Il Cittadino Prigioniero è tornato

A poche, pochissime persone è nota la sua esistenza: cittadino di un paese ideale, potremmo dire interiore poiché mai fu, il suo, quello del quale in questo qui ed ora calca il suolo, e che effettivamente il nostro non riconosce, avendo tentato di cambiarlo e per tale ragione sottostando con dignità al pagamento del prezzo.All’onore della lavagna, rigorosamente dalla parte dei cattivi anticomunisti, nel primo decennio del terzo millennio quest Uomo trascorse alcuni anni in un carcere del Nord, esperienza che fu arricchimento mistico, monastico, interiore, lavorativo.
Una volta ristretto ritrovò vecchi cattivi, e nuovi ne conobbe, di parte e, a suo tempo, di parte avversa, e tutti si scoprirono accomunati da un’identica sorte: l’aver gettato anni della propria esistenza credendo in un ideale ma essendo in realtà carne da macello nelle mani di burattinai che cenavano, andavano in vacanza, tenevano consessi carnali e facevano affari con i burattinai avversari.
Dal novero vanno stralciati giusto un paio di cattivi, divenuti nel frattempo star letterarie e televisive, ma nessuno sofrì nel constatarlo.
Il nostro, aduso al chissenefrega, se ne fece anzi una ragione, e ad una settimana dalla decorrenza della pena già utilizzava le proprie capacità ed il proprio tempo – che nel frangente non mancava – per scrivere su diversi giornali carcerari e non, organizzare eventi e convegni sui temi della trasgressione e del recupero intra ed extra murario, implementare progetti di lavoro esterno, oltre che per lavorare nell’ufficio statistica e nel laboratorio di rilegatoria del carcere, apprendendo i segreti di un’arte raffinata.
Arte che gli permise di realizzare, per uso personale, una splendida cartella portadocumenti in robusto cartone rivestito in pelle sfumata in due eleganti toni di azzurro e grigio, sempre colma di ritagli di giornale, quotidiani, appunti e che si caratterizzava poiché la parte esterna presentava la scritta in rilievo: Il Cittadino Prigioniero, seguita dal numero 162112, il suo numero di matricola.
Un giorno accadde che il ministro della giustizia divenne Clemente, promulgando un indulto che gli abbuonò due anni residui. Ed uscì infine a riveder … i tram in piazza Aquileia.
Per onor del vero gli vennero abbuonati due anni e otto mesi, ma il nostro, quando pochi giorni dopo tornò in carcere per ritirare 800 euro di stipendio maturato, tutto ciò che in quel frangente possedeva, non andò certo a farlo notare.
Trascorsero anni, per l’esattezza più o meno tre lustri, ed un giorno il protagonista della nostra vicenda ricevette una telefonata dalla polizia della cittadina dove nel frattempo si era trasferito, che lo avvisava di presentarsi per discutere … l’affidamento in prova ai servizi sociali per una condanna residua di otto mesi, con l’avvertenza che avrebbe potuto “opporre ricorso avverso il provvedimento”.
Avvocati? Anche no, grazie: a suo tempo giocare al rivoluzionario gli costò ben trecento milioni delle vecchie lire in spese legali, naturalmente senza che nessuno dei maggiorenti delle organizzazioni per le quali aveva militato facesse neppure finta di mettere mano al portafogli per un contributo.
Per farla breve: il nostro ha attualmente acquisito lo status di detenuto affidato in prova ai servizi sociali con un fine pena fissato per la metà del prossimo mese di novembre, che si ridurrrà a settembre per effetto dello sconto di pena di 45 giorni ogni semestre che tocca in caso di buona condotta.
La vita del nostro amico è mutata per il fatto che non può lasciare la regione di residenza o domicilio salvo richiesta motivata all’apposito ufficio dell’amministrazione penitenziaria che si occupa delle esecuzioni penali esterne, deve rincasare entro le ore 23 e non può uscire prima delle 6 (il cosiddetto coprifuoco antivirale è dalle 22 alle 5), non deve frequentare pregiudicati (nemmeno il Berlusca? Uffa…) e deve chiedere l’autorizzazione per prendere parte a matrimoni, funerali, pranzi o cene di lavoro in ambito extra regionale.
Essendo in questi otto mesi il ministero della giustizia responsabile del suo stato di salute, sarà quindi l’amministrazione penitenziaria ad occuparsi di dentista, oculista, tac, risonanza, presidi farmaceutici, ricoveri ospedalieri, ovviamente con corsia preferenziale, ticket-free ed ovviamente escluso il piantonamento. Un’ottima opportunità per un check-up completo.
Avendo una casa, un lavoro, una condotta regolare e dovendo scontare una condanna residua inferiore ai 18 mesi per reati commessi nel millennio precedente, e non avendone commessi di successivi, al nostro amico è concesso di mantenere la propria attività di lavoratore autonomo, con la quale campa, e coltivare i propri interessi.
A qualcuno tutto questo potrà apparire come disgrazia, vessazione, carognata di uno stato inefficiente. Questione di punti di vista, funzionali alle situazioni.
Quello del nostro amico è: ma quando mi ricapita un’occasione simile? L’opportunità di vedere per alcuni mesi il mondo e le sue vicende attraverso il filtro privilegiato di uno status solo apparentemente limitante ma che consente un sano distacco ed un’iconoclasta derisione. E poi vediamo chi è il prigioniero.

ACS – Il Cittadino Prigioniero

Con l’alias de Il Cittadino Prigioniero il nostro amico collaborerà in questi mesi a La Fucina con articoli dedicati a crescita interiore, costume e soprattutto malcostume. No, non prevede di scrivere testi di evasione.

