Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner

Cappuccetto Rosso: alchimia di morte e rinascita oltre la visione dualistica

Una luminescente rugiada celeste stilla dall’alto: è il mercurio, secondo l’iconografia alchemica preposto a simboleggiare la parola di Dio.
Sfugge ai più la correlazione tra questo tanto nobile quanto venefico metallo dalla coesione fortissima, l’unico a presentarsi allo stato liquido a temperatura ambiente ed unico solvente di oro e argento, e l’alchimia ancestrale della morte e della conseguente rinascita previae le inderogabili putrefazione e trasformazione, attuate mediante l’ingestione di intere persone piuttosto che di membra strappate da accidenti guerreschi, azioni criminali o riti sacrificali.Per illustrare la tesi mi limiterò a scomodare, più avanti, la mitologia solo per citare la vicenda di Crono, mentre intendo invece soffermarmi su quella che ritengo essere un’eccellente icona alchemica della morte e della rinascita: Cappuccetto Rosso, la favola di Perrault e dei Fratelli Grimm nelle sue varie versioni.
Lapalissiana annotazione: Cappuccetto Rosso è bimba, quindi femmina, vittima, mentre il lupo, che si suppone adulto, è maschio e carnefice secondo i dogmi dell’ideologia veterofemminista della contrapposizione.
Come vedremo, l’argomento di questo scritto tocca aspetti legati al Femminile ed al culto della Dea, pertanto, prima di illustrare la mia tesi, ritengo necessario spendere alcune parole per decretare la metastasi del pensiero unico che ha toccato anche il Femminino Sacro: non se ne può più di conferenze, eventi, libri, seminari dedicati, fotocopie di fotocopie di giaculatorie sino ai più infimi fervorini sui social, parto di una deriva femminista dell’occultismo che vieta di affermare superiorità od anche solo parità di un maschile, nella realtà antropologica e del mito parimenti sacro, pena la scomunica, il bando, la derisione, l’ingiuria.
Non mi stancherò mai di affermarlo: la spiritualità prêt-à-porter e l’esoterismo di massa furono malauguratamente importati sul finire degli anni ’60 del XX Secolo dalle truppe cammellate, anzi lamate con il doppio senso, della sinistra militante, quella del 18 politico e dell’illuminazione per tutti il 21 marzo. Che fretta c’era, maledetta primavera…
Ed oggi ne vediamo gli esiti anche nei danni della politica che sdogana come religioni meritevoli dell’8 per mille quelle che si sarebbero dovute trattare alla stregua di venefiche sette.
Conseguentemente la deriva ignorante e sessista, quella che si esprime per slogan ai quali viene conferita la patente di dogmi indiscutibili, vilipende ed ingiuria quel Maschile Sacro che invece incarna qualità e valori riconducibili alla Via eroica e guerriera e dal quale, purtroppo, persino molti attuali rappresentanti prendono le distanze genuflettendosi alla vile ingiuria del dominio intellettuale, antifa, svirilizzante, newage e politicamente corretto.
Il Guerriero, l’Uomo di Conoscenza non seguono, anzi aborrono, l’idea di Maschio che non sia quella sacra e selvaggia, archetipo fondamentale di ispirazione, e con essa tutto il bercio neo femminista che propugna dicotomia, avversione, cesura in nome di una presunta superiorità che nei fatti è solo obliterazione del riconoscere, dell’onorare, dell’accogliere, dell’amare il proprio femminile.Ma, attenzione: ciò che ho scritto sin qui, pur propendendo per una concettualizzazione paritaria si rifà ad una scuola di pensiero, quella del dualismo, finalmente anacronistica poiché deliberatamente conflittuale e superata dal criterio della parità nell’ambito dell’Uno.
A rafforzare il concetto propongo il testo che segue, sintesi elaborata da Nadia Galeazzi del filmato pubblicato il 28 novembre scorso da Dea Oltre il Dualismo, il pregevole blog di Laura Ghianda che ivi commenta le tesi di laurea di Giulia Goggi in antropologia, di Giada Rigatti in scienze storiche religiose e l’ultima sul ritorno al sacro femminino ed al matriarcato pubblicata dalla psicologa e naturopata Letizia Rossi:
“La spiritualità della Dea viene definita radicata perchè, come in un albero, le radici verso la terra rappresentano la materialità, mentre i rami verso il cielo identificano la spiritualità.
Il nostro corpo è legato ad entrambe, e l’essere umano ha bisogno di affrancarsi da una visione dualistica oppositiva, perché continuare a contrapporre fenomeni opposti non fa uscire da un loop statico e involutivo.
Usiamo il termine matriarcato convinti che sia l’opposto di patriarcato: non è vero, poiché nel matriarcato e nella spiritualità della Dea vige la parità di genere e di ruolo: donne e uomini hanno la stessa importanza e le energie maschili e femminili, riconosciute ma non opposte e niente affatto in contrasto, vengono ricomprese nell’Uno.
‘affanno, la pervicacia dell’opposizione, del conflitto, del contrasto sono solo indice di un femminile, e di un maschile, malati e monchi i quali, come nella migliore tradizione della forma-pensiero, perverranno proprio perché li avranno chiamati a relazioni statiche, tossiche, inconcludenti.
Vero è, piuttosto, che i discendenti degli uomini che, ponendo le basi del patriarcato che fece strame dell’armonia ancestrale, ne sono oggi a loro volta mutilati nella loro pienezza, impossibilitati se non a prezzo di notevolissimi sforzi ad accedere a spazi, mondi, vibrazioni.
La ricerca esperienziale corporea, già negli scritti degli antichi che si studiano all’università, parte da costrutti che la elidono. La ricerca non può invece prescindere dall’esperienza del corpo, perché è ciò che abbiamo in comune con le nostre antenate, considerando che non sapevano scrivere ma seppero tramandare consuetudini fondamentali, come ad esempio regole e cerimonie del parto.
Da tutto ciò nasce il neologismo ‘Teasofia’, amalgama di una pasta fatta anche, ma non solo, di libri.
Era giunto il momento di prendere le distanze da newage e Madre Maria che premia e punisce, nonché dal dualismo oppositivo Dio/Dea o Yin/yang.
La Teasofia è una visione politica, non partitica, della spiritualità, laddove per politica si intende come una società decide di organizzarsi, e con il termine Dea un diverso ordine dell’orizzonte.
Leggendo con maggiore attenzione Lao Tsu il dualismo oppositivo Yin e Yang costituisce un dinamismo in un unico luogo perché egli stesso, in circa 5 capitoli, chiamò il Tao come Grande Madre, la danza di Yin e Yang che si trasformano l’uno nell’altro.
Non Dea, quindi, intesa come la metà femminile dell’Universo, delle cose da donna contrapposta a Dio, o la metà maschile delle cose da uomo, contrapposte alla Dea, ma un nuovo paradigma simbolico in grado di includere e contenere, di essere un principio equilibratore, oggi grande assente delle filosofie dualistiche, che mantiene la prosecuzione dell’esistenza.”
Non sono il primo né sarò l’ultimo a rilevare la correlazione tra il nobile metallo e l’alchimia dei simboli, la bimba della fiaba e la sua discesa infera, il Femminino Sacro ancestrale e certi suoi rituali.Ma andiamo con ordine: Hermes, ovvero Mercurio è anche il nome del dio alato protettore dei commerci, della comunicazione e dei ladri, mentre l’antico nome del metallo era Hydrargirium, del quale è rimasto il simbolo Hg a significare argento liquido, o vivo, sostituito nell’attuale sul finire del VI Secolo per connotare simbolicamente il mercurio con l’omonimo pianeta.
Alchemicamente la denominazione non indica solo il metallo ma anche il principio femminile, umido e passivo, come abbiamo visto più sopra leggendo della Teasofia indispensabile complemento al principio maschile sulfureo, secco e attivo, rinvenibile nei fluidi corporei, nel sangue, nello sperma.
L’essenza stessa del metallo è iconica del principio di morte e rigenerazione, in questo caso attraverso la combustione e la calcinazione: il mercurio cosiddetto nativo nasce infatti dal cinabro in forma di concrezione o spalmatura, e come conseguenza degli agenti atmosferici ed a seconda del tenore viene chiamato montrodyte, calomelano o eglestonite.
Il cinabro stesso, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, viene associato al ringiovanimento ed all’immortalità ed il suo colore rosso sangue veniva e viene adottato come pigmento in virtù del suo fortissimo potere ricoprente. Fra i tanti, ne segnalo l’utilizzo in ferrovia per i panconi portarespingenti e nell’elegante livrea bianco/rossa d’origine delle automotrici Diesel Aln 773, entrate in servizio tra il 1956 ed il 1962.
Così come l’estrazione del mercurio dal cinabro è pratica antichissima, allo stesso modo il cosiddetto vapore mercuriale, quello che ricade dalla distillazione, velenosissimo durante l’estrazione e la manipolazione, muta dall’origine femminile alla qualità androgina per la sua consistenza insieme solida e liquida e, nella farmacopea, mantiene ancora oggi un posto di rilievo.
Non trascurabile il fatto che il simbolo universalmente adottato dai farmacisti sia il caduceo di Hermes, ovvero Mercurio.
E niente affatto casuale il fatto che mercuriale sia l’approccio del lupo allorché, incontrata Cappuccetto Rosso nel bosco, le chiede dove stia andando. La bambina risponde: “Dalla nonna” ed il lupo incalza chiedendo dove costei abiti.
“Sotto le tre grandi querce, là è la sua casa, sotto la quale ci sono i noccioli” replica Cappuccetto Rosso.
Viene da immaginare una nonna stravagante, un’anziana hippy che vive in una casa sugli alberi coperta dalle querce e sospesa fra i noccioli ma in realtà, poiché nelle fiabe nulla è scritto a caso, dobbiamo invece ragionevolmente supporre che la casa della nonna sia la camera dove avviene l’estrazione alchemica del mercurio: i noccioli sono le fascine sulle quali è posto il cinabro prodromico all’estrazione del metallo.
E se consideriamo infine il mercurio come metallo uno e trino in quanto racchiude se stesso oltre a sale e zolfo, ecco ritrovate le tre querce che, inoltre, ci riportano alla mitologia norrena.
Ma lasciamo il metallo e soffermiamoci sulla fiaba, della quale tutti rammentiamo lo svolgersi. Al termine dell’elencazione di occhi, orecchie, naso eccetera Cappuccetto Rosso giunge alla fatidica affermazione: “che bocca grande che hai” alla quale il lupo replica: “è per mangiarti meglio!”
Ed ecco il fulcro della vicenda, nella trasposizione alchemica l’inizio della rigenerazione mediante l’immaginaria combustione che avviene nella bocca del forno rappresentato dal lupo.
Cappuccetto Rosso inizia in questo istante la discesa agli inferi, nel buio dove ritrova la nonna anch’ella divorata dalla fiera, dalla quale verrà liberata, ovvero rinascerà, dalla lama del cacciatore che taglierà il ventre del lupo.Ed ecco la lama, sempre presente nel mito e nel rito anche quando orgiastico, strumento tramite il quale pervenire all’energizzazione, alla purificazione, al risarcimento, alla rigenerazione, all’Uno come ho scritto in altre circostanze in particolare in riferimento ai sacri riti ancestrali che comportavano castrazione ed evirazione, ovvero relativamente alla pratica sciamanica dello smembramento: la morte provocata dall’asportazione di parti del corpo che vengono mangiate, gli avanzi bruciati sino alla consunzione ed alla trasformazione in cenere che, con acqua e terra, viene impastata in forma delle parti asportate: occhi, lingua, mani, cuore, fegato, genitali che così purificate vengono innestate in luogo di quelle rimosse. Morte, putrefazione, trasformazione, rinascita.
La discesa agli inferi, ovvero lo smembramento e la morte nella permanenza al buio, non è prerogativa della fiaba ma la ritroviamo in numerose altre realtà mitologiche, letterarie od oniriche, rappresentate di volta in volta, solo per citarne alcune, da Ulisse piuttosto che da Enea, Orfeo, Gesù, Dante o Pinocchio.
La discesa agli inferi, questo percorso di morte da attuare in vita, è complemento essenziale del percorso di consapevolezza e guarigione, di riconoscimento e comprensione di sé, di scoperta ed accoglienza dei talenti del Lato Oscuro: fase imprescindibilmente dolorosa che accade di percorrere per espressa volontà o perché trascinativi da eventi, apparentemente esterni ma in realtà frutto di desiderio interiore, maturato nell’istante in cui, anche se ancora inconsapevolmente, si decide di non poter proseguire oltre senza mutare uno status fonte di dolore e che porta a vagare in modo inconcludente, quando non addirittura all’abbrutimento.
Uno dei più noti miti ancestrali incentrati sui temi dell’evirazione e dell’antropofagia è quello di Crono, figlio di Urano e Gea ed ultimo dei Titani, che accolse la richiesta della madre evirando il padre che impediva ai figli di venire alla luce accampando la scusa della loro mostruosità.
Un gesto che palesemente simboleggia giustizia, purificazione e risarcimento.
Successivamente ritroviamo Crono che, temendo di perdere il proprio potere, divora i propri figli appena nati per scongiurare il pericolo di essere spodestato. Ma avviene che la moglie Rea riesca a salvare Zeus sostituendolo con una pietra, e questi, una volta adulto, costringa il padre a vomitare i fratelli inghiottiti, liberandoli e quindi facendoli rinascere.
Torniamo alla fiaba di Cappuccetto rosso, scritta da Charles Perrault ed edita per la prima volta nel 1697 e ripresa nel 1812 dai fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm, che riscrivono il finale in chiave salvifica mentre la versione originaria termina con il lupo che divora la bambina a significarne la colpevole ingenuità.
In conclusione, trovo interessante leggere la rinascita, il ritorno dalle tenebre rappresentate dal ventre del lupo, non solo come un nuovo inizio ma soprattutto come l’opportunità di poter affrontare una nuova e più consapevole incarnazione di sé, volendo conoscere ed affrontare desideri e pulsioni anche in opposizione al cosiddetto comune sentire, nonché viaggi nella profondità padroneggiando senza timore incontri con ogni sorta di entità, e soprattutto con i propri mostri, al fine di conseguire uno stato superiore di conoscenza e di potere.
Tutto questo avviene poiché alla protagonista della vicenda, ed ai vari Giona piuttosto che Pinocchio o Dante oltre che a noi stessi in veste di viandanti sperimentatori, il rischio estremo è necessario in quanto prologo al risveglio, imprescindibile momento di presa di coscienza propedeutico alla scelta del cambiamento, della crescita.

