Coronavirus: dal Malleus Maleficarum ai milites di Peppiniello

“Preghiamo Dio che non siano cercate prove in nessun caso, dal momento che è sufficiente fornire esempi che sono stati visti o ascoltati personalmente, o che sono accettati dalla parola di testimoni credibili.”
No, non si tratta dello sgrammaticato comma di un ennesimo decreto di Peppiniello che premia la delazione ma di un passo del Malleus Maleficarum, il trattato medioevale dedicato all’identificazione ed alla punizione delle streghe: partorito dalla fervida mente e, suppongo, dall’agile mano (citazione dall’Ifigonia1), dei monaci domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Kramer venne pubblicato per la prima volta nel 1487, ma già nel 1669, dopo che non meno di 60mila disgraziate erano già state orrendamente torturate e uccise in tutta Europa, vide la trentaseiesima edizione. Un best-seller.
Si, avete compreso perfettamente. Riportato ai giorni nostri, tutto ciò di cui avete bisogno per rovinare completamente la vostra vita: un vicino frustrato, ipocondriaco e paranoico che può accusarvi di ammaliarlo ovvero infettarlo. Da inchianare di mazzate e poi sopprimere.
Il Malleus consta di quasi quattrocento pagine e, studiandole, vi si scoprono innumerevoli aspetti curiosi.
Tra questi l’annotazione su coloro che, pur non essendo streghe o stregoni, contrastano con veemenza la parola di Dio: dal volgo bollati come pazzi sono in realtà posseduti, emanazioni demoniache per ciò stesso meritevoli di speciali attenzioni.
Ed ecco servito il TSO à la dominicain. Vi ricorda qualcosa?
Nell’ineffabile trattato viene però specificato come un uomo benedetto dai buoni angeli non possa essere preda di streghe e diavoli. Significa che i ministri del culto e tutti coloro che con fede usano gli oggetti sacri della chiesa sono protetti.
Ciò che valeva contro satanasso non vale evidentemente contro l’immondo virus, considerando che nelle chiese officianti e fedeli sono rigorosamente bardati con mascherine e guanti: “o fignofe io non fon degno di pattecipafe alla tua menfa ma dì foltanto una pafola e io fafò faffato”.
Perché sono arrivato fin qui? Ah, si, la notizia: Peppiniello ed i suoi pretoriani ne hanno pensata un’altra.
Schiereranno 60.000, sessantamila, tra disperati e fanatici cooptati mediante concorso. Costoro avranno il compito di far rispettare il distanziamento sociale. Lo riferisce, fra gli altri, il Sole 24Ore: Distanziamento sociale, arriva il bando per reclutare 60.000 assistenti civici.
A parte la consistenza, degna di un corpo di polizia2, degna di nota è la curiosa ricorrenza numerica: 60 milioni sono gli italilandesi, 600mila i clandestini … ops, migranti, regolarizzati grazie alla ministra piagnistea, 60mila i guardametro. Tre volte 6, come dire 666, il segno che affascina dal salumaio al notaio, dalla sciampista alla logopedista, praticanti in chiese sconsacrate, con orgia finale. Per chi ci crede e non sa una fava di alchimia.
Costoro avranno il compito di percorrere i luoghi della perversa aggregazione, della peccaminosa movida, dell’orrenda crapula badando a che il popolo mantenga la distanza regolamentare, chiamando all’occorrenza la forza pubblica.
Scrive in proposito Stefano D’Andrea, di 3 motivi per il NO:
“Il limite è superato, attenti alla guerra civile.
L’idea del governo di reclutare sessantamila assistenti civici che controllino il rispetto del distanziamento sociale è molto pericolosa.
Anzi non è pericolosa perché comporta non il rischio ma la certezza di innumerevoli episodi di grave violenza ai danni dei mentecatti che accetteranno questo penoso ruolo.
Se questa simil-influenza ormai curabile, che era rischiosa per gli anziani, prima che i medici clinici imparassero a trattarla, non se ne va via da sola a giugno, i dementi che ci governano potrebbero condurci a una piccola e veramente stupida guerra civile.”
D’Andrea è a parer mio ottimista circa la capacità di reazione degli zombie italilandesi, anche perché io ho un’idea su chi saranno costoro, sfigati pescati tra le fila dell’ortodossia militante cattocomunista e, attenzione, multietnica. Si, secondo me, a parte un nucleo di idioti con la sindrome dell’infame talebano provenienti da movimenti, sentinellume, associazionismo, rubedomerdaiolame vario, il grosso sarà costituito da quei bei negroni palestrati, molti dei quali con addestramento militare, che finalmente non vedremo più bighellonare per strade e piazze: dopo aver controllato e mappato il territorio nel loro apparente ciondolare sanno benissimo cosa fare, come farlo, dove farlo e chi andare a prendere. E gli italilandesi, ormai incapaci di reagire, prenderanno saccate di legnate.
Per quanto mi riguarda, posto che frequento luoghi ben differenti da quelli della movida – mi dispiace ma è 90/10 e se i guru vi hanno insegnato che siamo tutti fratelli e che giudicare è male significa che vi siete fatti mettere la merda nel cervello – non posso che consigliare a chi possieda un minimo di attributi nuovi paradigmi, per esempio per il riciclaggio del vetro, abbondante in forma di bottiglia nelle aree movidose.
Come dite, spaccare le bottiglie e tagliare la faccia ai guardametro? Ma siete impazziti? A parte che quelli vi prendono, cari fighetti, e vi rivoltano come calzini, non è etico, non è bio, non è multiculturale. E siccome siete un po’ agitati vi fanno pure il TSO. Namasté.

Alberto Cazzoli Steiner

1 – “La lingua sapiente e l’agile mano dan gioia e sollievo al duro banano.” – Ifigonia in Culide, Atto I, Sala del Trono, coro delle Vergini.
2 – l’organico della polizia di stato assomma 95.000 unità, i carabinieri sono 110.000 dopo l’inclusione del corpo forestale, la guardia di finanza conta 63.000 effettivi, la marina militare 30.000, l’aeronautica 40.000.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Namasté.

