Se questo è un uomo

Oggi, 6 febbraio, anno dei dissennatori 2021, non in una città tedesca durante il Nazionalsocialismo bensì ad Orvieto detta Porchettaland.Lungo corso Cavour, la via principale, all’altezza del teatro Mancinelli, verso le ore 11:20 antimeridiane, una coppia molto anziana che procede lenta e silenziosa si ferma e, se lei si guarda intorno con aria impaurita, lui appare letteralmente terrorizzato: deve soffiarsi il naso, e fingendo patetici tentativi di fare altro procede curvo, nascondendosi, fingendo di non esistere nella speranza di non essere notato dai passanti.
Lo confesso, ho perso le staffe: ho urlato alle amebe in transito di osservare quel pover uomo, il suo dolore, la sua paura, esattamente come nel ghetto di Varsavia, per colpa vostra bastardi figli di puttana mascherinati che fingete di non sentire. Siete voi i nazisti, maiali schiavi ignoranti.
Risultato? Non mi ha, letteralmente, cagato nessuno.

ACS

Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La nebbia non nasconde solo fantasmi d’amore

Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani, Fantasma d’amore è un film diretto nel 1980 da Dino Risi ed interpretato da un intenso Marcello Mastroianni e da una eccellente Romy Schneider.
La vicenda, scandita dai ritmi di cupe attese, si dipana nei toni sfumati di una Pavia provinciale, soffocante e nebbiosa: il commercialista Nino incontra in autobus Anna, amata in gioventù ed ormai sfiorita e malata, rimanendo molto turbato.
Riferisce l’episodio durante una cena con amici ma da uno di costoro, medico, apprende che Anna, sposatasi e trasferitasi a Sondrio, è morta di cancro tre anni prima.
Nino si convince di essersi sbagliato ma, recatosi a Sondrio, rivede Anna ancora piacente, e i due si danno appuntamento sulle rive del Ticino, nei luoghi del loro giovanile amore. Purtroppo accade un incidente ed Anna affoga nel fiume.
Trascorre qualche tempo e Nino la rivede ancora, invecchiata, a Pavia, sotto il Ponte Coperto, dal quale ella si getta nel Ticino.
Nino, infine, ormai ricoverato in una casa di cura per malattie mentali ed assistito da un’affascinante Anna nelle vesti di infermiera, pronuncia l’affermazione sulla quale il film si conclude:
«Vede caro signore, tutto quello che dicono dell’aldilà, dell’aldiquà sono tutte storie. Perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo. Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, l’ho amata pazzamente, ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. È scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? E no! No guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto, è sempre qui attorno a me. Perché, me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finché io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita in morte. Già, solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui queste brave persone studiose che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma io mi accorgo benissimo che non mi credono.»
Il film venne giudicato al limite della stroncatura, ma a me piacque tantissimo e con questa premessa intendo onorarlo, insieme con la nebbia che, atmosfericamente parlando, costituisce una delle mie passioni come si conviene ad un medhelanensis: E la nèbbia che bellezza la và giò per i polmon (Lassa pür che el mond el disa, Giovanni D’Anzi, 1939).
Costituita da gocce di acqua o cristalli di ghiaccio in sospensione aerea, la nebbia si presenta come l’alone biancastro che conosciamo a causa della rifrazione della luce, solare o notturna, limitando anche notevolmente la visibilità.
Sin qui l’aspetto pragmatico. In realtà letteratura e leggende riconoscono alla nebbia l’incontro alchemico tra energia femminile sacra ed emento simbolo dello spirito, attribuendole il significato simbolico di passaggio, mutamento e trasformazione, ma sempre all’insegna dell’insicurezza, dell’instabilità, della solitudine e con valenze inquietanti e negative.
La nebbia, avvolgendo misteri e non infrequentemente orrori, è sede di fantasmi, mostri tentacolari, spiriti vendicativi e viene infatti spesso identificata nell’immaginario come dimora di spettri piuttosto che di feroci belve, anime dannate antropomorfe prevalentemente di sesso feminile, pronte a ghermire incauti viandanti consegnandoli a malevole divinità affinché siano torturati e divorati ovvero resi schiavi dopo aver subito orrende mutilazioni.
La nebbia è indubitabilmente un portale che apre a dimensioni aliene e inesplorate e, nelle sensazioni visive e uditive che segnano gli inquietanti paesaggi dai contorni sfumati, trasfigurandoli angosciosamente, vagano figure misteriose, come attesta il Pascoli nella famosa poesia Nella Nebbia:
«E guardai nella valle: era sparito
“tutto! sommerso! era un gran mare piano, in
“grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
“E c’era appena, qua e là, lo strano
“vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
“uccelli spersi per quel mondo vano.
“E alto, in cielo, scheletri di faggi,
“come sospesi, e sogni di rovine
“e di silenzïosi eremitaggi.
“Ed un cane uggiolava senza fine,
