la prima volta che accade fra i condannati affidati a misure alternative e costretti a condividere gli spazi domestici con consorti con le quali non vi è più nulla da dire.
Esattamente come accade nei domiciliari forzati ai quali gli italilandesi si sottomettono in ossequio a ordinanze di dubbia legittimità che sfruttano la paura di morire, in ragione della quale gran parte delle persone ha scelto di non vivere, in un limbo di solitudine interiore intesa come via di salvezza, non solo dall’immondo virus ma anche da altri spietati patogeni, compresi quelli che presiedono ad una relazione a due giunta al punto di non ritorno.La nostra relazione di coppia ci crea disagio? Camminare come acrobati sul filo di compromessi e paure, insicurezze ed aspettative, adattamenti e plagi, controlli e menzogne, tradimenti e, ancora peggio, favolette narcisistiche per l’autoassoluzione non solo non costituisce un rimedio, ma potrebbe anzi costituire la scaturigine di somatizzazioni anche gravi.
La soluzione però esiste, e non risiede nel ridursi da soli affermando che lo si è felicemente, anche perché si trattarebbe di una patetica menzogna, ma nel proiettarsi oltre gli schemi duali affinché il definitivo senso dell’essere, dapprima individualmente e successivamente binato, non sia più fonte di dolore.
Apprendere l’amore per se stessi non significa portare alla condizione di single interpretata come apice espansionistico della coscienza, nel senso greco dell’etimo κείρω.
Significa invece perdere l’abitudine, tanto tossica quanto, nonostante ciò, per molti orgasmica, di vivere relazioni a due burrascose, estreme, costellate da micro e macro dipendenze, folli come se ci si trovasse costantemente sul set de La stazione, l’impareggiabile film interpretato da Sergio Rubini, Margherita Buy e Ennio Fantastichini.
Nulla da demonizzare, intendiamoci, semplicemente scelte, spesso inconsapevolmente pianificate nell’intento di creare una malsana abitudine da massicci e incazzati, dando vita ad uno scenografico personaggio somigliante al Libanese di Romanzo Criminale: destinato a generare un inscalfibile ego spirituale portatore di dolore. Chi intende continuare così si accomodi: non è affar mio.
L’intento di non farsi mai più male, se improntato a concretezza, passa dal potenziamento, necessario per interrompere la manifestazione del dolore. Detto in altri termini: da icona utopica a manifestazione del sé, approdo di un percorso trasmutativo dalla vecchia alla nuova condizione che porti al contatto profondo con la propria matrice, ovvero essenza.
Il maturato bisogno e la volontà di compiere un definitivo lavoro su di sé, percorrendo la via del risveglio per conseguire l’opportunità di conoscere l’amore puro primariamente per se stessi, rappresentano i migliori presupposti per entrare, o rientrare ove non tutto sia compromesso, risanati in una relazione di coppia che, per effetto di una provvida risonanza, beneficierà di miglioramenti fino a quel momento ritenuti impensabili.
La coppia unita dall’amore puro esiste, ma è necessario iniziare dal lavoro individuale.
Chi butterà nel cesso i pannicelli caldi dei vari guru che mirano solo a creare dipendenza ed accetterà di prendersi o farsi prendere a calci nei denti potrà finalmente incontrare la propria energia vibrazionale, quella che riassorbendo episodi egoici condurrà alla piena consapevolezza dell’energia ancestrale, e non incidentalmente di quella sessuale, permettendo alla nostra controparte corrispondente di manifestarsi con la propria vibrazione.
Cesserà il convincimento di iniziare una vita di coppia mediante l’atteggiamento razionale, schematico, programmato che fa dell’innamoramento una trappola autoreferenziale, a vantaggio della manifestazione attraverso intelligenza emotiva ed intuito.
Intendiamoci: nulla potrà accadere prima di aver conosciuto e sperimentato definitivamente l’energia che abita nella parte più profonda di noi stessi, con il preciso intento di cessare esperienze relazionali declinate da una malformazione dell’ego e basate totalmente sul dolore.
Giunti a questo punto non riconosceremo più il nostro partner attraverso le solite trappole folcloristiche del corteggiamento, della valutazione di quante cose si hanno in comune e via enumerando ma solo attraverso l’energia che porta, corrispondente alla nostra ed in grado di attivare il passaggio oltre i credo schematici ed egoici per pervenire alla sintesi sacra, ancestrale: l’unica bussola per orientare la scelta è costituita dall’energia e dal suo colore.
La sessualità, a questo punto, diviene inevitabilmente un potere personale indipendente dal partner, non più merce e non più oggetto di potenziale mercimonio o ricatto, ma soprattutto non più comprimibile da dogmi religiosi o impedimenti tramandati dalla famiglia e dalla società cosiddetta civile. Attivata mediante il risveglio diventa questione tanto personale quanto sacra, nonché unico strumento che consente di arrivare al risveglio dell’amore puro attraverso la coppia, attivando altresì la possibilità di creare abbondanza intesa ad ogni livello e settore dell’esistenza.
Ricapitolando: divenire coppia e Uno, oltre gli schemi duali e il definitivo senso dell’essere in due, evitando di farsi male ma trasmutando anzi tutto in amore.
Bello, e il trucco dov’è? Semplicissimo, è nella resa di fronte al ricevere trasmutando così il corpo dal piombo all’oro, e adattandolo alla velocità ed alla potenza della mente.
E se vi hanno raccontato che la mente mente, sono stati i soliti guru: vi hanno raccontato delle palle, funzionali a crearvi incertezza. In realtà dipende solo da voi permettere o meno alla mente di mentire.
Arrendersi è un po’ morire… ebbene, in questa sorta di pseudo-suicidio guidato si diverrà perfettamente capaci di dimostrare come sia possibile non morire, vale a dire non fallire, osservando le cose e chiamandole con il loro nome, con semplicità e naturalezza.
E la soluzione dove sta? Non c’è nessuno che lo sa… Non è vero: la soluzione è il focus, e si tratta di apprendere, non attraverso ricette facili o immediate ma mediante un percorso serio, profondo, difficile, degno di lacrime e sangue, capace di creare uno squarcio dal mento infin dove si trulla affinché dal tristo sacco pendan le minugia, che porti ad introiettare il potere di non far morire, attraverso la disidentificazione dai problemi.
Perché se è giunta la consapevolezza dell’insorgenza di un problema, questo non va curato dedicandovicisi ossessivamente ma lasciandolo agire indisturbato, fregandosene. Come tutti dovrebbero fare con la febbre, invece di assumere la tachipirina.
Intendiamoci: non si tratta di fare come lo struzzo, che oltretutto mettendo la testa nella sabbia lascia esposte le terga, e neppure di confidare che le cose si risolvano da sole ma, con obiettiva razionalità, di sapere che la soluzione non verrà mai da sola a cercarci se prima non accetteremo di compiere un atto di fede, su noi stessi e sulle nostre capacità. Lo stesso atto di fede che fa il bimbo quando, per la prima volta, tenta di alzarsi per muovere il suo primo passo.
Non siamo diversi da quel bambino, se non per una cosa: lui non ha paura.
Alternative? Nessuna, salvo smetterla di preoccuparci elaborando lo sfogo delle emozioni, ma osservandole con lucidità ed ignorandole nel loro fallimentare e doloroso arbitrio, stravolgendo completamente tempi e modi usuali del pianto greco per pervenire alla materializzazione della soluzione.
Perché deve essere chiaro che se ci si presenta un problema, esso è la dimostrazione concreta che esistono già, manifeste in noi, non solo la capacità di osservarlo e la forza per debellarlo, ma anche la sua soluzione conclusiva.
Vissuto come potenziamento ed ignorato nel suo ruolo minaccioso, l’evento non è altro che una soluzione manifesta: occorrono auto-disciplina e fede nel meglio, anche se ancora non lo si vede nel concreto, per creare la forma dal pensiero, metabolizzando correttamente questo culminante potenziamento definitivo e riadattandolo agilmente alla realtà quotidiana, ma con una consapevolezza radicalmente stravolta e massimamente elevata, dedicata esclusivamente al fare.
Esistono delle tecniche, non teoriche ma pratiche, perché la vita sia il progetto positivo che abbiamo scritto, e che finalmente abbiamo il coraggio di realizzare.