Alberto Cazzoli Steiner

Lungo il Sentiero dei Saggi per ritrovare il Maschile perduto

Groppo Delle Pietre e Monte Grotta Mora sono toponimi che, a chi non è del posto, non dicono nulla: si trovano a 1.200 metri di quota nell’Appennino parmense, non lontani dal Passo della Cisa, e da loro nascono i due rami che originano il torrente Manubiola, rispettivamente i rami di Corchia dal Groppo Delle Pietre e quello di Valbona dal Monte Grotta Mora.Presso Bergotto i rami si uniscono e scorrendo in direzione Nord-Ovest fra boschi e aree coltivate ricevono alcuni rii, fra i quali il più significativo ai fini del nostro tema è il Rio delle Lame, sfociando infine, dopo aver percorso poco meno di 12 chilometri, nella sinistra idrografica del fiume Taro nelle vicinanze di Ghiare di Berceto.
Valbona e Corchia, un tempo unite in un’unica parrocchia, sono entrambe frazioni del Comune di Berceto, che chi mi legge ricorderà per le Nuvole Bianche, per il gemellaggio con la Nazione Soiux-Lakota e per la Locanda della Luna Nera, di cui scrissi diffusamente.
Il borgo di Corchia, arroccato nella stretta Val Manubiola a 650 metri di altitudine nel suo perimetro quadrangolare, tipico delle esigenze difensive medioevali e nel quale risultano censiti 40 abitanti, è per noi particolarmente interessante poiché sorge lungo il percorso originario della Francigena e conserva pressoché intatto il nucleo medioevale costituito da case in pietra addossate, separate da vicoli lastricati e in non pochi casi mirabilmente restaurate. Doveva la sua principale fonte di sostentamento alle miniere di pirite, rame, zinco e feldspato, chiuse a partire dall’anno 1943: tra queste l’evocativa Miniera della Pietra del Fuoco, a 928 metri di altitudine.
Per raggiungere Valbona è necessario percorrere circa 7 chilometri in costante discesa, in un bosco dove è possibile incontrare i segni del tempo tra castagni, essicatoi, ricoveri e un luogo ancora misterioso: uno stretto sentiero medievale che si inerpica sino al sito denominato San Rocco, antico insediamento ora scomparso e la cui storia non è ancora stata svelata.
Il sentiero è denominato La Via dei Saggi proprio in riferimento ai secolari castagni che lo dominano.
Tutto qui? Naturalmente no, se è vero che non siamo affatto lontani dal Pelpi, dal Penna, dal Nero e dalle altre boscose cime sulle quali il vento ancora porta l’eco delle voci delle antiche Donne di Conoscenza, ma soprattutto da Drusco, la frazione di Bedonia che fu culla di quella Gente fiera e, non dimentichiamolo, del male che si annidava nell’incavo dei castagni.
In questi luoghi dove la selva sta riprendendo la sua avanzata riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’antropizzazione, ritrovano l’habitat gli animali ai quali questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.
Ne parlo perché l’autunno è il periodo ideale per percorrere questi sentieri, in silenzio e con rispetto ascoltando tra i riflessi dorati delle foglie tutto ciò che vorranno comunicarci la natura, gli animali, il mormorio dei ruscelli, le voci di quelle Donne dagli occhi verdi e dai capelli rossi.
Mai come oggi dobbiamo essere grati ai sussurri delle anime di quelle Donne che ritornano, dai secoli dei secoli per riportarci alla bellezza ancestrale, alla potenza di pensieri capaci di creare, di riti sorretti dall’intento, alla consapevolezza che tutto giunge per portare insegnamenti e guarigioni a chi si veste di umiltà per poter ascoltare.E prima di proseguire desidero riportare quanto Eudaimonia scrisse nell’articolo Dove nacque la mappa delle antiche Donne di Conoscenza, pubblicato in Arcani Ludi il 29 ottobre 2014:
«In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza.
Allora le Donne e Uomini di Conoscenza erano numerosi e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti vennero profanati da uomini crudeli, e se gli Uomini dovettero combattere, e morire o uccidersi per non cadere prigionieri, le Donne dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi.
Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito forse per sempre il senso del meraviglioso e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.
Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica …omissis… non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma e che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E fu così che da quel primo libro altri ne scaturirono.
Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi.»
Oggi che tangenziali ed autostrade dell’anima crollano sotto il peso del traffico spirituale di guru che, a furia di lasciar andare l’ego, eccedono le 44 tonnellate dei discepoli a semirimorchio, dobbiamo essere grati all’immondo virus che ci ha consentito di vedere le voragini della E45 e della A3 tra le quali sobbalza il re, nudo.
Dobbiamo recuperare l’umiltà perduta se vogliamo comprendere, affrontare e risolvere questioni gravi ed ormai impellenti, veri e propri blocchi senza la cui rimozione il cammino della consapevolezza e della ricostruzione sarebbe solo finzione.
Mi riferisco in particolare agli archetipi femminile e maschile, e specificatamente a quest’ultimo, oggi ridotto a reificato replicante vilipeso a farsa, ben lontano da quello vigente all’epoca del Matriarcato, quando il maschio era Maschio e la femmina era Femmina, oltre che Dea.
La stesura di queste note è stata ispirata dalla recente conversazione con un amico, avente come argomento proprio la svirilizzazione del maschio occidentale come elemento funzionale all’instaurazione di nuove forme dittatoriali: un uomo sottomesso e conformista, privo di attitudini militari e spirito combattivo, reso pigro e malato dall’assunzione di cibi spazzatura, dipendente da sostanze materiali ed immateriali, che rifugge il contatto fisico con i propri simili preferendovi quello virtuale ed omologante dei social.
Uno schiavo perfetto, acritico, acefalo ed ormai incapace di difendersi, perfettamente inquadrato in un progetto tirannico che, nella sua visione degna del peggiore comunismo, millanta come ideale un villaggio globale sempre più simile alla famigerata fattoria di 1984 e che fa strame delle identità, del concetto di famiglia, della storia e delle tradizioni locali.
Intendiamoci, certa omologazione non è un fenomeno odierno: basta avventurarsi nelle vie dello shopping di Milano, Roma, Parigi, Tokyo, Dubai e via enumerando per trovarvi negozi identici che inalberano i medesimi marchi.
La cosiddetta sinistra, ormai svelatasi assisa sul trono del controllo globale uniformando modi, modelli e portafogli, con l’arrivo di microchip e vaccini obbligatori potrà dire compiuto il lavoro.
In questo contesto non sorprende come il mercato del porno rappresenti oggi il 72 per cento del volume d’affari internettiano, e la sua fruizione sia al 66 per cento maschile, con l’utenza femminile in costante crescita e, sic stantibus rebus, in questo mondo del 90/10 reale vedo estremamente improbabile una possibilità di reazione, di ribellione da parte di masse istupidite, capaci di reagire ad un pensiero contrastante la melassa che fa risacca nelle loro vuote scatole craniche solo con la reiterazione autistica di una domanda petulante piuttosto che con l’ingiuria preconfezionata nella migliore tradizione sinistrorsa, e confido nell’unico aiuto che credo possibile: quello che potrà giungere da Madre Natura sotto forma di catastrofe.Torniamo al maschio: le poche Donne vere rimaste dopo la pulizia etnica femminista desiderano avere accanto un vero Uomo, non un cantore castrato, che lasciano volentieri alle innumerevoli Morrigan alla scorza d’arancia ed alle newage.
La vera Donna, e quindi la Dea Madre e Guerriera, la Donna di Conoscenza e di Medicina, è sgomenta al cospetto di queste orride amebe frutto di madri castratrici, sessuofobiche, iperprotettive che hanno proiettato sulla prole, maschile in un modo e femminile in un altro, le loro turbe psichiche, nel metastatico mondo cattocomunista rese socialmente accettabili.
Ed oggi il disegno è praticamente compiuto tra donne ridotte anorgasmiche da un sistema che le ha private della femminilità ed uomini femminilizzati, esenzione dall’assunzione di responsabilità e creazione di eterni poppanti attaccati alle tette di stato mediante smart-working per gli statali, reddito di cittadinanza e azoospermia.
Passaggio al Bosco, casa editrice che si definisce “un progetto editoriale divergente rispetto ai mantra del politicamente corretto, ai demoni del pensiero unico e alle accademie del buonsenso” propone un modello culturale opposto rispetto al pensiero dominante: l’uomo guerriero, che ha un nativo e profondo rapporto con la libertà.
Ve li ricordate i sacerdoti dell’epoca matriarcale? Adoravano la Dea e costituivano il complemento della funzione sociale rivestendo il ruolo di sciamani in modo assolutamente paritario congiuntamente alle sacerdotesse con le quali formulavano vaticinii, celebravano riti e praticavano la medicina.
Tra quelle persone assolutamente consapevoli di essere parte dell’universo e della natura e delle sue forze, il ruolo sacerdotale e sciamanico non escludeva il lavoro per procacciare o trasformare il cibo e, all’occorrenza, il concorso alla difesa della famiglia e della comunità.
Fu la corruzione dei primi culti monoteisti a portare degrado, misoginia, senso di colpa e terrore con i quali tenere sotto il tallone tribù e nazioni, non di rado all’insegna del peggiore misoneismo. E non mi addentro oltre in quella che diverrebbe una noiosa disamina, poiché il concetto, già ampiamente dibattuto, è sufficientemente chiaro.
Qui intendo solo proporre una soluzione per provare a ritornare all’Età dell’Oro. Attenzione: non ho scritto la soluzione, ma una soluzione. Vale a dire la mia, che ha sì la pretesa di essere efficace, ma non di essere assoluta.
Sorpresa: la soluzione si chiama Amore: amore per noi, per il nostro corpo e per la fisicità e la sessualità senza moralistici infingimenti, per la nostra integrità, per le nostre relazioni, per l’armonia, non da ultimo all’insegna della massima non solo evangelica “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Amare significa mollare gli ormeggi, perdere la componente egoica, abbandonare il controllo, non pretendere di cambiare l’altro, accettarci per come siamo per pervenire ad una diversa dimensione spaziale e temporale, ad una sorta di consapevolezza dell’eternità, assenza di tempo che, paradossalmente, ci proietta nell’ignoto ricordandoci però da dove veniamo.
Quindi? Quindi niente: se è vero che il guerriero è colui che non combatte, è altrettanto vero che il maschio forte non è quello in posa con il mento volitivo e l’espressione da deficiente tatuato come uno che vidi una sera a Ballando con le stelle, ma quello che non nasconde o nega le proprie debolezze, i propri timori. Il maschio è anche quello che, senza pigolare del proprio femminile ritrovato, piange ed accoglie i doni.
Cari fratelli Maschi, c’è molto da lavorare per recuperare i nostri fratelli perduti, ma se decidessimo che ne vale la pena ce la potremmo fare, e le Donne ci aiuterebbero volentieri. Ma la domanda è: ne vale la pena o non è meglio, piuttosto, lasciar fare alla selezione naturale?

