La nebbia non nasconde solo fantasmi d’amore

Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani, Fantasma d’amore è un film diretto nel 1980 da Dino Risi ed interpretato da un intenso Marcello Mastroianni e da una eccellente Romy Schneider.
La vicenda, scandita dai ritmi di cupe attese, si dipana nei toni sfumati di una Pavia provinciale, soffocante e nebbiosa: il commercialista Nino incontra in autobus Anna, amata in gioventù ed ormai sfiorita e malata, rimanendo molto turbato.
Riferisce l’episodio durante una cena con amici ma da uno di costoro, medico, apprende che Anna, sposatasi e trasferitasi a Sondrio, è morta di cancro tre anni prima.
Nino si convince di essersi sbagliato ma, recatosi a Sondrio, rivede Anna ancora piacente, e i due si danno appuntamento sulle rive del Ticino, nei luoghi del loro giovanile amore. Purtroppo accade un incidente ed Anna affoga nel fiume.
Trascorre qualche tempo e Nino la rivede ancora, invecchiata, a Pavia, sotto il Ponte Coperto, dal quale ella si getta nel Ticino.
Nino, infine, ormai ricoverato in una casa di cura per malattie mentali ed assistito da un’affascinante Anna nelle vesti di infermiera, pronuncia l’affermazione sulla quale il film si conclude:
«Vede caro signore, tutto quello che dicono dell’aldilà, dell’aldiquà sono tutte storie. Perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo. Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, l’ho amata pazzamente, ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. È scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? E no! No guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto, è sempre qui attorno a me. Perché, me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finché io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita in morte. Già, solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui queste brave persone studiose che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma io mi accorgo benissimo che non mi credono.»
Il film venne giudicato al limite della stroncatura, ma a me piacque tantissimo e con questa premessa intendo onorarlo, insieme con la nebbia che, atmosfericamente parlando, costituisce una delle mie passioni come si conviene ad un medhelanensis: E la nèbbia che bellezza la và giò per i polmon (Lassa pür che el mond el disa, Giovanni D’Anzi, 1939).
Costituita da gocce di acqua o cristalli di ghiaccio in sospensione aerea, la nebbia si presenta come l’alone biancastro che conosciamo a causa della rifrazione della luce, solare o notturna, limitando anche notevolmente la visibilità.
Sin qui l’aspetto pragmatico. In realtà letteratura e leggende riconoscono alla nebbia l’incontro alchemico tra energia femminile sacra ed emento simbolo dello spirito, attribuendole il significato simbolico di passaggio, mutamento e trasformazione, ma sempre all’insegna dell’insicurezza, dell’instabilità, della solitudine e con valenze inquietanti e negative.
La nebbia, avvolgendo misteri e non infrequentemente orrori, è sede di fantasmi, mostri tentacolari, spiriti vendicativi e viene infatti spesso identificata nell’immaginario come dimora di spettri piuttosto che di feroci belve, anime dannate antropomorfe prevalentemente di sesso feminile, pronte a ghermire incauti viandanti consegnandoli a malevole divinità affinché siano torturati e divorati ovvero resi schiavi dopo aver subito orrende mutilazioni.
La nebbia è indubitabilmente un portale che apre a dimensioni aliene e inesplorate e, nelle sensazioni visive e uditive che segnano gli inquietanti paesaggi dai contorni sfumati, trasfigurandoli angosciosamente, vagano figure misteriose, come attesta il Pascoli nella famosa poesia Nella Nebbia:
«E guardai nella valle: era sparito
“tutto! sommerso! era un gran mare piano, in
“grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
“E c’era appena, qua e là, lo strano
“vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
“uccelli spersi per quel mondo vano.
“E alto, in cielo, scheletri di faggi,
“come sospesi, e sogni di rovine
“e di silenzïosi eremitaggi.
“Ed un cane uggiolava senza fine,
“né seppi donde, forse a certe péste
“che sentii, né lontane né vicine;
“eco di péste né tarde né preste,
“alterne, eterne. E io laggiù guardai:
“nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
“Chiesero i sogni di rovine: – Mai
“non giungerà? – Gli scheletri di piante
“chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
“Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
“con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
“e più non vidi, nello stesso istante.
“Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
“d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
“e, per il mar senz’onde e senza lidi,
“le péste né vicine né lontane.»