Alberto Cazzoli Steiner

Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner

I viaggiatori della sera

Oggi parlo di un film uscito nel 1979 ma attualissimo: diretto e interpretato da Ugo Tognazzi alla sua quinta prova da regista, affiancato da una splendida Ornella Vanoni, I viaggiatori della sera è un film ambientato nell’anno 1980: per fronteggiare il problema del sovrappopolamento, una legge dispone che i cittadini, compiuto il cinquantesimo anno di età, si trasferiscano sotto la sorveglianza dell’Esercito della Salute Pubblica in un resort per trascorrervi quella che ufficialmente è una vacanza.I coniugi Orso, Ugo Tognazzi, e Niky, Ornella Vanoni, raggiungono accompagnati dai figli il villaggio al quale sono stati assegnati, che ben presto si rivela per quello che è: una dorata prigione dove vige l’obbligo di partecipare a giochi e ad una lotteria, il cui premio consiste in una crociera, dalla quale però nessuno dei vincitori è mai tornato.
Tanto è vero che gli ospiti del villaggio-prigione deducono che i vincitori siano in realtà soppressi, accettando però la cosa come ineluttabile e trascorrendo il tempo dedicandosi ad attività sessuali, vissute da tutti in piena libertà in attesa di vincere la crociera.
Dopo varie vicissitudini i protagonisti decidono di fuggire ma, il piano naufraga e Niky viene selezionata per la crociera. Il film si conclude tragicamente, in un museo galleggiante abbandonato, che simbolicamente raccoglie i resti imbalsamati di animali ormai estinti.
C’è un altro film gerontofantascientifico, più o meno coevo del precedente ed interpretato da Annie Girardot, del quale non ricordo il titolo e che non sono riuscito a trovare nemmeno scorrendo la filmografia dell’attrice: è ambientato in un’isola caraibica dove è situata una clinica dedicata al ringiovanimento per ricchi.
Ciascun paziente dispone di un cameriere, o cameriera, personali con cui inevitabilmente ha rapporti sessuali e che, altrettanto inevitabilmente, subisce un trasferimento ad altra struttura. Il turn-over è sfrenato e ciò in Annie Girardot, nel frattempo innamoratasi del cameriere toy-boy, ingenera sospetti che la portano ad indagare all’interno della struttura sino a scoprire un ambiente refrigerato dove i corpi del personale di servizio, eviscerati, sono appesi come bovini dopo che sono state loro asportate le ghiandole endocrine e prelevato il sangue, con cui viene preparato il siero per il ringiovanimento cellulare.
E veniamo all’attualità: Vittorio Sebastiano è un biologo attivo a Stanford con il suo team che sperimenta su cellule umane nuove tecniche di riprogrammazione epigenetica, in grado di riportarle indietro nel tempo al fine di ottenere, in un futuro non lontano, il ringiovanimento cellulare, riportando indietro quello che viene definito l’orologio epigenetico, il particolare codice fisico-chimico iscritto nel Dna che rivela l’età biologica, e quanto resta da vivere.
La riprogrammazione epigenetica è l’ultima frontiera della biomedicina cellulare, in grado di riparare i danni causati dall’avanzare dell’età.
La tecnologia è stata sperimentata su pazienti ultrasessantacinquenni, riportandone l’orologio biologico indietro di almeno otto anni.
Ma l’obiettivo, dichiara il dottor Sebastiano, non è quello di allungare la vita bensì quello di migliorarne la qualità curando patologie quali artrite, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete, asma, cancro, Alzheimer ed in particolare considerando che gli over 65 supereranno i due miliardi nell’anno 2050. Se non li accoppano prima tutelandoli dall’immondo virus.
Ad oggi la tecnologia non è ancora stabilizzata ed il rischio è costituito da una perdita di identità delle cellule che potrebbe originare un tumore, e l’obiettivo è pertanto quello di dimostrare che le cellule riprogrammate, un volta trapiantate, si comportano come cellule giovani, in modo da poter contrastare le degenerazioni di tessuti e organi che sono all’origine di molte malattie causate dall’invecchiamento.