È disagevole trovarsi, in questo tempo di andrà tutto bene e specialmente ora che il potere ha finto di aprire le gabbie permettendo ai lobotomizzati di scoreggiare per strada e non più in cella, in una posizione elevata poiché la risalita delle volute di fumo dei sentimenti buonisti ribolliti in pessima salsa spiritualbiobau obbliga a doverne ineluttabilmente respirare il puteolente lezzo.
Mi figuro il giudizio che il povero Apollo, capitato sul pianoro sbagliato, scriverebbe in un ipotetico Olympiadvisor a proposito delle carezze di Zefiro…
Comunicazione, libertà, prigione, complotto, rivoluzione, andiamoli a prendere e via di masturbazione in masturbazione.
Nonostante l’irripetibile opportunità di crescita offerta dalle circostanze, siamo al cospetto dell’ennesima rivisitazione del solito copione stantio: quello messo in scena con bigotta cecità da chi vuole illudersi e illudere circa un millantato percorso di elevazione, ma che non fa altro che calcare le solite, polverose tavole del palcoscenico da avanspettacolo recitando la trita commedia della separazione, della dicotomia: bene/male, lecito/illecito uomini/donne terra/cielo.
Il Potere del Risveglio, o comunque vogliamo chiamarlo, non è per tutti ma solo per chi sa varcare la soglia di quella che chiamerò la Casa del Sangue. Ho più volte affermato che il Risveglio non possiede nulla di morale, mistico o spirituale: o è, o non è.
Molto più semplicemente, come quando da bambini non ancora corrotti dal politicamente corretto giocavamo a nascondino, chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Saluti baci e namasté.
Non è vero, inoltre, che ciò che sembra non sia ciò che è bensì, al contrario, ciò che sembra è effettivamente ciò che è. Specialmente al primo istintivo sguardo. Ci ritorneremo.
Chi crede che io stia per parlare di coronavirus ed implicazioni connesse è in errore: non se ne può più, e sono fin troppi a menare il torrone per darsi importanza con quell’argomento.
Oggi parlo invece di parto, sangue mestruale, sciamanesimo. E di sesso, inteso come sacro.
Facciamocene una ragione, lo sciamanesimo ancestrale era precipuamente una questione di Donne: guerriere, guaritrici, ostetriche, sacerdotesse custodi del mistero del sangue, utilizzato nelle cerimonie rituali dalle praticanti la magica arte della guarigione, il rito del Sacro Taglio e la manipolazione del sangue che ne scaturiva, oltre che di quello afferente dal parto e dal flusso mestruale.
Segnato, questo ultimo, dalla regola, dalla ciclicità che chiamava i periodi Lune, e delle lune mostrava la corrispondenza con il ciclo mestruale, le maree, la semina, la parola della Dea, e la Dea stessa come personificazione dell’Energia Femminile, sacra e universale, di volta in volta chiamata Cerva Bianca, Donna del Bisonte Bianco, Kuan Yin, Inanna, Ishtar, Iside, Madre Divina, Shekina, Sophia, Vergine Maria piuttosto che Maria Maddalena e via enumerando ma in ogni cultura infusa del concetto di Spirito, santo comunque lo vogliamo definire, e con maggiore, minore o nulla valenza attinente all’energia sessuale a seconda delle manipolazioni maschili operate nei secoli.
Antecedentemente all’avvento della famiglia nucleare le donne vivevano e lavoravano in un contesto comunitario, sanguinando ed ovulando insieme, sincronicamente ai cicli lunari.
Ho raccolto testimonianze di come ciò avvenisse, non chissà dove ma sull’Appennino piacentino e parmense e nelle campagne polesane e del Delta, ancora negli anni ’60 del secolo scorso, e lascio immaginare la potenza che il gruppo femminile scatenava, in particolar modo al momento della muta, vale a dire quando la pelle del serpente, riferito al rivestimento uterino, si rinnova ogni mese, o per meglio dire ad ogni lunazione.
Nello sciamanesimo ancestrale ritroviamo tratti ripresi dal buddismo tibetano, e presso certe donne aborigene australiane il sangue mestruale viene tuttora utilizzato per guarire le ferite, comprese quelle inferte dai morsi dei serpenti.
Oggi, ad esclusione di uno sparuto gruppo di praticanti e studiosi, e non mi riferisco ai cervelloni del tantra – pratica millenaria inventata giusto perché, io credo, in oriente non conoscono i fienili come li intendiamo noi – le persone hanno perso la familiarità con il concetto di scambio delle energie sottili e delle informazioni ancestrali tra i partner durante i riti sessuali, che non esistono più, banalmente sostituiti con il “fare sesso” o, con vena poetica degna di Leolandia, “fare l’amore”.
E sempre con la stessa persona, sempre alla stessa ora dello stesso giorno, sempre nello stesso modo, a seguire sigaretta, pipì e bidet. Tristezza. Poi ci si lamenta che, dopo un tot di anni, le coppie non trombano più o cercano improbabili stimoli.
In quel tempo… abitavo a Milano, in una casa elegante nonostante il quartiere Stadera ma costruita in carta velina, e il venerdì sera grosso modo tra mezzanotte e l’una era un’apoteosi di tonfi e cigolii di durata non superiore ai 20 minuti, immediatamente seguiti da prolungati sciacquoni di water e bidet. Il sesso come stanco rito, del venerdì perché il sabato si esce.
Il sesso ridotto alla penetrazione previa effimera fellatio, alla stessa posizione: missionario, flanquette, pecora o quel che è, fugace strizzata di palle o di tette sfociante in lamento, ululato, sospiro, silenzio mugolante piuttosto che invocazione finale di santi e madonne.
Sigaretta, tièpiaciuto? Sei venuto bene? No, sono venuto un po’ mosso. Mioddio.
In compenso vi è il fiorire della pornografia, che rappresenta oggi il 78% del volume d’affari nel Web.
Torniamo al sangue. Evidenze archeologiche ed antropologiche comprovano l’uso sciamanico, nonché alchemico visto che l’alchimia non l’hanno certamente inventata gli imparruccati in zimarra rinchiusi nei loro oscuri antri mefitici, del sangue durante le cerimonie rituali, allo stesso modo in cui indiscutibile è la connessione fra sciamanesimo e notte, rappresentata dall’Argento e dalla Luna, che diventa Rossa durante il ciclo.
Le stesse evidenze: incisioni, manufatti, rari testi, leggende comprovano come lo sciamanesimo fosse Donna.
Ma il tempo e le manipolazioni, ivi comprese quelle del secondo cristianesimo, per intenderci da Nicea in poi e da quando preti autocastratisi pretesero di dettare legge sulla sessualità e sulla verità rivelata, condussero ad una chiave di lettura sempre più falsa, una chiave di netta separazione dicotomica fra sciamanesimo/stregoneria/peccato e regola/fertilità/ortodossia in chiave maschile, con il solo maschile ammesso ad officiare. Patriarcale, si direbbe oggi, ammettendo come unica possibile una conveniente e strumentale ripartizione di ruoli, anche e soprattutto nella vita ordinaria.
Basti pensare ai primi studiosi delle incisioni rupestri: furono loro a stabilire che i cacciatori/raccoglitori dovessero essere uomini, e che fossero costoro ad officiare riti che celebrassero l’abbondanza del raccolto e della cacciagione.
Alle donne, ritratte nelle statuette delle note veneri primigenie, spettavano maternità, governo della casa e accudienza del guerriero.
La vulgata, si sa, è pericolosa: alimenta in ogni epoca la pigrizia dei luoghi comuni, il desiderio di non uscire dal coro per la vanagloriosa convenienza del posto in curia, del libro, dello scranno di docente. Soprattutto quando un potere ufficiale sempre più in punta di lancia, sempre più violento, protervo, oscurantista, sempre più feroce contro devianze bollate come eretiche non lascia spazio al contraddittorio, al dibattito, ad una visione alternativa.
Da Ipazia di Alessandria ai Catari, da Galileo alla Valtellina militarizzata contro l’eresia calvinista gli esempi sono infiniti e ricomprendono chi oggi indossa la putrida mascherina e chi no.
Resta il fatto che la donna ed il suo arcano biologico hanno sempre fatto paura, il mito della vagina dentata ha suscitato fobie di evirazione inducendo ad inventare osceni strumenti di tortura quali la pera vaginale, lo straziaseni, la culla.
Voli e cacce all’anima, riti di iniziazione e di passaggio, auspici tratti dal volo di uccelli, trance indotta da funghi ed altre sostanze psicotrope, tecniche di guarigione e persino l’uso del sangue dovevano diventare esclusivo appannaggio maschile, relegando ad una religione addomesticata e pilotata vagine, nudità femminili, incisioni e cavità rupestri, madonne del parto e del latte.
Le stesse pratiche alchemiche e sciamaniche iniziano a riferirsi al cielo, elevato come elevata può essere solo l’anima mondata dei peccati, resa pura in una visione da fervorino, da catechesi da oratorio. La raffigurazione femminile viene privata fino al XVII Secolo di seni pesanti, forme tondeggianti, ventri abbondanti. In soffitta, anzi al rogo, uccelli in forma di arpie dai grandi seni, sacra fonte di latte.
Ne sopravvivono, stranamente, due, raffigurate a proteggere le spalle della Vergine Maria in un altare laterale della chiesa ipogea del Corpus Domini, a Milano. Ma sappiamo come quella, della quale ho scritto in diverse occasioni, sia una chiesa ben strana.
Addio anche a serpenti acquatici ed a vulve tracciate in piena evidenza su certe rocce da mani diventate maschili e non più femminili, pornografe in quanto meramente rappresentanti zone erogene per finalità voyeuristiche.
Rimangono, ma relegati nelle pagine più nascoste dei libri segreti, l’uccello acquatico e l’uovo cosmico, resi simboli totemici della capacità sciamanica, anch’essa diventata esclusivamente maschile, di percorrere i mondi, che diventano tre: inferiore o dell’acqua infera, mediano o della terra e superiore o del cielo. Ecco serviti inferno, purgatorio e paradiso: “Or vedi com’io mi dilacco” … “Ed uscimmo infine a riveder le stelle“.
Acqua non più caldo liquido amniotico ma preludio al ghiaccio, anticamera di un mondo infero abitato da demoni e mostri, oscuro luogo di tormenti ed espiazione nel momento in cui lo sciamanesimo è asservito al dogmatismo religioso, alla dicotomia bene/male, lecito/illecito, morale/immorale che ancora oggi produce i suoi nefasti effetti.
La stessa figura della Madre viene frantumata, decomposta, esecrata nell’immondo peccato del coito, perdonato solo se origina la vita, e la partoriente non rappresenta più il misterico ritorno alla vita dopo la morte, la putrefazione e la trasformazione.
Viene negato, fino ad essere dimenticato persino fra molti cultori della materia, come il parto cosituisca il Rito per eccellenza, quello che induce uno stato alterato di coscienza, di estasi naturale. E la scienza medica, non esclusa quella contemporanea, fa di tutto per privare la donna di tale consapevolezza, alterando il fenomeno per relegarlo ad un asettico evento clinico fatto di dilatatori, disinfettanti, sale travaglio, cesarei assolutamente non necessari e, ultimo sfregio, trasformandolo in spettacolo per aspiranti padri.
L’uomo dovrebbe invece restare fuori dalle sale parto, persino ai medici maschi dovrebbe essere vietato esercitare.
Ben lo riferivano, ancora nel secolo scorso, i racconti della mia nonna paterna che narrava di come, nella savonarola dall’accesso rigorosamente proibito agli uomini, le donne contadine cantassero, lavorassero, si raccontassero coralmente nel periodo mestruale e, infine, partorissero.
E non dimentichiamo, mai, che fu proprio la sofferenza del parto a spingere i guerrieri od aspiranti tali a misurare il proprio livello di coraggio e resistenza al dolore, per esempio mediante la Danza del Sole, nella quale ganci di legno trafiggono il petto portando la sofferenza, accompagnata dall’obbligo di danzare e dalla privazione di cibo e bevande, a livelli inimmaginabili.
Anche i tatuaggi, costituiscono prove di coraggio: “Se riesci a sopportare il dolore del tatuaggio, puoi superare tutte le prove della tua vita” recita una massima degli aborigeni australiani.
Nella cosiddetta grande culla della civiltà di Sumer, successivamente Babilonia, troviamo il mito della dea Inanna, o Ishtar, e della sua evoluzione alla maturità sessuale attraverso il viaggio di tre giorni nel mondo infero per affrontarvi la dea della morte e della putrefazione. La durata ed i caratteri del viaggio lo rendono estremamente simile ai tre giorni che Gesù trascorse nel sepolcro prima della resurrezione, ed evidente è la corrispondenza con il ciclo di ovulazione e con le mestruazioni, nel simbolismo della Dea Madre.
La dimensione del potere sciamanico inerente alle mestruazioni, la stessa idea di potere psichico o potere femminile non è oggi facilmente comprensibile. Basti pensare alle numerose donne che considerano i giorni del mestruo fastidiosi, dolorosi, sostanzialmente negativi.
Pensiamo invece a quanto, fino a non molto tempo fa, una donna mestruata fosse ritenuta in uno stato di coscienza e saggezza superiori, tali da trasformarla addirittura in un oracolo.
Il disconoscimento del potere del sangue femminile si sostanzia con la pretesa, purtroppo universalmente accettata, che in quei giorni le donne, provviste di assorbenti o coppette, si comportino come negli altri giorni, specialmente se occupano posti di responsabilità o potere. Nessuno si aspetta che le donne prendano il tempo per ascoltarsi, per rallentare, per assentarsi e persino il femminismo ha affermato che le donne, “per non sentirsi inferiori agli uomini”, non devono avere problemi durante le mestruazioni.
Ma sappiamo bene come la becera e miope cultura femminista sia, credendo o fingendo di tutelarla e salvaguardarla, nei fatti la negazione del femminile: non casualmente, infatti, nasce nei bassifondi sessuofobici della borghesia di sinistra, in conflitto con il maschile e desiderosa di trasformare gli umani in tanti bambolotti asessuati.
La questione è che, tanto meno nell’ambito della cosiddetta spiritualità appannaggio della cultura sinistroide strafatta di sostanze psicotrope, maestri ascesi, abbracci di luce e vuote parole, nessuno ha il coraggio di bollare qualsiasi singulto femminista per ciò che è: un insulto al femminile ed alla sacralità ancestrale.
Il ciclo mestruale, formando un equilibrio fra esterno e interno, costituisce invece il potere rigenerativo della guarigione, perno dello sciamanesimo e del suo substrato di credenze, ed in particolare di quelle che affermano non esservi nulla di incurabile una volta che l’essere umano si sia riconnesso al proprio centro animico.
La sciamana (e coerentemente lo sciamano) viaggia fuori ed oltre il corpo, muore e rinasce in mondi solo apparentemente invisibili. Magia e rituali di trasformazione che ricomprendono il parto, regolano insieme con i pianeti i cicli della vita, aiutano i morti nel passaggio.