“né seppi donde, forse a certe péste
“che sentii, né lontane né vicine;
“eco di péste né tarde né preste,
“alterne, eterne. E io laggiù guardai:
“nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
“Chiesero i sogni di rovine: – Mai
“non giungerà? – Gli scheletri di piante
“chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
“Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
“con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
“e più non vidi, nello stesso istante.
“Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
“d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
“e, per il mar senz’onde e senza lidi,
“le péste né vicine né lontane.»
L’ombra errante mi ricorda il canto I dell’Inferno, versi 65-66, quando Dante incontra Virgilio: «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»
E l’ombra del Pascoli cammina, forse sollevata dal suolo, e comunque senza mai giungere ad una meta poiché svanisce nel nulla, simbolo pessimistico di un’umanità che percorre la vita immersa in un mare uniformemente grigio nel quale scompare senza lasciare né traccia né segno.
Nella nebbia sono ambientati romanzi, sempre dai contorni gotici: «Da un punto imprecisato nella nebbia incalzante veniva un rumore rapido e leggero di passi; la nuvola era a cinquanta yarde da dove noi stavamo, e tutti e tre la fissavamo senza sapere quale cosa orrenda ne sarebbe uscita.» Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle, 1902.
Nella nebbia è ambientato Fog, noto film di Carpenter del 1980, e la lattiginosa cortina è la protagonista di un altro Fog, romanzo che spazia tra l’horror e la fantascienza scritto da James Herbert e pubblicato nel 1975 nella collana Urania di Mondadori.Protagonista John Holman, funzionario dei Beni Ambientali, coinvolto suo malgrado in un terremoto provocato da test balistici che sprigiona la nebbia, arma batteriologica fuori controllo, inarrestabile coagulo di smog e mycoplasma, materia cerebrale degradata e inquinamento capace di intaccare la mente di ogni essere vivente portandolo a compiere atti di violenza inaudita, come l’autore ben documenta nella prima parte del romanzo.
La nebbia non cela al proprio interno mostruose creature poiché è essa stessa l’orrenda creatura, che scatena una follia senza limiti e terribilmente autodistruttiva.
L’autore usa le vittime del contagio come modelli sui quali esercitare fantasie via via più atroci, delineandone però con efficacia storie passate e presenti. Tra gli episodi, da segnalare quello che vede protagonisti i ragazzi di una scuola media che, assalito l’insegnante di educazione fisica del quale si conoscono i trascorsi pedofili, lo legano al quadrato svedese evirandolo con un paio di forbici mentre la vittima, eccitatissima, ha un orgasmo.
Altro episodio degno di menzione quello del bancario oppresso e frustrato che inizia a prendere a calci nel sedere chiunque gli si presenti davanti, a significare l’alienazione provocata da un lavoro ripetitivo e non etico.
Non trascurabili quello dell’allevatore ucciso e macellato dalle proprie vacche e quello della gattara divorata dai propri gatti, che indicherebbero secondo l’autore la condizione di subalternità e sfruttamente degli animali da reddito e da compagnia.
Nell’incalzante incedere del romanzo la nebbia assume sempre più i connotati di una creatura intelligente, di un blob contro il quale non si può far altro che soccombere in un tripudio di efferatezze culminanti nel suicidio di massa stile lemmings compiuto dalla popolazione di un villaggio posto sulla costa: una massa di sonnambuli lobotomizzati che avanza verso l’acqua trascinandosi dietro chiunque provi a resistergli e calpestando qualsiasi cosa incontri sul proprio cammino.
Oggi avanzerebbero verso il vaccino salvifico.
L’autore mette in scena una società indifferente e sprezzante costituita da esseri corrotti, ottusi, miopi, cinici, privi del minimo barlume di solidarietà, pervasa da una violenza sotterranea che la nebbia ha solamente fatto emergere.
Esattamente come, ai nostri giorni, l’immondo virus.
Il finale vede il protagonista che, dopo essere stato infettato dal virus ed esserne guarito, diventa il personaggio chiave impegnato in un disperato lavoro per arginare la nebbia letale, e l’impianto narrativo riporta ad una notevolissima similitudine con quanto sta accadendo ai giorni nostri.
Ma l’amaro ultimo atto del libro è costituito dal pilota che si schianta con il proprio 747 contro un grattacielo pare: non sappiamo se un segno premonitore dell’11 settembre, sicuramente un emblema dell’inutilità di ogni sforzo, ed un canto funebre per l’umanità.
Herbert, nonostante sia stato citato da Stephen King è un nome ingiustamente trascurato nel panorama della letteratura horror.Suoi sono anche un avvincente libro dedicato ad una invasione di ratti e La Reliquia, che vede un Himmler redivivo a capo di una setta di fanatici SS intenzionati a conquistare il mondo attraverso pratiche esoteriche, in quella che ha tutte parvenze di una ricostruzione brasiliana del castello di Wewelsburg. Ne parlai in La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica.