Riportando le cellule ad uno stadio più giovane invecchiano meno velocemente anche i livelli cognitivo e di memoria.
In rete sono disponibili numerose informazioni sulla tecnologia e sul dottor Vittorio Sebastiano.
Ed ora un’ultima annotazione: nel mondo futuro immaginato da Altered Carbon, la serie televisiva su Netflix, il sogno della vita eterna è già realtà, per i più ricchi, che nella San Francisco del 2384 potranno permettersi di comprare corpi giovani e sani nei quali trasferire la propria coscienza, immagazzinata in un microchip. Fantascienza? Forse.
Il punto è che il sogno dell’eterna giovinezza muove da sempre imponenti risorse ed ingentissimi capitali.
Se tutto questo vi ricorda qualcosa di molto prossimo a quanto sta accadendo oggi con la scusa dell’immondo virus e, specialmente se avete una certa età, vi fa temere per il vostro futuro, fate bene a temere per il vostro futuro.
A meno che non abbiate un pacco di soldi: in quel caso non c’è virus che tenga e nessuno si sognerà di deportarvi in isole della salute o in covid-resort.

Alberto Cazzoli Steiner

Comunicare senza virtuosismi, accettando la propria e l’altrui fragilità

Questa mattina mentre, come dicono a Cuneo, albeggiava, ho rinvenuto in una vecchia relazione questa frase, destinata ad introdurre un paragrafo sui porcini della Val di Taro:
«Argomentiamo spesso di Genius Loci e Zeitgeist, attestandone esistenza, potenza e persino una sorta di ectoplasmica materialità in dotte, puntuali ed ispirate argomentazioni nel segno del pabulus meditativo, animico, animistico, spirituale e persino sciamanico ma talvolta incidentalmente non considerandone come merita l’effettiva potenza, per l’appunto suscettibile di imprimere il signum a certi luoghi in un millenario continuum, in grado non solo di indirizzare vicende locali ma anche di tracciare le sorti di luoghi e territori.»
Sembra l’inizio di un trattato teosofico o di una risoluzione strategica delle Bierre, e questo mi fa pensare a tutte le volte che sensi di inadeguatezza e paure ci portano ad atteggiarci a quelli con la puzzetta sotto il naso, esprimendo il nulla con spocchiosetto virtuosismo.
Ho un ricordo, risalente alle medie, di certe parole scritte da Guelfo Civinini, l’avventuroso giornalista e scrittore: frequentando il liceo romano Umberto I si trovò ad essere il primo della scuola relativamente alle materie letterarie, e confessò di subire per anni l’ossessiva condizione di scrivere sempre meglio, di ricercare termini e formule grammaticali sempre più elaborate per non perdere il trono.
Quando frequentai la scuola di giornalismo una delle cose più importanti che ci disse Livio Caputo, allora direttore del quotidiano La Notte fu: «Ricordatevi sempre che il quotidiano lo chiamano così perché dura un giorno, poi ci avvolgono l’insalata, e che la maggior parte dei lettori sono camionisti e operai che lo leggono di corsa al bar, sul frigo dei gelati. Perciò i vostri virtuosismi ve li potete anche dimenticare, potete avere due lauree ma dovete scrivere per farvi capire da chi ha la quinta elementare, altrimenti non vi legge nessuno e il giornale non vende.
Potete far sfoggio della vostra cultura dove vi pare: scrivendo libri, tenendo conferenze, ma non sul giornale.»Quando si tratta di comunicare veramente, sovrastrutture e virtuosismi non servono a nulla, sono anzi controproducenti. Non dobbiamo fare sfoggio di cultura, dobbiamo trasferire un messaggio, un concetto, un’emozione. E perché il nostro Potere della Parola sia efficace dobbiamo usare termini il più semplici possibile: essenziali, secchi, chiari.
Altrimenti il nostro interlocutore, o fatica a comprendere cosa gli stiamo dicendo, e si sente escluso, oppure, se provvisto di una certa sensibilità o cultura, ci manda a cagare perché comprende l’essenza di ciò che andiamo cianciando: che in realtà non abbiamo niente da dire.
