Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

Cose da uomini: rivalutiamo il Maschile

Scrisse il Divin Marchese, ne Le Giornate di Sodoma: «Solamente il vizio può procurare all’uomo quella scossa morale e fisica fonte della più deliziosa voluttà.»
Concordo, con esclusione del concetto di vizio, che insieme con quello di peccato sarebbe bene privare del diritto di cittadinanza, lasciando finalmente spazio al libero fluire del Lato Oscuro, sede dei nostri talenti ancestrali e per tale ragione ritenuto estremamente pericoloso dal potere religioso, politico, sociale, finanziario.
E veniamo all’oggi: potremmo superficialmente indicare l’attuale scenario psico(patico)sociale come esito dell’immondo virus, ma sarebbe anestetica finzione, ennesimo tentativo di nascondere la testa nella sabbia lasciando allo scoperto le terga.
I prodromi datano in realtà da gran tempo e possono essere sintetizzati nella mascolinità perduta.
Non mi addentro nella pressoché infinita messe di esempi che appesantirebbero il testo, limitandomi a citare il fatto che, una volta aperti gli stabielli1 lunedì 4 corrente, ben pochi fra gli autoconsegnatisi si siano riversati nelle strade preferendo rimanere nelle confortanti penombre delle prigioni senza sbarre.
Il mio plauso va ai ragazzi milanesi che a Porta Venezia hanno danzato, ripresi e stigmatizzati dai tiggì oltre che pesantemente ingiuriati dai finestraioli, all’angolo fra le vie Panfilo Castaldi, medico e stampatore Veneto del XIV Secolo, e Alessandro Tadino, che la toponomastica insistente sull’area che fu del Lazzaretto celebra in quanto medico ai tempi della peste del 1630.Leggiamo spesso, e devo ammetterlo anche su questo foglio, di quanto per le donne sia necessario ritrovare il Femminile recuperandolo alla potenza dell’Era Ancestrale quando, vigente il culto della Dea, le dinamiche sociali erano improntate ad accoglienza e pace, all’unità invece che alla divisione ed alla distanza fra i sessi.
Parafrasando Flaiano: tutto vero, proprio perché tutto da dimostrare.
Fermi restando il grande rispetto ed il notevole interesse, legati anche alla sperimentazione alchemica, che annetto a tale ambito, credo sia giunta l’ora di rivalutare, anzi di ricostruire, il Maschile.Avvertenze per l’uso: ciò che scrivo si scontra, tanto per cambiare, con il putrescente marciume del colletto costituito dai dogmi della meditazione sinistropensante, quella cucita su misura per gli occidentali e che propugnando buonismo, politicamente corretto, villaggio globale ed ecologismo senza rispetto per chi sul territorio ci lavora ha disonorato il maschile, in primo luogo colpevolizzandolo attraverso la visione di madri iperprotettive e castratrici.
Eterno poppante cresciuto senza riferimenti forti, l’odierno adulto italilandese si è ritrovato femmineo, omologato e privo di consapevolezza, invischiato nel pensiero unico ed immemore dell’istinto vitale del combattimento e del richiamo naturale del branco.
Gli sono stati assegnati risicati spazi di manovra, finalizzati ad una esiziale condivisione scandita da gesti misurati, mai troppo fuori dagli schemi nel signum dei pugnetti contratti alzati al cielo che i media propongono in serial, filmati da telegiornale e talk-show, modelli di moderata isteria da recitare all’insorgere delle contrarietà.
A questo maschile destrutturato e sopraffatto dal dominio della tecnologia e dal materialismo dilagante, è rimasto un concetto di Eros da Uomini e Donne, e non è neppure il caso di parlargli di quello che, in arcaiche circostanze rituali nel nome delle sacralità radicate da valori perenni, potrebbe portarlo all’estatica, estrema, offerta di sé2.
Ed è anche per tali ragioni che va assolutamente rivalutato il concetto di branco, inteso come comunità con rimandi solidali e codici d’onore, esattamente quelli perduti e che sarebbe quanto mai utile ritrovare nelle attuali condizioni, non tanto e non solo per l’oggi, quanto per il domani che ci attende, in quel Medioevo non più prossimo venturo ma già quotidiana realtà nella quale c’è ormai spazio solo per Uomini in grado di compiere scelte, combattere e sacrificarsi.
Come ebbi già modo di scrivere, l’alternativa all’eclissi del maschio è la Via del Guerriero, intesa come cammino per forgiare l’Uomo Nuovo: vero, comunitario nel proprio ambito territoriale e selvaggio fautore di una rinascita spirituale, tradizionale e virile capace di restituire un destino alla stirpe.