Lo sciamano originario è in realtà sciamana poiché madre, sorgente, utero cosmico. Tanto è vero che persino gli odierni sciamani confermano che i loro poteri sarebbero nulli senza la benedizione femminile.
Ma molto, nel corso del tempo, è andato irrimediabilmente perduto, prova ne sia che i riti cruenti, nel tempo ancestrale solo figurativi, dovettero essere progressivamente sostituiti da veri e propri sacrifici, umani ed animali che cercavano, non sempre riuscendoci, di emulare la potenza energetica del femminile.
L’apice venne raggiunto nel mondo Azteco, quando i sacrifici vennero officiati da sacerdoti che indossavano la pelle di una donna anziana morta e scuoiata, rappresentazione della dea Cuatlicue, i cui attributi erano il giaguaro ed il serpente.
Quello azteco non fu un caso isolato. Ancora oggi certi sacerdoti e sciamani indossano abbigliamento, maschere, seni posticci e persino la pietra del parto, per mimare le doglie al fine di incanalare il potere femminile rigenerativo e ritrovare l’Uno, l’androgino.
Un rito arcaico presente nel nostro territorio, e del quale fortunatamente poco si parla, è quello della figliata: appannaggio dei femminielli napoletani si sostanzia in un parossistico crescendo di tamurriate e danze nel parto di un bambolotto di legno. Detto di passaggio: quello descritto da Malaparte ne La pelle è una cretinata per turisti.
Certamente il sangue, ove non sia più quello femminile, da qualche parte deve pur provenire. E ciò ha dato origine a sacrifici di tori e cervi, uccelli e pollame, e persino esseri umani talvolta allevati appositamente per quella funzione.
Riscontri iconografici portano a situare la frammentazione e la separazione tra i sessi grosso modo a 5mila anni mediante sovrapposizione e sostituzione delle antiche religioni ed il progressivo dominio dell’uomo sulla donna
Una menzione per la Shakti, storicamente la donna che risponde alla chiamata della Dea Nera, l’antica Dea della Terra, portando in dote la propria energia dinamica femminile. Ne consegue un’inevitabile domanda: oggi le donne possono riscoprire quel fuoco interiore e trarne ispirazione?
Si, ma solo attraverso la riscoperta femminile della sessualità. Che è, o dovrebbe essere, una manifestazione naturale, sana, gioiosa e sacra della nostra forza vitale. Ed invece la sua espressione è stata e viene ostacolata, repressa, condannata da vergogna e sensi di colpa indotti dal divieto di provare piacere, dal vuoto emotivo, dalla frustrazione di chi provava, e prova, risentimento nei confronti del sesso opposto, unitamente alla consapevolezza che l’esercizio di una sana sessualità rende le persone più libere e consapevoli, perciò difficilmente governabili.
Le persone più sensibili e consapevoli sanno bene come non farsi ingabbiare, praticando sesso all’insegna della gioia, del piacere, del lasciarsi andare e persino dell’umorismo.
Molti, purtroppo, non conoscono la gioia insita nel vivere una vita orgasmica, sostituendola con i più stravaganti orpelli, ivi comprese certe mistificanti pratiche spirituali che si dice trascendano la fisicità, ed invece la limitano frustrandola.
Godere della pratica sessuale significa vivere all’insegna di una semplicità naturale, innocente e stupita, armonicamente connessi con i preliminari, che non sono più tali ma essenziali al rito e spesso sostitutivi della penetrazione, con la respirazione, con gli odori, con le emissioni quali amrita e sperma in un unicum energetico di amore e fiducia.
Il sangue mestruale è veicolo di potere e di conoscenza, poiché l’unione sessuale non fu mai destinata alla mera riproduzione della specie. L’orgasmo ringiovanisce conferendo energie di guarigione e, nel contesto, non va assolutamente trascurato il potere alchemico del sangue mestruale, che donne e uomini dovrebbero considerare un fenomeno sacro, sensuale e gioioso e non, come invece accade, sporco e preoccupante.Ne scrisse Eudaimonia nell’indimenticabile Quando la luna cambia il color: Luna Rossa, pubblicato il 30 settembre 2014 su arcani Ludi:
«القمر الأحمر Un tempo il sangue mestruale era ritenuto sacro. Ogni Donna, durante il ciclo, lo raccoglieva e compiendo un gesto semplicissimo lo offriva a Madre Terra per onorare il legame che la univa alla Dea, riconoscendosene Figlia e riaffermando la volontà consapevole di riconnettersi ai cicli della vita ed al miracolo dell’esistenza.
Noi Donne dovremmo ricordarci di non dimenticare: avere cura dei nostri cicli, annotare il segno zodiacale nel quale la Luna transita durante i giorni del mestruo è un’informazione che ci è utile nel Cammino di Conoscenza.
Quando è al culmine, la Luna piena ci dice che è giunto il tempo di affermare il nostro Potere Femminile attraverso la danza, il canto, la condivisione fra Donne, la cura del corpo, il contatto con la Natura.
Si sente spesso affermare che la donna mestruata emana un odore sgradevole; è vero solo per chi non ha cura della propria igiene personale o per chi, attraverso il mestruo, scarica dolori, ancogsce, frustrazioni. In realtà solo gli Uomini di Conoscenza riescono a fiutare come Lupi la Femmina nel suo momento di Potere e ad abbeverarsene come ad fonte preziosa.
Io sono fortunata perché dono il mio sangue in parti uguali a Madre Terra ed all’Uomo che mi guardo bene dal definire mio, che lo onora e mi onora dissetandosene. Quelli sono giorni di Sesso Sacro dei quali non è protagonista, come semplicisticamente si potrebbe immaginare, la penetrazione. Si tratta di un vero e proprio Rito, che presenta particolarità arcane e misteriche, un Sesso totale. Se è possibile lo facciamo nel bosco, sulla nuda terra, oppure su di una spiaggia o nell’acqua del mare, di un fiume o di un lago, in modo che i rispettivi fluidi penetrino per congiungersi all’Energia Madre.
Arriverò, prima o poi, alla menopausa. Calcolerò comunque i tempi del ciclo lunare ed in quei giorni mi ritirerò sperabilmente saggia in uno spazio di riservatezza e solitudine al fine di riconnettere la mia Energia, che non sarà più quella della riproduzione ma quella della Conoscenza, dell’Ascolto e della Restituzione, con il Tutto che mi circonda.
Il ciclo mestruale ci accompagna, nel tempo, come un vero e proprio fiume in piena che nutre noi e Madre Terra. Ed un giorno, forse, non ne avremo più bisogno perché noi stesse saremo fiume, oceano, lago di Conoscenza e sorgente creativa.
Nel tempo della Saggezza, allorché Madre Terra non avrà più bisogno del mio ciclo poiché potrà alimentarsi con l’Energia di Donne più giovani, sarò ancora più integrata nella Consapevolezza, nella Conoscenza e nella Responsabilità di essere Donna.
E porterò fiera come trofei i fili bianchi che luccicheranno nei miei capelli ramati.
Grazie a tutte voi, Donne Compagne e Amiche che condividete con me il sacro mistero della Vita, e grazie a tutti voi, Uomini di Conoscenza, che ci onorate come depositarie dei Sacri Misteri.»
Conflitti e difficoltà di comunicazione distorcono spesso i rapporti di coppia, ma tali comportamenti costituiscono esclusivamente l’esito di un’educazione improntata ad ignorare la nostra vera natura ed a creare distanza e conflitti, svalutando il potenziale sia femminile sia maschile insito in ogni essere umano.
Quando ci si rappacifica con il proprio maschile ed il proprio femminile, per esempio riscoprendo ed accogliendo i talenti insiti nel nostro Lato Oscuro, ci si riconosce, ci si accetta e ci si ama iniziando ad emettere vibrazioni, intese proprio nel senso di frequenze rilevabili con un frequenzimetro che ne misura l’intensità in Hertz, che attirano chi vibra in risonanza consentendo l’innesco di relazioni vere e profonde, all’insegna della stima reciproca e dell’assenza di attaccamenti, controlli, dipendenze.
Se molto è mutato, anzi si è stravolto, a favore del maschile, gran parte della responsabilità è da attribuire a quelle donne che, perduta la saggezza in nome della sete di potere, divennero tiranne, cessando di rendere omaggio agli uomini e ponendoli nella condizione di subire considerevoli affronti e riducendoli alla mera funzione di schiavi con valenza riproduttiva, esplicata durante i riti della fertilità.
Che non raramente si concludevano con la castrazione, l’evirazione od altri sacrifici non più intesi come momenti apotropaici, comunitari, gioiosi, orgiastici, propiziatori di fertilità dei ventri e dei campi nel loro esplicarsi esclusivamente figurativo e parossistico, ma reali al fine di avere schiavi eunuchi. E giunse così il momento in cui gli uomini si ribellarono e, come è tipico degli eccessi che caratterizzano ogni rivoluzione, diedero la stura a pratiche efferate perdendo il senso della sacralità sino a provare ripugnanza per il sangue mestruale, piuttosto che per le conoscenze delle erbarie o per qualsiasi forma di sapienza femminile.
E conseguentemente ancora oggi sono pochi gli uomini che non temono il sangue mestruale e che sono disposti ad accoppiarsi durante il ciclo, atto che lascia invece una traccia profondissima nella simbiosi della coppia conferendo altresì ad entrambi il potere della visione.
Ribadisco: sto parlando di coppie speciali, alchemiche, sciamaniche, guerriere, di Uomini e Donne come quelle tratteggiate da Eudaimonia nel menzionato Luna Rossa e nell’intenso scritto che segue, riferito ai Giorni del Riscatto: Nelle terre di Eudaimonia, pubblicato il 7 giugno 2018:
«Queste terre conservano l’eco dell’anima delle Donne Antiche che, aggrappate su questi monti dell’Appennino, vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, a noi Donne di Conoscenza non resterà che nasconderci nuovamente nelle nostre tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni fingendo di essere delle vecchie homeless sdentate e indifese, raggomitolate a proteggerci dai morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando il nostro urlo che nulla avrà più di umano, balzeremo dai nostri nascondigli brandendo le lame del nostro Sapere per fare a pezzi, letteralmente, questi esseri ipocriti, rabbiosi e arroganti, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
Solo noi, Donne del Lato Oscuro, possiamo. Ciascuna proporzionalmente alle proprie capacità, e questa volta la lotta sarà all’ultimo sangue. E non faremo prigionieri, non sarà permesso. In quanto Donne ci tocca, per quella Fucina della Vita che portiamo in grembo. Ma non saremo sole: ci accompagneranno Uomini, Uomini di Conoscenza, Guerrieri. Onoriamoli: alcuni di loro non torneranno.»
I rapporti sessuali durante le mestruazioni, alchemicamente consigliabili esclusivamente nel contesto di una relazione e non fra partner occasionali, costituiscono un potente e sacro rito arcaico proprio in quanto medium di conoscenza: l’equivalente maschile del sangue mestruale e, in subordine, dell’amrita è lo sperma, mastro di chiavi dei codici genetici mediante il quale l’Uomo, conduttore del contatto telepatico tra i partner, onora la Donna in quanto Dea trasmettendo il potere e la conoscenza della punta di lancia che fluiscono attraverso i canali completamente aperti per riversarsi nella coppa sacra.
Il mistero arcaico della conoscenza comporta che i partner, durante il rito sessuale, aprano le proprie anime sino a rivelare le reciproche identità profonde, ancestrali, le esistenze precedenti, i segreti inconfessati.
Rosso in varie gradazioni e bianco sono i colori che presiedono allo stato alterato di coscienza, alla visione, al viaggio: il rosso del sangue e il bianco dello sperma e dell’amrita. Rosso che ritorna nel sangue maschile del rito del Sacro Taglio, che schizza caldo sul ventre e sui seni della sacerdotessa officiante, e nel prezioso vino speziato nel quale fluidi e sangue vengono immessi affinché siano bevuti, sorbendoli dalla medesima coppa, dai partner alla conclusione del rito.
Nel tempo ancestrale sangue, sperma e amrita costituivano un elisir, una miscela sacra considerata in grado di aprire alla conoscenza ed all’immortalità.
Uno dei segreti per vivere il corpo ed i genitali è il tempo rallentato, che consente di indugiare ad esplorare l’altro perché il piacere sia un dono degli dei.
Ma oggi il pensiero deviato, anche e soprattutto nel mondo della spiritualità e della meditazione, impone di trascendere la sessualità secondo concetti che fingono di elevare ma in realtà allontanano dalla giocosità che deriva dall’affidarsi senza riserve.
Ma il tempo di una reinterpretazione della sessualità è prossimo, anche se per ovvie ragioni riguarderà solo una minima parte dell’umanità, allineandone i corpi e portandoli in uno stato di guarigione attraverso l’esplorazione dei domini spirituali e fisici.
Ciò significa che ad una parte dell’umanità sarà concesso di sperimentare ciò che è parte fondamentale del cammino di ricerca alchemica e sciamanica, vale a dire l’esercizio di una pratica sessuale, e dei riti connessi, che consente quello stato di vera unione emotiva in grado di generare la notevole potenza elettromagnetica che attira in uno stato vibrazionale ad altissima frequenza, frantumando il passato ed i vecchi schemi per aprire alla conoscenza del nuovo presente.
Imparare ad usare il sesso significa partecipare all’apertura di una fessura temporale, significa scoprire un piacere che si estende ben oltre l’area ristretta dei genitali, significa godere responsabilmente della condivisione più intima che esiste.
Concludo con un’annotazione per così dire operativa: è possibile, oltre che auspicabile, marcare, come forma di protezione e catalizzatore energizzante, la casa o il territorio dove si vive o l’area prescelta per svolgervi i riti sacri.
Allo scopo si utilizzano sangue mestruale, amrita e sperma diluiti in acqua, aspergendo il liquido con una piuma, con la mano o meglio ancora spruzzandolo dalla bocca ed iniziando con i punti cardinali per procedere annaffiando terra, alberi, fiori.
Una parte del liquido dovrebbe essere infine tenuta in un angolo del sito o della casa, contenuta in una brocca di vetro trasparente dove siano state collocate alcune pietre, e sostituita ad ogni ciclo.
Non riferisco formule o proporzioni della miscela e neppure della tipologia delle pietre poiché la ricetta, oltre ad essere segreta in quanto parte della personalissima dimensione del potere sacro individuale e della coppia (fatte le debite proporzioni, meno grave sarebbe divulgare a chiunque il pin del bancomat) è frutto di sperimentazioni il cui esito può essere modificato nel corso del tempo.

