L’Uomo Nuovo riscatterà la Terra

L’immondo virus ha sollevato veli di maya, alzato tappeti sotto i quali lo sporco, ben lungi dall’essere spazzato, veniva nascosto ed ha scoperchiato i verminai della spiritualità arrogante, della meditazione anestetizzante, dell’esortazione a lasciar andare lamentechemente, funzionale a creare esseri dipendenti e non pensanti, condannando anzi il raziocinio ed il ben dell’intelletto come luride scorie di anime malate, non evolute.
Parte inoltre dalla cosiddetta spiritualità la farsa del villaggio globale, che nasconde cifre da capogiro sfruttando il mercato dell’introduzione di nuovi schiavi con quote equamente ripartire tra farabutti gauchistes e delinquenti ecclesiali, promuovendo il nulla della resilienza e dei paradigmi, dei neoumanesimi e dei saperi e sapori, dell’isterico pacifismo da combattimento.
Parte dalla cosiddetta spiritualità la dilettantesca e pressapochista impostura dell’inventarsi uno sviluppo sostenibile, un lavoro alternativo che spesso è un non-lavoro quando non una truffa piramidale alla Ponzi, come la ruota dell’abbondanza che venne sgominata grazie a un infiltrato in un gruppo di sannyasin piemontesi.
Mancano all’appello un sacco di altre stronzate, come quella elitaria del cibo presunto sano ed etico: quattro bacche venti euro, oppure dei gadget, corsi, campi, animali di potere incontrati in un week-end a 500 euro al colpo, ma non intendo redigere l’elenco telefonico, altrimenti dovrei parlare anche di certe donne, cosiddette maestre e sciamane, che fanno figli per poi abbandonarli poiché devono seguire la loro via nel mondo della meditazione. Ça va sans dire, sono l’incarnazione della Dea Madre .
Si è capito che la spiritualità d’accatto, ad usum occidentalis, è l’afflato del disagio di vivere, è la richiesta di essere autentici da parte di chi l’autenticità non sa nemmeno cosa sia, è bigottismo camuffato da alternativa. Soprattutto è giudizio.
Certo, anch’io giudico, cazzo se giudico! ma non mi sono mai posto come alfiere di un non-giudizio finto, di maniera, non ho mai lasciato andare l’ego, me lo sono anzi tenuto ben stretto.
Il fructus pandemicus, che si riconosce dal vaccino blu, ha portato all’affioramento tutta la morchia come in un impianto di depurazione, e soprattutto ha fatto capire che quando coniai l’ormai famoso 90/10 sbagliai. Per difetto.
Casomai 95/5, se non addirittura 97,5/2.5, e ci stiamo arrivando: morti, dormienti, esseri inutili persino per la Purina se ne andranno, toglieranno il disturbo, libereranno spazio. Chi fisicamente e chi animicamente. Era ora: ciaociao.Lo spazio vitale, sissignori proprio “quel” Lebensraum, verrà finalmente destinato a chi intende vivere, amare, trasmettere, combattere, in una consapevolezza che accompagnerà la riconsegna del mondo a coloro che saranno insigniti della duplice natura di eredi e rifondatori.
Costoro saranno finalmente protagonisti del grande risveglio, bianco e occidentale, partendo dagli imperativi di quella triade omerica definita da Dominique Venner: “La Natura come solco, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte.”
Riconoscere la Natura come solco, e quindi come Madre e come Padre, significa tornare a rispettarne gli equilibri ancestrali nella riconnessione con la matrice originaria tradizionale, ritrovando così l’armonia con il paesaggio e riedificando i nuovi agglomerati secondo i principi del piccolo, autosufficiente, indipendente, etico. Riedificare significherà recuperare l’esistente: se ne è consumato fin troppo di suolo.
Il riconoscimento è primariamente un atteggiamento mentale, che travalica il convincimento di una natura matrigna, avara e scarsa, al fine di esserne parte imprescindibile e considerandola non solo sufficiente, ma addirittura abbondante. Questi sono gli insegnamenti degli Antenati, questa la via da seguire: chiara ed evidente poiché Madre (e Padre) Terra non sono la casa, bensì l’organismo di cui si è parte, esattamente come ogni altro essere.