Alberto Cazzoli Steiner

I viaggiatori della sera

Oggi parlo di un film uscito nel 1979 ma attualissimo: diretto e interpretato da Ugo Tognazzi alla sua quinta prova da regista, affiancato da una splendida Ornella Vanoni, I viaggiatori della sera è un film ambientato nell’anno 1980: per fronteggiare il problema del sovrappopolamento, una legge dispone che i cittadini, compiuto il cinquantesimo anno di età, si trasferiscano sotto la sorveglianza dell’Esercito della Salute Pubblica in un resort per trascorrervi quella che ufficialmente è una vacanza.I coniugi Orso, Ugo Tognazzi, e Niky, Ornella Vanoni, raggiungono accompagnati dai figli il villaggio al quale sono stati assegnati, che ben presto si rivela per quello che è: una dorata prigione dove vige l’obbligo di partecipare a giochi e ad una lotteria, il cui premio consiste in una crociera, dalla quale però nessuno dei vincitori è mai tornato.
Tanto è vero che gli ospiti del villaggio-prigione deducono che i vincitori siano in realtà soppressi, accettando però la cosa come ineluttabile e trascorrendo il tempo dedicandosi ad attività sessuali, vissute da tutti in piena libertà in attesa di vincere la crociera.
Dopo varie vicissitudini i protagonisti decidono di fuggire ma, il piano naufraga e Niky viene selezionata per la crociera. Il film si conclude tragicamente, in un museo galleggiante abbandonato, che simbolicamente raccoglie i resti imbalsamati di animali ormai estinti.
C’è un altro film gerontofantascientifico, più o meno coevo del precedente ed interpretato da Annie Girardot, del quale non ricordo il titolo e che non sono riuscito a trovare nemmeno scorrendo la filmografia dell’attrice: è ambientato in un’isola caraibica dove è situata una clinica dedicata al ringiovanimento per ricchi.
Ciascun paziente dispone di un cameriere, o cameriera, personali con cui inevitabilmente ha rapporti sessuali e che, altrettanto inevitabilmente, subisce un trasferimento ad altra struttura. Il turn-over è sfrenato e ciò in Annie Girardot, nel frattempo innamoratasi del cameriere toy-boy, ingenera sospetti che la portano ad indagare all’interno della struttura sino a scoprire un ambiente refrigerato dove i corpi del personale di servizio, eviscerati, sono appesi come bovini dopo che sono state loro asportate le ghiandole endocrine e prelevato il sangue, con cui viene preparato il siero per il ringiovanimento cellulare.
E veniamo all’attualità: Vittorio Sebastiano è un biologo attivo a Stanford con il suo team che sperimenta su cellule umane nuove tecniche di riprogrammazione epigenetica, in grado di riportarle indietro nel tempo al fine di ottenere, in un futuro non lontano, il ringiovanimento cellulare, riportando indietro quello che viene definito l’orologio epigenetico, il particolare codice fisico-chimico iscritto nel Dna che rivela l’età biologica, e quanto resta da vivere.
La riprogrammazione epigenetica è l’ultima frontiera della biomedicina cellulare, in grado di riparare i danni causati dall’avanzare dell’età.
La tecnologia è stata sperimentata su pazienti ultrasessantacinquenni, riportandone l’orologio biologico indietro di almeno otto anni.
Ma l’obiettivo, dichiara il dottor Sebastiano, non è quello di allungare la vita bensì quello di migliorarne la qualità curando patologie quali artrite, malattie cardiovascolari e respiratorie, diabete, asma, cancro, Alzheimer ed in particolare considerando che gli over 65 supereranno i due miliardi nell’anno 2050. Se non li accoppano prima tutelandoli dall’immondo virus.
Ad oggi la tecnologia non è ancora stabilizzata ed il rischio è costituito da una perdita di identità delle cellule che potrebbe originare un tumore, e l’obiettivo è pertanto quello di dimostrare che le cellule riprogrammate, un volta trapiantate, si comportano come cellule giovani, in modo da poter contrastare le degenerazioni di tessuti e organi che sono all’origine di molte malattie causate dall’invecchiamento.
Riportando le cellule ad uno stadio più giovane invecchiano meno velocemente anche i livelli cognitivo e di memoria.
In rete sono disponibili numerose informazioni sulla tecnologia e sul dottor Vittorio Sebastiano.
Ed ora un’ultima annotazione: nel mondo futuro immaginato da Altered Carbon, la serie televisiva su Netflix, il sogno della vita eterna è già realtà, per i più ricchi, che nella San Francisco del 2384 potranno permettersi di comprare corpi giovani e sani nei quali trasferire la propria coscienza, immagazzinata in un microchip. Fantascienza? Forse.
Il punto è che il sogno dell’eterna giovinezza muove da sempre imponenti risorse ed ingentissimi capitali.
Se tutto questo vi ricorda qualcosa di molto prossimo a quanto sta accadendo oggi con la scusa dell’immondo virus e, specialmente se avete una certa età, vi fa temere per il vostro futuro, fate bene a temere per il vostro futuro.
A meno che non abbiate un pacco di soldi: in quel caso non c’è virus che tenga e nessuno si sognerà di deportarvi in isole della salute o in covid-resort.