Alberto Cazzoli Steiner

Ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, molte di loro erano Donne dei Segni

Viviamo in un tempo difficile, nel quale la menzogna è premiante, assurgendo al rango di verità grazie ad un pabulus di sottocultura, protervia, malafede, opportunismo.
La maggior parte delle persone si lascia prendere dal panico e, anziché considerare con lucidità i momenti difficili come un’opportunità di crescita, cerca scorciatoie e, come sempre accade in tempi di paura e somma incertezza, il ricorso agli operatori dell’occulto vede una notevolissima impennata, alimentando speranze sul filo della disperazione e giri d’affari estremamente consistenti.
Sappiamo bene come, in questo frangente, l’apparenza sia premiante rispetto alla sostanza: l’astrologo ed il mago marchettari televisivi rifulgenti di lustrini e ridondanti di titoli farlocchi hanno buon, anzi ottimo, gioco alla fiera delle illusioni.
E veniamo a chi determinate qualità le possiede veramente ma non ne fa commercio, anzi meretricio: io, per esempio.
Se è vero che debba certe capacità ad un talento naturale, oltre che a facoltà datemi in prestito, è altresì indiscutibile che quello che sono e so lo devo anche alle guide ed alle compagne di viaggio che mi furono accanto affiancandomi nelle fasi cruciali del mio cammino: tra queste la nonna paterna, uno sciamano incontrato in modo apparentemente casuale in un’isoletta al largo delle coste della Tanzania, una donna Fausta di nome e di fatto, una compagna oggi cara amica insieme alla quale effettuai un viaggio all’inferno e ritorno durato sette anni. E infine Eudaimonia.
Quando si inizia un rito o un viaggio nell’altrove si ringrazia chi ci permette di compierlo. Allo stesso modo non dimentico mai di onorare queste Donne e, nel caso di Eudaimonia, l’onore è alla memoria: mi fu accanto fino a quando decise che il suo tempo era finito, il suo compito concluso e che non voleva più saperne di tornare sulla terra.
Giusto per il gossip: c’era chi si faceva trarre in inganno dai suoi occhioni verdi come, una domenica di luglio in Val Trebbia, due pischelle atteggiate a streghine newage che, ad una fiera a tema, snobbarono una sua domanda, iniziando a irriderla dall’alto della loro bancarella di paccottiglia esotericospiritualbiobau. Fu un attimo. Vidi i suoi capelli rossi scuotersi, ondeggiare e vibrare mentre si alzò un’incontenibile polverone di vento che, letteralmente, scardinò il tendone della bancarella spazzando tutto ciò che vi si trovava esposto ma lasciando intatto il circondario. Per un istante nevicò a grossi fiocchi e un’ultima folata ribaltò la leggera struttura in legno.
Vidi il suo sguardo. Ma io lo conoscevo, le due stregofighette no. Credo che abbiano lasciato perdere l’esoterismo ed ora si dedichino alla raccolta dei tappi a corona fabbricati nell’isola di Capo Verde. Due presuntuose in meno.
E, giusto per venire al tema di questo scritto: la verità chi non ce l’ha non se la può dare, come avrebbe potuto affermare Don Lisander, eccoci a “Non parlar di rughe, non parlar di vecchie streghe”, mini-saggio di Eudaimonia dedicato alla Donne di Conoscenza, quelle vere.
L’ispirazione nacque dalla visione dell’immagine sottostante, proveniente da La Campagna Appena Ieri, che propongo unitamente alla didascalia originale: “Poi si diventava vecchie, si lasciava il posto di Arzdòra ad una nuora e si assumeva un nuovo ruolo: si faceva la nonna e si badavano i bambini durante il giorno. Ci si alzava presto ad accendere il fuoco, si accudivano i polli, si comandava il rosario la sera e di pomeriggio ci si metteva fuori al sole, sulla bassa sediolina, a filare o a sferruzzare ricordando e ripensando ai fatti della vita.”E, a doveroso corollario dell’immagine, propongo le riflessioni stralciate dallo scritto nominato:
«La foto mi ha scatenato un turbine di ricordi delle mie montagne tra Groppo di Gora e Monte di Lama, Ceno e Taro, Monte Nero e Lago Santo e altri posti che non voglio nominare: odori di primavera, di sole estivo, di nebbie autunnali, di terra e di acqua, di torba e di funghi, di gutturnio e coppa. Di sangue su braccia e gambe graffiate dai rovi, di acqua gelida dove dissetarsi e bagnarsi con il coraggio di un brivido, di scarpe risucchiate dal fango e di more, lamponi e grattaculi mangiati golosamente a manate. Anche ricordi di moto e coperte buttate sui prati, quando c’erano. Le coperte intendo.