Alberto Cazzoli Steiner

Cose da uomini: rivalutiamo il Maschile

Scrisse il Divin Marchese, ne Le Giornate di Sodoma: «Solamente il vizio può procurare all’uomo quella scossa morale e fisica fonte della più deliziosa voluttà.»
Concordo, con esclusione del concetto di vizio, che insieme con quello di peccato sarebbe bene privare del diritto di cittadinanza, lasciando finalmente spazio al libero fluire del Lato Oscuro, sede dei nostri talenti ancestrali e per tale ragione ritenuto estremamente pericoloso dal potere religioso, politico, sociale, finanziario.
E veniamo all’oggi: potremmo superficialmente indicare l’attuale scenario psico(patico)sociale come esito dell’immondo virus, ma sarebbe anestetica finzione, ennesimo tentativo di nascondere la testa nella sabbia lasciando allo scoperto le terga.
I prodromi datano in realtà da gran tempo e possono essere sintetizzati nella mascolinità perduta.
Non mi addentro nella pressoché infinita messe di esempi che appesantirebbero il testo, limitandomi a citare il fatto che, una volta aperti gli stabielli1 lunedì 4 corrente, ben pochi fra gli autoconsegnatisi si siano riversati nelle strade preferendo rimanere nelle confortanti penombre delle prigioni senza sbarre.
Il mio plauso va ai ragazzi milanesi che a Porta Venezia hanno danzato, ripresi e stigmatizzati dai tiggì oltre che pesantemente ingiuriati dai finestraioli, all’angolo fra le vie Panfilo Castaldi, medico e stampatore Veneto del XIV Secolo, e Alessandro Tadino, che la toponomastica insistente sull’area che fu del Lazzaretto celebra in quanto medico ai tempi della peste del 1630.Leggiamo spesso, e devo ammetterlo anche su questo foglio, di quanto per le donne sia necessario ritrovare il Femminile recuperandolo alla potenza dell’Era Ancestrale quando, vigente il culto della Dea, le dinamiche sociali erano improntate ad accoglienza e pace, all’unità invece che alla divisione ed alla distanza fra i sessi.
Parafrasando Flaiano: tutto vero, proprio perché tutto da dimostrare.
Fermi restando il grande rispetto ed il notevole interesse, legati anche alla sperimentazione alchemica, che annetto a tale ambito, credo sia giunta l’ora di rivalutare, anzi di ricostruire, il Maschile.Avvertenze per l’uso: ciò che scrivo si scontra, tanto per cambiare, con il putrescente marciume del colletto costituito dai dogmi della meditazione sinistropensante, quella cucita su misura per gli occidentali e che propugnando buonismo, politicamente corretto, villaggio globale ed ecologismo senza rispetto per chi sul territorio ci lavora ha disonorato il maschile, in primo luogo colpevolizzandolo attraverso la visione di madri iperprotettive e castratrici.
Eterno poppante cresciuto senza riferimenti forti, l’odierno adulto italilandese si è ritrovato femmineo, omologato e privo di consapevolezza, invischiato nel pensiero unico ed immemore dell’istinto vitale del combattimento e del richiamo naturale del branco.
Gli sono stati assegnati risicati spazi di manovra, finalizzati ad una esiziale condivisione scandita da gesti misurati, mai troppo fuori dagli schemi nel signum dei pugnetti contratti alzati al cielo che i media propongono in serial, filmati da telegiornale e talk-show, modelli di moderata isteria da recitare all’insorgere delle contrarietà.
A questo maschile destrutturato e sopraffatto dal dominio della tecnologia e dal materialismo dilagante, è rimasto un concetto di Eros da Uomini e Donne, e non è neppure il caso di parlargli di quello che, in arcaiche circostanze rituali nel nome delle sacralità radicate da valori perenni, potrebbe portarlo all’estatica, estrema, offerta di sé2.
Ed è anche per tali ragioni che va assolutamente rivalutato il concetto di branco, inteso come comunità con rimandi solidali e codici d’onore, esattamente quelli perduti e che sarebbe quanto mai utile ritrovare nelle attuali condizioni, non tanto e non solo per l’oggi, quanto per il domani che ci attende, in quel Medioevo non più prossimo venturo ma già quotidiana realtà nella quale c’è ormai spazio solo per Uomini in grado di compiere scelte, combattere e sacrificarsi.
Come ebbi già modo di scrivere, l’alternativa all’eclissi del maschio è la Via del Guerriero, intesa come cammino per forgiare l’Uomo Nuovo: vero, comunitario nel proprio ambito territoriale e selvaggio fautore di una rinascita spirituale, tradizionale e virile capace di restituire un destino alla stirpe.
Solo in questo modo il Maschile ed il Femminile possono riunificarsi all’insegna del Sacro, riconoscimento di energia trascendente e magia sessuale che conducono a ripristinare, rafforzandole, le difese della razza, ivi comprese quelle immunitarie, assolutamente carenti in questi giorni dilaniati dal trionfo della paura veicolata da un’informazione ossessiva, ridondante, terroristica che contribuisce ad ingenerare dinamiche malate, virali, perniciose, disgreganti come le fecondazioni in vitro senza motivazioni sanitarie o schiavizzanti come l’affitto di uteri offerti da poveracce per qualche soldo.
È tempo di Uomini sovrani e di un’approfondita riflessione esistenziale.
La spiritualità, la conoscenza di sé e, va detto, la parte sana della meditazione, non iintendono affatto formare acefali esserini tremanti ed acritici: è sufficiente osservare le vicende tibetane o quelle della comunità sufi per sincerarsene.
Si, avete capito benissimo: quello che sto propugnandom è un concetto di Destra. Quella Destra della nuova generazione, che non celebra buffoni al balcone o pulizie etniche ma che nel proprio sentire promuove il senso di un sovranismo integrale mediante ragionamenti, provocazioni, rielaborazioni notevolmente discoste dal concetto dell’uomo-folla caro a Gustave Le Bon, versione postmoderna dell‘ uomo-massa.
Uomini, e clan, decisamente, inequivocabilmente antagonisti.
Certamente, da qualche parte bisogna pur cominciare. E la mia proposta è tra le più semplici che si possano immaginare: l’inizio è l’incontro, anzi il Cerchio.
Ci si riunisce in piccoli gruppi, non nella modalità simpsoniana garantita dalla virtualità di Skype, Zoom e consimilia ma in quella del bosco, nella pausa del percorso per riqualificare l’estrema periferia urbana, il capannone dismesso, il borgo abbandonato: seduti in cerchio nel buio o attorno al fuoco, parte stessa della Notte, indossando tessuti, monili e colori, ivi compresi quelli dipinti sul volto, atti a conferire un senso di appartenenza.
E ci si racconta a turno, impugnando il Bastone della Parola. Ci si apre nel rispetto di sé e degli altri, si condivide, si progetta. Si cucina e si mangia ciò che si è raccolto, cacciato o pescato.
Troppo semplice? Venghino siori: abbiamo anche corsi di sopravvivenza nei boschi abruzzesi e valtellinesi, forniamo giacigli a chi vuole dormire in una buca scavata nella neve, materiale ed attrezzi a chi è in grado di costruire il proprio coltello, materia prima a chi si sente capace di scuoiare un animale conciandone la pelle per ricavarne capi di abbigliamento.
Qualunque sia il mezzo, lo scopo è quello di ricreare un Uomo sovrano che restauri in sé il senso di integrità, ritrovando la coscienza delle ragioni per vivere e per morire.
Un Uomo che recuperi la relazione con la comunità, con l’arte del fare e con le sue regole, con il senso del Sacro in modo da divenire protagonista del proprio destino e non più un vuoto a perdere emotivo comandato per stereotipi.
Risulta perciò fondamentale riaffermare una filosofia arcaica che prenda corpo da visioni spirituali archetipiche, rese possibili dal ritrovato addestramento allo sforzo spirituale in grado di contrastare efficacemente il lasso individualismo postmoderno anche come antidoto alla diffusa psicosi.
Nosce te ipsum, e sappi morire all’occorrenza poiché hai trovato in te le ragioni per vivere.
Non pretendo di avere in tasca soluzioni salvifiche o rassicuranti, voglio solo scuotere le anime incitando a riflessioni che travalichino luoghi comuni ed inutili mantra, conducendo a ripensare il nostro esistere in quanto parte Maschile, in quanto parte della Comunità, con tutte le responsabilità che ciò comporta: sul cibo e sul territorio, sulle donne e sulle Antiche Madri, sui bambini e sugli anziani.
E concludo affermando che solo da questa rinnovata forza, solo da questo Maschile risanato e purificato può scaturire la possibilità di sostenere ed aiutare il Femminile violato, vilipeso, mortificato offeso. All’insegna di orgasmiche complicità, di ritrovati sorrisi, di consapevoli sostegni reciproci tra Guerriere e Guerrieri.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Stabiello è un termine tipicamente lombardo che indica la porcilaia
2 – Un esempio fra i tanti possibili: la danza del sole pertinente ai riti di passaggio degli Indiani d’America