L’Aquila del lago compie 100 anni

Perché su La Fucina dell’Anima? E perché no?Vi sembrerò un po’ scemo, ma scrivere di Moto Guzzi per me significa ricordare con un groppo in gola certi missili che sfrecciavano sulla vecchia 36, portati dal Russitt, ol Giberna, ol Ricœu, provetti collaudatori che, letteralmente, volavano pur sapendo inchiodare, al massimo danzando la scivolata di traverso se intuivano che un bambino stava per sfuggire alla mano della mamma.
Con loro ho vissuto, non solo come passeggero, l’esperienza dello slalom sulla Regina o tra i camion dell’acqua prima che il tunnel costituisse l’alternativa alla strada litoranea, l’immancabile Stelvio e l’urlo bollente che ti sale lungo le gambe per esploderti nell’area pelvica e nella schiena e salire lungo la colonna vertebrale prendendoti la nuca, le dita che stringono le maniglie mentre l’accelerazione fa di tutto per portarti via di sella, tu che ti inclini, ombra del conducente, fino quasi a toccare terra sfiorando le antiche case di pietra che ti sfrecciano accanto.
Naturalmente ne sto scrivendo mentre ascolto Il costruttore di motoscafi di Davide Van De Sfroos: “Disen tücc che il laagh de Comm l’è fà cumè un’omm, ma me sun sicür che l’ è una dona: ta ghett da faagh el fiil se te voret sultàagh so, perché sota a la gona ghè la brona;
E per pudè seguì ogni soe caprizi ho imparà a curvà el legnn e a indrizaal quand che l’è stoort;
Perché quand me prepari el mutuscaaf el dev’ es cumè na spada, el dev’ es cumè na foja, e forse sum na soe con questa canutiera con questo coer de acqua e de lamera, con questa schena larga e questa crapa düra, sempar sporch de oli e segadüra.”
https://www.youtube.com/watch?v=qOTadrpIYiMBene: è l’11 marzo 1921 quando Carlo Guzzi insieme all’amico Carlo Parodi e al padre di lui, il cavaliere Emanuele Vittorio, fondano a Genova la Società Anonima Moto Guzzi, il cui logo è sostanzialmente quello di oggi: un’aquila ad ali spiegate simbolo dell’aviazione nella prima Guerra Mondiale, scelta come omaggio all’amico pilota motociclistico ed aviatore Giovanni Ravelli.
La produzione inizia immediatamente nello stabilimento di Mandello, ancora oggi attivo e nel quale quasi ogni laghèe ha sognato di lavorare.
Il primo modello di serie fu la Normale, 8 cavalli di potenza ed una velocità massima di 80 km/h, la prima moto della storia dotata di cavalletto centrale.
Nel 1928 esce la 500 GT, detta Norge per aver portato Giuseppe Guzzi, fratello di Carlo, da Mandello a Capo Nord in 28 giorni: è considerata la prima granturismo della storia e fu la prima moto dotata di serie di sospensione posteriore.
Nel 1939 arriva Airone, una 250 prodotta fino al 1957 con cambio a quattro rapporti, che divenne tra le più diffuse sul territorio nazionale. Inizialmente, dato il periodo, venne destinata al mercato militare.
Nel dopoguerra, con la nuova denominazione di Moto Guzzi SpA, l’azienda sforna una copiosa produzione, sempre improntata alla qualità, che vede in prima fila il Guzzino, noto anche come Cardellino, un 65 cc con il primo motore Guzzi a due tempi, che percorreva ben 100 chilometri con due litri di carburante.
Ed ecco il Falcone, l’emblematica 500 che equipaggiò le forze armate, polizia e carabinieri, e che costituì la ragione iniziale delle mie visite allo stabilimento poiché mio padre era il fiero possessore di un esemplare rigorosamente verde militare.
Certo che, pensandoci, tra lo stabilimento Guzzi, la rivisitazione dei luoghi dei Promessi Sposi e la Rivarossi di Como in un modo o nell’altro ero sempre sul lago…
La mia infanzia trascorse su un Galletto giallo, capostipite degli scooter a ruote alte da 160, 175, 192 cc alternativo alla Vespa: mio padre possedeva un 175 ed aveva costruito uno schienale in tubolare munito di robusti lacci in cuoio … per legarmi affinché non mi muovessi compromettendo la stabilità del mezzo. Ricordo viaggi nelle campagne mantovane, piatte ed infinite come mi immaginavo fosse l’America, la Cisa che percorsi successivamente guidando la mia BMW, con ben altra andatura perché se entro certi limiti anagrafici non fai il pirla ti sei perso il meglio della vita: o vivi o muori, fanculo. Ed ancora oggi la penso così.
Ricordo anche un viaggio massacrante a Trieste, dalla sorella di papà, però con il Falcone: non vi dico com’erano ridotti i miei … quarti posteriori.
Nel 1967 l’ingegnere Giulio Cesare Carcano, il geniale inventore dell’incredibile otto cilindri del 1955, da 287 km orari, crea il bicilindrico a 90° con trasmissione finale cardanica, destinato a diventare l’emblema della Casa lariana attraverso i mitici modelli V7, Special e Sport, Califormia e Le Mans.
Arrivano le commesse di numerose amministrazioni della polizia degli Stati Uniti e, negli anni ’80, vengono immesse sul mercato la V35 che replica il successo della 250 d’anteguerra, e la Daytona 1000, moto niente affatto facile da guidare.
Ed arriva la crisi: mercato in mano ai giapponesi, cassa integrazione, licenziamenti, situazione di stallo fino al 2000 quando il marchio viene acquistato da Aprilia, per essere assorbito da Piaggio nel 2004.
Da quel momento inizia la rinascita, tra soluzioni sempre più innmovative e grande fedeltà alla tradizione. Il propulsore è oggetto di costante evoluzione fino a motorizzare, corredato da controlli elettronici, le apprezzatissime V7 e V9 nelle versioni Roamer e Bobber, oltre alla “grande viaggiatrice” V85 TT, primo esempio mondiale di classic enduro.
Questi veri e propri gioielli sono proposti in versione speciale per celebrare il centenario.
Fine dei ricordi, senza trascurare la mitica galleria del vento, realizzata nel 1950 dal team Todero, Cantoni, Carcano e, con gli opportuni aggiornamenti, tuttora in uso.
Chissà, magari tra cento anni l’Aquila volerà in prova in quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello.

Alberto Cazzoli Steiner

Se questo è un uomo

Oggi, 6 febbraio, anno dei dissennatori 2021, non in una città tedesca durante il Nazionalsocialismo bensì ad Orvieto detta Porchettaland.Lungo corso Cavour, la via principale, all’altezza del teatro Mancinelli, verso le ore 11:20 antimeridiane, una coppia molto anziana che procede lenta e silenziosa si ferma e, se lei si guarda intorno con aria impaurita, lui appare letteralmente terrorizzato: deve soffiarsi il naso, e fingendo patetici tentativi di fare altro procede curvo, nascondendosi, fingendo di non esistere nella speranza di non essere notato dai passanti.
Lo confesso, ho perso le staffe: ho urlato alle amebe in transito di osservare quel pover uomo, il suo dolore, la sua paura, esattamente come nel ghetto di Varsavia, per colpa vostra bastardi figli di puttana mascherinati che fingete di non sentire. Siete voi i nazisti, maiali schiavi ignoranti.
Risultato? Non mi ha, letteralmente, cagato nessuno.