Quando abitavo a Milano mi recavo spesso a trovare un amico, proprietario di una nota libreria esoterica, e gironzolando tra gli scaffali, innumerevoli e incredibilmente traboccanti di libri su ogni aspetto dell’esoterismo, della meditazione, delle religioni, della spiritualità, aprivo a caso quelli la cui copertina mi attirava: testi arzigogolati, intesi ad esprimere un ermetismo da “addentro alle secrete cose” ma in realtà incomprensibili, pesantissimi, che si citano vicendevolmente ripetendo più o meno le solite, trite e ritrite cose.
Che la verità stesse nel fatto che fosse l’autore a voler far sapere della propria esistenza, primariamente a se stesso?
Non so. So solo che mi viene in mente una cosa che si chiama ego. Anzi, pensandoci bene me ne viene in mente anche un’altra, che si chiama insicurezza: se hai bisogno di elevarti sopra l’incolta massa facendo sapere che tu sai mi sa che tu per primo hai qualcosina da osservare sulla ragione che ti porta a questo.
Ma i pensierini di una mattina di luglio mentre, come dicono a Cuneo, albeggia, non finiscono qui: tornano all’uomo con il fucile per parlare, oltre che di chiarezza, anche della forza della fragilità.
Mi spiego: quando un professionista vede un’arma da fuoco che non sia la propria in un armadietto, in una valigetta, nel baule di un’auto, su un tavolo, si guarda bene non solo dall’impugnarla ma anche dal toccarla, persino se gli viene offerta.
Il dilettante invece l’agguanta, fa scorrere il carrello, la punta contro un immaginario bersaglio, controlla il caricatore, dimostrando non solo di essere un dilettante ma anche di essere un pirla.
Parto da questa premessa, solo apparentemente stravagante ma vedremo tra poco quanto calzante, per affermare che, allo stesso modo in cui parlare non significa comunicare, non essere ciechi non costituisce un requisito abilitante alla visione. E non mi riferisco a quella cosiddetta sciamanica: parlo proprio di alberi, case, panorami, persone.
Se poi pretendiamo di essere a nostra volta visti, compresi, accolti, addirittura amati il discorso si fa ancora più interessante. Ho scritto interessante, non complicato: non c’è nulla di complicato nell’aprirci al mondo. È sufficiente stare fra la gente, osservarla ed ascoltarla senza giudizi o pregiudizi, senza porre in essere confronti in più o in meno, senza tentare di educarli o suggerire loro quello che dovrebbero fare, ma cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro modo di pensare, di vivere il quotidiano, di relazionarsi.
Non so a voi, ma a me i primi della classe sono sempre stati odiosi. Ciascuno di noi è il prodotto del proprio vissuto, delle strade che ha percorso ed attraversato, degli ostacoli che ha o non ha superato, degli eventi traumatici che gli si sono presentati all’improvviso a sconvolgere consolidate certezze.
Osservo ovunque tante persone che, accanto a reiterate promesse di fedeltà, correttezza, trasparenza si esortano reciprocamente a non fidarsi, a pensare di più a se stessi, a difendersi. Difendersi da chi, cosa, come, dove, quando? Da chiunque, sempre e comunque, mai abbassare la guardia, sempre sul pezzo. Vivere erigendo muri? Grazie, anche no. Non fa per me.
Socrate affermava: «Preferisco subire un’offesa piuttosto che infliggerla.»
Non esageriamo: ove necessario, sono preparato a respingerla e a difendermene, ma non per questo trascorro i miei giorni paventando che potrei ricevere un torto o un’offesa. Preferisco vivere, senza rete e senza paranoie.
Per me la guerra è finita, in ogni senso e da un pezzo, anche se comprendo l’esigenza di molti di difendersi, quell’esigenza che origina dalla paura di riconoscere le proprie inadeguatezze, le proprie fragilità. Quella indotta dal marketing della paura: l’immondo virus, che oggi ha di gran lunga surclassato immigrati, tossici, rapine in casa, stupri in metrò, bottegai che tentano di fottere i clienti, mogli e mariti e morose e morosi che non pensano ad altro che cornificare, la Vodafone che addebita surrettiziamente due centesimi.