La fortuna non è un regalo

Nel giugno 2015 ricorreva il diciannovesimo anniversario del mio percorso di conoscenza intrapreso non più in via occasionale e scandito da letture sia inutili sia illuminanti, incontri con persone stupende e con veri e propri esaltati, viaggi in luoghi particolari ed anche nell’Altrove, all’inizio opportunamente accompagnato. Cantonate, vicoli ciechi ed improvvise illuminazioni, esperimenti da scienziato pazzo (alcuni dai risvolti tragicomici) ed esperienze profondissime non si contano, e tutte hanno lasciato un segno.Decisi quindi di aprire il blog La Fucina dell’Anima per parlare di consapevolezza e risveglio: non mi ritenevo ancora pronto per pronunciare le parole alchimia e sciamanesimo.
Sin dall’inizio scelsi di pubblicare scritti che riferissero esclusivamente delle mie esperienze dirette, spesso fuori dal coro dell’ortodossia militante e lontane anni luce dai ritmi ipercinesici, bulimici e superficiali del web, poiché scritti per essere letti e approfonditi.
La fortuna non è un regalo: chi mi conosce sa che pronuncio questa frase da decenni, unitamente al rapporto di più recente conio, 90/10, e chi non mi conosce non si annoierà di certo a leggerla per la prima volta. Se così fosse, può sempre andare a leggere altro.
La formulai interiorizzandola dopo un lungo percorso di sperimentazione, in parte compiuto grazie agli insegnamenti di un’anziana donna che banalmente potrei definire strega.
Una donna che non leggeva Aïvanhov, Gurdjieff, Osho e via enumerando, semplicemente perché non leggeva libri. Non che fosse ignorante o analfabeta, intendiamoci, molto più semplicemente, come il bandolero stanco di Vecchioni che non assaltava treni perché non ne passavan mai e non rapinava banche perché le banche eran le sue, viveva ai margini di un villaggio di montagna paga di possedere l’universo.
Raccoglieva bacche, erbe, fiori, radici per farne unguenti, pozioni e decotti, badando alle sue bestie e alla sua casa, senza grilli curanderi per la testa e senza atteggiarsi.
Una donna alla quale la gente del posto ricorreva, spesso implorando quando ne aveva bisogno, salvo fingere di non conoscerla se la incontrava in paese. Ma ella non se ne crucciava: “Fai del bene scordatene, fai del male pensaci” diceva spesso.
Quando c’era bisogno di lei, senza tante cerimonie, senza suonare tamburi e senza indossare abiti di scena, lei c’era. Utilizzando con semplicità quel che aveva a disposizione, vale a dire oggetti e strumenti pertinenti alla natura ed alla quotidianità di un mondo rurale. E i risultati non mancavano.
Quella donna era in profonda comunione con la natura, con il vento, la pioggia, gli alberi, gli animali del bosco. Portava rispetto persino al più minuscolo filo d’erba. E sentiva. Sentiva la propria Potenza interiore che sapeva riconoscere, accogliere ed amare con rispetto, una Potenza che aveva imparato ad utilizzare e governare: proveniva dalla sua energia ancestrale, quella che tutti noi possediamo, annidata nella nostra più recondita natura primordiale ma che secoli, per non dire millenni, di convenzioni, costrizioni, ignoranza, terrore e sensi di colpa sono riusciti ad estirpare dalla nostra memoria dei primordi.
Ora quella donna non c’è più. Una volta stabilito che ero pronto per camminare da solo ed avere ringiovanito le cellule del proprio corpo di almeno trent’anni (si, avete letto bene) se ne è andata. Dove sia non ne ho idea, non l’ho più incontrata, neppure durante uno dei miei viaggi nell’Altrove.
La fortuna non è un regalo, dunque. Ma si può costruire.
Ad una condizione: che quando siamo sulla cima di una collina dalla quale possiamo osservare il cammino percorso non ci facciamo prendere da inutile vanagloria per ciò che crediamo di essere diventati, ma ci voltiamo e guardiamo alla strada che ancora ci aspetta, trovando in noi il coraggio e l’umiltà di percorrerla. Non ci obbliga nessuno, possiamo anche fermarci dove siamo arrivati. Libero arbitrio.
Ma qualunque sia la strada, se decidiamo di percorrerla, è bene che diventiamo consapevoli, e alla svelta, che non dovremo pretendere nessuna spalla su cui piangere, e neppure di attribuire colpe o responsabilità a chicchessia.
Incontreremo compagni di viaggio di ogni risma, alcuni saranno decisamente interessanti e ciascuno servirà a farci comprendere qualcosa. Ma ad un certo punto ci separeremo da loro senza attaccamenti o rimpianti, solo con gratitudine per ciò che avremo condiviso, insegnato e appreso.
Noi siamo Tutto e siamo dio, basta volerlo. Ma non sono sufficienti il pensiero positivo, la legge dell’attrazione, i rituali di tendenza o l’affidarci a qualche guru, maestro o illuminato. L’unico maestro possibile siamo noi, e la ricetta prevede anche ingredienti sbagliati e velenosi, e non è detto che faremmo il nostro bene evitandoli.
Ho impiegato cinque anni per trasformare il blog, forte di 238 articoli, nell’attuale sito e l’intento è sempre quello: comunicare ed incontrare nuovi compagni di viaggio con i quali condividere studi e sperimentazioni basate primariamente sull’energia del nostro corpo. Quel corpo che nel tempo antico fu onorato come sacro, ma che da millenni è costretto e ristretto, appiattito e violato nelle sue potenzialità, frustrato da chi ben sapeva e sa quale Potere sia insito in noi, nel nostro respiro, nel nostro sangue, nella nostra sessualità, nelle nostre emissioni, nei liquidi dai quali siamo costituiti almeno per il 70 per cento e che subiscono gli stessi influssi che regolano le maree, nella libera espressione delle emozioni, comprese quelle cosiddette censurabili o esecrabili, nella capacità di dire di no.
Responsabile di tutto questo un’unica entità, che pur assumendo nomi e fattezze differenti nel dipanarsi del tempo, ha in realtà un solo vero nome: potere. Finanziario, religioso, politico, da sempre si avvale di infiltrati che fanno credere di essere portatori di una visione contrastante e libera, di emancipazione ed affrancamento, amore e verità. Non è vero: il loro compito consiste nel sistemare il gregge recalcitrante da un’altra parte, facendogli credere di essere libero e intanto facendo in modo che sia controllato meglio e più di quanto non sarebbe possibile fare con terrore, ferro e fuoco.
Nulla è meglio che credersi liberi, ma se si è in gruppo e si è assoggettati a rituali, siano essi anche solo uno stucchevole abbraccio o l’alzare le braccia vestiti tutti del medesimo colore invocando il nome del maestro di turno, non si è liberi. Si è in un gregge di schiavi, in una setta.
L’apertura di questo sito mi ricorda quella del blog che lo precedette: non ho idea di cosa scriverò, ma so con certezza cosa non scriverò. Non scriverò fervorini, frasette edificanti, non scriverò di amore e pace, del marziano che ci dà una mano, di new age, di sequenze numeriche o di grazie-prego-tihobuttatolachiavedellamacchinaneltombino-scusa-tiamo.
Anzi, spesso scriverò esattamente il contrario di ciò che spiritualità, meditazione, varie scuole ci hanno imbonito nell’ultimo cinquantennio, a cominciare dal fatto che la mente mente e che bisogna praticare l’amore universale altrimenti la vibra non vibra e l’energia non fluisce. Chi vuol esser servo sia, namasté e perepepè.
Ogni giorno sorge un nuovo movimento, una nuova corrente, un nuovo guru, una newage ancora più new, la nuovissima meditazione afrohawaiafinlandese, a dimostrazione che tutti offrono la verità e che tutti, nell’incertezza e senza collegare la spina del raziocinio, diventano ipercinesici e bulimici ricercatori… del nulla.
E a dimostrazione che le persone non hanno ancora capito che i guru son passati di moda, oltre che di cottura, nessuno vuole comprendere che la verità possiede in sè una grande Verità: non esiste.
Soprattutto non esiste quella camuffata da illuminazione, guarigione (e non è un caso che la maggior parte delle congreghe proponga la guarigione), fratellanza e amore condita da un naturismo di maniera.
Così come non cerco adepti, clienti o proseliti, meno ancora cerco accettazione o consenso perché, semplicemente, non me ne può fregar di meno: il mio percorso è stato per decenni un percorso di solitudine, e non ho nessuna intenzione di mettere in piazza quel poco o tanto che so a beneficio di esseri che, perché partecipano a un corso, seminario, gruppo, campo o come lo vogliamo chiamare, credono – soprattutto perché hanno pagato, e spesso fior di quattrini – di aver diritto a consapevolezza, guarigione, amore e la patente di alchimista o sciamano.
Ma quando mai?
Perciò io scrivo primariamente per me stesso, poiché anche scrivere comporta mettere in circolo energia. E se poi incontrerò chi vorrà condividere ne sarò felice, altrimenti fa lo stesso.
Condividere, per me, non significa scambiare massime edificanti o perder tempo in una chat ma prendere, dare e fare, e non di rado si tratta di un fare non agevole, fuori da schemi e luoghi confortevoli, dove è condizione indispensabile il lasciar andare ogni convincimento comune, ogni parametro noto, ogni restrizione, ogni giudizio, ogni credo mediato da questa o quella scuola.
Qualunque cosa abbia sinora letto, fatto o appreso chi desidera condividere con me è bene cha la dimentichi. Non sono portatore di verità, ma sono un fiero sostenitore della mia integrità e della mia individualità. Pulsione egoica? Certamente, perché io esisto e, parafrasando una vecchia pubblicità, perché io valgo.
Lo attesta il fatto che ho visto, inflitto, subito e compreso dolori atroci, sputato sangue, vissuto l’abbondanza e la miseria, sono andato a mio rischio oltre l’umana dimensione delle apparenze e della confortevolezza.
Insomma, ho visto cose che voi umani… il mio codice d’onore, i miei valori non sono quelli normalmente ammessi e non ho nessuna voglia di confondermi né di perder tempo con le pratiche del tal maestro o del tal illuminato. So di sapere quello che so, so che funziona, so che mi piace e se non è la verità assoluta chissenefrega. Senza inutile falsa e ipocrita modestia.
Del resto, se non si fosse ancora capito, io qui fra le righe parlo di risveglio. E il risveglio non è né morale, né spirituale. Semplicemente o è o non è.
Qualcuno, arrivato a leggere fin qui (e che ringrazio per la costanza), potrà domandarmi: si, ma alla fine che fai? Bella domanda. La risposta è che non c’è una risposta. Nel senso che non esiste un copione da recitare, ogni volta è unica e irripetibile, non esistono certezze su cui lavorare in un ambiente protetto. Protetto da che? La vita, quella vera, è senza rete, non filtrata dalla stucchevole amorevolezza di un ashram. E infatti chi si accosta a certi santoni non li molla più, a riprova del fatto che ha innescato un processo di dipendenza che tutto fa, fuorché far crescere.
Questa è la mia opinione, e non mi interessa spendere energie per discuterla. Accolgo chi la condivide e onoro del mio rispetto chi la pensa diversamente. Ma ciascuno per la propria strada.
L’ipotetico lettore, o lettrice, potrà sicuramente avere in serbo anche una seconda, inevitabile, domanda: e che cosa si ottiene? Qui la risposta c’è: niente.
Nel senso che non si “ottiene” nulla che non esista già dentro di noi. Si tratta solo di portarlo alla superficie levandolo dalle scorie morali, comportamentali, eucative, sociali che lo incrostano e di dargli una bella lavata con la nafta come si fa nelle officine con i telai di autocarri e rimorchi, osservarlo, accoglierlo e usarlo consapevolmente quando e dove necessario. Senza fremiti puritani o sensi di colpa.
In realtà, conoscendo una volta per tutte chi siamo, otterremmo anzitutto benessere psicofisico, ridurremmo drasticamente le somatizzazioni e rafforzeremmo le difese immunitarie. Otterremmo persino un ringiovanimento cellulare, che può anche essere molto sensibile, senza che sia necessario diventare ortoressici o scegliere regimi alimentari faticosi e di dubbia efficacia, magari paludati da sostenibilità o antispecismo. Smetteremmo di accordare interesse a falsi problemi creati apposta per far vivere nella paura, smetteremmo di dedicare attenzione ed energia a cose inutili, a ridicoli totem qual è, giusto per fare un esempio, la politica e smetteremmo di fingere di essere vivi.
E impareremmo a indossare delle maschere, non più nel timore di non sapere chi siamo o di non essere accettati, ma semplicemente perché ci fa comodo nel tal momento o nella tale situazione.
Dettaglio non trascurabile: attraverso stati alterati di coscienza, visioni e veri e propri viaggi andremo nell’Altrove. Nulla che sia indotto da sostanze, che aborro, ma solo dalla nostra potentissima energia sapientemente utilizzata e convogliata. Andremo consapevolmente e senza tante cerimonie in un Altrove che già esiste accanto e dentro di noi ma che non riusciamo a percepire. Attenzione: quell’Altrove non è quello dei Puffi o della Disney, fatto di fiorellini, farfalle e pelosini guida che ci coccolano e ci scortano. Le situazioni si configurano funzionalmente a cosa abbiamo da buttare o da esprimere, a cosa dobbiamo cercare o fare, per chi e in quale contesto.
Per tale ragione è necessario essere preparati ad incontri che potrebbero anche essere orrendi: sono quelli con i nostri mostri interiori.
E infine avremmo modo di conoscere ed utilizzare il Potere fornitoci, spesso nelle cose più impensate e banali, dalla Natura.
Questo percorso può consentirci di avere delle profonde comprensioni e di compiere delle azioni, addirittura di modificare situazioni a beneficio nostro o altrui. Come, dove, quando? Avremo modo di scoprirlo, se faremo un tratto di cammino insieme.
Ma in nessun modo si parlerà di guarigione: per quella ci sono i medici, e per chi vuole osservare le ferite c’è l’astanteria del pronto soccorso il sabato notte.
E per adesso mi sono dilungato sin troppo. Grazie a chi vorrà seguire ciò che scriverò.