ACS

Credere in noi stessi: del no-mind e del buco con la mind intorno

L’insegnamento più importante che può impartirci un maestro consiste nell’indurci a credere in noi stessi ed a muoverci con le nostre gambe, senza né pretendere un inesistente libretto di istruzioni né attendere ad un’improbabile perfezione.
Piaccia o meno, l’immondo virus sta rendendo all’umanità un servizio che millenni di religioni, filosofie, guru, counselor e maestri più o meno ascesi mai avrebbero potuto: non si tratta del risveglio, bensì della selezione delle coscienze, in ossequio al mio caro 90/10, a quanto pare profetico visto che venne coniato nove anni fa, nel 2012.Ed entro in argomento con una citazione di Giovanni Guareschi: “Il latino è una lingua precisa, essenziale, e verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile con il latino.”
Se avete pensato all’infima qualità dell’attuale classe politica italilandese avete fatto centro, anche se il mio riferimento è in realtà diretto non tanto agli estensori quanto ai fruitori dei vari manuali per affrontare la vita spirituale e la crescita interiore, in quel modo tipicamente americano che propone indicazioni e controindicazioni, modalità e dosi e, se l’ha scritto Bruttoceff piuttosto che Autoblindo o Riparalapanda siamo in una botte di ferro.
Oggi assistiamo ad un diluvio, una pletora, una ridondanza di titoli sui più disparati temi dell’essere e del non essere, del no-mind e del buco con la mind intorno, proposti da autori che si autodefiniscono illuminati e ascesi. Ascesi dove, alla Torre Branca? Ma vàa a dàa via i ciàpp.
Facilitatori non se ne vedono più, sostituiti dai più seduttivi coach e counselor, vere e proprie escort spirituali.
Sorpresa: nulla più di un manuale è così agli antipodi rispetto alla conoscenza, alla crescita interiore, al cammino, alla ricerca.
La palese contraddizione, ma di questo nel clima di spegnimento del ben dell’intelletto che caratterizza il mondo della spiritualità prêt-à-porter non se ne accorge nessuno, consiste nell’enunciato: non c’è libro che non sottolinei che ciascuno è maestro di sè stesso ma, nel contempo, sciorini con pedissequa ordinata precisione luoghi, modi, orari, posizioni e modi di respirare statuendo le premesse di un’acritica dipendenza e di una supina accettazione.
Sappiatelo: io medito quando mi pare, anzi se è vero che medito sono sempre in tale stato, mentre faccio qualsiasi cosa, compreso inserire un tassello del 6 in una parete (il discorso vale ovviamente anche per quelli del 4, dell’8 e per i Fischer chimici), guidare, cucinare.
E medito a modo mio, vale a dire respirando, o non respirando, come mi pare, seduto, sdraiato o in piedi come mi sento più comodo.
E non svuoto la mente, lascio anzi fluire in allegra commistione tutto quello che vi transita, sino all’assestamento.
Considerarsi maestri di se stessi, unico modo che rende artefici del proprio destino, però non è facile, non è comodo, implica l’assunzione di responsabilità, il respingimento di testi, fervorini, atti liturgici, formule magiche provenienti dall’esterno, per quanto qualificato possa essere.
Non è facile perché antitetico rispetto all’anestesia meditazionista, all’acquisizione di religioni più fighe e più bio che sostituiscano quella, borghese, di famiglia, non lo è perché rifugge da stucchevoli rituali ed alibi, da placebo per pigri ai quali basta atteggiarsi sentendosi esseri speciali poiché appartenenti a sette, correnti filosofiche o religioni più o meno trascendenti.
Sempre più persone si stanno rendendo conto di come i vari conducatores abbiano raccontato un sacco di palle, non solo per garantirsi “quattro paghe per il lesso” ma anche, e soprattutto, per formare generazioni di robottini, di cinesini con il missilino in testa come in Vip mio fratello superuomo, di esseri non pensanti, di poveretti, già provati psicologicamente altrimenti non si sarebbero risolti a frequentare el guru de la mascherpa, indotti a lasciar andare lamentechemente, esortati a trascendere la fisicità, la materia, il peccaminoso involucro corporeo dalle vibrazioni basse, creando le premesse per pericolose illusioni, per l’ottusa accettazione di qualsiasi stravagante cretinata ammannita, anzi ricercata a caro prezzo, nel convincimento che con pochi giorni di corso o seminario sia possibile acquisire facoltà paranormali, ottenere illuminazioni, consacrazioni, iniziazioni, riconoscere antenati e animali di potere e, soprattutto, lasciar andare l’ego.
Infatti ultimamente continuo ad incontrare poveretti e poverette che, trascesi e ascesi in questa valle di lacrime, nonché privati del ben dell’intelletto e dell’ego… mostrano di avere un ego della madonna soprattutto se metti in discussione le teorie sulle quali hanno fondato buona parte delle loro esistenze.
Sono felice, e con me lo è il mio ego, la cui esistenza e persistenza non ho mai negato, nell’avere, dopo anni che lo affermo prendendomi insulti e sputazzi, che sempre più persone stanno affermando come i programmi bellissimi e patinati circondati di luce ed avvolti in una carta dorata come i cioccolatini, costruiti per far diventare la gente qualcosa che non è facendole credere che è quello che sta cercando, creano in realtà illusioni, annientano la volontà e, fedeli alla più vieta dicotomia bene/male, spirituale/materiale, materia = vibrazione bassa / salsapariglia = ascesi = vibrazione alta = joyjoyjoy denotano l’ambizione dell’io.
Ambizione che viene frustrata quando si scopre certe pratiche tendono solo a far illudere le persone di essere peggiori e più stupide di quanto credessero, e quindi bisognose di miglioramento.
E qui entra in gioco la forza delle sette, delle conventicole e persino di partiti e sindacati dove qualsiasi disadattato può trovare comprensione, accoglienza e tantoammore, non come nel mondo di fuori, quello cattivo.
Non mi stancherò mai di dirlo: i maestri, quelli veri, sono quelli che ci prendono a calci nei denti, quelli che non ci accettano come loro dipendenti, come zavorra ricattante che pretende l’esclusiva 7/24, quelli che ci segano se rompiamo il cazzo perché ci sentiamo abbandonati.
I maestri sono quelli che ci spediscono a conoscere noi stessi: siamo tentennanti, la responsabilità ci spaventa perché il renderci conto di doverla assumere ci espone a scelte le cui conseguenze non hanno altro artefice che noi stessi? Bene, ci vengono precluse le scappatoie e non possiamo più invocare destino avverso, sfortuna, complotti. Possiamo sempre andarcene.
L’evoluzione del “sentire”, si manifesta a diversi livelli di espressione, sensibilità e coscienza: e possiamo dire che tutto è “spiritualizzato”, perchè non esiste niente che non esprima questo sentire, ma se i nostri punti di riferimento sono limitati dalla mancanza di una conoscenza globale non potremo che vivere esperienze limitate e limitanti. Ma prima di proseguire e concludere chiarisco il concetto con un esempio.I marinai e soldati italiani che parteciparono alla missione Libano 2 incontrarono per la prima volta i bambini la mattina del 29 settembre 1982, nel campo di Chatila, quello che il giorno 16 dello stesso mese fu oggetto di un’immane eccidio che, unitamente a quello compiuto nel campo di Sabra, assommò secondo fonti libanesi 460 vittime (la stima dei servizi segreti israeliani ne conteggiò oltre settecento).
Dopo aver lungamente osservato dall’esterno quell’ammasso di casupole traendone una profonda sensazione di miseria, distruzione e tragedia, il drappello di italiani entrò, accolto da un un silenzio angosciante, da occhi impauriti che spiavano da dietro le finestre fino a quando una tempesta di chicchi di riso comunicò agli italiani che la loro presenza era stata accettata.
Da quel momento marinai del San Marco, bersaglieri, paracadutisti conobbero l’allegria dei bambini, le loro monellerie, la voglia di vivere comuni ad ogni bambino del mondo.
Ma erano nati in guerra e, come moltissimi dei loro genitori, conoscevano solo la guerra, che per loro costituiva la condizione naturale: non conoscevano un altro modo di vivere.
Il nesso con il tema trattato è pari al noto esempio del pesce nato in un acquario, che non conosce fiumi, mari, oceani ed è assolutamente inutile tentare di convincerlo che il mondo è ben più vasto di quel simulacro costruito appositamente per poterlo osservare e renderlo dipendente.
Potremmo intervenire solo nell’ipotesi in cui dovesse essere il pesce a chiederci di aiutarlo a guadagnare la libertà, posto che sappia cavarsela tra i pericoli del mondo libero. Ma questo è un aspetto che non ci deve interessare: l’evoluzione della specie non è mai passata attraverso gli ashram protetti tanto cari ai seguaci di Osho.
Noi, in confronto ai cosiddetti potenti, non siamo nessuno, o almeno così ci fanno credere per tenerci sotto il tallone con il terrore, la superstizione, l’ignoranza, la paura.
Sissignori, rispetto al medioevo non è cambiato assolutamente nulla, salvo gli strumenti tecnologici: oggi possono istupidirci con televisione, videogiochi, alimentazione tossica, terrore dell’immondo virus e conseguenti salvifici vaccini.
Ma gli esseri umani che, una volta maturata la necessaria consapevolezza, intendono affrancarsi dal giogo, possono farlo perché dispongono di un potere capace di mutare la realtà e il corso degli eventi. Devono solo volerlo ed agire di conseguenza.
Certo, è difficile, scomodo, pericoloso.
Lungo il percorso dell’affrancamento, appostato nell’anfratto buio che spesso condivide con quell’altro, quello che ti dice: ricordati che devi morire, c’è un tizio losco, imbruttito come il proverbiale milanese, che ti esorta ad essere perfetto.
Perfetto, né più né meno.
Il tizio, quinta colonna del potere familiare, religioso, del consorzio cosiddetto civile, impersona uno dei più grandi tranelli, poiché la ricerca della perfezione, ovvero della paura di sbagliare, non riuscire, fallire, è una delle principali cause di procrastinazione e insuccesso.
Chi anela veramente alla libertà deve accettare l’incognita dei primi passi, quelli che fanno sentire come un dilettante allo sbaraglio, che seminano dubbi, che minano l’autostima.
Ed è facilissimo cadere nel tranello, procrastinando la partenza nell’illusione, in realtà riflesso condizionato del dualismo bene/male, lecito/illecito, morale/immorale e via enumerando che impone il mito della perfezione e del successo attraverso un raffinato meccanismo di paragoni, di confronti che di fatto condannano all’insuccesso.
E alla fine il gran circo della crescita personale, dei guru, del pensiero positivo, dei mantra saltati in padella, delle regolette si basa sul mito di chi ce l’ha fatta e degli altri che ci credono, tanto per non rinunciare al comodo modello della vita da Mulino Bianco dove nulla va storto, dove non esistono fallimenti perché non esiste la capacità di accogliere le critiche, e meno ancora quella di mollare il controllo.
L’universo è caos, gente. Accettiamo invece di perderlo, questo controllo che ci controlla e facciamocene una ragione: non potremo mai controllare tutto, tanto vale che impariamo ad abbandonarci alla corrente della vita, e a non rompere i maroni agli altri con le nostre smanie.