E di colori vivi anche quando sembravano spenti nella morte dell’inverno, morte sciamanica come diremmo oggi perché era putrefazione, trasformazione e preludio alla rinascita primaverile. Allora era sufficiente dire che la terra dormiva, riposava.
Ma soprattutto ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, niente affatto accomodanti ma capaci di infinita dolcezza e dedizione se necessario, ma solo per chi lo meritava. Senza perdersi in chiacchiere, e soprattutto sempre attente a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, vale a dire senza inutili sfilacciamenti, atteggiamenti o moine. Centrate.
Molte di queste erano Donne dei Segni o, come si direbbe oggi, di Conoscenza. Nei paesi, nei villaggi abbarbicati sui costoni o infilati a nascondersi nei boschi, tutti sapevano e tutti ignoravano. Ma nessuno sbagliava uscio dove bussare quando era necessario, guardandosi indietro nella bruma nel vano tentativo di non essere visto dai compaesani.
Come diceva la mia vecchia amica Nora andavano trattate con rispetto e senza troppa confidenza, perché se erano buone a disfare erano anche buone a fare.
Parlavano le Parole, che solo loro sapevano e che in parte erano state loro tramandate e in parte si erano costruite con il tempo. E le tramandavano a loro volta: a chi, quando, dove e come lo decidevano loro. Spesso accadeva solo poco tempo prima che andassero via.
Segnavano con una bindella, una fettuccia presa dall’orlo di una vecchia gonna, uno stelo di grano e usavano il sale, l’acqua, l’ago, il sangue, lo sputo, la cenere, l’urina, le radici, anche lo sterco di vacca o di gallina.
Non sono scomparse, ancora oggi esistono per chi le sa trovare. Ma ancora oggi non ci si accorge della loro presenza, perché donne e uomini dei Segni prediligono l’ombra. Mica perché si nascondono, vivono come tutti gli altri, fanno la spesa, giocano a burraco, cercano un moroso alla scuola di danza, fanno le nonne. È solo quando qualcuno chiama perché ha bisogno che mettono in pratica la Virtù, altrimenti come Medgòne è come se non esistessero.
E lo fanno con semplicità ed efficacia nelle loro case, nelle cucine con gli oggetti che usano per segnare tirati fuori al momento da barattoli di latta del caffè, bottiglie della passata di pomodoro, barattoli della marmellata.
Non c’è più il camino per bruciare? C’è la cucina a gas. Non c’è più il torrente per smaltire? Va bene la tazza del water.
Non si mettono in piazza, non fanno sceneggiate, di sicuro non si atteggiano come ci ha abituati un certo marketing iconografico di streghette infighettate e bardate a metà fra la troia e l’albero di natale. E non solo per l’età, mica tutte sono anziane e ben poche nel privato sono madonnine crocifisse, senza per questo pubblicarsi su Feisbuc mezze biotte.
Certe botteghe dell’occulto e del mistero, se dovessero basarsi su di loro per crearsi la clientela fallirebbero ancora prima di cominciare. Semplicemente non hanno bisogno di quella paccottiglia. Bastano a se stesse e quel che loro serve lo trovano, lo raccolgono, lo costruiscono ringraziando la Natura, vale a dire la Dea o Madre Terra o chi sanno loro.
Se devono fare un rito è perché serve e non perché sia celtico o faccia figo. Lo fanno e basta, senza tante menate. Magari malvolentieri perché possono essere cose dure, dove ci si deve sporcare le mani certe volte anche con il sangue, e non fa niente se è il proprio, per esempio quello mestruale per chi non è ancora in menopausa. Dove può capitare di dover andare a incontrare chi sarebbe meglio lasciar nel suo brodo.
E se non è vero che stanno scomparendo, è anche vero che non le trovate in giro a mischiarsi. Se la tirano? Per niente, se la tira solo chi ha bisogno di dimostrare, di atteggiarsi. Loro hanno il difetto di sbattere in faccia la verità, di fare da specchio, e questo non sempre piace agli umani. Hanno pagato un prezzo e sofferto per essere quello che sono, non sempre volendolo essere.
E se ancora oggi capita loro di essere incomprese o addirittura insultate e derise non se ne fanno un cruccio e tornano a ritirarsi nella loro ombra paghe di se stesse, di ciò che sono e non di ciò che fanno. Nella consapevolezza che ciascuno si scava la fossa come preferisce, con l’energia che ha messo in circolo. Se è consapevole bene, altrimenti fa lo stesso. E loro non possono né devono farci niente. E che per certe persone anche solo tirar fuori la croce di corda significherebbe dar loro troppa importanza.»