Alberto Cazzoli Steiner

Il Male si celava nell’incavo del castagno

Questo scritto è una celebrazione.
Una circostanza particolare, nel declinare del giorno tradizionalmente dedicato ai Morti, mi ha riportato ad un’Anima che mi fu cara ed al piccolo mondo senza strade dove avvennero i fatti, qui narrati senza nulla togliere o aggiungere allo scritto originale risalente al novembre 2014 e firmato da Eudaimonia.
Questa è la storia di Marianna, donna di montagna che amò senza essere altrettanto riamata e della quale, nel villaggio abbandonato lungo la strada che si snoda tra Verceia e Frasnedo e nelle acque antistanti l’Abbazia di Piona, udimmo il grido di dolore e di rabbia unitamente a quello della sua bambina, pallida e triste.
Questa è la storia di Marianna, del castagno che un fulmine spaccò nell’istante in cui quelle creature vennero uccise e del villaggio che, abbandonato dai sui abitanti entro poche settimane dall’orrendo misfatto, rimase disabitato per oltre un secolo.
Questa è la storia di Marianna e della sua bambina, che riportammo alla pace.
Buona lettura.22 settembre 2014
Dedicato a chi so io: che ti sia concessa Pace
Dedicato a Te che hai amato, hai sofferto, sei stata tradita, vilipesa, violata, orrendamente torturata e barbaramente uccisa per aver riposto fiducia negli umani.
Che ti sia concessa Pace.
Che tu possa finalmente volare alta e liberanovembre 2014
Il male si celava nell’incavo dei castagni
Novembre, mese di castagne e vino rosso. E dei primi freddi, nelle sere di un tempo contrastati attorno al camino o nella stalla, raccontando storie un po’ vere e un po’ inventate ai giovani perché potessero, quando fosse venuto il loro momento, tramandarle a loro volta. Storie belle e storie cupe, come quella che narrava di quando il Male si celava nelle fenditure delle rocce, nei torrenti turbinosi e nell’incavo dei castagni.
Fatti antichi e inquietanti portarono la gente dapprima ad evitare, e poi a dimenticare quei boschi. Fu così che questi iniziarono a vivere dell’energia delle Donne del Lato Oscuro, fu così che in essi si verificarono fenomeni orridi e strani, fu così che persone penetratevi prive della saldezza dell’intento scomparvero senza lasciare traccia.
Fu così che dai boschi iniziarono a provenire, specialmente di notte, baluginii, ululati, lamenti e grida che nulla avevano né di animale né di umano. Ma nessuno mai comprese, né mai intuì, che le rocce, i torrenti ed in particolare i castagni fossero in realtà le dimore delle Donne del Lato Oscuro.
Noi sappiamo solo che un giorno le Donne del Lato Oscuro lasciarono per sempre questo mondo abbandonandosi all’energia dell’ignoto ma non ci è stato tramandato se, ritrovato il cammino della profondità, continuarono o meno ad avere memoria delle persone che non conoscevano l’audacia dello Spirito.
Di quelle Donne scomparve ogni traccia, tranne che in alcuni luoghi particolarmente intrisi del dolore da loro patito a causa di quegli uomini che dapprima le blandirono, successivamente le braccarono, infine le torturarono orrendamente per poi ucciderle, non infrequentemente insieme con le loro creature, piccole, selvagge e libere Bambine di Potere. La libertà ha sempre fatto paura.Ma chi erano queste Donne del Lato Oscuro? Per le Donne di Conoscenza erano leggenda, per non pochi uomini e donne che vivevano in prossimità di certi boschi o villaggi abbandonati costituivano un incubo. Ed è così ancora oggi anche nelle città, per chi si fosse messo nella condizione di doverle temere.
Venivano impropriamente indicate come streghe o fattucchiere, nella più benevola delle ipotesi come Medicone o Donne delle Erbe. In realtà erano molto di più, e si muovevano in ben altre Direzioni.
Quando comparvero, partorite agli albori dell’Era Buia, per una luce nello sguardo, la capacità più o meno inconsapevole di far muovere o scomparire oggetti, far improvvisamente piovere o nevicare, guarire chi stava loro simpatico o procurare qualche accidente a chi le trattava male, vennero indicate come bambine strane quando non mezze matte, e temute. Non di rado furono schernite e isolate, allontanate ai margini del villaggio. Molte scomparvero, forse rapite, di tante non si seppe più nulla. Delle prime generazioni ben poche sopravvissero.
Le generazioni successive, quasi come quegli animali che geneticamente creano anticorpi, nacquero con la capacità di mimetizzarsi confondendosi con le altre bambine. Sembravano anzi un po’ tarde, e questa caratteristica fece sì che la gente non alzasse la guardia al loro cospetto.
Ritenute stupide, crebbero diventando povere contadine sulle quali non si poteva far conto e perciò nessuno le incaricava di incombenze rilevanti, nessuno si stupiva se scomparivano anche per giorni: erano tempi duri, se una persona mancava era semplicemente una bocca in meno da sfamare.
Ma nel villaggio non mancava mai almeno un’anziana che aveva compreso. E quando veniva il momento, silenziosamente e con discrezione, conduceva la bambina in un luogo particolare: una sorgente, una roccia, una radura, un certo albero dove, dopo aver trascorso il Tempo della Comprensione, queste bambine nel frattempo divenute adulte seppero istintivamente riconoscere e ritrovare negli anditi bui dei boschi altre Donne, formando gruppi di Conoscenza che praticavano l’arte della percezione in modo anomalo rispetto a quello delle Donne della Regola.
Entrarono sempre più addentro alla loro pratica, sino a che iniziarono a ricorrere sempre più frequentemente e più profondamente al Lato Oscuro, finché questo divenne parte essenziale del loro cammino di conoscenza portandole a compiere una scelta definitiva: fluire nell’Energia dell’Ignoto.
Ogni volta che ciò accadeva, la donna che era stata bambina strana e un po’ stupida scompariva per sempre dal villaggio. Ma nessuno se ne dava pensiero.
Penetrarono gli stati alterati della coscienza, ebbero visioni e viaggiarono – senza ricorrere a scope, unguenti, gatti o caproni ai quali del resto mai si accoppiarono come invece ci racconta la ridicola storia ufficiale – forzarono la percezione entro le emanazioni ed entrarono nell’energia primordiale. Divennero l’energia primordiale stessa.
Divennero le Donne del Lato Oscuro degli alberi, delle rocce e dei torrenti. Tuttavia parte del loro intento rimase in superficie condizionando la loro consapevolezza silenziosa che si celava nella profondità dell’oscuro cammino dell’ignoto. Ben conscie di tale incontrollabile condizionamento, che impediva loro di scomparire definitivamente lungo le infinite rotte della profondità, si costrinsero a privarsi di parte della propria consapevolezza silenziosa perché si ricongiungesse all’intento vagante.
Privandosi di una parte di energia ricompattarono in superficie un equilibrio energetico di cui non sapevano che fare, ma che confidavano di isolare là dove gravitava. Si sbagliavano.
Una volta riunificate, l’energia dell’intento e quella della consapevolezza silenziosa defluirono all’esterno, in quel mondo chiamato il mondo vuoto, fondendosi e diventando un’unica energia.
Non era un’energia sinistra ma proveniva pur sempre dal Lato Oscuro contenendone i due aspetti più potenti ed orrorifici: il sogno e l’agguato. E poiché l’energia non nasce e non muore ma circola e ritorna, questi aspetti si elevarono a richiami sempre più pressanti, appelli insinuanti che fluendo nelle profondità raggiunsero le Donne del Lato Oscuro, le quali non poterono sottrarvisi.
E mal ne incolse loro: risalirono le profondità, riattraversarono gli eventi dove avevano lasciato la loro bellezza solo esteriore, rientrarono nel mondo materiale e vi si avventarono come furie.
Fu così che per gli abitanti dei villaggi nacque l’incubo delle Donne del Lato Oscuro, le streghe dell’ignoto, le lamie ritornate, le artefici di ogni nefandezza.Nate come Donne di Conoscenza impeccabili ed audaci si trasformarono in incontenibili e predatrici belve che nelle notti senza luna scivolavano nei villaggi per compiervi ignobili nefandezze e spargere orrore con l’agguato e il sogno. Quando scomparivano lasciavano delirio, paura e desolazione.
Ma ciò che per la gente costituiva una potenza feroce e malvagia che si abbatteva con casuale implacabilità, per le Donne del Lato Oscuro era invece l’agguato teso all’esistenza greve e inconsapevole di uomini e donne stupidi, bigotti e arroganti. Il Lato Oscuro non ammetteva e non sopportava l’inconsistente vacuità dell’energia umana, e la colpiva.
In tempi successivi molte di loro tornarono a vivere nel mondo, in borghi e villaggi dove mantennero per quanto possibile un profilo basso, aiutando anzi chi aveva bisogno. Ma essendo umane, vollero illudersi di essere accettate e col tempo si nascosero sempre di meno. Pur con tutte le loro consapevolezze non avevano fatto i conti con la cattiveria, l’ignoranza e l’invidia. Fu in questo modo che molte di loro vennero accerchiate, bandite, umiliate, violate, torturate, uccise.
Le leggende raccontano che anche da morte queste Donne difficilmente lasciarono il villaggio dove furono tradite perdendo pace e vita, anzi spesso vi ci si accanirono finché anche il villaggio stesso morì: per un’epidemia, un incendio, talvolta solo per essere stato abbandonato.
E si dice che molti borghi maledetti che costellano le nostre montagne non torneranno a vivere fintanto che queste Donne incontreranno chi le libererà. Semmai accadrà.
Di questi tempi, se queste Donne sopravvivono di certo non si mostrano per quel che sono realmente, a maggior ragione in questi giorni di apertura solo apparente, ma in realtà più che mai oscuri.Ed oggi può accadere che Donne o Uomini di Consapevolezza sentano sprigionarsi da una pietra, da un torrente, da un tronco d’albero un’energia particolare o un sommesso pianto di mesto dolore, e provvedano ad onorare la memoria di quelle Donne: sono comparse per chiedere di essere liberate, di potersene finalmente andare portandosi appresso la memoria di ciò che sono state, nella consapevolezza che chi è mai avrebbe potuto essere senza di loro e senza le loro sofferenze.
Ed in queste parole è racchiusa la storia di Marianna e della sua bambina, alle quali abbiamo ridato pace.

Eudaimonia

Gli europei ne hanno avuto abbastanza

Riporto, non solo tradotto ma anche ripulito dallo slang ed emendato da note non riferite alla situazione peninsulare, un articolo fresco di pubblicazione sul portale statunitense Mail.com e redatto dal corrispondente romano di Associated Press.
Mi sono limitato a tradurre il più fedelmente possibile, anche passaggi che non mi trovano assolutamente d’accordo. Tra questi l’accenno alla criminalità organizzata napoletana infiltratasi tra i manifestanti per fomentare violenze e disordini, oltre a quella che considero la più truffaldina delle menzogne riferita all’aumento esponenziale dei contagi.
Buona lettura.«Si profilano nuove proteste perché gli europei sono stanchi delle restrizioni a causa del virus
In chiusura di una giornata di pubblico sfogo della rabbia contro le misure di lotta contro i virus, come la chiusura serale di ristoranti e bar e la chiusura di palestre e teatri, martedì sera, nel centro di Roma, i manifestanti hanno incendiato i cassonetti della spazzatura e la polizia ha risposto con gli idranti.
Non è che un segno del crescente malcontento che sta montando in tutta Europa per le rinnovate restrizioni sul coronavirus.
Persino le televisioni di stato non hanno potuto nascondere la notizia: pedoni e automobilisti romani che tornavano a casa dal lavoro sono stati colti di sorpresa quando manifestanti, alcuni dei quali incappucciati e membri di un gruppo politico di estrema destra, hanno dato fuoco ai cassonetti della spazzatura in Piazza del Popolo, ribaltato motorini e ciclomotori parcheggiati e lanciato bombe fumogene. I furgoni della polizia hanno scatenato torrenti d’acqua per disperderli.
È stata la quinta notte consecutiva di violente proteste in Italia, a seguito dei recenti coprifuoco notturni locali nelle metropoli, tra cui Napoli, Roma e Milano, dove la proteste di lunedì sera hanno assunto caratteristiche particolarmente violente, comportando l’arresto di 28 persone. Anche a Torino si contano 11 sono stati arrestati, inclusi due (fonti della questura torinese confermano trattarsi di due egiziani già noti al casellario – Nota mia) che, sfondata la vetrina di una boutique Gucci, hanno spogliato un manichino dei suoi pantaloni giallo limone.
In tutta Europa fervono iniziative per contrastare una recrudescenza del virus prima che gli ospedali vengano di nuovo sopraffatti … omissis … tuttavia i governi stanno incontrando sempre meno persone disposte ad accettare le nuove restrizioni nonostante gli oltre 250mila morti confermati nel Continente a causa della pandemia, che la scorsa settimana, secondo quanto dichiarato dall’organizzazione mondiale della sanità, avrebbe registrato un aumento mondiale del 46% di nuove infezioni.
Per alleviare parte dei problemi finanziari causati alle imprese dalle ultime restrizioni, il gabinetto del premier italiano Giuseppe Conte ha approvato 5 miliardi di euro (5,8 miliardi di dollari) di aiuti economici.
Le misure includevano l’estensione delle indennità di disoccupazione per i lavoratori sindacalizzati fino a sei settimane, aiuti finanziari per ristoranti, caffè, hotel, palestre e gelaterie, tassisti e altri settori già duramente colpiti dal blocco all’inizio di quest’anno e ora vacillanti sotto le nuove restrizioni, con molte aziende a rischio di chiusura.
Sono stati stanziati anche 1.000 euro una tantum per liberi professionisti del settore dello spettacolo, martellati dalla chiusura di cinema e teatri che dura da almeno un mese. Conte ha detto che l’alternativa era un altro blocco nazionale per evitare di travolgere il servizio sanitario nazionale, poiché il paese avrebbe registrato oltre 22mila contagi dal giorno precedente.
Con l’obiettivo di evitare il blocco, “abbiamo cercato di mettere insieme una serie di misure con precisione chirurgica con la consapevolezza che avrebbero avuto un impatto negativo”, ha detto Conte.
Martedì una dozzina di ristoratori hanno protestato davanti al municipio di Milano mentre alcuni venditori ambulanti hanno sventolato striscioni presso la sede regionale della Lombardia.
“Nessuno ha pensato a noi”, ha detto Giacomo Errico, presidente lombardo di FIVA Commercio in rappresentanza di 6.000 venditori ambulanti, sui 40.000 a livello nazionale disoccupati da febbraio.
Unitamente con le proteste pacifiche organizzate in tutto il paese, si segnalano quelle notturne, particolarmente violente e culminate in atti di vandalismo, saccheggi e scontri con la polizia.
Il procuratore nazionale italiano per il terrorismo e la criminalità organizzata, Federico Cafiero de Raho, martedì ha detto che i sovversivi si sono infiltrati nelle proteste pacifiche nel paese includevano sia sostenitori dell’estrema destra sia anarchici dell’estrema sinistra.
Gli investigatori hanno anche valutato la possibilità che i gruppi napoletani della criminalità organizzata abbiano innescato la violenza in una protesta pacifica.»
Fonti: https://www.mail.com/int/scitech/health/10278300-protests-loom-europeans-tire-virus-restrictions.html#.1258-stage-hero1-1 ripreso da http://apnews.com/VirusOutbreak e https://apnews.com/UnderstandingtheOutbreak.