Le città, o quel che ne rimarrà, diverranno invivibili suburre segnate dagli scheletri di edifici incendiati e depredati, percorse dai nuovi schiavi, da vecchi e nuovi ciechi, da malati e deformi nel corpo e nell’anima per effetto di innumerevoli esperimenti genetici. Scenari del morbus gravis ma senza Druuna.
Perseguire l’eccellenza come signum dell’identità millenaria significherà misurarsi in ogni istante con se stessi, significherà superarsi, rimarcando un ruolo antropocentrico interpretato con rispetto, amore, rinnovamento, a statuire chi sia l’Uomo Nuovo in una forma che, pur operosa, sia contemplativa della bellezza con la quale Egli, ben lungi dal genuflettersi ai canoni dell’utilitarismo borghese e al dominio della sottocultura mercantile, riuscirà ad incantarsi incantando nuovamente il mondo.
Ed incantando nuovamente la Donna, non più sessuofobica troia mercantile, ma Compagna e Guerriera, nonché nuovamente Sacerdotessa e Dea.I declino dei nostri popoli non è affatto inevitabile perché, quando le luci si spegneranno e le torce arderanno, i maschi saranno Uomini, e Maschi, e le femmine saranno Donne, e Femmine.
Qualora le mie parole risultassero oscure provo a spiegarmi meglio ricorrendo ai Ching, figure della tradizione sopravvissute alla modernità, testi sacri usati a scopo divinatorio dagli albori della civiltà cinese che vennero proibiti negli anni feroci del comunismo.
Le sue figure richiamano la ciclica e complementare armonia dei contrari, compendiando nei loro esagrammi quelle virtù metafisiche che ritroviamo in Lao Tse e, ermeneuticamente, in Julius Evola.
Trovo che I Ching siano nemici naturali del conformismo dell’anticonformismo alla new age, un vessillo della dissidenza spirituale in grado di opporsi, grazie alla forza della conoscenza trascendente con i suoi valori eterni e le sue radici profonde, al vuoto siderale del materialismo spirituale da movida che impesta i dormienti.
Essi ci rammentano le più elevate prospettive di un Ordine interiore che, all’insegna della calma e della flessibilità, percorre il sentiero del combattimento e dell’azione: sub canaglie imperanti spezzare le catene è un preciso dovere dell’Uomo libero, forte di un ritrovato umanesimo virile nell’ordine millenario e nella volontà di riconquista.
La cifra della contrapposizione verrà da eroici sacrifici, riti ancestrali e retaggi tradizionali all’insegna della mistica del sangue, sia nella solitudine consapevole sia nella forza del branco.
Tra atteggiamenti sempre più caricaturali e miti svirilizzanti i riferimenti sono inequivocabili: richiamo alla disciplina e alla forza interiore, desiderio di costruire organizzazioni strutturate ed efficienti edificando comunità organiche di popoli.
A questo punto potrei affrontare mille e mille esempi per estendere il concetto.
Mi limito a narrare, brevemente, di natura, cibo ed ecosostenibilità, quella che senza esitazioni chiamo la truffa verde.
Prendiamo le cosiddette etichette energetiche, che come quelle degli elettrodomestici secondo molti andrebbero estese ad ogni prodotto. Tutti ne parlano come della panacea ma nessuno, nemmeno i più ecosostenibili, afferma la verità, e cioè che la responsabilità di scelta viene, ancora una volta, lasciata al cittadino degradato al rango di consumatore, sul quale incombe l’onere di guardare mille etichette confrontando parametri dei quali sa poco o nulla.
E nessuno si sogna di svolgere un’attività educativa degna di questo nome, poiché si scontrerebbe con i dogmi del Moloch imperante: il mercato.Se dopo le imprese anche i governi giocano con le mistificazioni lessicali di una finta transizione ecologica, com’è possibile alimentare una divulgazione del cambiamento sperimentando una visione ecologica? E, vi assicuro, vivere in campagna, in collina o in montagna in minuscoli agglomerati, può essere un buon inizio ma non basta.