Eudaimonia Ω – ACS

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner

Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner

Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

I viaggiatori della sera

Oggi parlo di un film uscito nel 1979 ma attualissimo: diretto e interpretato da Ugo Tognazzi alla sua quinta prova da regista, affiancato da una splendida Ornella Vanoni, I viaggiatori della sera è un film ambientato nell’anno 1980: per fronteggiare il problema del sovrappopolamento, una legge dispone che i cittadini, compiuto il cinquantesimo anno di età, si trasferiscano sotto la sorveglianza dell’Esercito della Salute Pubblica in un resort per trascorrervi quella che ufficialmente è una vacanza.I coniugi Orso, Ugo Tognazzi, e Niky, Ornella Vanoni, raggiungono accompagnati dai figli il villaggio al quale sono stati assegnati, che ben presto si rivela per quello che è: una dorata prigione dove vige l’obbligo di partecipare a giochi e ad una lotteria, il cui premio consiste in una crociera, dalla quale però nessuno dei vincitori è mai tornato.
Tanto è vero che gli ospiti del villaggio-prigione deducono che i vincitori siano in realtà soppressi, accettando però la cosa come ineluttabile e trascorrendo il tempo dedicandosi ad attività sessuali, vissute da tutti in piena libertà in attesa di vincere la crociera.
Dopo varie vicissitudini i protagonisti decidono di fuggire ma, il piano naufraga e Niky viene selezionata per la crociera. Il film si conclude tragicamente, in un museo galleggiante abbandonato, che simbolicamente raccoglie i resti imbalsamati di animali ormai estinti.
C’è un altro film gerontofantascientifico, più o meno coevo del precedente ed interpretato da Annie Girardot, del quale non ricordo il titolo e che non sono riuscito a trovare nemmeno scorrendo la filmografia dell’attrice: è ambientato in un’isola caraibica dove è situata una clinica dedicata al ringiovanimento per ricchi.
Ciascun paziente dispone di un cameriere, o cameriera, personali con cui inevitabilmente ha rapporti sessuali e che, altrettanto inevitabilmente, subisce un trasferimento ad altra struttura. Il turn-over è sfrenato e ciò in Annie Girardot, nel frattempo innamoratasi del cameriere toy-boy, ingenera sospetti che la portano ad indagare all’interno della struttura sino a scoprire un ambiente refrigerato dove i corpi del personale di servizio, eviscerati, sono appesi come bovini dopo che sono state loro asportate le ghiandole endocrine e prelevato il sangue, con cui viene preparato il siero per il ringiovanimento cellulare.
E veniamo all’attualità: Vittorio Sebastiano è un biologo attivo a Stanford con il suo team che sperimenta su cellule umane nuove tecniche di riprogrammazione epigenetica, in grado di riportarle indietro nel tempo al fine di ottenere, in un futuro non lontano, il ringiovanimento cellulare, riportando indietro quello che viene definito l’orologio epigenetico, il particolare codice fisico-chimico iscritto nel Dna che rivela l’età biologica, e quanto resta da vivere.
La riprogrammazione epigenetica è l’ultima frontiera della biomedicina cellulare, in grado di riparare i danni causati dall’avanzare dell’età.
La tecnologia è stata sperimentata su pazienti ultrasessantacinquenni, riportandone l’orologio biologico indietro di almeno otto anni.
Ma l’obiettivo, dichiara il dottor Sebastiano, non è quello di allungare la vita bensì quello di migliorarne la qualità curando patologie quali artrite, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete, asma, cancro, Alzheimer ed in particolare considerando che gli over 65 supereranno i due miliardi nell’anno 2050. Se non li accoppano prima tutelandoli dall’immondo virus.
Ad oggi la tecnologia non è ancora stabilizzata ed il rischio è costituito da una perdita di identità delle cellule che potrebbe originare un tumore, e l’obiettivo è pertanto quello di dimostrare che le cellule riprogrammate, un volta trapiantate, si comportano come cellule giovani, in modo da poter contrastare le degenerazioni di tessuti e organi che sono all’origine di molte malattie causate dall’invecchiamento.
Riportando le cellule ad uno stadio più giovane invecchiano meno velocemente anche i livelli cognitivo e di memoria.
In rete sono disponibili numerose informazioni sulla tecnologia e sul dottor Vittorio Sebastiano.
Ed ora un’ultima annotazione: nel mondo futuro immaginato da Altered Carbon, la serie televisiva su Netflix, il sogno della vita eterna è già realtà, per i più ricchi, che nella San Francisco del 2384 potranno permettersi di comprare corpi giovani e sani nei quali trasferire la propria coscienza, immagazzinata in un microchip. Fantascienza? Forse.
Il punto è che il sogno dell’eterna giovinezza muove da sempre imponenti risorse ed ingentissimi capitali.
Se tutto questo vi ricorda qualcosa di molto prossimo a quanto sta accadendo oggi con la scusa dell’immondo virus e, specialmente se avete una certa età, vi fa temere per il vostro futuro, fate bene a temere per il vostro futuro.
A meno che non abbiate un pacco di soldi: in quel caso non c’è virus che tenga e nessuno si sognerà di deportarvi in isole della salute o in covid-resort.