Solo in questo modo il Maschile ed il Femminile possono riunificarsi all’insegna del Sacro, riconoscimento di energia trascendente e magia sessuale che conducono a ripristinare, rafforzandole, le difese della razza, ivi comprese quelle immunitarie, assolutamente carenti in questi giorni dilaniati dal trionfo della paura veicolata da un’informazione ossessiva, ridondante, terroristica che contribuisce ad ingenerare dinamiche malate, virali, perniciose, disgreganti come le fecondazioni in vitro senza motivazioni sanitarie o schiavizzanti come l’affitto di uteri offerti da poveracce per qualche soldo.
È tempo di Uomini sovrani e di un’approfondita riflessione esistenziale.
La spiritualità, la conoscenza di sé e, va detto, la parte sana della meditazione, non iintendono affatto formare acefali esserini tremanti ed acritici: è sufficiente osservare le vicende tibetane o quelle della comunità sufi per sincerarsene.
Si, avete capito benissimo: quello che sto propugnandom è un concetto di Destra. Quella Destra della nuova generazione, che non celebra buffoni al balcone o pulizie etniche ma che nel proprio sentire promuove il senso di un sovranismo integrale mediante ragionamenti, provocazioni, rielaborazioni notevolmente discoste dal concetto dell’uomo-folla caro a Gustave Le Bon, versione postmoderna dell‘ uomo-massa.
Uomini, e clan, decisamente, inequivocabilmente antagonisti.
Certamente, da qualche parte bisogna pur cominciare. E la mia proposta è tra le più semplici che si possano immaginare: l’inizio è l’incontro, anzi il Cerchio.
Ci si riunisce in piccoli gruppi, non nella modalità simpsoniana garantita dalla virtualità di Skype, Zoom e consimilia ma in quella del bosco, nella pausa del percorso per riqualificare l’estrema periferia urbana, il capannone dismesso, il borgo abbandonato: seduti in cerchio nel buio o attorno al fuoco, parte stessa della Notte, indossando tessuti, monili e colori, ivi compresi quelli dipinti sul volto, atti a conferire un senso di appartenenza.
E ci si racconta a turno, impugnando il Bastone della Parola. Ci si apre nel rispetto di sé e degli altri, si condivide, si progetta. Si cucina e si mangia ciò che si è raccolto, cacciato o pescato.
Troppo semplice? Venghino siori: abbiamo anche corsi di sopravvivenza nei boschi abruzzesi e valtellinesi, forniamo giacigli a chi vuole dormire in una buca scavata nella neve, materiale ed attrezzi a chi è in grado di costruire il proprio coltello, materia prima a chi si sente capace di scuoiare un animale conciandone la pelle per ricavarne capi di abbigliamento.
Qualunque sia il mezzo, lo scopo è quello di ricreare un Uomo sovrano che restauri in sé il senso di integrità, ritrovando la coscienza delle ragioni per vivere e per morire.
Un Uomo che recuperi la relazione con la comunità, con l’arte del fare e con le sue regole, con il senso del Sacro in modo da divenire protagonista del proprio destino e non più un vuoto a perdere emotivo comandato per stereotipi.
Risulta perciò fondamentale riaffermare una filosofia arcaica che prenda corpo da visioni spirituali archetipiche, rese possibili dal ritrovato addestramento allo sforzo spirituale in grado di contrastare efficacemente il lasso individualismo postmoderno anche come antidoto alla diffusa psicosi.
Nosce te ipsum, e sappi morire all’occorrenza poiché hai trovato in te le ragioni per vivere.
Non pretendo di avere in tasca soluzioni salvifiche o rassicuranti, voglio solo scuotere le anime incitando a riflessioni che travalichino luoghi comuni ed inutili mantra, conducendo a ripensare il nostro esistere in quanto parte Maschile, in quanto parte della Comunità, con tutte le responsabilità che ciò comporta: sul cibo e sul territorio, sulle donne e sulle Antiche Madri, sui bambini e sugli anziani.
E concludo affermando che solo da questa rinnovata forza, solo da questo Maschile risanato e purificato può scaturire la possibilità di sostenere ed aiutare il Femminile violato, vilipeso, mortificato offeso. All’insegna di orgasmiche complicità, di ritrovati sorrisi, di consapevoli sostegni reciproci tra Guerriere e Guerrieri.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Stabiello è un termine tipicamente lombardo che indica la porcilaia
2 – Un esempio fra i tanti possibili: la danza del sole pertinente ai riti di passaggio degli Indiani d’America