Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner