La rivoluzione che non ci sarà

What’s done is done, quello che è fatto è fatto, disse Gennarino detto ‘a porvera, la polvere, di professione spacciatore.
Pur non conoscendo l’opera di Shakespeare, gli piaceva citare quella frase del Macbeth poiché faceva figo, esattamente come spesso accade nel mondo della cosiddetta meditazione, dove le più ignobili fesserie vengono, giustappunto, spacciate come verità rivelata.Mi riferisco, considerato il momento contingente, all’inflazione di sorrisi e pensieri positivi, agli abbracci ed alle manine di luce, ai cori angelici ed alle rivelazioni di presunti maestri ascesi, ad alieni che girano in tondo nelle loro astronavi pronti a trarci in salvo, ai mantra più o meno fantasiosi ed alle giaculatorie numeriche che si sostanziano nelle esortazioni a considerare questo periodo di clausura dovuto alla privazione coatta della libertà come una irripetibile opportunità per osservare ed osservarsi.
Il che è vero, ma non quando si finalizza il tutto, secondo il più classico dei copioni della spiritualità cara alla sinistra intellettuale urbana, ad un cambiamento, non definito ma tendenzialmente rivolto a considerare come percorribile la via fricchettona del panteismo silvestre.
Questa via, signore e signori, è una fuga. Una fuga da una vita che non piace, che non piaceva già prima dell’insorgenza dell’immondo virus, una fuga verso la solita improbabile esistenza agreste, impercorribile in assenza di specifiche capacità e che non aggiunge nulla di nuovo al consunto concetto della comune vigente dagli anni ’60 del secolo scorso.
E, se vogliamo dirla tutta, anche una fuga verso nuovi modelli comportamentali, che verranno però prontamente dimenticati una volta terminata l’emergenza.
Andando avanti di questo passo gli unici nuovi modelli comportamentali saranno quelli del controllo sociale, della spersonalizzazione, dell’annientamento dei valori primari tanto caro alla sinistra, insicura, frustrata e che ha in odio la vita.
L’osservazione di comportamenti e reazioni mi consente di affermare che molti, pur vergognandosi ad ammetterlo, temono il 4 maggio perché, metabolizzato lo stato iniziale di prostrazione e mancanza di riferimenti, si sono creati nell’ambito domestico una zona confortevole e protetta, lontana da confronti e conflitti, doveri e obblighi salvo, per chi ne ha la possibilità, il telelavoro.
Molti, abituatisi alle mura domestiche, alla ritualità di gesti e momenti eletti a scansione della giornata: il pasto, la videochiamata, ed alle rare uscite necessarie agli approvvigionamenti, temono di non trovare più gli stimoli per affrontare il mondo una volta che le gabbie saranno aperte.
Il futuro scenario economico è ovviamente fonte di giustificatissima ansia, specialmente per chi ha perso il lavoro ed ha poche probabilità di trovarne uno. Restando in casa addirittura nessuna, a meno che non si aneli al reddito di cittadinanza od a qualsiasi altra forma di improduttiva e diseducativa carità.
Una volta fuori, un viaggio in metropolitana potrà costituire un incubo per molti, terrorizzati all’idea di contrarre il virus. Ma la vita è senza rete, piaccia o meno.
Questo atteggiamento innescherà diffidenza, distanza, sfiducia che per lungo tempo si riverbereranno nei comportamenti quotidiani.
Ma la vera questione di fondo è che le persone disperatamente rinchiuse nella prigione senza sbarre subiranno la perdita dell’anima attraverso la perdita del coraggio e del desiderio di socializzare.
Ciascuno si sceglie la qualità della vita che preferisce e, rinunciando persino alle libertà fondamentali, morendo per la paura di morire.
E concludo con un’annotazione ancora più sconfortante: ho potuto purtroppo appurare come i lamenti, l’espressione di proteste ed arrabbiature, il desiderio di rivalsa rispetto alla progressiva perdita degli spazi di manovra, delle libertà fondamentali, si siano incanalati esprimendosi attraverso le tastiere di telefoni e computer, agognando rivoluzioni, proteste di piazza, azioni di forza che, catarticamente esorcizzato il disagio attraverso la condivisione sui social, mai nessuno compirà.
Se si fosse attuato un centesimo di quanto, a partire dalla fine dello scorso marzo, è stato vagheggiato sui social, le strade della penisola sarebbero da tempo un inferno di fuoco. E invece nulla, solo sterili proteste accodate ai post di alcuni personaggi di riferimento.
Per quanto mi consta ho deciso di non dare più alimento a proteste sterili. Non sono né intendo essere un capopopolo, non intendo confrontarmi in sterili dibattiti conditi da insulti, fra notizie che non si sa più se siano vere o false.
Torno quindi al mio lavoro, non più tentando l’improba fatica di svegliare coscienze che, al di là delle attestazioni verbali, vogliono rimanere addormentate.

Alberto Cazzoli Steiner