Traduzione e adattamento: Alberto Cazzoli Steiner

Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo

Non sono un guru a tempo pieno, e neppure a tempo parziale: semplicemente dedico parte delle risorse lasciatemi libere dal lavoro, che viene indiscutibilmente al primo posto nella mia scala dei valori, e dagli affari miei a fornire un aiuto a chi ha bisogno, nel limite delle mie capacità e possibilità ed a condizione che la persona cui mi sto dedicando non pretenda “la guarigione” come la vuole lei perché in tal caso, per usare un garbato eufemismo, può veleggiare verso i solatii lidi del vaffanculo. Namasté.In ogni caso due cose sono certe: non mi faccio pagare e non lo faccio per chiunque. Non cerco adepti o clienti e non voglio tra le palle gente disturbata che anela un’improbabile guarigione modello fast-food, com’è stata indotta a credere da certe discipline: pisci controvento per 21 giorni ed elimini la rabbia, bruci la sottana di mammà e te ne vai in giro con un peluche per una settimana e risolvi le ferite dell’infanzia.
Preferisco incontrare persone che intendono andare oltre quei limiti che per secoli ci hanno fatto credere siano imposti alla natura umana.
In realtà non cerco nessuno, meno ancora quei monoliti inscalfibili che con la loro arrogante ostinazione suscitano in me solamente inenarrabili giramenti di coglioni, e se proprio devo accompagnarmi con qualcuno preferisco che siano Guerrieri, vale a dire persone disposte a mettersi in gioco fino in fondo senza se e senza ma, disposte a combattere contro le proprie limitazioni ed i propri fantasmi interiori, il proprio finto io e le sue illusioni per sostituirlo con l’Io vero, quello che comprende, accoglie ed utilizza consapevolmente, gioiosamente ed orgasmicamente il lato oscuro che è in ciascuno di noi, per conoscerlo ed apprezzarlo.
Pertanto non mi basta che qualcuno mi esprima la propria disponibilità: piaccia o meno opero delle scelte, ovvero un triage, per evitare di sprecare le mie risorse, nella consapevolezza che non tutti siamo uguali: c’è chi nasce per essere Libero e chi no.
Non è più il tempo in cui, per ottenere qualcosa, si debbano implorare divinità od altre entità ovvero ci si debba rivolgere ad un terzo perché faccia il servizio, in forma di rituale. Vero: Facebook, il social-moloch di questa nostra infame epoca trabocca di siti, pagine, gruppi, conventicole e camarille intese a scambiarsi rituali come se si trattasse della ricetta della parmigiana di melanzane. Ma questa, lasciatevi servire da me e, modestamente, da Umberto Eco, è la suburra della spiritualità, è la cloaca maxima della consapevolezza, è il cesso sul quale è assiso chi pretende che siano altri ad alzare le chiappe per lui: fammi morire questa, rendimi impotente questo, fai in modo che questi tre si allontanino da Cicciapasticcia e non scopino mai con lei.
Commissario Ambrosio, il caso Kodra è suo. Si, ciao.
Quando si desidera veramente ci si evolve, assumendo vesti e ed acquisendo poteri prima impensabili, per far uscire allo scoperto le più potenti risorse interiori partendo dalla premessa che il mondo che ci circonda in realtà non ci circonda affatto, poiché è dentro di noi: siamo noi stessi che lo realizziamo e lo muoviamo, artefici esclusivi dei nostri successi e dei nostri fallimenti.
E quindi? E quindi triage dell’anima.
“Solo i morti vedono la fine della guerra”, è con queste parole di Platone che si conclude il film Triage.
Uscito nel 2009 narra di due amici, fotografi di guerra, che si recano in Kurdistan per testimoniare quanto accade negli scontri tra curdi ed iracheni incontrando, nel campo curdo dove vengono curati i feriti, un medico costretto per mancanza di strumenti e di medicinali a compiere scelte estreme sparando egli stesso ai feriti più gravi, per evitare loro inutili sofferenze.
Il film, estremamente crudo, mostra le atrocità della guerra com’è veramente (esclusi, direbbe chi l’ha realmente vissuta, odori e sapori) ed in particolare uomini dilaniati che non possono essere curati in una sala operatoria improvvisata.
Il titolo, Triage, rimanda al termine di origine francese che indica lo smistamento dei feriti nei pronto soccorso e relativamente al quale, per chi desidera approfondire, i riferimenti in rete sono numerosi.
Nel film coloro che sono destinati a morire lo sono per mano dello stesso medico che dovrebbe curarli. Posso comprendere la sua dolorosa scelta perchè, in casi di guerra o calamità, può non sembrare giusto ma è così che funziona: si cura chi ha possibilità di salvezza e non chi è irrimediabilmente compromesso o necessita di cure non disponibili. L’operato, apparentemente discutibile, contribuisce a salvare vite.L’inciso è utile per comprendere come nel mondo della meditazione e della spiritualità si sia adusi a partecipare a sessioni, seminari, gruppi, campi, serate e quant’altro semplicemente prenotando ed anticipando la quota richiesta dal coach di turno.
Nel migliore stile pagocago ciò attribuisce automaticamente il diritto di fruire del servizio offerto e chi è disturbato, e ne ho viste di persone disturbate che piantavano immondi casini, pretende a maggior ragione di essere al centro dell’attenzione: ma non rompere i maroni e cresci, ragazzo, cresci!
Paradossalmente non dovrebbe funzionare così nell’ambito delle nostre relazioni, proprio sulla base degli insegnamenti (teorici) impartiti nei centri di meditazione.
In realtà non dovremmo donare a chiunque la nostra dedizione, la nostra energia, il nostro amore, il nostro sapere – poco o tanto che sia – ma solo a chi riteniamo meritevole ovvero nella condizione di acquisirlo.
Prendiamo, per esempio, il caso niente affatto infrequente di persone che, pur riconoscendo i propri limiti ed i propri spigoli, pretendono di essere accolte per come sono, senza fare nulla per migliorarsi.
Senza inutili giudizi: alla fine sta a noi decidere se farci succhiare linfa vitale da questi pretenziosi arroganti tiranni con l’alibi già pronto, o se mollarli al loro destino.
Pur comprendendo come tutto ciò possa essere originato da fragilità e timore del giudizio, non posso tollerare l’inscalfibilità e l’aggressività di certi soggetti che si esteriorizza nel pretendere e che fa da specchio alla mia: ebbene si, io (notare il pronome personale) non sono né mai sarò zen.
Un noto pensatore li definì vuoti umani a perdere. Concordo, con compassione e semplicemente perché non siamo in grado di fare nulla per loro, e la ragione è che non ce lo consentono, che sono loro a decidere di non esprimere i loro talenti, ma di mettere in scena ogni giorno malattia, rabbia, ricatti come dei perfetti bambini viziati.
Effettivamente malattia e guarigione sono due facce della stessa medaglia ma, sorpresa: la medaglia non ha solo due facce, è più sfaccettata di un taglio diamante o, se preferite, conta ben più di cinquanta sfumature di grigio.
E nessuno può guarire nessuno, perché la guarigione, azione riflessiva per eccellenza, può essere attuata solo da un maestro.
E il maestro sei tu, chi può darti di più? Gli altri sono solo accompagnatori. Specchi.
Il bello è che, a chiacchiere, chiunque anela alla guarigione: fisica, interiore, spirituale, da dipendenze verso cose e persone, da comportamenti coattivi.
Ma quanti sono, alla prova dei fatti, coloro che decidono di superare conflitti e confini per vivere bene, armonicamente?
La guarigione, concetto prêt-à-porter ormai ampiamente connaturato al marketing della spiritualità, non può in realtà essere impartita, ceduta, donata, venduta ma esclusivamente conseguita traguardando un percorso faticoso, faticosissimo, che non prevede né carezze né caramelle.
E certe relazioni, quelle che sentiamo svolgersi con affanno e pesantezza, quelle dove ci sentiamo di avanzare con il freno a mano tirato, dove non riusciamo a costruire nulla, dove si ripropongono i medesimi discorsi e si riparte sempre da un punto retrostante, devono chiudersi, cessare per il bene dell’altro soggetto, ma soprattutto per il nostro.
I motti militari sono spesso delle stratosferiche stronzate, per esempio: nessuno verrà lasciato indietro. Dobbiamo invece lasciare indietro chi rimugina crogiolandosi nell’autocommiserazione e, non di rado, inventandosi nemici immaginari.
Se intendiamo crescere, percorrere il sentiero della Ricerca o semplicemente stare bene con noi stessi e con gli altri che vibrano alla nostra stessa frequenza dobbiamo invece guardare avanti, pretendendo molto da noi stessi e dagli altri, amando e amandoci, perseguendo l’abbondanza e rifuggendo dalla paura e da chi la prova.
Allontaniamoci da chi rosica, è portatore di disagi, conflitti, aggressività: è nostro dovere e fonte di salvezza.