E tu, per due centesimi, sprechi un’ora della tua vita a incazzarti al telefono? No, ma è per una questione di principio. Ah beh, allora…. A proposito di principi, com’è che l’altro giorno, quando hai trovato un euro sul bancone del bar, hai finto di metterlo lì per pagare il caffè?
Per non parlare delle corna: questa pubblicità è fresca di giornata.Divide et impera funziona sempre, e sempre qualcuno cade nel tranello. Anch’io qualche volta, lo ammetto. Ma sono fortunato: ho la strana facoltà di osservarmi dall’esterno come se fossi al cinema e, a un certo punto, scatta l’inevitabile cazzostaifacendo?
Il cane che ha paura è quello che abbaia di più, ci avete mai fatto caso? Esibiamo muscoli che non abbiamo e coraggio che non possediamo in ossequio a un’immagine deformata. Cerchiamo forsennatamente di affermarci sugli altri, nel timore che siano loro a schiacciare noi.
Si vis pacem para bellum… ma non funziona erigendo muri o scatenando guerre preventive, che sempre guerre sono. Significa solo perdere fiducia nella vita e negli altri, sentire intorno un mondo ostile, diffondere feromoni puzzolenti di marcio.
Anche se la cosiddetta educazione (si, proprio quella che io chiamo educastrazione) si pone l’obiettivo di instillare sistemi di dominio, è invece proprio nel riconoscimento dei limiti e dei timori che origina e si consolida la forza, è dal riconoscimento della debolezza e della fragilità che possiamo partire per costruire relazioni vere, addirittura per costruire un mondo migliore senza aspettarci che siano sempre gli altri a farlo.
Ci hanno insegnato che essere fragili non è bello, significa essere deboli e, si sa, chi si fa pecora il lupo se lo mangia. E se il lupo, stufo della gastrite, fosse diventato vegano?
Certo, ormai gli hai sparato… pazienza, si vede che era il suo karma. Namasté.
Fragilità non significa affatto inferiorità, significa mostrarsi agli altri per come si è, significa guardare dritti negli occhi, significa pronunciare la parolina magica: no, anche nella consapevolezza che il nostro interlocutore, arrogante e prepotente proprio perché incurante delle debolezze altrui, dovrebbe osservare le proprie ma non lo fa, attanagliato dalla paura.
Chi vuole vincere ad ogni costo è sempre teso, intento a non perdere la benché minima opportunità si perde il meglio della vita. Chi invece ha imparato che vincere non serve a niente sembra che perda tempo, e invece lo ottimizza, per esempio non sprecandolo con chi non è in grado di dargli nulla.
Chi sa parlare senza prevaricare, riconoscendo ed accogliendo la fragilità dell’altro senza difendersene od approfittarne, vuole costruire e respirare un mondo interiore di pace, senza la pretesa di cambiare gli altri.
E concludo, citando le sacerdotesse della Grande Madre, mirabile esempio di un mondo frequentato da Donne e Uomini ma non ancora dominato da maschi ambiziosi, sessuofobici e misogini travestiti da imperatori, preti e avvocati di campagna: non cercavano di dominare gli elementi, che consideravano parte di loro e dell’intero creato.
Le sacerdotesse della Grande Madre non si sentivano affatto signore e padrone, ma alleate che dialogavano con gli spiriti e con l’anima di persone, animali e cose. Non imponevano e non comandavano poiché nulla era loro e nulla era loro subordinato. Domandavano e attendevano la risposta, partecipi del Tutto a livello paritario in una permanente tensione erotica e orgasmica di energia e materia.
Se un tempo Eros e Thanatos operavano in tandem, nella consapevolezza che uno non avrebbe potuto esistere senza l’altro, oggi il primo tira a campare in un pornoshop, e l’altra si barcamena tra le peggiori pulsioni, l’odore della paura, il radicamento delle convinzioni più triste supportate da un’omerica ignoranza.
Ecco perché oggi non scriverei più quella frase vuota e, ma questo da gran tempo, anche se me la offrissero io quell’arma non mi sogno nemmeno di toccarla.
Non perché io sia un professionista, ma perché proprio non saprei cosa farmene.

Alberto Cazzoli Steiner