A meno che non si sia realmente centrati e risvegliati, la narrativa della mistificazione la farà sempre da padrona: basti vedere i convincimenti indotti con l’immondo virus, convincimenti pressoché impossibili da estirpare. Ci penseranno i vaccini a liberare spazio.
Stiamo assistendo al cedimento dei numerosi ecosistemi interconnessi e cruciali per la stessa sopravvivenza umana e, sia chiaro: la crescita sostenibile è solo un ossimoro, non esiste.
Non possiamo più fare a meno di decrescere, di mettere in discussione, nei fatti e nei comportamenti e non aprendo e chiudendo tavoli secondo un costume verboso caro alla sinistra, gli eccessi del capitalismo e la sua stessa essenza di sistema che realizza profitti per accumulare ed investire in un moto sempre più accelerato che cattura e divora natura e persone sputando solo scorie tossiche su terre bruciate e mari soffocati dalla plastica.
Dobbiamo cambiare la nostra visione ed il nostro posto nel mondo, contrastando finanziarizzazione e globalizzazione, rendite smodate e gigantismo delle multinazionali, iniquità e sprechi, corruzione e disonestà.
E questo solo l’Uomo Nuovo potrà farlo, andando a stanarli casa per casa, ufficio per ufficio, banca per banca, mercato per mercato, senza dimenticare televisioni e giornali, influencers, bloggers ed agenzie di pubblicità. Certo, sarà un’attività che presenterà dei rischi per l’incolumità. Finalmente.
Se ci soffermiamo a ragionare e confrontare dati, comprendiamo come il capitalismo non sia la ragione del disagio, ma solamente un mezzo, trainante fin che si vuole ma solo un mezzo. La vera causa è molto più profonda ed influenza sfera culturale, antropologia, etica, spiritualità.
L’insostenibilità ambientale, ormai evidente, oltre a tutti i guai ben noti hanno portato alla cosiddetta pandemia, catastrofe che nessuno ritiene di considerare entrando nell’ordine di idee che sia necessario uscire dall’economia della crescita. Non si può, anche farmaci e vaccini per una popolazione sempre più malata sono funzionali.
Dissonanza cognitiva? Nessuno si pone la questione, né della perdita di senso dell’agire umano, né della schiavitù volontaria, la più potente arma dell’arte del regnare con il consenso dei dominati.
Rovesciare i parametri distonici, arroganti e sempre più violenti del potere per demolire l’idea di sottomettere i più deboli per colonizzare il mondo, l’idea al principio di dominio.
Decrescere non significa finire nell’incubo del pauperismo e della rinuncia, ma fare a meno di ciò che è ridondante, ridurre i volumi produttivi, puntare ad una migliore accessibilità, condivisione e qualità di beni e servizi: efficacia, durata, riparabilità, riutilizzo di componenti a fine vita.
Ciò significherebbe meno materiale, energia e tempo di lavoro per produrli, meno trasporti marittimi che oggi, vista la concentrazione produttiva, rappresentano l’85% del trasporto di prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi sono di infima qualità per non dire vera fuffa.L’Uomo Nuovo ha ripulito la mente dall’idea che per esaudire bisogni e desideri si debbano produrre sempre più merci e sempre più in fretta. L’Uomo Nuovo, pronto a combattere, non farà prigionieri.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

Cose da uomini: rivalutiamo il Maschile

Scrisse il Divin Marchese, ne Le Giornate di Sodoma: «Solamente il vizio può procurare all’uomo quella scossa morale e fisica fonte della più deliziosa voluttà.»
Concordo, con esclusione del concetto di vizio, che insieme con quello di peccato sarebbe bene privare del diritto di cittadinanza, lasciando finalmente spazio al libero fluire del Lato Oscuro, sede dei nostri talenti ancestrali e per tale ragione ritenuto estremamente pericoloso dal potere religioso, politico, sociale, finanziario.
E veniamo all’oggi: potremmo superficialmente indicare l’attuale scenario psico(patico)sociale come esito dell’immondo virus, ma sarebbe anestetica finzione, ennesimo tentativo di nascondere la testa nella sabbia lasciando allo scoperto le terga.