Alberto Cazzoli Steiner

La nebbia non nasconde solo fantasmi d’amore

Tratto dall’omonimo romanzo di Mino Milani, Fantasma d’amore è un film diretto nel 1980 da Dino Risi ed interpretato da un intenso Marcello Mastroianni e da una eccellente Romy Schneider.
La vicenda, scandita dai ritmi di cupe attese, si dipana nei toni sfumati di una Pavia provinciale, soffocante e nebbiosa: il commercialista Nino incontra in autobus Anna, amata in gioventù ed ormai sfiorita e malata, rimanendo molto turbato.
Riferisce l’episodio durante una cena con amici ma da uno di costoro, medico, apprende che Anna, sposatasi e trasferitasi a Sondrio, è morta di cancro tre anni prima.
Nino si convince di essersi sbagliato ma, recatosi a Sondrio, rivede Anna ancora piacente, e i due si danno appuntamento sulle rive del Ticino, nei luoghi del loro giovanile amore. Purtroppo accade un incidente ed Anna affoga nel fiume.
Trascorre qualche tempo e Nino la rivede ancora, invecchiata, a Pavia, sotto il Ponte Coperto, dal quale ella si getta nel Ticino.
Nino, infine, ormai ricoverato in una casa di cura per malattie mentali ed assistito da un’affascinante Anna nelle vesti di infermiera, pronuncia l’affermazione sulla quale il film si conclude:
«Vede caro signore, tutto quello che dicono dell’aldilà, dell’aldiquà sono tutte storie. Perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo. Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, l’ho amata pazzamente, ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. È scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? E no! No guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto, è sempre qui attorno a me. Perché, me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finché io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita in morte. Già, solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui queste brave persone studiose che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma io mi accorgo benissimo che non mi credono.»
Il film venne giudicato al limite della stroncatura, ma a me piacque tantissimo e con questa premessa intendo onorarlo, insieme con la nebbia che, atmosfericamente parlando, costituisce una delle mie passioni come si conviene ad un medhelanensis: E la nèbbia che bellezza la và giò per i polmon (Lassa pür che el mond el disa, Giovanni D’Anzi, 1939).
Costituita da gocce di acqua o cristalli di ghiaccio in sospensione aerea, la nebbia si presenta come l’alone biancastro che conosciamo a causa della rifrazione della luce, solare o notturna, limitando anche notevolmente la visibilità.
Sin qui l’aspetto pragmatico. In realtà letteratura e leggende riconoscono alla nebbia l’incontro alchemico tra energia femminile sacra ed emento simbolo dello spirito, attribuendole il significato simbolico di passaggio, mutamento e trasformazione, ma sempre all’insegna dell’insicurezza, dell’instabilità, della solitudine e con valenze inquietanti e negative.
La nebbia, avvolgendo misteri e non infrequentemente orrori, è sede di fantasmi, mostri tentacolari, spiriti vendicativi e viene infatti spesso identificata nell’immaginario come dimora di spettri piuttosto che di feroci belve, anime dannate antropomorfe prevalentemente di sesso feminile, pronte a ghermire incauti viandanti consegnandoli a malevole divinità affinché siano torturati e divorati ovvero resi schiavi dopo aver subito orrende mutilazioni.
La nebbia è indubitabilmente un portale che apre a dimensioni aliene e inesplorate e, nelle sensazioni visive e uditive che segnano gli inquietanti paesaggi dai contorni sfumati, trasfigurandoli angosciosamente, vagano figure misteriose, come attesta il Pascoli nella famosa poesia Nella Nebbia:
«E guardai nella valle: era sparito
“tutto! sommerso! era un gran mare piano, in
“grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
“E c’era appena, qua e là, lo strano
“vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
“uccelli spersi per quel mondo vano.
“E alto, in cielo, scheletri di faggi,
“come sospesi, e sogni di rovine
“e di silenzïosi eremitaggi.
“Ed un cane uggiolava senza fine,
“né seppi donde, forse a certe péste
“che sentii, né lontane né vicine;
“eco di péste né tarde né preste,
“alterne, eterne. E io laggiù guardai:
“nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
“Chiesero i sogni di rovine: – Mai
“non giungerà? – Gli scheletri di piante
“chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
“Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
“con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
“e più non vidi, nello stesso istante.
“Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
“d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
“e, per il mar senz’onde e senza lidi,
“le péste né vicine né lontane.»
L’ombra errante mi ricorda il canto I dell’Inferno, versi 65-66, quando Dante incontra Virgilio: «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!»
E l’ombra del Pascoli cammina, forse sollevata dal suolo, e comunque senza mai giungere ad una meta poiché svanisce nel nulla, simbolo pessimistico di un’umanità che percorre la vita immersa in un mare uniformemente grigio nel quale scompare senza lasciare né traccia né segno.
Nella nebbia sono ambientati romanzi, sempre dai contorni gotici: «Da un punto imprecisato nella nebbia incalzante veniva un rumore rapido e leggero di passi; la nuvola era a cinquanta yarde da dove noi stavamo, e tutti e tre la fissavamo senza sapere quale cosa orrenda ne sarebbe uscita.» Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle, 1902.
Nella nebbia è ambientato Fog, noto film di Carpenter del 1980, e la lattiginosa cortina è la protagonista di un altro Fog, romanzo che spazia tra l’horror e la fantascienza scritto da James Herbert e pubblicato nel 1975 nella collana Urania di Mondadori.Protagonista John Holman, funzionario dei Beni Ambientali, coinvolto suo malgrado in un terremoto provocato da test balistici che sprigiona la nebbia, arma batteriologica fuori controllo, inarrestabile coagulo di smog e mycoplasma, materia cerebrale degradata e inquinamento capace di intaccare la mente di ogni essere vivente portandolo a compiere atti di violenza inaudita, come l’autore ben documenta nella prima parte del romanzo.
La nebbia non cela al proprio interno mostruose creature poiché è essa stessa l’orrenda creatura, che scatena una follia senza limiti e terribilmente autodistruttiva.
L’autore usa le vittime del contagio come modelli sui quali esercitare fantasie via via più atroci, delineandone però con efficacia storie passate e presenti. Tra gli episodi, da segnalare quello che vede protagonisti i ragazzi di una scuola media che, assalito l’insegnante di educazione fisica del quale si conoscono i trascorsi pedofili, lo legano al quadrato svedese evirandolo con un paio di forbici mentre la vittima, eccitatissima, ha un orgasmo.
Altro episodio degno di menzione quello del bancario oppresso e frustrato che inizia a prendere a calci nel sedere chiunque gli si presenti davanti, a significare l’alienazione provocata da un lavoro ripetitivo e non etico.
Non trascurabili quello dell’allevatore ucciso e macellato dalle proprie vacche e quello della gattara divorata dai propri gatti, che indicherebbero secondo l’autore la condizione di subalternità e sfruttamente degli animali da reddito e da compagnia.
Nell’incalzante incedere del romanzo la nebbia assume sempre più i connotati di una creatura intelligente, di un blob contro il quale non si può far altro che soccombere in un tripudio di efferatezze culminanti nel suicidio di massa stile lemmings compiuto dalla popolazione di un villaggio posto sulla costa: una massa di sonnambuli lobotomizzati che avanza verso l’acqua trascinandosi dietro chiunque provi a resistergli e calpestando qualsiasi cosa incontri sul proprio cammino.
Oggi avanzerebbero verso il vaccino salvifico.
L’autore mette in scena una società indifferente e sprezzante costituita da esseri corrotti, ottusi, miopi, cinici, privi del minimo barlume di solidarietà, pervasa da una violenza sotterranea che la nebbia ha solamente fatto emergere.
Esattamente come, ai nostri giorni, l’immondo virus.
Il finale vede il protagonista che, dopo essere stato infettato dal virus ed esserne guarito, diventa il personaggio chiave impegnato in un disperato lavoro per arginare la nebbia letale, e l’impianto narrativo riporta ad una notevolissima similitudine con quanto sta accadendo ai giorni nostri.
Ma l’amaro ultimo atto del libro è costituito dal pilota che si schianta con il proprio 747 contro un grattacielo pare: non sappiamo se un segno premonitore dell’11 settembre, sicuramente un emblema dell’inutilità di ogni sforzo, ed un canto funebre per l’umanità.
Herbert, nonostante sia stato citato da Stephen King è un nome ingiustamente trascurato nel panorama della letteratura horror.Suoi sono anche un avvincente libro dedicato ad una invasione di ratti e La Reliquia, che vede un Himmler redivivo a capo di una setta di fanatici SS intenzionati a conquistare il mondo attraverso pratiche esoteriche, in quella che ha tutte parvenze di una ricostruzione brasiliana del castello di Wewelsburg. Ne parlai in La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica.

