Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

Il Male si celava nell’incavo del castagno

Questo scritto è una celebrazione.
Una circostanza particolare, nel declinare del giorno tradizionalmente dedicato ai Morti, mi ha riportato ad un’Anima che mi fu cara ed al piccolo mondo senza strade dove avvennero i fatti, qui narrati senza nulla togliere o aggiungere allo scritto originale risalente al novembre 2014 e firmato da Eudaimonia.
Questa è la storia di Marianna, donna di montagna che amò senza essere altrettanto riamata e della quale, nel villaggio abbandonato lungo la strada che si snoda tra Verceia e Frasnedo e nelle acque antistanti l’Abbazia di Piona, udimmo il grido di dolore e di rabbia unitamente a quello della sua bambina, pallida e triste.
Questa è la storia di Marianna, del castagno che un fulmine spaccò nell’istante in cui quelle creature vennero uccise e del villaggio che, abbandonato dai sui abitanti entro poche settimane dall’orrendo misfatto, rimase disabitato per oltre un secolo.
Questa è la storia di Marianna e della sua bambina, che riportammo alla pace.
Buona lettura.22 settembre 2014
Dedicato a chi so io: che ti sia concessa Pace
Dedicato a Te che hai amato, hai sofferto, sei stata tradita, vilipesa, violata, orrendamente torturata e barbaramente uccisa per aver riposto fiducia negli umani.
Che ti sia concessa Pace.
Che tu possa finalmente volare alta e liberanovembre 2014
Il male si celava nell’incavo dei castagni
Novembre, mese di castagne e vino rosso. E dei primi freddi, nelle sere di un tempo contrastati attorno al camino o nella stalla, raccontando storie un po’ vere e un po’ inventate ai giovani perché potessero, quando fosse venuto il loro momento, tramandarle a loro volta. Storie belle e storie cupe, come quella che narrava di quando il Male si celava nelle fenditure delle rocce, nei torrenti turbinosi e nell’incavo dei castagni.
Fatti antichi e inquietanti portarono la gente dapprima ad evitare, e poi a dimenticare quei boschi. Fu così che questi iniziarono a vivere dell’energia delle Donne del Lato Oscuro, fu così che in essi si verificarono fenomeni orridi e strani, fu così che persone penetratevi prive della saldezza dell’intento scomparvero senza lasciare traccia.
Fu così che dai boschi iniziarono a provenire, specialmente di notte, baluginii, ululati, lamenti e grida che nulla avevano né di animale né di umano. Ma nessuno mai comprese, né mai intuì, che le rocce, i torrenti ed in particolare i castagni fossero in realtà le dimore delle Donne del Lato Oscuro.
Noi sappiamo solo che un giorno le Donne del Lato Oscuro lasciarono per sempre questo mondo abbandonandosi all’energia dell’ignoto ma non ci è stato tramandato se, ritrovato il cammino della profondità, continuarono o meno ad avere memoria delle persone che non conoscevano l’audacia dello Spirito.
Di quelle Donne scomparve ogni traccia, tranne che in alcuni luoghi particolarmente intrisi del dolore da loro patito a causa di quegli uomini che dapprima le blandirono, successivamente le braccarono, infine le torturarono orrendamente per poi ucciderle, non infrequentemente insieme con le loro creature, piccole, selvagge e libere Bambine di Potere. La libertà ha sempre fatto paura.Ma chi erano queste Donne del Lato Oscuro? Per le Donne di Conoscenza erano leggenda, per non pochi uomini e donne che vivevano in prossimità di certi boschi o villaggi abbandonati costituivano un incubo. Ed è così ancora oggi anche nelle città, per chi si fosse messo nella condizione di doverle temere.
Venivano impropriamente indicate come streghe o fattucchiere, nella più benevola delle ipotesi come Medicone o Donne delle Erbe. In realtà erano molto di più, e si muovevano in ben altre Direzioni.