Alberto Cazzoli Steiner

Tutti liberanti, ma quanti si sono putrefatti per rinascere?

Liberante è un termine gergale del lessico carcerario inteso a definire un detenuto prossimo alla scarcerazione e, nell’imminenza (?) del rilascio dai domiciliari coatti dovuti ai diktat governativi emessi, per molti ma non per tutti, con l’alibi di contrastare l’immondus atque farloccus morbus gravis, liberanti lo siamo un po’ tutti.Ma quanti di noi usciranno a riveder le stelle rinnovati, anzi purificati e con una nuova visione, da questa esperienza? Ben pochi, ne sono certo, ad onta del trituramento di marones operato nelle ultime settimane da esoteriche ed esoterici, shamane con l’acca e spiritualisti, anime belle che snocciolano gorgheggiando allo sfinimento (nostro) un copione consunto a base di pensieri positivi ed irripetibili opportunità, dovute alle congiunzioni astrali ma mai a quelle carnali, aborrite in quanto pertinenti alla materia ed alla fisicità, foriere di vibrazioni basse e, va da sé, impure.
L’elenco non sarebbe completo se non citassi passaggi di luce, angeliche concatenazioni numeriche e mantra salvifici destinati a condurci verso il Mondo Nuovo: un’Arcadia di latte e miele dove tutto sarà finalmente Uno e la compenetrabilità di mondi interdimensionali2, razze e culture cosa fatta. Tric-truc-trac, ecco fatto il becco all’oca, e taluni già indicano quale sarà il posto sul Galaxy Express novantanooove_undiciundici proveniente da Torino Porta Nuova e diretto a Salerno delle ore sei e quaranta: vettura smart loculo 27. Ferma a Reggio Emilia Medium Cœli, Bologna Centrale …
Sarà. Nell’attesa di essere onusto di gloria e sapienza ed assunto nell’alto dei cieli sostituisco latte e miele con fette di pane scaldate, coppa piacentina e una Bonarda di quelle che a Fumo Angelo, del quale ora rimane solo il nome, usava per il suo inimitabile risotto alla pavese.
Facciamocene una ragione: gli italilandesi usciranno dal sequestro coatto ancora più pronti alla sodomia attiva e passiva, incarogniti, bastardi, diffidenti, opportunisti, vigliacchi e, dovesse servire, antropofagi. Lo hanno ampiamente dimostrato in cattività, figuriamoci a piede libero. E sia chiaro: non dò torto a nessuno.
Io stesso, anzi, proprio perché questo periodo ha sortito i suoi frutti, ho ritrovato quel me stesso di quando iniziai il Cammino, vale a dire la purezza e lo stupore del bambino interiore arricchiti però dall’esperienza ed emendati da ogni residuo barlume di senso di colpa ed inutile pietà per chi non la merita ivi comprese le zavorre. Come dite? Si, certo: a mio insindacabile giudizio.
Mi sono quindi affacciato, e ritratto causa manifesta teoresi, da chi propugna la rivoluzione ma non molla la tastiera nemmeno oggi (ieri per chi legge), giorno ideale per scendere in strada a menare mazzate visto che il cancro cattocomunista si è permesso, con la connivenza di acefali sbirri ipovedenti e mossi da ordini di scuderia, di celebrare il 25 aprile vagando ad insozzare e, come sostiene la vulgata governativa quando si tratta degli altri, ad infettare piazze e giardini pubblici con striscioni, bandiere, bambini, cani e palloncini.
Sarà che anche i rivoluzionari dell’ultima infornata tengono famiglia e sono convinti dell’efficacia dell’azione attraverso esposti, denunce, interrogazioni parlamentari. Tutta carta destinata ad essere appesa al famoso chiodo nel cesso.
Prevengo l’inevitabile domanda: io so di avere doti carismatiche. Ma non ambisco ad essere un Masaniello, capopopolo di pletore di seguaci pronti a mollarmi, infamarmi ed assistere al mio rogo in piazza ove il vento della convenienza dovesse girare altrove.
E non sono neppure un Don Chisciotte: che me ne frega di modificare uno status quo inscalfibile, dato che sono sufficientemente abile per scivolare tra le sue maglie?
Ed anche questa voi chiamatela come preferite, io la chiamo consapevolezza. Ne convengo, fa rima con scaltrezza: qual’è il problema?
Bene, ciò premesso, veniamo alla putrefazione, tappa fondamentale nel percorso che dopo la morte porta alla rinascita attraverso la purificazione della trasformazione.
Ne parlo dal mio punto di vista alchemico e sciamanico, che non è quello ortodosso, ma il mio: ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Citazione da Full Metal Jacket, riferita al fucile.
Oltre che per cause naturali, otteniamo il cosiddetto corpo morto mediante lo smembramento, rito liturgicamente cruento che, ove necessario abbinato alla caccia all’anima, consiste nel riportare l’equilibrio in una persona asportandole, a seconda delle necessità, occhi, ivi compreso il terzo ove presente, orecchie, lingua, dita o mani, cuore, fegato e genitali per purificarli con il fuoco. Ne ho scritto diffusamente in altre circostanze.
Cuore, fegato e genitali vengono parzialmente sbranati a morsi, non per il principio dell’assunzione delle qualità del guerriero bensì in segno di nemesi degli organi stessi e, con loro, di ciò che di protervo, indegno, irrispettoso, violento hanno contribuito a commettere.
Quando gli organi espiantati ed amputati sono ridotti in cenere, queste vengono impastate con acqua e terra, non necessariamente argilla, riformando gli organi che, così purificati e rinati, vengono riposizionati. Solo questo processo rianimerà lo spirito, che rientrerà nel corpo rinnovato.
Sto certamente parlando di modalità cruente, liturgicamente ma al tempo stesso effettivamente poiché sappiamo come, energeticamente, ciò che avviene nel Rito avviene nella realtà. E come debba essere così, perché il soggetto deve provare sulla e nella carne il dolore catartico, apotropaico, dello smembramento.
Con riferimento all’alchimia accademica, nella stessa Tavola Smeraldina sono gli alchimisti a descrivere in modo tanto suggestivo quanto cruento la purificazione, definendola una tortura necessaria per portare alla morte ed alla putrefazione della carne al fine di concludersi con la rinascita della materia in quello che essi chiamano Corpo di Gloria.
Anche nel Testamento di Ga’far Sadiq si legge: “I corpi morti devono essere torturati nel fuoco attraverso tutte le arti della sofferenza per poter resuscitare, perché senza sofferenza e senza morte non si può raggiungere la vita eterna.”
E non posso omettere Zosimo, che identifica le fasi alchemiche con un personaggio di nome Jon, apparsogli in sogno e squarciato con la spada, tagliato a pezzi, decapitato, evirato, scorticato, bruciato per poter cambiare il corpo in spirito, e di nuovo lo spirito in corpo puro.
Persino Jung ritenne che le torture corrispondessero all’allegoria dello smembramento del corpo umano e, secondo Mircea Eliade, ciò sarebbe un retaggio del più antico sciamanesimo dei cosiddetti culti metallurgici, quelli, per intenderci, connessi alla siderurgia dell’età arcaica, celebrati per esempio da Callimaco che tracciò figure di dei ed eroi in riferimento a coloro che insegnarono l’arte di estrarre e lavorare il ferro.
Nello Splendor Solis rinveniamo questa immagine: “Io ti ho ucciso ed ho fatto il tuo corpo a pezzi al fine di beatificarti e farti rivivere di una più lunga e felice vita, che tu mai provasti prima che la morte cospirasse contro di te per il colpo della mia spada, e occulterò la tua testa affinché gli uomini non possano riconoscerti, e brucerò infine il tuo corpo in un vaso di terra dove lo avrò rinserrato affinché essendosi in breve tempo imputridito, possa maggiormente rinascere moltiplicato recando gran messe di frutti migliori.”
Tutte le descrizioni ci conducono ad un comune denominatore, vale a dire a come requisito fondamentale fosse, e tuttora sia, la padronanza del fuoco e, imprescindibile, quella delle connessioni alchemiche, astrologiche e mitologiche con il potere dei metalli.
La displosis, vale a dire il raddoppio di una quantità di metallo prezioso, non riveste nessun significato pratico nel Rito dello smembramento, diversamente dalla capacità di approntare il forno. Alla bisogna può venire iconicamente in aiuto il frammento proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal, considerato la prima fonte storica attestante l’esistenza di una alchimia mesopotamica, che raccomanda: “Predisporrai il piano di un forno nel giorno propizio di un mese propizio. Sorveglierai e lavorerai tu stesso, portando gli embrioni nati anzitempo e curando che né stranieri né impuri camminino davanti ad essi. Offrirai le libagioni dovute ed il giorno in cui tu depositerai il minerale nella fornace compirai un sacrificio.”
Nel caso specifico gli embrioni sono le parti corporee asportate ed il sacrificio consiste nel darle alle fiamme.
Curiosamente, pochi anni dopo la pubblicazione della Tavola, un testo arabo, il Gāyat-al-hakīm, noto in Europa con il nome di Picatrix e messo all’indice da santaromanaecclesia in quanto recuperava il primigenio concetto del mago, alchimista e sciamano ma anche sacerdote e teurgo, si occupò dei medesimi argomenti.
A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda: ma il mago, ovvero lo sciamano alchimista, chi è? Un falsificatore, un ciarlatano, un imbonitore da effetti speciali?
Esistono anche quelli, inutile negarlo, e sono numerosi, ma quello che ci riguarda da vicino è uno studioso il cui potere proviene dalla conoscenza profonda della natura, intermediario fra cielo e terra che agisce tenendo un basso profilo per aiutare la natura, e non mi riferisco solo a quella umana, a proteggersi e svelarsi rigogliosa. Possiede l’arte di trasformare e manipolare la materia, guarire le persone, mutare il corso degli eventi pur non operando miracoli ma, semplicemente, parlando da pari e portando rispetto, con le forze del Creato.