Alberto Cazzoli Steiner

Il Male si celava nell’incavo del castagno

Questo scritto è una celebrazione.
Una circostanza particolare, nel declinare del giorno tradizionalmente dedicato ai Morti, mi ha riportato ad un’Anima che mi fu cara ed al piccolo mondo senza strade dove avvennero i fatti, qui narrati senza nulla togliere o aggiungere allo scritto originale risalente al novembre 2014 e firmato da Eudaimonia.
Questa è la storia di Marianna, donna di montagna che amò senza essere altrettanto riamata e della quale, nel villaggio abbandonato lungo la strada che si snoda tra Verceia e Frasnedo e nelle acque antistanti l’Abbazia di Piona, udimmo il grido di dolore e di rabbia unitamente a quello della sua bambina, pallida e triste.
Questa è la storia di Marianna, del castagno che un fulmine spaccò nell’istante in cui quelle creature vennero uccise e del villaggio che, abbandonato dai sui abitanti entro poche settimane dall’orrendo misfatto, rimase disabitato per oltre un secolo.
Questa è la storia di Marianna e della sua bambina, che riportammo alla pace.
Buona lettura.22 settembre 2014
Dedicato a chi so io: che ti sia concessa Pace
Dedicato a Te che hai amato, hai sofferto, sei stata tradita, vilipesa, violata, orrendamente torturata e barbaramente uccisa per aver riposto fiducia negli umani.
Che ti sia concessa Pace.
Che tu possa finalmente volare alta e liberanovembre 2014
Il male si celava nell’incavo dei castagni
Novembre, mese di castagne e vino rosso. E dei primi freddi, nelle sere di un tempo contrastati attorno al camino o nella stalla, raccontando storie un po’ vere e un po’ inventate ai giovani perché potessero, quando fosse venuto il loro momento, tramandarle a loro volta. Storie belle e storie cupe, come quella che narrava di quando il Male si celava nelle fenditure delle rocce, nei torrenti turbinosi e nell’incavo dei castagni.
Fatti antichi e inquietanti portarono la gente dapprima ad evitare, e poi a dimenticare quei boschi. Fu così che questi iniziarono a vivere dell’energia delle Donne del Lato Oscuro, fu così che in essi si verificarono fenomeni orridi e strani, fu così che persone penetratevi prive della saldezza dell’intento scomparvero senza lasciare traccia.
Fu così che dai boschi iniziarono a provenire, specialmente di notte, baluginii, ululati, lamenti e grida che nulla avevano né di animale né di umano. Ma nessuno mai comprese, né mai intuì, che le rocce, i torrenti ed in particolare i castagni fossero in realtà le dimore delle Donne del Lato Oscuro.
Noi sappiamo solo che un giorno le Donne del Lato Oscuro lasciarono per sempre questo mondo abbandonandosi all’energia dell’ignoto ma non ci è stato tramandato se, ritrovato il cammino della profondità, continuarono o meno ad avere memoria delle persone che non conoscevano l’audacia dello Spirito.
Di quelle Donne scomparve ogni traccia, tranne che in alcuni luoghi particolarmente intrisi del dolore da loro patito a causa di quegli uomini che dapprima le blandirono, successivamente le braccarono, infine le torturarono orrendamente per poi ucciderle, non infrequentemente insieme con le loro creature, piccole, selvagge e libere Bambine di Potere. La libertà ha sempre fatto paura.Ma chi erano queste Donne del Lato Oscuro? Per le Donne di Conoscenza erano leggenda, per non pochi uomini e donne che vivevano in prossimità di certi boschi o villaggi abbandonati costituivano un incubo. Ed è così ancora oggi anche nelle città, per chi si fosse messo nella condizione di doverle temere.