Quando comparvero, partorite agli albori dell’Era Buia, per una luce nello sguardo, la capacità più o meno inconsapevole di far muovere o scomparire oggetti, far improvvisamente piovere o nevicare, guarire chi stava loro simpatico o procurare qualche accidente a chi le trattava male, vennero indicate come bambine strane quando non mezze matte, e temute. Non di rado furono schernite e isolate, allontanate ai margini del villaggio. Molte scomparvero, forse rapite, di tante non si seppe più nulla. Delle prime generazioni ben poche sopravvissero.
Le generazioni successive, quasi come quegli animali che geneticamente creano anticorpi, nacquero con la capacità di mimetizzarsi confondendosi con le altre bambine. Sembravano anzi un po’ tarde, e questa caratteristica fece sì che la gente non alzasse la guardia al loro cospetto.
Ritenute stupide, crebbero diventando povere contadine sulle quali non si poteva far conto e perciò nessuno le incaricava di incombenze rilevanti, nessuno si stupiva se scomparivano anche per giorni: erano tempi duri, se una persona mancava era semplicemente una bocca in meno da sfamare.
Ma nel villaggio non mancava mai almeno un’anziana che aveva compreso. E quando veniva il momento, silenziosamente e con discrezione, conduceva la bambina in un luogo particolare: una sorgente, una roccia, una radura, un certo albero dove, dopo aver trascorso il Tempo della Comprensione, queste bambine nel frattempo divenute adulte seppero istintivamente riconoscere e ritrovare negli anditi bui dei boschi altre Donne, formando gruppi di Conoscenza che praticavano l’arte della percezione in modo anomalo rispetto a quello delle Donne della Regola.
Entrarono sempre più addentro alla loro pratica, sino a che iniziarono a ricorrere sempre più frequentemente e più profondamente al Lato Oscuro, finché questo divenne parte essenziale del loro cammino di conoscenza portandole a compiere una scelta definitiva: fluire nell’Energia dell’Ignoto.
Ogni volta che ciò accadeva, la donna che era stata bambina strana e un po’ stupida scompariva per sempre dal villaggio. Ma nessuno se ne dava pensiero.
Penetrarono gli stati alterati della coscienza, ebbero visioni e viaggiarono – senza ricorrere a scope, unguenti, gatti o caproni ai quali del resto mai si accoppiarono come invece ci racconta la ridicola storia ufficiale – forzarono la percezione entro le emanazioni ed entrarono nell’energia primordiale. Divennero l’energia primordiale stessa.
Divennero le Donne del Lato Oscuro degli alberi, delle rocce e dei torrenti. Tuttavia parte del loro intento rimase in superficie condizionando la loro consapevolezza silenziosa che si celava nella profondità dell’oscuro cammino dell’ignoto. Ben conscie di tale incontrollabile condizionamento, che impediva loro di scomparire definitivamente lungo le infinite rotte della profondità, si costrinsero a privarsi di parte della propria consapevolezza silenziosa perché si ricongiungesse all’intento vagante.
Privandosi di una parte di energia ricompattarono in superficie un equilibrio energetico di cui non sapevano che fare, ma che confidavano di isolare là dove gravitava. Si sbagliavano.
Una volta riunificate, l’energia dell’intento e quella della consapevolezza silenziosa defluirono all’esterno, in quel mondo chiamato il mondo vuoto, fondendosi e diventando un’unica energia.
Non era un’energia sinistra ma proveniva pur sempre dal Lato Oscuro contenendone i due aspetti più potenti ed orrorifici: il sogno e l’agguato. E poiché l’energia non nasce e non muore ma circola e ritorna, questi aspetti si elevarono a richiami sempre più pressanti, appelli insinuanti che fluendo nelle profondità raggiunsero le Donne del Lato Oscuro, le quali non poterono sottrarvisi.
E mal ne incolse loro: risalirono le profondità, riattraversarono gli eventi dove avevano lasciato la loro bellezza solo esteriore, rientrarono nel mondo materiale e vi si avventarono come furie.