Alberto Cazzoli Steiner

Ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, molte di loro erano Donne dei Segni

Viviamo in un tempo difficile, nel quale la menzogna è premiante, assurgendo al rango di verità grazie ad un pabulus di sottocultura, protervia, malafede, opportunismo.
La maggior parte delle persone si lascia prendere dal panico e, anziché considerare con lucidità i momenti difficili come un’opportunità di crescita, cerca scorciatoie e, come sempre accade in tempi di paura e somma incertezza, il ricorso agli operatori dell’occulto vede una notevolissima impennata, alimentando speranze sul filo della disperazione e giri d’affari estremamente consistenti.
Sappiamo bene come, in questo frangente, l’apparenza sia premiante rispetto alla sostanza: l’astrologo ed il mago marchettari televisivi rifulgenti di lustrini e ridondanti di titoli farlocchi hanno buon, anzi ottimo, gioco alla fiera delle illusioni.
E veniamo a chi determinate qualità le possiede veramente ma non ne fa commercio, anzi meretricio: io, per esempio.
Se è vero che debba certe capacità ad un talento naturale, oltre che a facoltà datemi in prestito, è altresì indiscutibile che quello che sono e so lo devo anche alle guide ed alle compagne di viaggio che mi furono accanto affiancandomi nelle fasi cruciali del mio cammino: tra queste la nonna paterna, uno sciamano incontrato in modo apparentemente casuale in un’isoletta al largo delle coste della Tanzania, una donna Fausta di nome e di fatto, una compagna oggi cara amica insieme alla quale effettuai un viaggio all’inferno e ritorno durato sette anni. E infine Eudaimonia.
Quando si inizia un rito o un viaggio nell’altrove si ringrazia chi ci permette di compierlo. Allo stesso modo non dimentico mai di onorare queste Donne e, nel caso di Eudaimonia, l’onore è alla memoria: mi fu accanto fino a quando decise che il suo tempo era finito, il suo compito concluso e che non voleva più saperne di tornare sulla terra.
Giusto per il gossip: c’era chi si faceva trarre in inganno dai suoi occhioni verdi come, una domenica di luglio in Val Trebbia, due pischelle atteggiate a streghine newage che, ad una fiera a tema, snobbarono una sua domanda, iniziando a irriderla dall’alto della loro bancarella di paccottiglia esotericospiritualbiobau. Fu un attimo. Vidi i suoi capelli rossi scuotersi, ondeggiare e vibrare mentre si alzò un’incontenibile polverone di vento che, letteralmente, scardinò il tendone della bancarella spazzando tutto ciò che vi si trovava esposto ma lasciando intatto il circondario. Per un istante nevicò a grossi fiocchi e un’ultima folata ribaltò la leggera struttura in legno.
Vidi il suo sguardo. Ma io lo conoscevo, le due stregofighette no. Credo che abbiano lasciato perdere l’esoterismo ed ora si dedichino alla raccolta dei tappi a corona fabbricati nell’isola di Capo Verde. Due presuntuose in meno.
E, giusto per venire al tema di questo scritto: la verità chi non ce l’ha non se la può dare, come avrebbe potuto affermare Don Lisander, eccoci a “Non parlar di rughe, non parlar di vecchie streghe”, mini-saggio di Eudaimonia dedicato alla Donne di Conoscenza, quelle vere.
L’ispirazione nacque dalla visione dell’immagine sottostante, proveniente da La Campagna Appena Ieri, che propongo unitamente alla didascalia originale: “Poi si diventava vecchie, si lasciava il posto di Arzdòra ad una nuora e si assumeva un nuovo ruolo: si faceva la nonna e si badavano i bambini durante il giorno. Ci si alzava presto ad accendere il fuoco, si accudivano i polli, si comandava il rosario la sera e di pomeriggio ci si metteva fuori al sole, sulla bassa sediolina, a filare o a sferruzzare ricordando e ripensando ai fatti della vita.”E, a doveroso corollario dell’immagine, propongo le riflessioni stralciate dallo scritto nominato:
«La foto mi ha scatenato un turbine di ricordi delle mie montagne tra Groppo di Gora e Monte di Lama, Ceno e Taro, Monte Nero e Lago Santo e altri posti che non voglio nominare: odori di primavera, di sole estivo, di nebbie autunnali, di terra e di acqua, di torba e di funghi, di gutturnio e coppa. Di sangue su braccia e gambe graffiate dai rovi, di acqua gelida dove dissetarsi e bagnarsi con il coraggio di un brivido, di scarpe risucchiate dal fango e di more, lamponi e grattaculi mangiati golosamente a manate. Anche ricordi di moto e coperte buttate sui prati, quando c’erano. Le coperte intendo.
E di colori vivi anche quando sembravano spenti nella morte dell’inverno, morte sciamanica come diremmo oggi perché era putrefazione, trasformazione e preludio alla rinascita primaverile. Allora era sufficiente dire che la terra dormiva, riposava.
Ma soprattutto ricordi di donne: semplici, incolte, rustiche, niente affatto accomodanti ma capaci di infinita dolcezza e dedizione se necessario, ma solo per chi lo meritava. Senza perdersi in chiacchiere, e soprattutto sempre attente a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, vale a dire senza inutili sfilacciamenti, atteggiamenti o moine. Centrate.
Molte di queste erano Donne dei Segni o, come si direbbe oggi, di Conoscenza. Nei paesi, nei villaggi abbarbicati sui costoni o infilati a nascondersi nei boschi, tutti sapevano e tutti ignoravano. Ma nessuno sbagliava uscio dove bussare quando era necessario, guardandosi indietro nella bruma nel vano tentativo di non essere visto dai compaesani.
Come diceva la mia vecchia amica Nora andavano trattate con rispetto e senza troppa confidenza, perché se erano buone a disfare erano anche buone a fare.
Parlavano le Parole, che solo loro sapevano e che in parte erano state loro tramandate e in parte si erano costruite con il tempo. E le tramandavano a loro volta: a chi, quando, dove e come lo decidevano loro. Spesso accadeva solo poco tempo prima che andassero via.
Segnavano con una bindella, una fettuccia presa dall’orlo di una vecchia gonna, uno stelo di grano e usavano il sale, l’acqua, l’ago, il sangue, lo sputo, la cenere, l’urina, le radici, anche lo sterco di vacca o di gallina.
Non sono scomparse, ancora oggi esistono per chi le sa trovare. Ma ancora oggi non ci si accorge della loro presenza, perché donne e uomini dei Segni prediligono l’ombra. Mica perché si nascondono, vivono come tutti gli altri, fanno la spesa, giocano a burraco, cercano un moroso alla scuola di danza, fanno le nonne. È solo quando qualcuno chiama perché ha bisogno che mettono in pratica la Virtù, altrimenti come Medgòne è come se non esistessero.
E lo fanno con semplicità ed efficacia nelle loro case, nelle cucine con gli oggetti che usano per segnare tirati fuori al momento da barattoli di latta del caffè, bottiglie della passata di pomodoro, barattoli della marmellata.
Non c’è più il camino per bruciare? C’è la cucina a gas. Non c’è più il torrente per smaltire? Va bene la tazza del water.
Non si mettono in piazza, non fanno sceneggiate, di sicuro non si atteggiano come ci ha abituati un certo marketing iconografico di streghette infighettate e bardate a metà fra la troia e l’albero di natale. E non solo per l’età, mica tutte sono anziane e ben poche nel privato sono madonnine crocifisse, senza per questo pubblicarsi su Feisbuc mezze biotte.
Certe botteghe dell’occulto e del mistero, se dovessero basarsi su di loro per crearsi la clientela fallirebbero ancora prima di cominciare. Semplicemente non hanno bisogno di quella paccottiglia. Bastano a se stesse e quel che loro serve lo trovano, lo raccolgono, lo costruiscono ringraziando la Natura, vale a dire la Dea o Madre Terra o chi sanno loro.
Se devono fare un rito è perché serve e non perché sia celtico o faccia figo. Lo fanno e basta, senza tante menate. Magari malvolentieri perché possono essere cose dure, dove ci si deve sporcare le mani certe volte anche con il sangue, e non fa niente se è il proprio, per esempio quello mestruale per chi non è ancora in menopausa. Dove può capitare di dover andare a incontrare chi sarebbe meglio lasciar nel suo brodo.
E se non è vero che stanno scomparendo, è anche vero che non le trovate in giro a mischiarsi. Se la tirano? Per niente, se la tira solo chi ha bisogno di dimostrare, di atteggiarsi. Loro hanno il difetto di sbattere in faccia la verità, di fare da specchio, e questo non sempre piace agli umani. Hanno pagato un prezzo e sofferto per essere quello che sono, non sempre volendolo essere.
E se ancora oggi capita loro di essere incomprese o addirittura insultate e derise non se ne fanno un cruccio e tornano a ritirarsi nella loro ombra paghe di se stesse, di ciò che sono e non di ciò che fanno. Nella consapevolezza che ciascuno si scava la fossa come preferisce, con l’energia che ha messo in circolo. Se è consapevole bene, altrimenti fa lo stesso. E loro non possono né devono farci niente. E che per certe persone anche solo tirar fuori la croce di corda significherebbe dar loro troppa importanza.»