I prodromi datano in realtà da gran tempo e possono essere sintetizzati nella mascolinità perduta.
Non mi addentro nella pressoché infinita messe di esempi che appesantirebbero il testo, limitandomi a citare il fatto che, una volta aperti gli stabielli1 lunedì 4 corrente, ben pochi fra gli autoconsegnatisi si siano riversati nelle strade preferendo rimanere nelle confortanti penombre delle prigioni senza sbarre.
Il mio plauso va ai ragazzi milanesi che a Porta Venezia hanno danzato, ripresi e stigmatizzati dai tiggì oltre che pesantemente ingiuriati dai finestraioli, all’angolo fra le vie Panfilo Castaldi, medico e stampatore Veneto del XIV Secolo, e Alessandro Tadino, che la toponomastica insistente sull’area che fu del Lazzaretto celebra in quanto medico ai tempi della peste del 1630.Leggiamo spesso, e devo ammetterlo anche su questo foglio, di quanto per le donne sia necessario ritrovare il Femminile recuperandolo alla potenza dell’Era Ancestrale quando, vigente il culto della Dea, le dinamiche sociali erano improntate ad accoglienza e pace, all’unità invece che alla divisione ed alla distanza fra i sessi.
Parafrasando Flaiano: tutto vero, proprio perché tutto da dimostrare.
Fermi restando il grande rispetto ed il notevole interesse, legati anche alla sperimentazione alchemica, che annetto a tale ambito, credo sia giunta l’ora di rivalutare, anzi di ricostruire, il Maschile.Avvertenze per l’uso: ciò che scrivo si scontra, tanto per cambiare, con il putrescente marciume del colletto costituito dai dogmi della meditazione sinistropensante, quella cucita su misura per gli occidentali e che propugnando buonismo, politicamente corretto, villaggio globale ed ecologismo senza rispetto per chi sul territorio ci lavora ha disonorato il maschile, in primo luogo colpevolizzandolo attraverso la visione di madri iperprotettive e castratrici.
Eterno poppante cresciuto senza riferimenti forti, l’odierno adulto italilandese si è ritrovato femmineo, omologato e privo di consapevolezza, invischiato nel pensiero unico ed immemore dell’istinto vitale del combattimento e del richiamo naturale del branco.
Gli sono stati assegnati risicati spazi di manovra, finalizzati ad una esiziale condivisione scandita da gesti misurati, mai troppo fuori dagli schemi nel signum dei pugnetti contratti alzati al cielo che i media propongono in serial, filmati da telegiornale e talk-show, modelli di moderata isteria da recitare all’insorgere delle contrarietà.
A questo maschile destrutturato e sopraffatto dal dominio della tecnologia e dal materialismo dilagante, è rimasto un concetto di Eros da Uomini e Donne, e non è neppure il caso di parlargli di quello che, in arcaiche circostanze rituali nel nome delle sacralità radicate da valori perenni, potrebbe portarlo all’estatica, estrema, offerta di sé2.
Ed è anche per tali ragioni che va assolutamente rivalutato il concetto di branco, inteso come comunità con rimandi solidali e codici d’onore, esattamente quelli perduti e che sarebbe quanto mai utile ritrovare nelle attuali condizioni, non tanto e non solo per l’oggi, quanto per il domani che ci attende, in quel Medioevo non più prossimo venturo ma già quotidiana realtà nella quale c’è ormai spazio solo per Uomini in grado di compiere scelte, combattere e sacrificarsi.
Come ebbi già modo di scrivere, l’alternativa all’eclissi del maschio è la Via del Guerriero, intesa come cammino per forgiare l’Uomo Nuovo: vero, comunitario nel proprio ambito territoriale e selvaggio fautore di una rinascita spirituale, tradizionale e virile capace di restituire un destino alla stirpe.
Solo in questo modo il Maschile ed il Femminile possono riunificarsi all’insegna del Sacro, riconoscimento di energia trascendente e magia sessuale che conducono a ripristinare, rafforzandole, le difese della razza, ivi comprese quelle immunitarie, assolutamente carenti in questi giorni dilaniati dal trionfo della paura veicolata da un’informazione ossessiva, ridondante, terroristica che contribuisce ad ingenerare dinamiche malate, virali, perniciose, disgreganti come le fecondazioni in vitro senza motivazioni sanitarie o schiavizzanti come l’affitto di uteri offerti da poveracce per qualche soldo.