Venivano impropriamente indicate come streghe o fattucchiere, nella più benevola delle ipotesi come Medicone o Donne delle Erbe. In realtà erano molto di più, e si muovevano in ben altre Direzioni.
Quando comparvero, partorite agli albori dell’Era Buia, per una luce nello sguardo, la capacità più o meno inconsapevole di far muovere o scomparire oggetti, far improvvisamente piovere o nevicare, guarire chi stava loro simpatico o procurare qualche accidente a chi le trattava male, vennero indicate come bambine strane quando non mezze matte, e temute. Non di rado furono schernite e isolate, allontanate ai margini del villaggio. Molte scomparvero, forse rapite, di tante non si seppe più nulla. Delle prime generazioni ben poche sopravvissero.
Le generazioni successive, quasi come quegli animali che geneticamente creano anticorpi, nacquero con la capacità di mimetizzarsi confondendosi con le altre bambine. Sembravano anzi un po’ tarde, e questa caratteristica fece sì che la gente non alzasse la guardia al loro cospetto.
Ritenute stupide, crebbero diventando povere contadine sulle quali non si poteva far conto e perciò nessuno le incaricava di incombenze rilevanti, nessuno si stupiva se scomparivano anche per giorni: erano tempi duri, se una persona mancava era semplicemente una bocca in meno da sfamare.
Ma nel villaggio non mancava mai almeno un’anziana che aveva compreso. E quando veniva il momento, silenziosamente e con discrezione, conduceva la bambina in un luogo particolare: una sorgente, una roccia, una radura, un certo albero dove, dopo aver trascorso il Tempo della Comprensione, queste bambine nel frattempo divenute adulte seppero istintivamente riconoscere e ritrovare negli anditi bui dei boschi altre Donne, formando gruppi di Conoscenza che praticavano l’arte della percezione in modo anomalo rispetto a quello delle Donne della Regola.
Entrarono sempre più addentro alla loro pratica, sino a che iniziarono a ricorrere sempre più frequentemente e più profondamente al Lato Oscuro, finché questo divenne parte essenziale del loro cammino di conoscenza portandole a compiere una scelta definitiva: fluire nell’Energia dell’Ignoto.
Ogni volta che ciò accadeva, la donna che era stata bambina strana e un po’ stupida scompariva per sempre dal villaggio. Ma nessuno se ne dava pensiero.
Penetrarono gli stati alterati della coscienza, ebbero visioni e viaggiarono – senza ricorrere a scope, unguenti, gatti o caproni ai quali del resto mai si accoppiarono come invece ci racconta la ridicola storia ufficiale – forzarono la percezione entro le emanazioni ed entrarono nell’energia primordiale. Divennero l’energia primordiale stessa.
Divennero le Donne del Lato Oscuro degli alberi, delle rocce e dei torrenti. Tuttavia parte del loro intento rimase in superficie condizionando la loro consapevolezza silenziosa che si celava nella profondità dell’oscuro cammino dell’ignoto. Ben conscie di tale incontrollabile condizionamento, che impediva loro di scomparire definitivamente lungo le infinite rotte della profondità, si costrinsero a privarsi di parte della propria consapevolezza silenziosa perché si ricongiungesse all’intento vagante.
Privandosi di una parte di energia ricompattarono in superficie un equilibrio energetico di cui non sapevano che fare, ma che confidavano di isolare là dove gravitava. Si sbagliavano.