Eudaimonia Ω – ACS

La Medicina è finita, andate in pace

Hanno permesso al più miserabile degli elettricisti di abbassare il sezionatore, privandoli di ogni stimolo e rendendoli tanto rabbiosi eppure spenti, infantilizzati e considerati alla stregua di minorati mentali: questo sono diventati gli italilandesi che, valicato il punto di non ritorno nell’identificazione con due vermi cinematografici: il Villaggio Fantozzi ed il portaborse Moretti, si addentrano in un 2021 caratterizzato da sempre maggiori divieti ed obblighi che si contraddicono vicendevolmente affinché tutto si compia.Noi che percorriamo il cammino alchemico della Conoscenza non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo fare altro che osservare distanti questa tragica favola, questa profezia che autoavverandosi sotto i nostri occhi consolida la propria suggestione narrativa sulle reazioni scomposte di una collettività ormai mentalmente involuta nel trionfo della nullità.
Li avevano cresciuti all’insegna della furbizia, del motto più sei falso e più sei apprezzato, perché più sei lecchino più puoi affermarti. Servi, blended since 1861.
Loro, i veri complottisti che tramavano nell’ombra di stalle e cucine, non contro un padrone arrogante e tiranno bensì contro altri servi, e non importava quanto figlio di puttana fosse il dominus, né chi fosse. Anzi: più era stronzo più era amato e più c’era la possibilità di guadagnare servendolo ed assecondandone ogni desiderio, compresi i più perversi, crudeli e disumani.
Qualità, merito, talento sono stati vilipesi e repressi in favore di un abominio costituito da falsità, incapacità, inettitudine nel segno di quanto di più osceno e orripilante potesse essere infuso nelle persone, specialmente grazie ad un mezzo formidabile: la televisione, quel totem che oltre al terrore per l’immondo virus impone modelli a volgarissimi sottoacculturati urlanti che, invasati, gettano nel cesso l’ultimo barlume di dignità esibendosi nei modi più sguaiati ed insulsi pur di alimentare il proprio protagonismo nella speranza di assurgere per un istante ad icone di riferimento di una massa sempre più stracciona ed ignorante.
E, fateci caso: oggi, tra le icone di riferimento, spiccano i medici.
Assurti ad un ruolo salvifico e definiti eroi, sono ormai percepiti dal popolo delle maccheine come i gran sacerdoti di un culto che si esplica in chiese chiamate ospedali.
Mezzi di comunicazione, social, brani di conversazioni colti per strada lasciano intendere come, mai come oggi, l’intera organizzazione sanitaria sembri progettata per riflettere una fede religiosa provvista di propri sistemi di credenze, dogmi, regole lessicali, martiri, santi e beati.
Il culto sanitario destinato a salvare dall’immondo virus prevede anzitutto un peccato originale, nel caso in esame coincidente con un sistema immunitario che, indebolito, predispone alla possessione demoniaca, la malattia, che verrà mondata dal lavacro delle acque battesimali, il vaccino.
Il medico indossa una veste bianca, che similmente ad altri ministri di culto lo identifica come il sommo sacerdote, coadiuvato da suore e preti, il personale infermieristico, che lo aiuta ad assistere i membri della congregazione, i pazienti, quando si ammalano perché posseduti da microbi malvagi, non di rado attivati dai peccati commessi. HIV docet.
E non solo i pazienti membri della congregazione non mettono in dubbio protocolli e tecniche, ovvero dogmi e rituali di guarigione adottati dai medici ministri del culto, ma chi osasse dubitare delle intenzioni, dell’integrità o delle modalità dei medici ministri del culto e dei loro assistenti verrebbe considerato un demoniaco deviante, posseduto, pazzo.
Non è inoltre certamente per caso che, in tutto il mondo, ospedali e luoghi di cura abbiano tratto dalla religione la propria denominazione: Mount Sinai, San Raffaele, San Giuseppe, Santa Rita dove asportavano polmoni sani pur di fare cassa; in Toscana la più estesa organizzazione dedita al soccorso è la Misericordia, a Milano tra le ambulanze annoveriamo Maria Bambina, San Carlo (chiusa per mafia) e Azzurra di San Giorgio. L’elenco potrebbe continuare sotto gli ampi stendardi offerti dalle case farmaceutiche affinché il popolo creda nel valore della loro medicina, investendovi fede cieca e non raziocinio, cosa del resto impossibile a meno che non si conoscano i meccanismi anatomopatologici, biochimici, fisiologici che presiedono all’insorgenza delle malattie ed alle relative cure. E chi sa tace, o perché zittito o perché desideroso di uno spazio nel trogolo.
Resta il fatto che, tra le evidenze, abbiamo innumerevoli esseri sempre malati senza che ne conoscano nemmeno la ragione ed intanto la religione medica, vietata agli spiriti critici, evita le domande importanti, quelle che da anni attendono risposta ma vengono sistematicamente ignorate. Mentre sempre più spazio viene lasciato ai proclami ed alle raccolte di fondi in nome di una ricerca che sconfiggerà malattie future che, in realtà, nessuno intende eliminare poiché fanno troppo comodo al fatturato.
Molta, moltissima, troppa acqua è passata sotto i ponti da quando la medicina era fitoterapia, era conoscenza dei cicli della natura, era potere della Luna Rossa, era appannaggio di stregoni e donne di medicina che vivevano ai margini del villaggio e non si sognavano di fare le star.