Ars Magna Lucis et Umbrae. Pausa di ristoro con sottostante cameo prima di riprendere il cammino: ecco l’antica mappa simbolica attribuita al gesuita, filosofo, alchimista e storico Athanasius Kircher (α Fulda 1602 – Ω Roma 1680) che raffigura il corpo umano come immagine dell’Universo, dove ad ogni organo corrisponde una specifica parte del Creato ed è depositaria di forze, regioni, tempi, nodi ed energie.L’incisione è compresa nel trattato Ars Magna Lucis et Umbrae, considerato uno dei capisaldi dell’alchimia, e la cui conservazione romana è oggetto di misteri e leggende, esattamente come la scomparsa tomba dell’autore. Ci ritorneremo in altra occasione, unitamente al luogo di conservazione del cuore.
Questo breve viaggio a volo d’uccello non sarebbe completo se non citassi il manoscritto greco detto la Crisopoiea di Cleopatra, che contiene trattati di alchimia: custodito a Venezia presso la Biblioteca Marciana, è noto come Manoscritto Marciano.
In esso rinveniamo l’abusata, inflazionata, mistificata asserzione “tutte le cose sono Uno”, che riprende l’espressione Eraclitea πάντα ῥεῖ, panta rei, tutto scorre, riadattata da Plotino nell’aforisma “Tutto è ovunque e tutto è Uno e Uno è tutto” e nella Crisopoiea di Cleopatra riportata come En To Pàn.
A questo caposaldo si rifece Marcelin Berthelot (α 1827 – Ω 1907) insigne chimico ed uomo politico, autore di opere fondamentali opere come La chymie au Moyen Age, Les Origines de l’alchimie, la Collection des Anciens alchimistes Grecs, e di un notevole numero di ricerche sperimentali di chimica applicata quali, a titolo esemplificativo, quelle sulla sintesi dell’etanolo, del metano, dell’acido formico, dell’acetilene, del benzene e del comportamento degli esplosivi.
E proseguo, evitando di addentrarmi nello specifico perché esiste copiosa narrativa relativamente a quanto sin qui esposto, accennando a quanto l’influenza degli astri si estenda alla generazione di minerali, esseri viventi e, ambito qui di nostro interesse, metalli, per assimilazione tratta da colore, splendore e numero.
Inizio con il metallo nobile per eccellenza, l’oro, abbinato al Sole, l’astro che con la sua luce ed il suo calore costituisce la fonte principale delle energie terrestri.
In ambito alchemico tradizionale i pianeti rimangono sette, guarda caso numero sacro per eccellenza che ritroviamo nelle stelle dell’Orsa e persino in testi biblici dove viene iperbolizzato in settanta volte sette.
L’origine del numero, primo e maschile, corrisponde però all’astro femminile per eccellenza: la Luna. Che compie la rivoluzione in quattro quarti di sette giorni ciascuno e che, con la forza del suo Argento moltiplicata da quella dei giorni della Luna Rossa, quelli del mestruo, conferisce alle Donne una potenza sovrumana.
Quella potenza che già nelle scritture cosiddette sacre e nelle religioni, non solo in quelle mediterranee monoteiste, terrorizzò ometti da niente che, complottando, torturando, mortificando, umiliando, tenendo sotto il tallone della superstizione e della paura fecero di tutto per deprimere, reprimere, sopprimere sino a cancellarne la memoria.
Vi ricorda qualcosa di attuale, per esempio quello che sta accadendo nell’italiland dei domiciliari, oppressa da un governo di mezze calzette?
L’adozione del numero sette per indicare la settimana, già in uso presso Caldei ed Egizi ma ignoto a Greci e Romani, ebbe la sua definitiva consacrazione da Costantino in poi.
Urano, Nettuno e Plutone non sono visibili ad occhio nudo, contrariamente a Sole e Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. Che sono sette ed ai quali sin dall’antica Babilonia venne consacrato un giorno della settimana, così come oggi noi li conosciamo secondo la formulazione latina: dies Lunæ, lunedì; dies Martis, martedì; dies Mercuri, mercoledì; dies Jovis, giovedì; dies Veneris, venerdì; dies Saturni, sabato; dies Solis, domenica, qui mediato da dom, dominus. Le attribuzioni riguardano anche le lingue francese e spagnola.
Le culture germanica e britannica propongono una diversa attribuzione onomastica nella quale i pianeti sono rappresentati solamente da Montag/Monday da Mond/moon, Samstag o Sonnabend / saturday da Saturn e infine Sonntag/sunday da Sonne/sun.
L’accostamento tra pianeti e metalli discende primariamente dal loro colore poiché essi appaiono in colorazioni nettamente distinte, che ne hanno reso istintiva la loro adozione. Marte è il pianeta rosso del ferro forgiato, Fe, il ferro della spada, dell’azione, della guerra, dell’iniziativa e del terzo chakra.
L’attribuzione dell’oro, Au, e del colore giallo spetta al Sole, come certificato anche in una delle odi pindariche, la quinta delle Istmiche, che inizia con: “Thia, madre del sole chiamata con molti nomi, a te gli uomini debbono la potenza dell’oro.”
Se, come detto, alla Luna sono abbinati l’argento, Ag, ed il colore bianco, a Mercurio toccano l’omonimo metallo, Hg, dalla fortissima capacità coesiva ed il colore marrone, mentre a Venere spetta il nobilissimo rame, Cu, abbinato al colore verde-bluastro del sale di rame: leggero, apparentemente fragile, malleabile ma estremamente conduttivo. Lo stesso nome del rame, cuprum, deriva da Cipro, isola consacrata alla dea Cypris, uno dei nomi di Venere.
A Giove toccano lo stagno, Sn, ed il colore arancio, ed infine a Saturno il pesantissimo piombo, Pb, ed il colore grigio.
Per dovere di cronaca, elenco anche agli altri pianeti, ai quali sono attribuiti, nell’ordine: Urano, zinco, Zn, colore azzurro intenso; Nettuno, cobalto, Co, colore viola o porpora; Plutone, bismuto, Bi, colore nero.
Si usa, e lo riferisco qui solo per dovere di completezza, abbinare forze ed equivalenze dei pianeti: Luna + Saturno = Sole + Giove, Luna + Venere = Marte + Giove, Sole + Venere = Marte + Saturno e via enumerando anche se, per non uscire dal tema, ne parlerò in un contesto specifico.
Menzione particolare per Marte, l’Igneus di Plinio ed il πυρόεις dell’Alchimia, pianeta difficile, da maneggiare con le pinze e che richiama immediatamente la vivida luce del sangue e del ferro, consacrato alla divinità dal medesimo nome.
Da non trascurare la scala munita di sette porte elevate, con l’ottava alla sommità, che rappresentano distanza, elevazione e qualificazione dell’opera attraverso una ridefinizione dei metalli.
La prima porta, assegnata a Saturno, è di piombo e rappresenta la lentezza funzionalmente alla pesantezza del metallo.
La seconda, assegnata a Venere, è di stagno e rappresenta splendore e bellezza funzionalmente alla malleabilità del metallo ed al suo basso punto di fusione, soli 239,1° C ottenibili anche in una normale cucina domestica o addirittura con un accendino.
La terza, assegnata a Giove, è di bronzo e rappresenta la resistenza di tale metallo.
La quarta, assegnata a Hermes Mercurio, è di ferro e rappresenta l’utilità del metallo per il commercio e per ogni sorta di lavoro civile e militare.
La quinta, assegnata a Marte, è costituita da una lega di rame per monete e rappresenta l’ineguaglianza, l’impurità e persino l’antica pratica truffaldina della tosatura delle monete.
La sesta, assegnata alla Luna, è d’argento mentre la settima, assegnata al Sole, è d’oro.
Su tutte campeggia una porta immateriale a significare la purezza dell’anima.
Esauriti i principi generali delle nomenclature concludiamo con un esempio pratico.
Supponiamo di dover compiere un Rito di smembramento a beneficio di una persona affetta da scatti di rabbia e violenza che potrebbero sfociare nell’autolesionismo, e supponiamo, per non andare tanto lontano, di farlo nel corso della prossima settimana, quella che va dal 27 aprile al 3 maggio.
Non lo faremo nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29 aprile perché
28.4 = 2+8+4 = 14 = 5 e martedì, Marte, ferro, spada, combattimento, oggetto appuntito, pene, azione.
29.4 = 2+9+4 = 15 = 6 e mercoledì, Mercurio, commercio, traffici, ma anche sotterfugi.
Dalla riunificazione dei numeri si ottiene infine 5 + 6 = 11 = 2 il numero femminile per eccellenza, in questo caso non portatore di accoglienza e comprensione bensì di possibili turbe malinconiche.
Lo faremo invece preferibilmente nella notte tra venerdì 1 e sabato 2 maggio perché
1.5 = 1+5 = 6 e venerdì, Venere, rame metallo duttile, lieve ed estremamente conduttivo tra Cielo e Terra, oltre all’infusione dell’energia della Bellezza qui intesa come amore per se stessi e per la vita.
2.5 = 2+5 = 7 e sabato, Saturno, piombo, metallo pesante che piomba, abbassa il baricentro portando “i piedi per terra”, lega rendendo lenti e quindi riflessivi prima di compiere azioni irreparabili in danno di sé o di altri.
Il numero finale: 6+7 = 13 = 4 il quadrato, il pilastro, la solidità.Mi fermo qui. Ciascuno può provare gli abbinamenti che ritiene più confacenti alla propria personalità, ai propri bisogni, magari aiutato da una semplice tavola disegnata, anche su un qualsiasi foglio di carta, ripartita in quadrati o cerchi concentrici raffiguranti il Sole, al centro, e gli altri pianeti in rotazione a seconda della posizione.
Nota finale: ovviamente Sole e Luna non sono pianeti, ma nel corso dei millenni non è mutata la loro definizione originaria secondo il lessico alchemico.

