San Giovanni: noci e fichi

Tra oggi e domani assisteremo alla fioritura di un’imponente messe di scritti dedicati alla notte di San Giovanni, alle sue erbe ed ai suoi rituali.
Gran parte di quanto leggeremo sarà arcinoto, proverrà dalle solite fonti che si citano vicendevolmente, ed io non intendo tediare chi mi segue con cose già sentite, e meno ancora sovrappormi o accodarmi ai soliti discorsi da Exobar.Del resto quel che si può dire è stato ampiamente detto, quel che non può essere detto non solo sarà taciuto, ma soprattutto non se ne troverà traccia nè in internet nè, anzi meno ancora, sui social.
In queste mie righe non troverete quindi altro che una doverosa celebrazione, un po’ come San Marco il 25 aprile o la Festa della Marina il 10 giugno.
E quindi noce. Inteso come l’angiosperma dicotiledone, denominato in latino Juglans, ghianda di Giove, e citato da Plinio nella sua Historia Naturalis come importato dalla Persia grazie a coloni greci nel IX Secolo a.C..
Rappresentativo di regalità, fertilità e fecondità, nella variegata mitologia degli antichi Greci era legato, oltre che ai rituali in onore di Artemide, al dio Dioniso ed al suo amore per la principessa Caria, nonché alla celebrazione dei Misteri Dionisiaci durante i quali le Menadi, le sacerdotesse del dio chiamate anche Baccanti, danzavano sfrenate attorno ad un albero di noce, preda di esaltazione sempre più profonda.
Naturalmente gli osservatori cristiani (il riferimento è a quelli della seconda release, i misogini sessuofobici che vedevano nella donna il simbolo di ogni male, e che avevano fatto fuori quelli primigenii fra i quali le donne potevano ancora rivestire ruoli regali e di sacerdotesse) bollarono come osceni, malefici e satanici tali rituali, e da qui nacque la leggenda delle streghe e dei loro sabba notturni sotto un noce, in particolare nella notte di San Giovanni.
La sapienza contadina sconsiglia di piantare alberi di noce presso i ricoveri per il bestiame poiché, se le radici penetrassero sotto il pavimento, gli animali deperirebbero fino a morire.
È effettivamente comprovato che nelle vicinanze dei noci non crescono altre piante, ma non si tratta di ragioni stregonesche, come ipotizzato da santaromanaecclesia. Più semplicemente radici e foglie contengono la juglandina, una sostanza tossica che fa morire le altre specie considerandole una minaccia.
La tradizione vuole che nella notte di San Giovanni, a piedi nudi e percuotendo i rami con un bastone di legno (di noce o di sambuco) si raccolgano le noci ancora acerbe, in particolare per ricavarne il nocino, liquore dalle proprietà magiche e taumaturgiche.
Che non sto a spiegare perché il Web trabocca di indicazioni, allo stesso modo in cui numerosissime sono le ricette per la sua preparazione.
Ed eccoci quindi al frutto, che nella tradizione alchemica, a causa della sua forma ovale quando è ancora racchiusa nel mallo, ricorda l’Uovo nel quale la Materia viene preparata per il compimento della Grande Opera. Il frutto viene altresì letto come allegoria dell’essere umano considerando il mallo come carne, il guscio come ossa e il gheriglio come anima.
Proprio dall’osservazione del gheriglio deriva la similitudine con il cervello umano, caratteristica che ha fatto ritenere la noce un rimedio medicinale operante secondo la dottrina delle corrispondenze o della cosiddetta magia simpatica, contro i problemi legati al cervello. Ne scrisse, nella sua opera Phytognomonica risalente all’anno 1583, il medico e alchimista di scuola salernitana Giovanni Battista Della Porta, vissuto fra il 1535 ed il 1615.
E concludo con il fico, quello detto di San Giovanni, un fiorone a maturazione precoce diffuso particolaòrmente nell’Italia meridionale ed insulare.
Il fico è considerato pianta magica e mistica per eccellenza. Sotto un fico si illuminò Budda, sotto un fico meditava Gesù, e sempre il fico è nominato in diverse tradizioni religiose. Guarda caso, ad un fico si impiccò Giuda.
Il fico, inteso come albero, è considerato fondamentale per l’effettuazione di certi rituali, in particolare legati alla presenza della luna piena o nera.
Nella medicina popolare le foglie di fico, con le quali si coprirono Eva e Adamo quando persa l’innocenza si vergognarono di essere nudi, vengono utilizzate per vaticinare sullo stato di salute ed il lattice è utilizzato per curare porri, verruche e dermatiti e persino per estirpare spine di fico d’india e di riccio di mare, oltre che per curare ernie. Particolarmente corposa, in tal senso, è la tradizione sarda, alla quale rimando.
Significativa è l’attenzione all’elemento femminile del fico, inteso come frutto (che non infrequentemente viene nominato al femminile) ed all’atto di spaccare o tagliarlo esattamente a metà, nel corso di determinati rituali, per succhiarne la polpa.
Ciò, secondo i rituali di guarigione, permetterebbe alla malattia di uscire dal corpo del malato mentre, in quelli dedicati alla fertilità, alla conoscenza ed alla ricerca simboleggia l’utilizzo dell’energia sessuale necessaria al compimento dell’opera.
In ogni caso fondamentale è il concetto di pulizia dal male, naturalmente non nel senso bigotto di peccato bensì in quello di energia negativa. Per tale ragione il lattice, la polpa del frutto od entrambi vengono spalmati sul corpo dei partecipanti al rito con particolare riguardo ad occhi (dove l’uso del lattice è tassativamente escluso) bocca, cuore, fegato, mani e genitali.
Non è un caso che anche al fico, albero primordiale e sacro anch’esso a Dioniso (che ne avrebbe addiritttura determinato la nascita) vengano sovente associati caratteri erotici, la predilezione da parte di Priapo, la riproposizione dello scroto maschile ovvero, quando spaccato, della vagina femminile e la considerazione di pianta sacra a Demetra, dea della fertilità. Una curiosità: la cosiddetta Via Sacra, percorso lungo 20 chilometri che conduceva da Atene ad Eleusi, dove sorgeva il tempio dedicato a Demetra e dove campeggiava il fico sacro, era fiancheggiata da un doppio filare di alberi di fico.
Non dimentichiamo in fine la storia di Roma: il fico era caro a Marte, e sotto un fico fu trovata la cesta contenente Romolo e Remo.
Con l’avvento del cristianesimo, dimenticando le meditazioni di Gesù, arriva quel simpaticone di san Gerolamo a dichiarare che è stata l’eresia a seccare i rami di un certo fico, simbolo del demonio e dell’ozio voluttuoso.
E concludo con una nota niente affatto mistica: nel 2017 la produzione mondiale è stata di 3.973 milioni di tonnellate, con la Cina saldamente al primo posto con una quota del 48 per cento.

Alberto Cazzoli Steiner