Alberto Cazzoli Steiner

Simboli e segni: da campo minato a luogo di preghiera

Un evento particolarmente importante ha segnato questi giorni, anche se sottaciuto dai media persi nel proprio degrado: dopo la rimozione di circa quattromila mine antiuomo e anticarro il sito di Qasr al-Yahud, al confine tra Giordania ed Israele, è di nuovo agibile e il 10 gennaio vi si è celebrata una funzione religiosa, a 54 anni e 3 giorni da quella officiata il 7 gennaio 1967 dai sacerdoti Robert Carson, britannico, e Silao Umah, nigeriano.Sì, perché il luogo altro non è che quello lungo la riva occidentale del fiume Giordano dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù ricevette il battesimo da Giovanni e dove negli anni ’20 del XX Secolo venne eretto un tempio, dedicato a san Giovanni Battista ed affidato ad un particolare Ordine Francescano, quello della Custodia, operante in Terra Santa dal 1641.
Il sito, incluso in una superficie di 55 ettari, divenne inagibile durante la Guerra dei 6 Giorni e tale rimase, in quanto minato, sino all’anno 2018, quando iniziò un’attenta opera di bonifica, particolarmente voluta dal presidente israeliano.
Interessante, anche per chi non è credente la dichiarazione pronunciata da padre Francesco Patton, il Francescano custode, in occasione della riapertura:
«Nel battesimo al fiume Giordano, Gesù non si immerge solo nelle acque del fiume, ma nella nostra umanità, nelle nostre debolezze e difficoltà, si immerge nelle nostre sofferenze.»
Stiamo parlando né più né meno che di risarcimento, l’arcaica pratica ancestrale mediante la quale colui che si offre per la celebrazione del rito, si immerge nella negatività, nelle efferatezze, nella mortificazione e nella violenza prendendo tutto su di sé affinché avvengano espiazione e purificazione.
Trovo oltremodo significativo che la riapertura del tempio sia avvenuta proprio in questi giorni segnati dall’isteria collettiva originata dalla paura dell’immondo virus, e che in questo luogo fondamentale non solo per la cristianità sia possibile riaprire il libro ad una pagina nuova, per testimoniare che ciò che venne trasformato in campo di battaglia, in campo minato, sia tornato ad essere campo di pace e di preghiera.
Sento perciò particolarmente potente e necessario questo messaggio: tornare a celebrare i termini della riconciliazione, in un luogo che, proprio perché non oblitererà il dolore per le ferite infertegli, diviene contemporaneamente simbolo di pace possibile e di rinascita.
Mai come oggi chi crede nel rinnovamento nella possibilità di uscire da questo folle e mefitico tunnel, deve assumersi personalmente e con tutte le forze il senso di una missione, quella di diventare testimone di quell’amore che salva e redime, che riconcilia e porta pace.
Concludo con una nota di cronaca. Nell’anno 2000 Giovanni Polo II compì il suo unico viaggio in Terra Santa, iniziando dal Monte Nebo, in Giordania, e recandosi presso il luogo del battesimo di Cristo nella tarda mattinata del 21 marzo, dopo aver celebrato messa all’Amman Stadium gremito di persone.
In quell’occasione chiese ed ottenne che fosse sminata una striscia di terra, una sorta di stretto corridoio che gli permettesse di affacciarsi al tempio e che il pontefice, già segnato dalla malattia, percorse a piedi, da solo, sorretto unicamente da un segretario.
Nel maggio 2014 fu la volta di Gorgoglio, che osservò il sito dalla sponda opposta del fiume Giordano.