Una volta riunificate, l’energia dell’intento e quella della consapevolezza silenziosa defluirono all’esterno, in quel mondo chiamato il mondo vuoto, fondendosi e diventando un’unica energia.
Non era un’energia sinistra ma proveniva pur sempre dal Lato Oscuro contenendone i due aspetti più potenti ed orrorifici: il sogno e l’agguato. E poiché l’energia non nasce e non muore ma circola e ritorna, questi aspetti si elevarono a richiami sempre più pressanti, appelli insinuanti che fluendo nelle profondità raggiunsero le Donne del Lato Oscuro, le quali non poterono sottrarvisi.
E mal ne incolse loro: risalirono le profondità, riattraversarono gli eventi dove avevano lasciato la loro bellezza solo esteriore, rientrarono nel mondo materiale e vi si avventarono come furie.
Fu così che per gli abitanti dei villaggi nacque l’incubo delle Donne del Lato Oscuro, le streghe dell’ignoto, le lamie ritornate, le artefici di ogni nefandezza.Nate come Donne di Conoscenza impeccabili ed audaci si trasformarono in incontenibili e predatrici belve che nelle notti senza luna scivolavano nei villaggi per compiervi ignobili nefandezze e spargere orrore con l’agguato e il sogno. Quando scomparivano lasciavano delirio, paura e desolazione.
Ma ciò che per la gente costituiva una potenza feroce e malvagia che si abbatteva con casuale implacabilità, per le Donne del Lato Oscuro era invece l’agguato teso all’esistenza greve e inconsapevole di uomini e donne stupidi, bigotti e arroganti. Il Lato Oscuro non ammetteva e non sopportava l’inconsistente vacuità dell’energia umana, e la colpiva.
In tempi successivi molte di loro tornarono a vivere nel mondo, in borghi e villaggi dove mantennero per quanto possibile un profilo basso, aiutando anzi chi aveva bisogno. Ma essendo umane, vollero illudersi di essere accettate e col tempo si nascosero sempre di meno. Pur con tutte le loro consapevolezze non avevano fatto i conti con la cattiveria, l’ignoranza e l’invidia. Fu in questo modo che molte di loro vennero accerchiate, bandite, umiliate, violate, torturate, uccise.
Le leggende raccontano che anche da morte queste Donne difficilmente lasciarono il villaggio dove furono tradite perdendo pace e vita, anzi spesso vi ci si accanirono finché anche il villaggio stesso morì: per un’epidemia, un incendio, talvolta solo per essere stato abbandonato.
E si dice che molti borghi maledetti che costellano le nostre montagne non torneranno a vivere fintanto che queste Donne incontreranno chi le libererà. Semmai accadrà.
Di questi tempi, se queste Donne sopravvivono di certo non si mostrano per quel che sono realmente, a maggior ragione in questi giorni di apertura solo apparente, ma in realtà più che mai oscuri.Ed oggi può accadere che Donne o Uomini di Consapevolezza sentano sprigionarsi da una pietra, da un torrente, da un tronco d’albero un’energia particolare o un sommesso pianto di mesto dolore, e provvedano ad onorare la memoria di quelle Donne: sono comparse per chiedere di essere liberate, di potersene finalmente andare portandosi appresso la memoria di ciò che sono state, nella consapevolezza che chi è mai avrebbe potuto essere senza di loro e senza le loro sofferenze.
Ed in queste parole è racchiusa la storia di Marianna e della sua bambina, alle quali abbiamo ridato pace.

Eudaimonia