Fu così che per gli abitanti dei villaggi nacque l’incubo delle Donne del Lato Oscuro, le streghe dell’ignoto, le lamie ritornate, le artefici di ogni nefandezza.Nate come Donne di Conoscenza impeccabili ed audaci si trasformarono in incontenibili e predatrici belve che nelle notti senza luna scivolavano nei villaggi per compiervi ignobili nefandezze e spargere orrore con l’agguato e il sogno. Quando scomparivano lasciavano delirio, paura e desolazione.
Ma ciò che per la gente costituiva una potenza feroce e malvagia che si abbatteva con casuale implacabilità, per le Donne del Lato Oscuro era invece l’agguato teso all’esistenza greve e inconsapevole di uomini e donne stupidi, bigotti e arroganti. Il Lato Oscuro non ammetteva e non sopportava l’inconsistente vacuità dell’energia umana, e la colpiva.
In tempi successivi molte di loro tornarono a vivere nel mondo, in borghi e villaggi dove mantennero per quanto possibile un profilo basso, aiutando anzi chi aveva bisogno. Ma essendo umane, vollero illudersi di essere accettate e col tempo si nascosero sempre di meno. Pur con tutte le loro consapevolezze non avevano fatto i conti con la cattiveria, l’ignoranza e l’invidia. Fu in questo modo che molte di loro vennero accerchiate, bandite, umiliate, violate, torturate, uccise.
Le leggende raccontano che anche da morte queste Donne difficilmente lasciarono il villaggio dove furono tradite perdendo pace e vita, anzi spesso vi ci si accanirono finché anche il villaggio stesso morì: per un’epidemia, un incendio, talvolta solo per essere stato abbandonato.
E si dice che molti borghi maledetti che costellano le nostre montagne non torneranno a vivere fintanto che queste Donne incontreranno chi le libererà. Semmai accadrà.
Di questi tempi, se queste Donne sopravvivono di certo non si mostrano per quel che sono realmente, a maggior ragione in questi giorni di apertura solo apparente, ma in realtà più che mai oscuri.Ed oggi può accadere che Donne o Uomini di Consapevolezza sentano sprigionarsi da una pietra, da un torrente, da un tronco d’albero un’energia particolare o un sommesso pianto di mesto dolore, e provvedano ad onorare la memoria di quelle Donne: sono comparse per chiedere di essere liberate, di potersene finalmente andare portandosi appresso la memoria di ciò che sono state, nella consapevolezza che chi è mai avrebbe potuto essere senza di loro e senza le loro sofferenze.
Ed in queste parole è racchiusa la storia di Marianna e della sua bambina, alle quali abbiamo ridato pace.

Eudaimonia

Cose da uomini: rivalutiamo il Maschile

Scrisse il Divin Marchese, ne Le Giornate di Sodoma: «Solamente il vizio può procurare all’uomo quella scossa morale e fisica fonte della più deliziosa voluttà.»
Concordo, con esclusione del concetto di vizio, che insieme con quello di peccato sarebbe bene privare del diritto di cittadinanza, lasciando finalmente spazio al libero fluire del Lato Oscuro, sede dei nostri talenti ancestrali e per tale ragione ritenuto estremamente pericoloso dal potere religioso, politico, sociale, finanziario.
E veniamo all’oggi: potremmo superficialmente indicare l’attuale scenario psico(patico)sociale come esito dell’immondo virus, ma sarebbe anestetica finzione, ennesimo tentativo di nascondere la testa nella sabbia lasciando allo scoperto le terga.
I prodromi datano in realtà da gran tempo e possono essere sintetizzati nella mascolinità perduta.
Non mi addentro nella pressoché infinita messe di esempi che appesantirebbero il testo, limitandomi a citare il fatto che, una volta aperti gli stabielli1 lunedì 4 corrente, ben pochi fra gli autoconsegnatisi si siano riversati nelle strade preferendo rimanere nelle confortanti penombre delle prigioni senza sbarre.