Alberto Cazzoli Steiner

Comunicare senza virtuosismi, accettando la propria e l’altrui fragilità

Questa mattina mentre, come dicono a Cuneo, albeggiava, ho rinvenuto in una vecchia relazione questa frase, destinata ad introdurre un paragrafo sui porcini della Val di Taro:
«Argomentiamo spesso di Genius Loci e Zeitgeist, attestandone esistenza, potenza e persino una sorta di ectoplasmica materialità in dotte, puntuali ed ispirate argomentazioni nel segno del pabulus meditativo, animico, animistico, spirituale e persino sciamanico ma talvolta incidentalmente non considerandone come merita l’effettiva potenza, per l’appunto suscettibile di imprimere il signum a certi luoghi in un millenario continuum, in grado non solo di indirizzare vicende locali ma anche di tracciare le sorti di luoghi e territori.»
Sembra l’inizio di un trattato teosofico o di una risoluzione strategica delle Bierre, e questo mi fa pensare a tutte le volte che sensi di inadeguatezza e paure ci portano ad atteggiarci a quelli con la puzzetta sotto il naso, esprimendo il nulla con spocchiosetto virtuosismo.
Ho un ricordo, risalente alle medie, di certe parole scritte da Guelfo Civinini, l’avventuroso giornalista e scrittore: frequentando il liceo romano Umberto I si trovò ad essere il primo della scuola relativamente alle materie letterarie, e confessò di subire per anni l’ossessiva condizione di scrivere sempre meglio, di ricercare termini e formule grammaticali sempre più elaborate per non perdere il trono.
Quando frequentai la scuola di giornalismo una delle cose più importanti che ci disse Livio Caputo, allora direttore del quotidiano La Notte fu: «Ricordatevi sempre che il quotidiano lo chiamano così perché dura un giorno, poi ci avvolgono l’insalata, e che la maggior parte dei lettori sono camionisti e operai che lo leggono di corsa al bar, sul frigo dei gelati. Perciò i vostri virtuosismi ve li potete anche dimenticare, potete avere due lauree ma dovete scrivere per farvi capire da chi ha la quinta elementare, altrimenti non vi legge nessuno e il giornale non vende.
Potete far sfoggio della vostra cultura dove vi pare: scrivendo libri, tenendo conferenze, ma non sul giornale.»Quando si tratta di comunicare veramente, sovrastrutture e virtuosismi non servono a nulla, sono anzi controproducenti. Non dobbiamo fare sfoggio di cultura, dobbiamo trasferire un messaggio, un concetto, un’emozione. E perché il nostro Potere della Parola sia efficace dobbiamo usare termini il più semplici possibile: essenziali, secchi, chiari.
Altrimenti il nostro interlocutore, o fatica a comprendere cosa gli stiamo dicendo, e si sente escluso, oppure, se provvisto di una certa sensibilità o cultura, ci manda a cagare perché comprende l’essenza di ciò che andiamo cianciando: che in realtà non abbiamo niente da dire.
Quando abitavo a Milano mi recavo spesso a trovare un amico, proprietario di una nota libreria esoterica, e gironzolando tra gli scaffali, innumerevoli e incredibilmente traboccanti di libri su ogni aspetto dell’esoterismo, della meditazione, delle religioni, della spiritualità, aprivo a caso quelli la cui copertina mi attirava: testi arzigogolati, intesi ad esprimere un ermetismo da “addentro alle secrete cose” ma in realtà incomprensibili, pesantissimi, che si citano vicendevolmente ripetendo più o meno le solite, trite e ritrite cose.
Che la verità stesse nel fatto che fosse l’autore a voler far sapere della propria esistenza, primariamente a se stesso?
Non so. So solo che mi viene in mente una cosa che si chiama ego. Anzi, pensandoci bene me ne viene in mente anche un’altra, che si chiama insicurezza: se hai bisogno di elevarti sopra l’incolta massa facendo sapere che tu sai mi sa che tu per primo hai qualcosina da osservare sulla ragione che ti porta a questo.
Ma i pensierini di una mattina di luglio mentre, come dicono a Cuneo, albeggia, non finiscono qui: tornano all’uomo con il fucile per parlare, oltre che di chiarezza, anche della forza della fragilità.
Mi spiego: quando un professionista vede un’arma da fuoco che non sia la propria in un armadietto, in una valigetta, nel baule di un’auto, su un tavolo, si guarda bene non solo dall’impugnarla ma anche dal toccarla, persino se gli viene offerta.
Il dilettante invece l’agguanta, fa scorrere il carrello, la punta contro un immaginario bersaglio, controlla il caricatore, dimostrando non solo di essere un dilettante ma anche di essere un pirla.
Parto da questa premessa, solo apparentemente stravagante ma vedremo tra poco quanto calzante, per affermare che, allo stesso modo in cui parlare non significa comunicare, non essere ciechi non costituisce un requisito abilitante alla visione. E non mi riferisco a quella cosiddetta sciamanica: parlo proprio di alberi, case, panorami, persone.
Se poi pretendiamo di essere a nostra volta visti, compresi, accolti, addirittura amati il discorso si fa ancora più interessante. Ho scritto interessante, non complicato: non c’è nulla di complicato nell’aprirci al mondo. È sufficiente stare fra la gente, osservarla ed ascoltarla senza giudizi o pregiudizi, senza porre in essere confronti in più o in meno, senza tentare di educarli o suggerire loro quello che dovrebbero fare, ma cercando di comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, il loro modo di pensare, di vivere il quotidiano, di relazionarsi.
Non so a voi, ma a me i primi della classe sono sempre stati odiosi. Ciascuno di noi è il prodotto del proprio vissuto, delle strade che ha percorso ed attraversato, degli ostacoli che ha o non ha superato, degli eventi traumatici che gli si sono presentati all’improvviso a sconvolgere consolidate certezze.
Osservo ovunque tante persone che, accanto a reiterate promesse di fedeltà, correttezza, trasparenza si esortano reciprocamente a non fidarsi, a pensare di più a se stessi, a difendersi. Difendersi da chi, cosa, come, dove, quando? Da chiunque, sempre e comunque, mai abbassare la guardia, sempre sul pezzo. Vivere erigendo muri? Grazie, anche no. Non fa per me.
Socrate affermava: «Preferisco subire un’offesa piuttosto che infliggerla.»
Non esageriamo: ove necessario, sono preparato a respingerla e a difendermene, ma non per questo trascorro i miei giorni paventando che potrei ricevere un torto o un’offesa. Preferisco vivere, senza rete e senza paranoie.
Per me la guerra è finita, in ogni senso e da un pezzo, anche se comprendo l’esigenza di molti di difendersi, quell’esigenza che origina dalla paura di riconoscere le proprie inadeguatezze, le proprie fragilità. Quella indotta dal marketing della paura: l’immondo virus, che oggi ha di gran lunga surclassato immigrati, tossici, rapine in casa, stupri in metrò, bottegai che tentano di fottere i clienti, mogli e mariti e morose e morosi che non pensano ad altro che cornificare, la Vodafone che addebita surrettiziamente due centesimi.
E tu, per due centesimi, sprechi un’ora della tua vita a incazzarti al telefono? No, ma è per una questione di principio. Ah beh, allora…. A proposito di principi, com’è che l’altro giorno, quando hai trovato un euro sul bancone del bar, hai finto di metterlo lì per pagare il caffè?
Per non parlare delle corna: questa pubblicità è fresca di giornata.Divide et impera funziona sempre, e sempre qualcuno cade nel tranello. Anch’io qualche volta, lo ammetto. Ma sono fortunato: ho la strana facoltà di osservarmi dall’esterno come se fossi al cinema e, a un certo punto, scatta l’inevitabile cazzostaifacendo?
Il cane che ha paura è quello che abbaia di più, ci avete mai fatto caso? Esibiamo muscoli che non abbiamo e coraggio che non possediamo in ossequio a un’immagine deformata. Cerchiamo forsennatamente di affermarci sugli altri, nel timore che siano loro a schiacciare noi.
Si vis pacem para bellum… ma non funziona erigendo muri o scatenando guerre preventive, che sempre guerre sono. Significa solo perdere fiducia nella vita e negli altri, sentire intorno un mondo ostile, diffondere feromoni puzzolenti di marcio.
Anche se la cosiddetta educazione (si, proprio quella che io chiamo educastrazione) si pone l’obiettivo di instillare sistemi di dominio, è invece proprio nel riconoscimento dei limiti e dei timori che origina e si consolida la forza, è dal riconoscimento della debolezza e della fragilità che possiamo partire per costruire relazioni vere, addirittura per costruire un mondo migliore senza aspettarci che siano sempre gli altri a farlo.
Ci hanno insegnato che essere fragili non è bello, significa essere deboli e, si sa, chi si fa pecora il lupo se lo mangia. E se il lupo, stufo della gastrite, fosse diventato vegano?
Certo, ormai gli hai sparato… pazienza, si vede che era il suo karma. Namasté.
Fragilità non significa affatto inferiorità, significa mostrarsi agli altri per come si è, significa guardare dritti negli occhi, significa pronunciare la parolina magica: no, anche nella consapevolezza che il nostro interlocutore, arrogante e prepotente proprio perché incurante delle debolezze altrui, dovrebbe osservare le proprie ma non lo fa, attanagliato dalla paura.
Chi vuole vincere ad ogni costo è sempre teso, intento a non perdere la benché minima opportunità si perde il meglio della vita. Chi invece ha imparato che vincere non serve a niente sembra che perda tempo, e invece lo ottimizza, per esempio non sprecandolo con chi non è in grado di dargli nulla.
Chi sa parlare senza prevaricare, riconoscendo ed accogliendo la fragilità dell’altro senza difendersene od approfittarne, vuole costruire e respirare un mondo interiore di pace, senza la pretesa di cambiare gli altri.
E concludo, citando le sacerdotesse della Grande Madre, mirabile esempio di un mondo frequentato da Donne e Uomini ma non ancora dominato da maschi ambiziosi, sessuofobici e misogini travestiti da imperatori, preti e avvocati di campagna: non cercavano di dominare gli elementi, che consideravano parte di loro e dell’intero creato.
Le sacerdotesse della Grande Madre non si sentivano affatto signore e padrone, ma alleate che dialogavano con gli spiriti e con l’anima di persone, animali e cose. Non imponevano e non comandavano poiché nulla era loro e nulla era loro subordinato. Domandavano e attendevano la risposta, partecipi del Tutto a livello paritario in una permanente tensione erotica e orgasmica di energia e materia.
Se un tempo Eros e Thanatos operavano in tandem, nella consapevolezza che uno non avrebbe potuto esistere senza l’altro, oggi il primo tira a campare in un pornoshop, e l’altra si barcamena tra le peggiori pulsioni, l’odore della paura, il radicamento delle convinzioni più triste supportate da un’omerica ignoranza.
Ecco perché oggi non scriverei più quella frase vuota e, ma questo da gran tempo, anche se me la offrissero io quell’arma non mi sogno nemmeno di toccarla.
Non perché io sia un professionista, ma perché proprio non saprei cosa farmene.

Alberto Cazzoli Steiner

Sciamani, alchimisti e il quinto stato della materia

Ancora oggi, molti si immaginano l’alchimista che, vestito di una lunga palandrana dalle scomodissime maniche alla Mago Merlino, traffica in un antro polveroso, fumoso e oscuro con compassi, cartigli e antichi grimori incomprensibili nell’enigmatico sobbollire di pentoloni, osservato dall’immancabile gatto nero e da un sorcio con le ali di pipistrello …

“Eccheccazzo, basta con ‘sta puzza! neanche i bangla, che graziaddio se ne sono andati, quando cucinavano impuzziavano così!”
“Signora abbia la compiacenza di portare rispetto, sta parlando con un Alchimista!”
“Alchimista sticazzi! chiamo l’ufficio d’igiene e poi vediamo … alchimista!”
“La invito a moderarsi”
“Ma che moderazzi e mordecazzi! invece di star sempre lì chiuso nel box a impuzzolentare il mondo trovati un’amica, una compagna, un’amante … anche matura, ancora piacente e appassionata … non dico come me, però …”
“Ohssignur! guardi, se l’ambito premio è lei piuttosto divento ricchione.”
“Mavaffanculo, va!”