L’ombra errante mi ricorda il canto I dell’Inferno, versi 65-66, quando Dante incontra Virgilio: «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»
E l’ombra del Pascoli cammina, forse sollevata dal suolo, e comunque senza mai giungere ad una meta poiché svanisce nel nulla, simbolo pessimistico di un’umanità che percorre la vita immersa in un mare uniformemente grigio nel quale scompare senza lasciare né traccia né segno.
Nella nebbia sono ambientati romanzi, sempre dai contorni gotici: «Da un punto imprecisato nella nebbia incalzante veniva un rumore rapido e leggero di passi; la nuvola era a cinquanta yarde da dove noi stavamo, e tutti e tre la fissavamo senza sapere quale cosa orrenda ne sarebbe uscita.» Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle, 1902.
Nella nebbia è ambientato Fog, noto film di Carpenter del 1980, e la lattiginosa cortina è la protagonista di un altro Fog, romanzo che spazia tra l’horror e la fantascienza scritto da James Herbert e pubblicato nel 1975 nella collana Urania di Mondadori.Protagonista John Holman, funzionario dei Beni Ambientali, coinvolto suo malgrado in un terremoto provocato da test balistici che sprigiona la nebbia, arma batteriologica fuori controllo, inarrestabile coagulo di smog e mycoplasma, materia cerebrale degradata e inquinamento capace di intaccare la mente di ogni essere vivente portandolo a compiere atti di violenza inaudita, come l’autore ben documenta nella prima parte del romanzo.
La nebbia non cela al proprio interno mostruose creature poiché è essa stessa l’orrenda creatura, che scatena una follia senza limiti e terribilmente autodistruttiva.
L’autore usa le vittime del contagio come modelli sui quali esercitare fantasie via via più atroci, delineandone però con efficacia storie passate e presenti. Tra gli episodi, da segnalare quello che vede protagonisti i ragazzi di una scuola media che, assalito l’insegnante di educazione fisica del quale si conoscono i trascorsi pedofili, lo legano al quadrato svedese evirandolo con un paio di forbici mentre la vittima, eccitatissima, ha un orgasmo.
Altro episodio degno di menzione quello del bancario oppresso e frustrato che inizia a prendere a calci nel sedere chiunque gli si presenti davanti, a significare l’alienazione provocata da un lavoro ripetitivo e non etico.
Non trascurabili quello dell’allevatore ucciso e macellato dalle proprie vacche e quello della gattara divorata dai propri gatti, che indicherebbero secondo l’autore la condizione di subalternità e sfruttamente degli animali da reddito e da compagnia.
Nell’incalzante incedere del romanzo la nebbia assume sempre più i connotati di una creatura intelligente, di un blob contro il quale non si può far altro che soccombere in un tripudio di efferatezze culminanti nel suicidio di massa stile lemmings compiuto dalla popolazione di un villaggio posto sulla costa: una massa di sonnambuli lobotomizzati che avanza verso l’acqua trascinandosi dietro chiunque provi a resistergli e calpestando qualsiasi cosa incontri sul proprio cammino.
Oggi avanzerebbero verso il vaccino salvifico.
L’autore mette in scena una società indifferente e sprezzante costituita da esseri corrotti, ottusi, miopi, cinici, privi del minimo barlume di solidarietà, pervasa da una violenza sotterranea che la nebbia ha solamente fatto emergere.
Esattamente come, ai nostri giorni, l’immondo virus.
Il finale vede il protagonista che, dopo essere stato infettato dal virus ed esserne guarito, diventa il personaggio chiave impegnato in un disperato lavoro per arginare la nebbia letale, e l’impianto narrativo riporta ad una notevolissima similitudine con quanto sta accadendo ai giorni nostri.
Ma l’amaro ultimo atto del libro è costituito dal pilota che si schianta con il proprio 747 contro un grattacielo pare: non sappiamo se un segno premonitore dell’11 settembre, sicuramente un emblema dell’inutilità di ogni sforzo, ed un canto funebre per l’umanità.
Herbert, nonostante sia stato citato da Stephen King è un nome ingiustamente trascurato nel panorama della letteratura horror.Suoi sono anche un avvincente libro dedicato ad una invasione di ratti e La Reliquia, che vede un Himmler redivivo a capo di una setta di fanatici SS intenzionati a conquistare il mondo attraverso pratiche esoteriche, in quella che ha tutte parvenze di una ricostruzione brasiliana del castello di Wewelsburg. Ne parlai in La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica.

Alberto Cazzoli Steiner