Il mio plauso va ai ragazzi milanesi che a Porta Venezia hanno danzato, ripresi e stigmatizzati dai tiggì oltre che pesantemente ingiuriati dai finestraioli, all’angolo fra le vie Panfilo Castaldi, medico e stampatore Veneto del XIV Secolo, e Alessandro Tadino, che la toponomastica insistente sull’area che fu del Lazzaretto celebra in quanto medico ai tempi della peste del 1630.Leggiamo spesso, e devo ammetterlo anche su questo foglio, di quanto per le donne sia necessario ritrovare il Femminile recuperandolo alla potenza dell’Era Ancestrale quando, vigente il culto della Dea, le dinamiche sociali erano improntate ad accoglienza e pace, all’unità invece che alla divisione ed alla distanza fra i sessi.
Parafrasando Flaiano: tutto vero, proprio perché tutto da dimostrare.
Fermi restando il grande rispetto ed il notevole interesse, legati anche alla sperimentazione alchemica, che annetto a tale ambito, credo sia giunta l’ora di rivalutare, anzi di ricostruire, il Maschile.Avvertenze per l’uso: ciò che scrivo si scontra, tanto per cambiare, con il putrescente marciume del colletto costituito dai dogmi della meditazione sinistropensante, quella cucita su misura per gli occidentali e che propugnando buonismo, politicamente corretto, villaggio globale ed ecologismo senza rispetto per chi sul territorio ci lavora ha disonorato il maschile, in primo luogo colpevolizzandolo attraverso la visione di madri iperprotettive e castratrici.
Eterno poppante cresciuto senza riferimenti forti, l’odierno adulto italilandese si è ritrovato femmineo, omologato e privo di consapevolezza, invischiato nel pensiero unico ed immemore dell’istinto vitale del combattimento e del richiamo naturale del branco.
Gli sono stati assegnati risicati spazi di manovra, finalizzati ad una esiziale condivisione scandita da gesti misurati, mai troppo fuori dagli schemi nel signum dei pugnetti contratti alzati al cielo che i media propongono in serial, filmati da telegiornale e talk-show, modelli di moderata isteria da recitare all’insorgere delle contrarietà.
A questo maschile destrutturato e sopraffatto dal dominio della tecnologia e dal materialismo dilagante, è rimasto un concetto di Eros da Uomini e Donne, e non è neppure il caso di parlargli di quello che, in arcaiche circostanze rituali nel nome delle sacralità radicate da valori perenni, potrebbe portarlo all’estatica, estrema, offerta di sé2.
Ed è anche per tali ragioni che va assolutamente rivalutato il concetto di branco, inteso come comunità con rimandi solidali e codici d’onore, esattamente quelli perduti e che sarebbe quanto mai utile ritrovare nelle attuali condizioni, non tanto e non solo per l’oggi, quanto per il domani che ci attende, in quel Medioevo non più prossimo venturo ma già quotidiana realtà nella quale c’è ormai spazio solo per Uomini in grado di compiere scelte, combattere e sacrificarsi.
Come ebbi già modo di scrivere, l’alternativa all’eclissi del maschio è la Via del Guerriero, intesa come cammino per forgiare l’Uomo Nuovo: vero, comunitario nel proprio ambito territoriale e selvaggio fautore di una rinascita spirituale, tradizionale e virile capace di restituire un destino alla stirpe.
Solo in questo modo il Maschile ed il Femminile possono riunificarsi all’insegna del Sacro, riconoscimento di energia trascendente e magia sessuale che conducono a ripristinare, rafforzandole, le difese della razza, ivi comprese quelle immunitarie, assolutamente carenti in questi giorni dilaniati dal trionfo della paura veicolata da un’informazione ossessiva, ridondante, terroristica che contribuisce ad ingenerare dinamiche malate, virali, perniciose, disgreganti come le fecondazioni in vitro senza motivazioni sanitarie o schiavizzanti come l’affitto di uteri offerti da poveracce per qualche soldo.