Alberto Cazzoli Steiner

La rivoluzione che non ci sarà

What’s done is done, quello che è fatto è fatto, disse Gennarino detto ‘a porvera, la polvere, di professione spacciatore.
Pur non conoscendo l’opera di Shakespeare, gli piaceva citare quella frase del Macbeth poiché faceva figo, esattamente come spesso accade nel mondo della cosiddetta meditazione, dove le più ignobili fesserie vengono, giustappunto, spacciate come verità rivelata.Mi riferisco, considerato il momento contingente, all’inflazione di sorrisi e pensieri positivi, agli abbracci ed alle manine di luce, ai cori angelici ed alle rivelazioni di presunti maestri ascesi, ad alieni che girano in tondo nelle loro astronavi pronti a trarci in salvo, ai mantra più o meno fantasiosi ed alle giaculatorie numeriche che si sostanziano nelle esortazioni a considerare questo periodo di clausura dovuto alla privazione coatta della libertà come una irripetibile opportunità per osservare ed osservarsi.
Il che è vero, ma non quando si finalizza il tutto, secondo il più classico dei copioni della spiritualità cara alla sinistra intellettuale urbana, ad un cambiamento, non definito ma tendenzialmente rivolto a considerare come percorribile la via fricchettona del panteismo silvestre.
Questa via, signore e signori, è una fuga. Una fuga da una vita che non piace, che non piaceva già prima dell’insorgenza dell’immondo virus, una fuga verso la solita improbabile esistenza agreste, impercorribile in assenza di specifiche capacità e che non aggiunge nulla di nuovo al consunto concetto della comune vigente dagli anni ’60 del secolo scorso.
E, se vogliamo dirla tutta, anche una fuga verso nuovi modelli comportamentali, che verranno però prontamente dimenticati una volta terminata l’emergenza.
Andando avanti di questo passo gli unici nuovi modelli comportamentali saranno quelli del controllo sociale, della spersonalizzazione, dell’annientamento dei valori primari tanto caro alla sinistra, insicura, frustrata e che ha in odio la vita.
L’osservazione di comportamenti e reazioni mi consente di affermare che molti, pur vergognandosi ad ammetterlo, temono il 4 maggio perché, metabolizzato lo stato iniziale di prostrazione e mancanza di riferimenti, si sono creati nell’ambito domestico una zona confortevole e protetta, lontana da confronti e conflitti, doveri e obblighi salvo, per chi ne ha la possibilità, il telelavoro.
Molti, abituatisi alle mura domestiche, alla ritualità di gesti e momenti eletti a scansione della giornata: il pasto, la videochiamata, ed alle rare uscite necessarie agli approvvigionamenti, temono di non trovare più gli stimoli per affrontare il mondo una volta che le gabbie saranno aperte.
Il futuro scenario economico è ovviamente fonte di giustificatissima ansia, specialmente per chi ha perso il lavoro ed ha poche probabilità di trovarne uno. Restando in casa addirittura nessuna, a meno che non si aneli al reddito di cittadinanza od a qualsiasi altra forma di improduttiva e diseducativa carità.
Una volta fuori, un viaggio in metropolitana potrà costituire un incubo per molti, terrorizzati all’idea di contrarre il virus. Ma la vita è senza rete, piaccia o meno.
Questo atteggiamento innescherà diffidenza, distanza, sfiducia che per lungo tempo si riverbereranno nei comportamenti quotidiani.
Ma la vera questione di fondo è che le persone disperatamente rinchiuse nella prigione senza sbarre subiranno la perdita dell’anima attraverso la perdita del coraggio e del desiderio di socializzare.
Ciascuno si sceglie la qualità della vita che preferisce e, rinunciando persino alle libertà fondamentali, morendo per la paura di morire.
E concludo con un’annotazione ancora più sconfortante: ho potuto purtroppo appurare come i lamenti, l’espressione di proteste ed arrabbiature, il desiderio di rivalsa rispetto alla progressiva perdita degli spazi di manovra, delle libertà fondamentali, si siano incanalati esprimendosi attraverso le tastiere di telefoni e computer, agognando rivoluzioni, proteste di piazza, azioni di forza che, catarticamente esorcizzato il disagio attraverso la condivisione sui social, mai nessuno compirà.
Se si fosse attuato un centesimo di quanto, a partire dalla fine dello scorso marzo, è stato vagheggiato sui social, le strade della penisola sarebbero da tempo un inferno di fuoco. E invece nulla, solo sterili proteste accodate ai post di alcuni personaggi di riferimento.
Per quanto mi consta ho deciso di non dare più alimento a proteste sterili. Non sono né intendo essere un capopopolo, non intendo confrontarmi in sterili dibattiti conditi da insulti, fra notizie che non si sa più se siano vere o false.
Torno quindi al mio lavoro, non più tentando l’improba fatica di svegliare coscienze che, al di là delle attestazioni verbali, vogliono rimanere addormentate.

Alberto Cazzoli Steiner