… Ehm, scusate: la vicina. A volte è intemperante.
Dicevo: l’iconografia ferma all’antro medioevale non rappresenta più la realtà. Conosco alchimisti che possiedono spettrometri, tomografi, scanner laser Bosch (oviamente non in riferimento al pittore Jeroen Anthoniszoon van Aken, meglio noto come Hieronymus) ed altri sofisticati strumenti di rilevazione, collocati in asettici laboratori dall’esemplare nitore, nei quali è, letteralmente, possibile mangiare per terra.
A proposito di mangiare, bere e assimilati: l’arcaico mortaio non ha lasciato il campo al Bimbi, ed anche le frontiere della ricerca alchemica non sono mutate, riguardando sempre i limiti spazio-temporali, le capacità della materia e dei suoi opposti, tutta una serie di contatti con l’altrove, ed altri aspetti dello scibile non solo umano.
Giusto per entrare in argomento, senza nè la pretesa nè la presunzione di stilare un trattato scientifico (non ne ho le capacità, ed in ogni caso esulerebbe dal tema) iniziamo dalla materia oscura: “È una situazione alquanto imbarazzante dover ammettere che non riusciamo a trovare il 90 per cento della materia dell’Universo” dichiarò nel 2001 al New York Times l’astronomo Bruce Margon del Dipartimento di Astrologia e Astrofisica dell’Università di Washington.
Effettivamente, nonostante le dettagliate mappe dell’Universo vicino che coprono lo spettro elettromagnetico dalle onde radio ai raggi gamma, si è riusciti a individuare solo circa il 10% della massa che risulterebbe dagli effetti gravitazionali osservabili e, con il termine materia oscura, in cosmologia viene definita un’ipotetica componente di materia non direttamente osservabile poiché, diversamente dalla materia conosciuta, non emetterebbe radiazione elettromagnetica manifestandosi esclusivamente per mezzo degli effetti gravitazionali.
Secondo numerose teorie tale materia costituirebbe i nove decimi della massa presente nell’universo.
Dalla materia oscura alla velocità della luce: nel 1999 Lene Vestergard Hau del Rowland Institute of Science di Cambridge riuscì a rallentare la velocità della luce a 17 m/s attraverso un gas ultrafreddo. A novembre dello stesso anno Wolfgang Ketterle osservò la luce attraversare un condensato alla velocità di 1 m/s.
il condensato di cui sopra venne prodotto per la prima volta nel 1995, nel laboratorio NIST-JILA dell’Università del Colorado, ed a produrlo fu Wolfgang Ketterle con i colleghi Eric Cornell e Carl Wieman mediante tecniche di raffreddamento laser usando un gas di rubidio che hanno permesso di portare gli atomi del gas di rubidio a circa 6×10−8 K. Per tale ragione i tre condivisero, nel 2001, il Nobel per la Fisica.
Tale condensato, sino ad allora solamente oggetto di teoria, venne ufficializzato accademicamente nel 1925 ed è noto come BEC, Bose-Einstein Condensate: è uno stato della materia ottenuto portando un insieme di bosoni ad una temperatura assolutamente prossima allo zero assoluto (0 K = -273,15° C). e lo stato di notevole ipotermia comporta che una frazione – variabile in funzione dei millisecondi di osservazione – delle particelle si portino ad uno stadio quantistico di energia inferiore. Notevole, fra gli altri, l’esperimento attuato nel 1993 presso l’Università di Innsbruck che dimostrò come fosse possibile costruire un modello acustico di buco nero, nel quale le onde sonore prendessero il posto della luce. Il buco nero acustico avrebbe dovuto esplodere in un impulso di fononi, analogamente ai buchi neri tradizionali che, secondo la teoria di Hawking, dovrebbero evaporare tramite la radiazione nota con il nome dello sicenziato stesso.
Lo stato della materia è denominato BEC perché fu, per la prima volta, ipotizzato nel 1925 da Albert Einstein e dal fisico indiano originario del Bengala Satyendra Nath Bose, figlio di un ingegnere della East India Railway e che, credo, non sprecasse tempo a berciare om e namasté.
Giocoforza breve e superficiale, questa è la storia del condensato, la cui natura ha portato a strutturare nuove dimensioni e configurazioni, prima impensabili, della materia. Vale a dire il cosiddetto quinto stato, distinto da quelli solido, liquido e gassoso, e dal plasma.
La nuova forma della materia è possibile, come indicato più sopra, solo a temperature prossime allo zero assoluto, ed è costituita da super-atomi che si comportano come onde invece che come particelle. Oggi questa forma è realtà, grazie all’esperimento CAL, Cold Atom Laboratory della NASA, nel quale sono stati utilizzati atomi di rubidio, attuato in orbita sulla ISS, International Space Station, la stazione spaziale internazionale frutto del progetto congiunto fra la russa MKC, la statunitense NASA, l’Agenzia Spaziale Europea ESA, la giapponese JAXA e la canadese CSA.
Aver prodotto tale materia nello spazio, dove il suo stato sopravvive più a lungo, consente una migliore osservazione finalizzata ad implicazioni pratiche quali, ad esempio, nuove tecnologie laser in grado di disegnare nanocircuiti, aprire nuove frontiere alla chirurgia e, purtroppo, anche alla tecnologia militare, realizzare computer “quantistici” dalle performances inimmaginabili e persino affinare ulteriormente lo stato dell’arte dell’Intelligenza Artificiale.
L’Agenzia Ansa, fra i tanti che rilanciarono la notizia, riferì che sulla Terra tale stato della materia può essere osservato solo per alcune frazioni di secondo mentre, in condizione di microgravità è invece possibile l’osservazione per la durata di circa 10 secondi, ripetendo le misurazioni fino a sei ore al giorno.
Come tutta la stampa generalista, la nota dell’Agenzia punta alla sensazione senza un sottostrato scientifico. Riportare la notizia correttamente avrebbe invece significato riferire che per la prima volta l’esperiemtno venne stato attuato nello spazio perché, nella realtà, esistono laboratori attrezzati per la simulazione della microgravità, dagli Stati Uniti alla Russia, all’olandese FOM, Fundamenteel Onderzoek der Materie presso il NWO, che non è quello caro ai complottisti ma il ben più serio e concreto Nederlandse Organisatie voor Wetenschappelijk Onderzoek.
Ma cosa c’entra questa specie di super-atomo con la ricerca alchemica? C’entra eccome, analogamente alla cosiddetta quinta dimensione elaborata nel 1919 dal matematico tedesco Theodor Eduard Kaluza come tentativo di unificazione del campo gravitazionale con quello elettromagnetico, descritto dalle equazioni di Maxwell, attraverso l’introduzione di una quinta dimensione spaziale in aggiunta alle quattro, tre spaziali e una temporale, previste dalla relatività generale.
Significa, detto in parole semplici, che tutto ciò che fanno alchimisti e sciamani, oltre che dalla forza della mente, da particolari poteri e (per chi ci crede) dall’intercessione divina, è regolato dalle leggi della Fisica.
Un ulteriore colpo inferto agli spioni del Sant’Uffizio, che fingono di essere scomparsi e sono invece più che mai attivi.
Lo so, siete curiosi e vi state chiedendo: ma cosa consentono di fare, esattamente, a sciamani ed alchimisti il quinto stato della materia e la quinta dimensione?
Cosa volete che ne sappia io? Chiedetelo a loro.