È tempo di Uomini sovrani e di un’approfondita riflessione esistenziale.
La spiritualità, la conoscenza di sé e, va detto, la parte sana della meditazione, non iintendono affatto formare acefali esserini tremanti ed acritici: è sufficiente osservare le vicende tibetane o quelle della comunità sufi per sincerarsene.
Si, avete capito benissimo: quello che sto propugnandom è un concetto di Destra. Quella Destra della nuova generazione, che non celebra buffoni al balcone o pulizie etniche ma che nel proprio sentire promuove il senso di un sovranismo integrale mediante ragionamenti, provocazioni, rielaborazioni notevolmente discoste dal concetto dell’uomo-folla caro a Gustave Le Bon, versione postmoderna dell‘ uomo-massa.
Uomini, e clan, decisamente, inequivocabilmente antagonisti.
Certamente, da qualche parte bisogna pur cominciare. E la mia proposta è tra le più semplici che si possano immaginare: l’inizio è l’incontro, anzi il Cerchio.
Ci si riunisce in piccoli gruppi, non nella modalità simpsoniana garantita dalla virtualità di Skype, Zoom e consimilia ma in quella del bosco, nella pausa del percorso per riqualificare l’estrema periferia urbana, il capannone dismesso, il borgo abbandonato: seduti in cerchio nel buio o attorno al fuoco, parte stessa della Notte, indossando tessuti, monili e colori, ivi compresi quelli dipinti sul volto, atti a conferire un senso di appartenenza.
E ci si racconta a turno, impugnando il Bastone della Parola. Ci si apre nel rispetto di sé e degli altri, si condivide, si progetta. Si cucina e si mangia ciò che si è raccolto, cacciato o pescato.
Troppo semplice? Venghino siori: abbiamo anche corsi di sopravvivenza nei boschi abruzzesi e valtellinesi, forniamo giacigli a chi vuole dormire in una buca scavata nella neve, materiale ed attrezzi a chi è in grado di costruire il proprio coltello, materia prima a chi si sente capace di scuoiare un animale conciandone la pelle per ricavarne capi di abbigliamento.
Qualunque sia il mezzo, lo scopo è quello di ricreare un Uomo sovrano che restauri in sé il senso di integrità, ritrovando la coscienza delle ragioni per vivere e per morire.
Un Uomo che recuperi la relazione con la comunità, con l’arte del fare e con le sue regole, con il senso del Sacro in modo da divenire protagonista del proprio destino e non più un vuoto a perdere emotivo comandato per stereotipi.
Risulta perciò fondamentale riaffermare una filosofia arcaica che prenda corpo da visioni spirituali archetipiche, rese possibili dal ritrovato addestramento allo sforzo spirituale in grado di contrastare efficacemente il lasso individualismo postmoderno anche come antidoto alla diffusa psicosi.
Nosce te ipsum, e sappi morire all’occorrenza poiché hai trovato in te le ragioni per vivere.
Non pretendo di avere in tasca soluzioni salvifiche o rassicuranti, voglio solo scuotere le anime incitando a riflessioni che travalichino luoghi comuni ed inutili mantra, conducendo a ripensare il nostro esistere in quanto parte Maschile, in quanto parte della Comunità, con tutte le responsabilità che ciò comporta: sul cibo e sul territorio, sulle donne e sulle Antiche Madri, sui bambini e sugli anziani.
E concludo affermando che solo da questa rinnovata forza, solo da questo Maschile risanato e purificato può scaturire la possibilità di sostenere ed aiutare il Femminile violato, vilipeso, mortificato offeso. All’insegna di orgasmiche complicità, di ritrovati sorrisi, di consapevoli sostegni reciproci tra Guerriere e Guerrieri.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Stabiello è un termine tipicamente lombardo che indica la porcilaia
2 – Un esempio fra i tanti possibili: la danza del sole pertinente ai riti di passaggio degli Indiani d’America