È tempo di Uomini sovrani e di un’approfondita riflessione esistenziale.
La spiritualità, la conoscenza di sé e, va detto, la parte sana della meditazione, non iintendono affatto formare acefali esserini tremanti ed acritici: è sufficiente osservare le vicende tibetane o quelle della comunità sufi per sincerarsene.
Si, avete capito benissimo: quello che sto propugnandom è un concetto di Destra. Quella Destra della nuova generazione, che non celebra buffoni al balcone o pulizie etniche ma che nel proprio sentire promuove il senso di un sovranismo integrale mediante ragionamenti, provocazioni, rielaborazioni notevolmente discoste dal concetto dell’uomo-folla caro a Gustave Le Bon, versione postmoderna dell‘ uomo-massa.
Uomini, e clan, decisamente, inequivocabilmente antagonisti.
Certamente, da qualche parte bisogna pur cominciare. E la mia proposta è tra le più semplici che si possano immaginare: l’inizio è l’incontro, anzi il Cerchio.
Ci si riunisce in piccoli gruppi, non nella modalità simpsoniana garantita dalla virtualità di Skype, Zoom e consimilia ma in quella del bosco, nella pausa del percorso per riqualificare l’estrema periferia urbana, il capannone dismesso, il borgo abbandonato: seduti in cerchio nel buio o attorno al fuoco, parte stessa della Notte, indossando tessuti, monili e colori, ivi compresi quelli dipinti sul volto, atti a conferire un senso di appartenenza.
E ci si racconta a turno, impugnando il Bastone della Parola. Ci si apre nel rispetto di sé e degli altri, si condivide, si progetta. Si cucina e si mangia ciò che si è raccolto, cacciato o pescato.
Troppo semplice? Venghino siori: abbiamo anche corsi di sopravvivenza nei boschi abruzzesi e valtellinesi, forniamo giacigli a chi vuole dormire in una buca scavata nella neve, materiale ed attrezzi a chi è in grado di costruire il proprio coltello, materia prima a chi si sente capace di scuoiare un animale conciandone la pelle per ricavarne capi di abbigliamento.
Qualunque sia il mezzo, lo scopo è quello di ricreare un Uomo sovrano che restauri in sé il senso di integrità, ritrovando la coscienza delle ragioni per vivere e per morire.
Un Uomo che recuperi la relazione con la comunità, con l’arte del fare e con le sue regole, con il senso del Sacro in modo da divenire protagonista del proprio destino e non più un vuoto a perdere emotivo comandato per stereotipi.
Risulta perciò fondamentale riaffermare una filosofia arcaica che prenda corpo da visioni spirituali archetipiche, rese possibili dal ritrovato addestramento allo sforzo spirituale in grado di contrastare efficacemente il lasso individualismo postmoderno anche come antidoto alla diffusa psicosi.
Nosce te ipsum, e sappi morire all’occorrenza poiché hai trovato in te le ragioni per vivere.
Non pretendo di avere in tasca soluzioni salvifiche o rassicuranti, voglio solo scuotere le anime incitando a riflessioni che travalichino luoghi comuni ed inutili mantra, conducendo a ripensare il nostro esistere in quanto parte Maschile, in quanto parte della Comunità, con tutte le responsabilità che ciò comporta: sul cibo e sul territorio, sulle donne e sulle Antiche Madri, sui bambini e sugli anziani.
E concludo affermando che solo da questa rinnovata forza, solo da questo Maschile risanato e purificato può scaturire la possibilità di sostenere ed aiutare il Femminile violato, vilipeso, mortificato offeso. All’insegna di orgasmiche complicità, di ritrovati sorrisi, di consapevoli sostegni reciproci tra Guerriere e Guerrieri.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Stabiello è un termine tipicamente lombardo che indica la porcilaia
2 – Un esempio fra i tanti possibili: la danza del sole pertinente ai riti di passaggio degli Indiani d’America