L’è el dì di mort, alegher: i dolci dei morti

Evitare il blasonato Sant’Ambroœus e dirigersi senza esitazione da Galli all’inizio del corso di Porta Romana. Dopo l’apoteosi dei marrons glacé e delle viole candite, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre arriva un dolce decisamente particolare: il pane dei morti, detto anche oss de mord, ossa da mordere.Proveniente dalla cucina povera, a base di albume, biscotti secchi sminuzzati, cacao, pinoli e talvolta uvetta è di forma allungata e può presentarsi con una croce dorsale a simboleggiare una bara.
Spolverato di farina setacciata e zucchero al velo è una prelibatezza dalla storia antichissima, tipico di Milano e diffuso in Brianza e nel Canton Ticino.
Pare, ma la versione colta non ci convince, debba le sue origini ai doni che gli antichi greci offrivano a Demetra, dea delle messi, per propiziare il raccolto.
In realtà i Celti Insubri celebravano i defunti offrendo pane, dolci, frutta a parenti, amici ed ai poveri del villaggio e la nascita del pan dei morti è verosimilmente da ricercare nella cultura contadina e nelle sue tradizioni, per esempio in quella che nel milanese vede i trapassati ripresentarsi nelle loro case, ricevendone ristoro e e preghiere in occasione della fine dell’anno celtico.A Venezia ed in altre località si usa invece consumare le fave dei morti, oggi deliziosi dolcetti di forma sferica chiamati favete ma anticamente fave lessate e stufate in enormi pentoloni dai frati dei conventi, che le distribuivano ai poveri.
Diffuse in tutto il territorio nazionale, quelle veneziane sono a base di farina di mandorle e pinoli e vengono realizzate nei colori bianco, rosa e marrone. Ma la paternità sembrerebbe umbra, a propria volta derivante dall’antica Roma, dove la fava simboleggiava l’anima dei morti e veniva offerta in dono alle divinità dell’Ade.
Resta il fatto che a Venezia, vicinissimi a Rialto ma già nel popolare sestiere di Castello annoveriamo Calle della Fava e Ponte dalle Fava, sul Rio omonimo, nonché Campo della Fava e la chiesa di Santa Maria della Fava, la cui denominazione ufficiale sarebbe Della Consolazione.
Le fave, celebrate da Ovidio nel Libro V de I Fasti: «… Immaginandosi i gentili di leggere nel petalo del fiore della fava alcune lettere funebri, e credendo eziandio che l’anime dei morti trasmigrassero nelle fave, se ne cibavano nei funebri banchetti, e le offrivano ai Mani nelle feste Lemurie, gettandosele per rito dietro le spalle», si accompagnano all’antico rito veneto delle Lumere, vale a dire l’accensione di lumini all’interno di zucche intagliate.
I lumi così ottenuti servivano ad illuminare la strada alle anime dei defunti, oltre che a confondere quelle dei morti più dispettosi e, alla sera, i ragazzini si divertivano ad andare per calli, sottoporteghi e campi con queste zucche per spaventare i passanti, soprattutto nei pressi dei cimiteri.Concludo questa rapida carrellata con il torrone dei morti, delizioso dolce napoletano, nella versione classica con nocciole ma presente in numerose varianti: con pistacchi, fichi, stracciatella e via enumerando, e con la pupaccena, o pupa di zucchero, tipicamente palermitana ed un vero tripudio di colori e sapori, solitamente posta al centro di un cestino di vimini detto cannistru, come una regina.
Nella provincia di Foggia è invece tradizione consumare ‘o cicc cuòtt, o grano dei morti, dolce che nasce dall’antica tradizione cristiana delle origini di consumare grano bollito benedetto durante la funzione religiosa.
Gli ingredienti sono grano e melograno, simboli del continuo ciclo vitale: il grano simboleggia il nutrimento e il ciclo di vita e morte; il melograno rinascita e vita, e sin dai tempi più antichi venivano riposti nelle tombe dei morti per assicurare nutrimento e speranza di resurrezione.
A differenza di quelli descritti, questo dolce è introvabile nelle pasticcerie, poiché tradizionalmente fatto in casa e consumato in famiglia per omaggiare i parenti defunti.

ACS