Alberto Cazzoli Steiner

Coppia sacra: niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così

Mala tempora currunt: è di questi giorni la notizia che la Suprema Corte ha annullato la condanna per evasione inflitta nei precedenti gradi di giudizio ad un detenuto, allontanatosi dai domiciliari perché recatosi dai carabinieri per farsi ricondurre in carcere poiché non più in grado di sostenere il clima venutosi a creare con la consorte. Non è la prima volta che accade fra i condannati affidati a misure alternative e costretti a condividere gli spazi domestici con consorti con le quali non vi è più nulla da dire.
Esattamente come accade nei domiciliari forzati ai quali gli italilandesi si sottomettono in ossequio a ordinanze di dubbia legittimità che sfruttano la paura di morire, in ragione della quale gran parte delle persone ha scelto di non vivere, in un limbo di solitudine interiore intesa come via di salvezza, non solo dall’immondo virus ma anche da altri spietati patogeni, compresi quelli che presiedono ad una relazione a due giunta al punto di non ritorno.La nostra relazione di coppia ci crea disagio? Camminare come acrobati sul filo di compromessi e paure, insicurezze ed aspettative, adattamenti e plagi, controlli e menzogne, tradimenti e, ancora peggio, favolette narcisistiche per l’autoassoluzione non solo non costituisce un rimedio, ma potrebbe anzi costituire la scaturigine di somatizzazioni anche gravi.
La soluzione però esiste, e non risiede nel ridursi da soli affermando che lo si è felicemente, anche perché si trattarebbe di una patetica menzogna, ma nel proiettarsi oltre gli schemi duali affinché il definitivo senso dell’essere, dapprima individualmente e successivamente binato, non sia più fonte di dolore.
Apprendere l’amore per se stessi non significa portare alla condizione di single interpretata come apice espansionistico della coscienza, nel senso greco dell’etimo κείρω.
Significa invece perdere l’abitudine, tanto tossica quanto, nonostante ciò, per molti orgasmica, di vivere relazioni a due burrascose, estreme, costellate da micro e macro dipendenze, folli come se ci si trovasse costantemente sul set de La stazione, l’impareggiabile film interpretato da Sergio Rubini, Margherita Buy e Ennio Fantastichini.
Nulla da demonizzare, intendiamoci, semplicemente scelte, spesso inconsapevolmente pianificate nell’intento di creare una malsana abitudine da massicci e incazzati, dando vita ad uno scenografico personaggio somigliante al Libanese di Romanzo Criminale: destinato a generare un inscalfibile ego spirituale portatore di dolore. Chi intende continuare così si accomodi: non è affar mio.
L’intento di non farsi mai più male, se improntato a concretezza, passa dal potenziamento, necessario per interrompere la manifestazione del dolore. Detto in altri termini: da icona utopica a manifestazione del sé, approdo di un percorso trasmutativo dalla vecchia alla nuova condizione che porti al contatto profondo con la propria matrice, ovvero essenza.
Il maturato bisogno e la volontà di compiere un definitivo lavoro su di sé, percorrendo la via del risveglio per conseguire l’opportunità di conoscere l’amore puro primariamente per se stessi, rappresentano i migliori presupposti per entrare, o rientrare ove non tutto sia compromesso, risanati in una relazione di coppia che, per effetto di una provvida risonanza, beneficierà di miglioramenti fino a quel momento ritenuti impensabili.
La coppia unita dall’amore puro esiste, ma è necessario iniziare dal lavoro individuale.
Chi butterà nel cesso i pannicelli caldi dei vari guru che mirano solo a creare dipendenza ed accetterà di prendersi o farsi prendere a calci nei denti potrà finalmente incontrare la propria energia vibrazionale, quella che riassorbendo episodi egoici condurrà alla piena consapevolezza dell’energia ancestrale, e non incidentalmente di quella sessuale, permettendo alla nostra controparte corrispondente di manifestarsi con la propria vibrazione.
Cesserà il convincimento di iniziare una vita di coppia mediante l’atteggiamento razionale, schematico, programmato che fa dell’innamoramento una trappola autoreferenziale, a vantaggio della manifestazione attraverso intelligenza emotiva ed intuito.
Intendiamoci: nulla potrà accadere prima di aver conosciuto e sperimentato definitivamente l’energia che abita nella parte più profonda di noi stessi, con il preciso intento di cessare esperienze relazionali declinate da una malformazione dell’ego e basate totalmente sul dolore.
Giunti a questo punto non riconosceremo più il nostro partner attraverso le solite trappole folcloristiche del corteggiamento, della valutazione di quante cose si hanno in comune e via enumerando ma solo attraverso l’energia che porta, corrispondente alla nostra ed in grado di attivare il passaggio oltre i credo schematici ed egoici per pervenire alla sintesi sacra, ancestrale: l’unica bussola per orientare la scelta è costituita dall’energia e dal suo colore.
La sessualità, a questo punto, diviene inevitabilmente un potere personale indipendente dal partner, non più merce e non più oggetto di potenziale mercimonio o ricatto, ma soprattutto non più comprimibile da dogmi religiosi o impedimenti tramandati dalla famiglia e dalla società cosiddetta civile. Attivata mediante il risveglio diventa questione tanto personale quanto sacra, nonché unico strumento che consente di arrivare al risveglio dell’amore puro attraverso la coppia, attivando altresì la possibilità di creare abbondanza intesa ad ogni livello e settore dell’esistenza.
Ricapitolando: divenire coppia e Uno, oltre gli schemi duali e il definitivo senso dell’essere in due, evitando di farsi male ma trasmutando anzi tutto in amore.
Bello, e il trucco dov’è? Semplicissimo, è nella resa di fronte al ricevere trasmutando così il corpo dal piombo all’oro, e adattandolo alla velocità ed alla potenza della mente.
E se vi hanno raccontato che la mente mente, sono stati i soliti guru: vi hanno raccontato delle palle, funzionali a crearvi incertezza. In realtà dipende solo da voi permettere o meno alla mente di mentire.
Arrendersi è un po’ morire… ebbene, in questa sorta di pseudo-suicidio guidato si diverrà perfettamente capaci di dimostrare come sia possibile non morire, vale a dire non fallire, osservando le cose e chiamandole con il loro nome, con semplicità e naturalezza.
E la soluzione dove sta? Non c’è nessuno che lo sa… Non è vero: la soluzione è il focus, e si tratta di apprendere, non attraverso ricette facili o immediate ma mediante un percorso serio, profondo, difficile, degno di lacrime e sangue, capace di creare uno squarcio dal mento infin dove si trulla affinché dal tristo sacco pendan le minugia, che porti ad introiettare il potere di non far morire, attraverso la disidentificazione dai problemi.
Perché se è giunta la consapevolezza dell’insorgenza di un problema, questo non va curato dedicandovicisi ossessivamente ma lasciandolo agire indisturbato, fregandosene. Come tutti dovrebbero fare con la febbre, invece di assumere la tachipirina.
Intendiamoci: non si tratta di fare come lo struzzo, che oltretutto mettendo la testa nella sabbia lascia esposte le terga, e neppure di confidare che le cose si risolvano da sole ma, con obiettiva razionalità, di sapere che la soluzione non verrà mai da sola a cercarci se prima non accetteremo di compiere un atto di fede, su noi stessi e sulle nostre capacità. Lo stesso atto di fede che fa il bimbo quando, per la prima volta, tenta di alzarsi per muovere il suo primo passo.
Non siamo diversi da quel bambino, se non per una cosa: lui non ha paura.
Alternative? Nessuna, salvo smetterla di preoccuparci elaborando lo sfogo delle emozioni, ma osservandole con lucidità ed ignorandole nel loro fallimentare e doloroso arbitrio, stravolgendo completamente tempi e modi usuali del pianto greco per pervenire alla materializzazione della soluzione.
Perché deve essere chiaro che se ci si presenta un problema, esso è la dimostrazione concreta che esistono già, manifeste in noi, non solo la capacità di osservarlo e la forza per debellarlo, ma anche la sua soluzione conclusiva.
Vissuto come potenziamento ed ignorato nel suo ruolo minaccioso, l’evento non è altro che una soluzione manifesta: occorrono auto-disciplina e fede nel meglio, anche se ancora non lo si vede nel concreto, per creare la forma dal pensiero, metabolizzando correttamente questo culminante potenziamento definitivo e riadattandolo agilmente alla realtà quotidiana, ma con una consapevolezza radicalmente stravolta e massimamente elevata, dedicata esclusivamente al fare.
Esistono delle tecniche, non teoriche ma pratiche, perché la vita sia il progetto positivo che abbiamo scritto, e che finalmente abbiamo il coraggio di realizzare.

Alberto Cazzoli Steiner

Salute: lo Spazio Sacro non è un diritto ma una conquista

Il diritto alla salute fa parte dei diritti alla propria integrità ed al proprio Spazio Sacro, ma si realizza con la piena consapevolezza, e se c’è un rischio deve esserci una scelta
COMILVA è l’acronimo di Coordinamento del Movimento Italiano per la Libertà di Vaccinazione: un’associazione fondata sul volontariato, articolata in Gruppi e Comitati radicati sul territorio il cui scopo è quello di ottenere la libertà di scelta in materia di vaccinazioni e la tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino.Oggi, 6 gennaio 2021, la pagina Facebook dell’Associazione è stata rimossa con la motivazione che gli articoli di approfondimento pubblicati sul social, ed in particolare quelli sul vaccino Covid-19, violano le regole della community. Più precisamente “non rispettano gli standard in materia di disinformazione che potrebbe causare violenza fisica”.
A parer mio, e badate bene solo apparentemente in modo meno violento, siamo andati ben oltre la Reichspogromnacht, più nota come Kristallnacht, ed anche oltre Fahrenheit 451.
Chi non ha memoria del passato non ha futuro, e questa corsa folle all’immunizzazione è un salto nel buio.
Per averne contezza è sufficiente leggere questo articolo, tratto da “Why ‘Operation Warp Speed’ Could Be Deadly”pubblicato l’11 maggio 2020.
Chi sta esultando per questo sforzo pressoché unanime dei governi e dei mass-media, che riunisce l’opera di aziende farmaceutiche ed agenzie governative e militari non è più in grado di riflettere, non è più in grado di comprendere le mistificazioni, per esempio quella secondo cui l’immunità di gregge si otterrebbe dal massiccio ricorso ai vaccini.
Pensiamo solo al fatto che i governi proteggeranno le aziende farmaceutiche dalla responsabilità per i danni che i loro vaccini potrebbero infliggere alle popolazioni, ed i contribuenti, in aggiunta a tutto questo, rimborseranno alle aziende i costi di sviluppo di vaccini che non arriveranno mai sul mercato.
Ciò costituisce la migliore prova che verranno commessi errori, che si verificheranno gravi danni e che gli errori saranno ancora più probabili ove prevarrà il convincimento che saranno necessari obblighi di legge finalizzati all’ottenimento di un massiccio consenso popolare alla vaccinazione di massa, ovvero che saranno necessarie misure succedanee come barriere per l’ingresso nel mondo del lavoro, per viaggiare o per altre attività umane e sociali.
Costoro non hanno imparato nulla dagli errori del passato, ma non importa: li abbiamo persi. Come scrissi lo scorso 24 ottobre: Triage dell’anima: io scelgo, perché io valgo.
Pensiamo a noi, ai nostri figli, alle persone che ci sono care, alla nostra integrità, al nostro Spazio Sacro e lottiamo, lottiamo senza tregua, con i mezzi che ancora ci concede la legge in attesa, se necessario, di farlo all’ultimo sangue.
Questo il link al sito dell’Associazione Comilva: https://www.comilva.org/.

Alberto Cazzoli Steiner