Alberto Cazzoli Steiner

Ufficio Risarcimenti Smarriti: vendicarsi, con amore

“La felicità non è una meta ma un modo di viaggiare” afferma un antico adagio, al quale può fare da degno corollario l’aforisma di James Twyman, lo scrittore noto con il nomignolo di apportatore di pace: “La differenza tra un religioso e uno spirituale è che il primo crede nell’inferno e il secondo c’è già stato; il religioso crede inoltre di essere nato nel peccato, mentre lo spirituale, nato puro vuole solo ritrovare quella perfezione originaria dimenticata e sepolta in lui.”Questo scritto, originato come sempre solo dalla mia esperienza concreta fatta di tentativi, vicoli ciechi, nuove sperimentazioni, è dedicato a chi vuole sviluppare cognizioni pratiche, lontane dall’ortodossia ufficiale della spiritualità e della meditazione ma con il pregio di essere efficaci come e ben più di quanto lo sia lanciarsi senza paracadute nel convincimento di non spiaccicarsi al suolo. Non è una battuta di spirito, e neppure una menzogna, ovviamente in senso figurato.
Vediamo un po’: inizio dalla vendetta o dall’invidia?
Direi dall’invidia, visto che la vendetta è un piatto che si serve freddo come il vitello tonnato. E in quello che preparo io, il vitello sotto la salsa tonnata non è sicuramente di seitan.
So già che la sola enunciazione del proverbio meglio fare invidia che pietà farà scattare il riflesso pavloviano del pregiudizio. È normale, voluto anzi da chi ha programmato le menti a coloro che ancora si ostinano a chiamarle i loro cuori invece che intelligenza emotiva.
Il loro grillo parlante interiore li avrà già esortati a non leggere queste sconcezze, sentenziando: “L’invidia è negativa, non bisogna essere invidiosi, è una regressione, conta solo il proprio percorso… l’hanno detto anche Moscio, Sparaallapanda, Madre Teresa di Cicuta.”
Pensieri indubitabilmente nobili. Però ora smettiamola di paracularci, perché tanto lo sappiamo benissimo che chiunque di noi ha provato invidia più di una volta nella vita.
Per quel bambino con il tal giocattolo o con il bel voto, l’amico adolescente con quella moto da cross o quella ragazza, il collega promosso, il conoscente con la macchina nuova, il tal personaggio famoso: avremmo voluto il suo giocattolo, la sua moto, la sua promozione, la sua auto. La sua vita, ma sempre e solo in riferimento alle esteriorità oggettive.
Come dite? Ad una persona che esprime gioia di vivere, amore e bellezza non può accadere? No, certo che no. Io lo sto solo scrivendo perché non ho un cazzo da fare.
Nel mio percorso di crescita personale ho appreso poche cose, ma una di queste è che reprimere l’istinto è inutile, dannoso e persino pericoloso.
Parafrasando il protagonista del film Wall Street potrei dire: “L’invidia è valida, è giusta, funziona, chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo.” Sto esagerando? Nemmeno per sogno: la questione, e come sempre parlo per quanto mi riguarda, non è se provare o meno invidia. Io sono stato invidioso di persone delle quali desideravo emulare i successi ma, osservandomi senza filtri, senza averne le qualità o senza impegnarmi assiduamente quanto loro.
Il punto è: cosa me ne faccio di questa invidia?
Posso lasciare che l’invidia mi divori da dentro, che mi trasformi in uno di quegli incattiviti dalla vita che vorrebbero solamente trascinare gli altri in basso, al loro infimo livello.
Oppure la ribalto, e utilizzo l’invidia come propellente per migliorare me stesso e raggiungere il livello delle persone che ammiro. Oltretutto, così facendo, potrei anche scoprire qualcosa di molto interessante, non solo che la lotta non è mai contro altri ma solo contro i nostri limiti e le nostre paure, ma anche di possedere qualità che ignoravo.
E allora auguriamoci di essere più invidiosi, ma soprattutto auguriamoci di usare questa invidia a favore della nostra crescita.
Ed ora passiamo alla vendetta.
Ma, prima di specificare che sto in realtà per parlare di giustizia, passatemi una nefandezza psicomagica: esiste, tra le ferite che vi bruciano nonostante siano trascorsi seimila anni, una stragnocca che non ve l’ha mollata?
Non negate: esiste. Anzi, ne esiste più di una. Ovviamente era una troia, per il fatto stesso che la dava a tutti fuorché a voi, atteggiandosi a strafiga e divetta e ritenendo per ciò stesso che tutto le fosse dovuto.
Bene, ora vi aiuto a far fuori questa ferita ed a passare oltre trasformando la stragnocca sorridente in un vampiro infernale.
Rilassatevi e, dopo aver pronunciato il fatidico Om, immaginate di dirle: “Credi di averla solo tu? Per quanto mi riguarda non te lo darei nemmeno incartato.”
Fatto? Bene, ora immaginatevi ciò che avrebbe potuto attendervi: persecuzioni, stalking, odio, maledizioni, insulti, mistificazioni di promesse mai fatte, amnesie di accordi presi e via enumerando.
Come dite, se funziona? Ma nemmeno per sogno, siamo seri.
Per quanto mi consta rimango a quanto mi disse la seguace di Osho: “Non capisco la tua indifferenza, e sì che di solito agli uomini faccio ben altro effetto.”
Replicai: “Forse a quelli che girano nel mondo di Osho, Ciccia.”
Morale? Nessuna, solo un modo per entrare in argomento.
Non sono un sostenitore delle teorie complottiste, ma di una cosa sono convinto, e parto da un dato storico, non nuovo per chi segue da tempo ciò che scrivo: le filosofie orientaleggianti invasero massicciamente il mondo occidentale con il loro progressivo corollario di paccottiglia, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, contestualmente all’istante in cui emersero i primi fermenti sociali che condussero alla contestazione, al Maggio Francese, al Sessantotto ed a tutti i cambiamenti che ne conseguirono.
Pensateci: non c’è di meglio, dal punto di vista della Razza Padrona, quella che sa bene come gestire il potere, che fornire alle plebi un cestino dell’asilo colmo di teorie buoniste, pacifiste, addirittura di guarigione a buon mercato per tenere sotto il tallone una sbaraccata di esseri che, illudendosi in tal modo di conseguire libertà, affrancamento, evoluzione, riconoscendosi tra simili si mettono di fatto nella condizione di non nuocere alle dinamiche reali del potere stesso e, oltretutto, in quella di essere identificati, censiti, schedati e controllati nei vari centri, ashram o qualsivoglia luoghi di aggregazione che frequentano sentendosi speciali e ben diversi rispetto ai comuni mortali inconsapevoli?
Non ci crederete ma è andata proprio così. È stato sufficiente trovare un filosofo ambizioso, intelligente, affabulatore, indifferibilmente indiano, e farlo diventare un guru.
Se poi si fosse allargato troppo – come effettivamente avvenne – dimenticandosi di essere un burattino nelle mani di CIA, KGB ed altre consimili organizzazioni all’uopo consorziatesi, lo si sarebbe ridimensionato, e se fosse stato proprio una capatosta lo si sarebbe tolto di mezzo. Facendone un martire, ma a quel punto chissenefrega… Il martirio sarebbe diventato merce buona per il marketing.
Le varie dottrine cosiddette filosofiche, ancora oggi seguite, propongono un modello buonista e pauperista, non violento e pacifista, tendente a lasciar andare, a non occuparsi delle sporcizie del mondo, a liberarsi dalla mente che mente. Ed a creare dipendenza.
Non ricordo chi lo disse: “San Francesco ha confuso le idee a molti.”
Ancora oggi, nelle scuole, nelle sacrestie, in certi movimenti e partiti politici si insegna un vuoto pacifismo per avere una massa di beoti tenuti in catene da una minoranza di potere, che divulga un pacifismo di facciata ma non si fa problemi a torturare e uccidere, per esempio nelle guerre cosiddette a bassa intensità, che, tanto, accadono lontano da noi e dagli spazi protetti dei nostri ashram cittadini.
Essere pacifici è un conto, ma il pacifismo è una malattia. E porta alla sottomissione, non importa da quanti blablabla di lamentela ed urli di impotenza sia condita. Ora poi, con internet e i social chiunque può affidare all’etere, vale a dire al nulla, i propri scagazzi di rancore e frustrazione.
Come sarebbe a dire cosa c’entra con la vendetta? Leggete bene ciò che ho scritto sin qui, e se non lo avete capito rileggete: scoprirete che tra l’essere pacifisti e l’essere pacifici passa la stessa differenza che c’è tra la vendetta e la giustizia.
Oggi come non mai assistiamo al lamento, al pianto greco perché qualcuno a livello familiare, di coppia, sociale, politico ci ha fatto un torto, non ci ha rispettato.
Piantiamola di lamentarci perché qualcuno ci ha fatto la bua, ma chiediamoci perché gli abbiamo permesso di farcela, e finiamola di dare la colpa ad un presunto esterno, di lamentarci per come è fatto il mondo: l’origine di tutti i nostri mali si trova dentro di noi.
Sforziamoci, ragionando con la nostra testa, di sottrarci all’educastrazione imperante, alla visione miserabile della vita che ci viene proposta da scuola, telegiornali, chiesa, famiglia, che intendono addestrarci alla ristrettezza, alla scarsità, alla paura di vivere.
Rieduchiamoci a una visione di prosperità, gioia e ricchezza. E rispetto per il nostro Spazio Sacro.
Ma per cambiare occorre coraggio, occorrono le palle, termine che scrivo di proposito poiché tanto inviso agli educaioli mistici, quelli che insegnano a sviluppare il femminile, ad accogliere, a gioire di ogni esperienza negativa perché ci consente di osservare. Creando una società di checche guardone.
“Ho rivalutato la mia situazione di merda ed ho scoperto una nuova visione di accoglienza e accettazione. Joy, joy, joy!” Joy stocazzo… Eccerto, fa più comodo grufolare nel trogolo invece che scegliere di vivere… magari bollando come esoteriche certe pratiche che sono solo di igiene mentale, spirituale, sessuale. E che significa poi “esoteriche”, in quella trista accezione?
Significa forse presumere di vivere nella luce ma, come costume di una certa disturbata imperiese che conobbi, concupire virtualmente dei fessi per poi sputtanarli pubblicando su Facebook lo screen dei messaggi scambiati via whatsapp?
Problemi da vendere lei ed imbecilli loro: sarebbe bastato guardare il profilo Fb della matta in questione. Chi si somiglia si piglia, namasté.
Non mi stupisco più di osservare continuamente come l’impegno concreto in campo sociale, politico, comunitario, oltre che per se stessi e per la coppia, venga dimenticato a favore di un intellettualismo sterile, il cui sfogatoio sono libri e internet, campi di meditazione e hopornoporno (grazie, scusa, si ti ho dato fuoco alla casa così impari a rompere i coglioni, ti amo), leggi di attrazione, pensieri positivi e minchiate varie in nome di un inconsapevolmente egoico lavoro sul sé, che fa sentire i praticanti da tastiera, tappetino o girotondo degli esseri speciali, e che nel migliore dei casi conduce all’affermazione: “Mi impegnerò in quella tal cosa quando avrò finito di lavorare su di me” o, ancora peggio: “L’unica azione giusta è quella che riguarda lo spirito. Impegnarsi nella società, nella politica, nel lavoro, in una relazione non tossica è completamente inutile.”
Concordo sulla politica, visti i modelli di democrazia drogata ad uso di cani e porci ormai introdottosi nel dna e di dittatura confezionata su misura per vigliacchi e delatori dopo averli adeguatamente torrefatti con il terrore del contagio.
La verità è che anche i meditatori (che mestiere fai? Il meditatore… ma vàa a dàa via i ciapp!) non spostano il culo dalla sedia – per non insozzarsi con la vile materia – e da quella comoda posizione pontificano affinché il mondo cambi, confidando ovviamente che siano gli altri a impegnarsi perché ciò accada.
C’è chi ci mette faccia, nome, soldi, tempo, sacrifici… e non appena sbaglia ecco subito le accuse per gli errori commessi e la pubblica gogna… pilotate da chi vuole eliminare dalla scena chi è scomodo, chi è fuori dal coro, chi pensa con la propria testa. E le folle neurotelevisive ci cascano sempre, con puntualità disarmante.
Siete arrivati a leggere fin qui: avete capito il perché di questa premessa al concetto di vendetta?
Si? Bene, proseguiamo. No? Che ve lo dico a fare…
Il bisogno di compensazione, anche in negativo, è ineluttabile in quanto insito nella natura umana. E non esiste dio, guru, apprendistato di meditazione che possano eluderlo, scioglierlo o esorcizzarlo. Deve essere soddisfatto.
Prendiamo per esempio il rapporto di coppia ed immaginiamo il tradimento. Annotazione personale: a parte casi di traditori e traditrici seriali, e chi ci si è messo insieme avrebbe dovuto pensarci prima, credo che non esistano persone tradite ma persone trascurate.
Esiste anche la dittatoriale pulsione a pretendere di mutare il partner ad uso e consumo delle proprie proiezioni, ubbie, paure e via enumerando.
Chi dovesse tentare di soffocare o superare la pulsione della cosiddetta vendetta, camuffandola da perdono o, peggio, da perdono ma non dimentico, metterebbe in serio pericolo il rapporto, oltre che il proprio stato di salute.
Esiste la possibilità di chiudere e non pensarci più – ipotesi a determinate condizioni molto salubre, ma che spesso naufraga di fronte alla mancanza di coraggio, alla pigrizia, alla convenienza – ma se si decide di proseguire attraverso il perdono sic et simpliciter il rapporto fra pari si trasformerebbe in un rapporto tra sottomesso e superiore. Sempre che non lo sia già.
Il risultato sarebbe simile alla situazione in cui uno eccede in amore verso l’altro offrendone più di quanto questi possa restituirne. Il vero perdono può essere solo reciproco, ad esempio quando entrambi rinunciano a ritornare su ciò che è stato, anche solo con il pensiero. Non raccontiamocela… Quante volte accade veramente? Quante volte invece si finge con se stessi di avere perdonato ma in realtà trascorrendo il tempo in un trip di controllo, sfiducia, stillicidio di vessazioni o ritorsioni verso il partner?
Piace vivere nel dolore, nella spazzatura, in una relazione non adulta e tossica? Libero arbitrio.
Esiste un modo, semplice ed efficace, per interrompere il circolo vizioso del ferirsi sempre più a vicenda. Consiste nell’infliggere all’altro un danno dello stesso genere ma di portata inferiore a quello patito. Vale a dire: la vittima si vendica, ma con amore.
Attuando tale modalità può accade che, improvvisamente, l’altro si meravigli, che entrambi si guardino negli occhi e ricordino l’amore di un tempo, che gli occhi inizino a luccicare e lo scambio positivo fra dare e prendere ricominci da capo.
Fino alla prossima volta? Dipende dai soggetti e da come abbiano deciso di vivere le proprie vite.
In ogni caso i partner potrebbero (sottolineo: potrebbero) essere diventati entrambi più rispettosi, ed il loro amore più profondo conseguentemente a tale compensazione.
Ma non intendo illudere ammannendo ipocriti misticismi: nel profondo dell’animo umano è annidato e radicato uno spirito di sopravvivenza che risale ai primordi, quando la vita della tribù dipendeva dall’annientamento di quella rivale. Nessuno dell’altra fazione doveva sopravvivere, salvo qualora occorressero degli schiavi.
Anche le guerre vengono condotte in questo modo: non bisogna solo sconfiggere il nemico o scongiurarne l’attacco per proteggersi, ma annientarlo fino all’ultimo membro.
Un esempio si trova nella Bibbia, quando dio ordina agli Israeliti che attaccano Canaan: “Uccideteli tutti, uomini, donne, bambini, e il bestiame come un olocausto per Geova.”
Esempi moderni? Pulizia etnica, shoah, stupri di massa, e mi fermo qui. La volontà di annientamento è dentro di noi, viene tenuta sotto controllo dallo stato di diritto, dall’ordine pubblico e dalla paura del castigo, ma non appena questi freni inibitori allentano le briglie o saltano la belva riprende il sopravvento. Lo abbiamo visto con il virus farloccus: delazioni, ingiurie, aggressioni.
La volontà di annientamento pervade anche le relazioni. Vogliamo provare a chiederci se e come si manifesta in noi e se ne siamo immuni? Bene, è sufficiente pensare a cosa ci accade quando qualcuno ci ha fatto del male, ci ha umiliati, ci ha fatto fare la figura degli imbecilli: subiamo rancorosi, sublimiamo, razionalizziamo, vogliamo fargli del male anche noi, vogliamo addirittura annientarlo?
Esiste chi per un’inezia o per una divergenza di opinioni augura addirittura la morte. La volontà di annientamento, ivi compreso l’autoannientamento, produce l’escalation di molte aggressioni fisiche nel rapporto di coppia. E piantiamola con la storia della vittima innocente, non sempre è così.
Ecco perché la rabbia va tirata fuori, in modo che non sia distruttiva e che non si trasformi in un distillato mortale.
Sul come farlo nella dinamica di coppia, ho sperimentato con successo alcuni percorsi, crudi come una sessione di lotta poiché si basano sul ricorso alle due pulsioni primordiali fondamentali: l’istinto di sopravvivenza e l’energia sessuale. Funzionano e tolgono le incrostazioni. Ma non sono praticabili da chiunque.

Alberto Cazzoli Steiner